martedì 15 ottobre 2013

Piero Chiara

Dal Sito:

La vitatratto da Federico Ronconi, Piero Chiara. La vita e le opere, Nicolini, Varese, 2005

per l'Associazione Amici di Piero Chiara
"Ho assistito alla vita qualche volta da seduto, qualche volta in piedi, partecipando al banchetto o rimanendo a bocca asciutta, ma sempre con grande piacere".
PIERO CHIARA
Piero - per l'anagrafe Pierino - Chiara nasce il 23 marzo 1913, a Luino, sulla riva lombarda del lago Maggiore.
Suo padre Eugenio, siciliano, si era stabilito a Luino nel 1908, come impiegato delle Regie Dogane.
La madre, Virginia Maffei, era nata a Comnago, sopra Lesa, sempre sul lago Maggiore. Ad entrambi i genitori, che l’ebbero unico figlio, Chiara resterà sempre legato: come scrittore, rievocherà le loro figure in pagine piene di affettuoso rispetto. Al padre, in particolare, sobrio e taciturno, ma acuto raccontatore di “fatti”, riconoscerà di essere debitore di buona parte del suo talento di narratore.
Fin dall’inizio, la vita di Chiara appare quale sarà poi sempre: una vita vissuta, al di là di ogni pregiudizio, in piena libertà, con una totale disponibilità ad ogni tipo di esperienza e soprattutto con un sostanziale rifiuto di ogni forma di costrizione.
Non a caso si considererà un “libertino”, come i filosofi del Settecento, ma non senza autoironiche allusioni al significato che il termine ha nell’uso popolare. E un “liberale storico” di fatto egli fu sempre, in campo ideologico come in quello politico.
Così, in linea con questo innato spirito di libertà, fin dai primi anni dell’adolescenza è un discolo “rotto a tutte le avventure”, perso nella “peggior compagnia di tutto il paese, figli di facchini, di barcaioli e di contrabbandieri”, e trae più giovamento dall’ascolto delle storie che il padre gli racconta e dall’osservazione della realtà di quel suo piccolo mondo paesano, che non dagli studi regolari o da una sistematica applicazione. Anzi, il suo contatto con l’istituzione scolastica non è tra i più felici. Superate a fatica la prima e la seconda elementare, in cui ha come compagno di classe Vittorio Sereni, Chiara ripete la terza. Rinviato a ottobre, viene promosso solo in seguito alla promessa del padre di toglierlo da quella scuola.
Viene quindi mandato a studiare nel Collegio Salesiano San Luigi di Intra, dove frequenta la quarta e la quinta, e nel 1925 viene ammesso nel Collegio De Filippi di Arona, dove frequenta, con scarso impegno e nessun profitto, la prima e la seconda ginnasio.
Tra tanti insuccessi scolastici,
“L’unico successo pieno, ricorderà lo scrittore, e non senza civetteria,
fu un tema su Luino, che gli valse un bel dieci e che sancisce a posteriori
una vocazione e un legame”
G. TESIO
La vita di quegli anni di scuola e di collegio, ad ogni buon conto, tornerà di frequente nelle sue pagine di scrittore, recuperata e accarezzata sul filo di una sottile ironia, specialmente nei confronti di un’educazione tanto rigida quanto culturalmente e formativamente inesistente.
Al centro del suo recupero memoriale di quel periodo ci sono però soprattutto le avventure di Pierino tra i banchi del mercato di Luino, la riva del lago e la via dei Mercanti, avventure che negli anni della maturità racconterà, senza mitizzarle, in libri per ragazzi di grande successo.
Durante l’estate, a cominciare dal 1925 e poi per alcuni anni, Chiara soggiorna in Sicilia, a Resuttano, in provincia di Caltanissetta, il paese del padre: un’esperienza con cui si confronterà parecchi anni dopo in occasione di un “ritorno” in quei luoghi e che rievocherà nella prosa Con la faccia per terra, scritta nel 1961 e pubblicata nel 1965, l’indomani della morte del padre.
Nel 1927, quattordicenne, Chiara viene sonoramente bocciato e lascia gli studi. Per qualche tempo, secondando soltanto il suo estro, lavora a Luino, come apprendista presso un fotografo.
Poi, per accontentare i genitori, riprende gli studi a Novara, dove frequenta, come allievo esterno del locale Collegio dei Salesiani, l’Istituto Omar. In capo a pochi mesi, però, li interrompe di nuovo, in quanto trova “più piacevole” e più consono al suo spirito indipendente e curioso di tutto, vagare per le strade della città in mezzo alla gente.
Il diploma di “licenza complementare” arriva soltanto nel giugno del 1929, dopo un esame da privatista.
Nel corso di quella che poi definirà la sua “non studiosa adolescenza”, Chiara non trascura per altro di darsi, costruendola in modo discontinuo e irregolare ma già precisamente orientato, una libera, ampia e profonda cultura letteraria.
La sua prima lettura, a quel che ebbe poi a raccontare, fu Collodi e poi, durante la quarta elementare al collegio di Intra, oltre a una serie di “libri edificanti”, lesse un libro di avventure – Nelle Montagne Rocciose – di Ugo Mioni, un emulo cattolico di Salgari, scopiazzatore di Karl May, che lo entusiasmò al punto di leggerlo e rileggerlo più volte e di trascriverlo, a mente, quasi “parola per parola”, in sette quaderni, per averlo sempre a disposizione: un “fatto” che Chiara avrebbe poi raccontato spesso, ripensando con tenerezza a quella ingenua “prova di scrittura”.
Quindi, negli anni dell’adolescenza e della prima giovinezza, Chiara prende a leggere gli autori italiani e stranieri che trova nella piccola biblioteca di Luino. Legge di tutto, disordinatamente: da Salgari a Verne, da Manzoni a Zuccoli, da Fogazzaro a Pirandello, da London a Stevenson, da Melville a Dostoewskij. Fondamentali, per le tracce che lasceranno poi nel suo modo di raccontare, risultano soprattutto, oltre al Manzoni dei Promessi sposi e a Dostoewskij, il contatto con Boccaccio e la lettura del Lazarillo de Tormes, il romanzo picaresco spagnolo, tutti accostati prima dei vent’anni e poi continuamente riletti. Quanto a Manzoni e a Boccaccio, anzi, Chiara attribuirà loro il suo carattere di narratore “tradizionalista”, che ama cominciare un racconto ambientandolo in un luogo e in tempi precisi. In proposito, scriverà molti anni dopo in quella che si può considerare una dichiarazione di poetica: “Boccaccio, Manzoni, Wilder, Tostoj, Melville, perfino la Invernizio e un ignoto qualsiasi, preceduti e seguiti da chissà quanti altri, incominciano i loro romanzi con l’indicazione del luogo e del tempo in cui si svolgerà l’azione. Ed è una garanzia, offerta all’inizio, d’aver dei ‘fatti da raccontare’, come al vero narratore s’appartiene, e non delle introspezioni buone solo per l’autore, o peggio ancora delle acrobazie linguistiche, buone per quei lettori che temono, non orecchiandole, di passare per degli incolti”.
Tra i poeti, le sue preferenze vanno a Leopardi, autore che fu, a suo dire, “il dominatore della sua passione per la poesia”, a Dante, Petrarca e Pascoli. Non prova invece particolare simpatia per Carducci e nemmeno per d’Annunzio, nei confronti del quale anzi sviluppa un senso di distacco critico che gli permetterà di scrivere, di là a molti anni, un’ampia biografia del poeta.
Insieme a questo vero e proprio tirocinio letterario sugli autori che gli saranno poi sempre cari, Chiara compie anche, in quegli stessi anni, un non meno proficuo e formativo tirocinio sentimentale frequentando, senza porsi limiti di sorta, ogni tipo di ambiente e ogni specie di umanità e scoprendo, con precoce istinto, l’universo femminile.
Dopo il diploma, Chiara lavora per qualche tempo in un laboratorio fotografico, a Milano, e poi trascorre quasi due anni a viaggiare: è a Roma e a Napoli, dove soggiorna per alcuni mesi, quindi in Francia, dove trascorre più di un anno. A spingerlo a compiere, “senza un soldo in tasca”, quella che chiamerà “l’avventura francese” è, insieme al bisogno di uscire dai confini di un mondo provinciale che solo poi scoprirà essere il microcosmo in cui è riflesso tutto il mondo, il desiderio di rivivere di persona le esperienze dei suoi compaesani che sono andati a “cercar fortuna” in Francia e che sono tornati a Luino senza soldi, ma ricchi di strabilianti “fatti” da raccontare. È a Nizza, a Parigi e a Lione. Per procurarsi da vivere si dedica a vari mestieri: esattore di affitti, scrivano, aiutante cuoco e fattorino. Nel tempo libero, quando non passeggia senza meta per le strade, legge i grandi autori francesi, di cui compra le opere sulle bancarelle: Villon, Rabelais, Molière, Choderlos de Laclos, Voltaire, Balzac, Flaubert e l’amatissimo Maupassant, Baudelaire, Rimbaud, Verlaine e i contemporanei.
Nel 1932, è di ritorno in Italia. Per accontentare la madre, che vorrebbe vederlo sistemato in un impiego “statale”, partecipa a un concorso bandito dal Ministero di Grazia e Giustizia e vince, piazzandosi centodiciottesimo su centodiciannove, un posto di “aiutante di cancelleria” ed entra come soprannumerario nell’“amministrazione della giustizia”. Inizia la sua carriera alla pretura di Pontebbia nell’Alta Carnia e viene poi trasferito a Aidussina, allora in provincia di Gorizia e ora in Slovenia, e a Cividale. Dopo pochi mesi di lavoro a Cividale, chiede, in seguito a una serie di vicissitudini rielaborate narrativamente, a distanza di oltre quarant’anni, nel romanzo Vedrò Singapore? (1981), un anno di aspettativa per motivi di salute, che trascorre tra Trieste, Venezia, dove, oltre a stringere, secondo quella che sarà una costante della sua vita, brevi ma intense e mai rinnegate relazioni sentimentali, frequenta la Biblioteca “Marciana” – risale a quell’epoca il suo incontro con Giacomo Casanova – e Luino e, infine, ottiene il trasferimento a Varese.
Il lavoro nell’ambito della “giustizia” non lo entusiasma, ma non lo impegna. L’Italia, in quegli anni intorno al 1935, è ormai sotto la dittatura fascista. Chiara, che da tempo, per il suo spirito aperto e liberale, ha fama di antifascista, subisce intimidazioni e vessazioni e viene espulso dal Partito, cui era stato iscritto d’autorità in quanto dipendente statale, con grave pregiudizio per la sua carriera. Viene infatti “congelato nel grado e nello stipendio”.
Comunque, proprio in quegli anni, approfittando della stessa situazione politica che, alla fin fine, gli consente di chiudersi in se stesso e,
“nei limiti, di pensare e di agire a suo modo”
L. BALDACCI
Chiara sviluppa e approfondisce la sua “lunga e segreta formazione” di uomo e di intellettuale: una formazione che una volta di più
“non è affidata solo ad intense letture, ma all’esperienza vissuta, giorno dopo giorno, dei moeurs de province, di ambienti, di situazioni, di personaggi”
E. GHIDETTI
Insomma, la stessa vita apparentemente inutile e dispersiva che, impossibilitato a fare altro, conduce trascorrendo i pomeriggi e le serate al caffè, giocando a carte o a biliardo, ascoltando i racconti di persone di passaggio, inventando scherzi e intrecciando varie storie d’amore, contribuisce, non meno delle sue letture di autori classici e moderni, ad arricchirlo di esperienze destinate a dare un giorno i loro frutti sulla pagina scritta. Tra l’altro, è a partire da quegli anni che i suoi interessi culturali si aprono all’arte, con particolare riferimento all’attività degli artisti del Varesotto tra il Seicento e l’Ottocento.
Nel 1936, ventitreenne, Chiara conosce e sposa Jula Scherb, una svizzera-tedesca, figlia del responsabile di un istituto ortopedico di Zurigo. Trascorre lunghi periodi a Losanna, a Ginevra e a Zurigo, ma con la giovane moglie ha una convivenza irregolare, nonostante la nascita, a Zurigo nel 1937, di un figlio, Marco. Verso la fine del 1938, di fronte al dissolversi del matrimonio e per sottrarsi alla cupa tensione che domina l’Europa ormai alle soglie di una nuova guerra, decide di partire per la Bolivia. Ma l’invasione tedesca della Polonia, nel settembre del 1939, lo induce a desistere dal viaggio. Da Zurigo, dove è in attesa di raggiungere il porto francese di La Rochelle per imbarcarsi, torna in Italia.
Nell’aprile del 1940, poco prima dell’entrata in guerra dell’Italia, viene richiamato alle armi per un periodo di istruzione e assegnato al 67° Fanteria di stanza a Como. Risale a quell’aprile e al maggio seguente il Diario del ’40, mentre è del periodo tra il luglio e l’agosto un altro testo in forma diaristica, una forma in cui Chiara prende le misure per imparare a fare l’ “io narrante” di un racconto: il Diario per Marco. Nell’ottobre Chiara viene congedato – “dispensato dal compiere il servizio perché sedentario”, scriverà il 25 ottobre 1944 nel Questionario che gli viene fatto compilare a Bellinzona dalla Divisione della polizia, appena giunto in Svizzera – e ritorna a vivere a Varese, al solito impiego. Lo scoppio della guerra segna una svolta decisiva anche per lui.
La guerra, infatti, non solo viene a sconvolgere la pigra vita di provincia in cui Chiara si è ritagliato il suo rifugio e a disperdere, spesso per sempre, gli amici con cui, negli ultimi anni, aveva compiuto le sue esperienze, tra carte, donne e letture, ma, con i suoi orrori, suona come un invito a non rimanere inattivi. Non è certo casuale che Chiara, durante i primi anni del conflitto, venga sempre più accostandosi agli ambienti antifascisti e che su di lui piovano continuamente segnalazioni anonime che lo qualificano come sobillatore, più, a suo dire, per i suoi comportamenti “libertini” che per i suoi discorsi che, quando non suonano disfattisti, risultano anch’essi “immorali”. Non mancano neppure denunce che lo propongono per il confino, ma è a lungo salvato
“dall’intervento di autorevoli fascisti bonaccioni di provincia che divertiva con le sue frottole o che aveva compagni al tavolo di gioco”.
PIERO CHIARA
Da ultimo, però, il 23 gennaio 1944, per sottrarsi a un ordine di arresto emesso il 21 gennaio dal Tribunale speciale provinciale di Varese “per atti di ostilità verso il Partito Fascista Repubblicano”, è costretto ad attraversare clandestinamente il confine dalla valle della Tresa e a cercare riparo in Svizzera.
Il 24 gennaio si presenta alle autorità di Lugano, che avviano le pratiche per riconoscergli lo stato di rifugiato politico. Dal verbale di interrogatorio redatto in francese l’indomani, a Bellinzona, risultano quelle che sono le “colpe” di cui si è macchiato. Nel verbale, infatti, Chiara, dopo aver dichiarato di avere sempre nutrito sentimenti antifascisti, afferma, tra le altre cose, che dopo la caduta del fascismo si è impegnato, in quanto cancelliere, a “far sparire dal Tribunale di Giustizia di Varese tutti i ritratti di Mussolini” e di aver preso posizione contro “il giudice Michele Poddighe, membro del Tribunale fascista provinciale”. Pochi giorni dopo, grazie all’intervento del vescovo di Lugano, Chiara viene accettato come rifugiato dalla Confederazione. Ai primi di febbraio viene trasferito a Lugano, poi, il 24 febbraio nel campo di Büsserach, nella Svizzera tedesca e, nel marzo, in quello di Tramelan, nella Svizzera francese: è lì quando apprende che il Tribunale speciale di Varese l’ha condannato, in contumacia, a 15 anni di reclusione, “per aver, in epoca successiva al 26 luglio 1943, messo il ritratto del Duce nella gabbia degli imputati del Tribunale di Varese, esponendolo alla berlina, derisione e furore popolare”. Nell’agosto, riconosciuto colpevole di aver promosso uno sciopero dalle attività lavorative tra gli internati, viene assegnato al campo di punizione di Granges-Lens. Nel settembre, scontata la pena, passa nella casa per rifugiati di Loverciano, ma ottenuta la liberazione, nel febbraio 1945, va a Zug, al Knaben-Institut Montana, a sostituire l’amico Giancarlo Vigorelli, come insegnante di lettere. Alla fine di agosto del 1945 ritorna in Italia.
Gli anni trascorsi in Svizzera, noti in tutti i particolari attraverso i documenti ufficiali della Confederazione e attraverso un Diario inedito, sono anni importanti per Chiara, che li ricorderà in numerosi racconti e in vari intervent pubblici, colmi di gratitudine per il paese che lo ha accolto e aiutato. Proprio in quegli anni, in Svizzera, dove godette di una sostanziale libertà di movimento che gli permise, tra le altre cose, di andare a Zurigo a far visita al figlio Marco che non vedeva da due anni, Chiara avviò quegli stretti rapporti con gli intellettuali ticinesi e grigionesi che sono alla base del suo esordio letterario e che dureranno fino alla sua morte.
Di fatto, in Svizzera, a Poschiavo, nella collana L’oca d’oro di Felice Menghini, nel 1945, pubblica, grazie alla presentazione di Vigorelli, la raccolta di liriche Incantavi, nate sull’onda di una passione per la poesia – alcune risalgono al 1940 e al 1942, anno in cui apparvero sulla rivista Maestrale di Roma –, che il futuro narratore giudica allora dominante, al punto di dichiarare ripetutamente che il suo destino letterario si muoverà in quella direzione.
E in Svizzera Chiara piazza anche i suoi primi lavori “giornalistici”, dopo i lontani interventi su La Provincia di Varese (1932-1936): sulla pagina letteraria del Giornale del Popolo di Lugano di don Alfredo Leber, in cui verrà pubblicando, oltre ad articoli di carattere culturale, prose di carattere personale, cronache di viaggi e recensioni di opere di poeti e scrittori italiani e, più tardi, sui Quaderni grigionesi, in cui, tra le altre cose, pubblicherà ampie rassegne annuali sulla narrativa e sulla poesia italiane contemporanee.
Rientrato in Italia, Chiara lavora per un po’ come rappresentante a Milano di una conceria di Verolanuova (Brescia) e per qualche tempo si dedica “al commercio di olio e di altre derrate alimentari” che va a comperare al Sud e rivende al Nord. Viene quindi riammesso nell’Amministrazione della Giustizia e riassegnato a Varese. Il lavoro in cancelleria, in cui si destreggia “volonterosamente” tra pratiche e aule giudiziarie, è per lui, ricorderà poi, una preziosa occasione di incontro con “personaggi di ogni tipo” che stimolano la sua fantasia. Nel tempo libero – e di tempo libero ne ha molto – conduce, per sua stessa ammissione, “una gran bella vita da scapolo”, tra avventure sentimentali, serate al caffè ed estati in barca sul lago Maggiore, ma si dedica anche con crescente entusiasmo alla scrittura.
A cavallo tra gli anni Quaranta e Cinquanta, inizia infatti a collaborare con una certa continuità, con recensioni, articoli di costume e cronache di viaggi, a vari quotidiani – soprattutto L’Italia di Milano, su cui spesso ricicla gli articoli scritti per Il Giornale del Popolo e viceversa – e periodici letterari. Nel 1950 pubblica, sempre in Svizzera, per le Edizioni del Giornale del Popolo, le prose di Itinerario svizzero, ancora oscillanti tra lirismo e narrativa.
Tra il ’50 e il ’53 compie frequenti viaggi e lunghi soggiorni all’estero, in Spagna e in Francia, a Parigi, dove vivono i suoi amici artisti. Nel 1952 compare tra i poeti della Linea lombarda nell’antologia curata da Luciano Anceschi e, nel 1954, dopo un lungo lavoro di selezione, pubblica in collaborazione con Luciano Erba l’antologia Quarta generazione. La giovane poesia 1945-1950. A conferma che i suoi interessi in quegli anni si collocano nell’ambito della poesia, nel 1951 traduce e pubblica Come in sé si prega di Géo Libbrecht e nel 1955 i Sonetti funebri di Luis de Góngora y Argote. Nello stesso annoconosce Mimma Buzzetti, che sarà la sua compagna e che agli inizi degli anni Ottanta sposerà. Nel 1957 si congeda dal Ministero di Grazia e Giustizia e va in pensione con “ventisette anni di servizio” e la qualità di “Cancelliere di 2a classe”, come risulta dal certificato d’iscrizione di pensione. L’idea, racconterà, è quella di “dedicarsi liberamente e compiutamente alla letteratura”.
Nel 1959 Chiara pubblica, da Rebellato, a Padova, le prose di memoria Dolore del tempo, sotto il cui lirismo traspaiono già i germi della narrativa. Ormai, egli ha maturato la sua “consapevolezza di narratore” ed è pronto per il contatto con il grande pubblico dei lettori. Un suo pubblico lo ha sempre avuto, ma solo di ascoltatori, perché le sue “storie” le ha soltanto raccontate, procurandosi presso gli amici la fama di impagabile narratore orale. Così, nel 1959, grazie all’interessamento di Vittorio Sereni pubblica su Il Caffè di G.B. Vicari le prime pagine di quello che nel 1962 sarà Il piatto piange, il romanzo che si vuole sia stato messo per iscritto da Chiara per effetto delle insistenze degli amici (in particolare proprio di Sereni) affascinati dal suo talento di narratore orale. Il romanzo, che segna non tanto un esordio – Chiara ha ormai alle spalle un’intensa attività di saggista e di critico – quanto l’approdo di una ricerca letteraria più o meno consapevolmente orientata da sempre verso la narrativa, esce nel marzo 1962 da Mondadori – da allora suo editore di riferimento – e ottiene uno strepitoso successo di pubblico e di critica. Il piatto piange, di fatto, con la sua assoluta libertà narrativa, con la sua “forma aperta” (L. Baldacci), è un libro raro nel panorama della letteratura contemporanea.
È un piccolo capolavoro. Il lettore vi troverà finalmente un mondo di paese che non sa di letteratura: avrà da leggere senza un attimo di stanchezza e, cosa che non succede quasi mai, arrivato alla fine, sarà preso da un senso di sincero rammarico”.
C. BO
Chiara ha quarantanove anni e da allora si dedicherà con inesausto fervore all’attività narrativa. Le sue opere cominciano infatti a vedere la luce a scadenze regolari, accompagnate sempre da un successo che Giansiro Ferrata ha definito “quasi incredibile”.
Nel 1964, insieme a un’edizione ampliata del Piatto piange, pubblica il romanzo La spartizione, nel 1965 la già citata prosa Con la faccia per terra e i sei brevi racconti Mi fo coragio da me, incentrati sulla figura di suo padre e composti tra il 1950 e il 1963; nel 1967 il romanzo Il Balordo, grazie al quale nel 1968 vince il “Bagutta”, uno dei tanti premi che costelleranno la sua carriera di narratore, e nel 1969 i racconti de L’uovo al cianuro, alcuni dei quali già apparsi in preziosi volumetti fuori commercio o in giornali e riviste. Nel 1970 è la volta del romanzo “giallo” I giovedì della signora Giulia, che Chiara ha scritto e pubblicato a puntate tra il febbraio e il marzo 1962 sul Corriere del Ticino con lo pseudonimo di Nik Inghirami e che ora vede la luce direttamente negli Oscar mondadoriani come “presceneggiatura” dell’originale dallo stesso titolo realizzato dalla Radio televisione italiana e trasmesso in cinque puntate nella primavera di quell’anno. Nel 1973 esce il romanzo Il pretore di Cuvio: 120.000 copie vendute in pochi mesi, 216.379 al marzo 1983, secondo i rendiconti della S.I.A.E.; alla stessa data, Il Piatto piange, avrà venduto 246.885 copie, distribuite in ventun edizioni. Nel 1974 escono i racconti lunghi di Sotto la Sua mano, nel 1976 il romanzo La stanza del Vescovo (317.000 copie alla data del marzo 1983), nel 1977 i racconti de Le corna del diavolo, nel 1978 il romanzo Il cappotto di astrakan (418.000 copie al marzo 1983) e nel 1979 il romanzo Una spina nel cuore (477.000 copie al marzo 1983). Nel 1980 appaiono i racconti de Le avventure di Pierino al mercato di Luino, nel 1981 il romanzo Vedrò Singapore? (467.000 copie al marzo 1983), nel 1982 i racconti di Viva Migliavacca!, nel 1983 le 40 storie di Piero Chiara negli elzeviri del “Corriere”, nel 1984Il “Decameron” raccontato in dieci novelle e nel 1986 i racconti de Il capostazione di Casalino.
Il successo di queste opere è enorme, come dimostrano le altissime tirature. I suoi lettori e ammiratori appartengono a tutte le classi sociali e a tutte le professioni. Alcuni critici, che non possono perdonargli proprio il grande successo, lo considerano “un autore popolare”, definizione che Chiara non ritenne mai sminuente. “Ho in circolazione”, afferma nel 1980 nel corso di una intervista, “quasi tre milioni di copie dei miei libri. Il che vuole dire che sono letto più dagli uomini comuni, che sono gli uomini migliori, che dagli intellettuali, che sono i peggiori”. La maggior parte dei critici, però, sottolinea, oltre alla sua straordinaria abilità di fabulatore di storie di provincia, l’accurato lavoro di scrittura che sta dietro la sua apparente “facilità”. Un riscontro della sua fama e del suo prestigio intellettuale in quegli anni è costituito dalle numerose collaborazioni cui è sempre più spesso chiamato. Nel 1967, Giovanni Spadolini, ammiratore delle sue “storie”, lo invita a collaborare a Il Resto del Carlino di Bologna e poi, nel 1969, al Corriere della Sera di Milano, sul quale i suoi elzeviri uscirono con cadenza regolare fino al 1986. Negli anni precedenti, Chiara aveva collaborato anche alla Prealpina di Varese, alla Gazzetta del Popolo di Torino e al Gazzettino di Venezia. Dai primi anni Settanta, inoltre, venne pubblicando quindicinalmente sul Corriere del Ticino di Lugano, in una rubrica intitolata Sale & Tabacchi, i suoi arguti “appunti di varia umanità e di fortuita amenità”.
Contemporaneamente e parallelamente all’attività di narratore e di giornalista, Chiara svolge una non meno intensa e proficua attività di tipo saggistico, come critico, come traduttore e come studioso di opere classiche, specialmente del Settecento. Particolare importanza riveste il suo paziente lavoro di ricerca e di esegesi su Giacomo Casanova: a lui, che è considerato un’autorità nel quadro degli studi casanoviani, si deve, oltre che la pubblicazione di molte opere minori, la prima edizione integrale, condotta sul manoscritto originale, dell’autobiografia del grande avventuriero del Settecento, la Storia della mia vita (1965 e, nuova edizione completamente rifatta, 1983-1989). Già nel 1960 aveva pubblicato la trascrizione de L’Uccelliera del seicentesco G.P. Olina e la traduzione delle Lettere portoghesi di Mariana Alcoforado, anch’esse seicentesche. Nel 1969, invece, traduce il Satiricon di Petronio, che considerava la “polla originaria della narrativa occidentale”.
Costanti e importanti sono anche i lavori che Chiara produce nel campo della critica d’arte, con saggi su Giovanni Carnovali, Giuseppe Viviani, Mario Tozzi e Franco Gentilini e numerosi, tra gli anni Sessanta e Ottanta, sono i suoi “libri d’arte”: eleganti volumi in cui un suo racconto accompagna l’opera grafica di un artista contemporaneo.
Sempre nell’ambito di un’attività critica aperta su molteplici fronti, fondamentale, per la precisione e l’efficacia della ricostruzione, la suaVita di Gabriele d’Annunzio (1978), che, venduta in oltre 300.000 copie, segna l’avvio di una nuova stagione di studi sul poeta.
Quanto alla vita privata, a partire dalla metà degli anni Sessanta, Chiara vive a Varese, dove lavora, insieme alla segretaria Gigliola Spozio, dapprima in uno studio presso la sede del Partito liberale italiano, di cui è stato a lungo segretario provinciale, in via Bernasconi 1, poi nella mansarda del suo appartamento, in via Metastasio 19. Frequenti viaggi lo portano in giro per vari paesi d’Europa, dove tiene lezioni e conferenze. Nel 1967 e nel 1969 passa alcuni mesi negli U.S.A., fermandosi soprattutto a New York, dove abita il figlio Marco. Necessarie, a suo dire, per il suo stesso “equilibrio sentimentale e fantastico” sono invece le “gite” che compie ogni volta che può – “sempre” il giorno anniversario della sua nascita – a Luino, dove ritrova le sue radici di uomo e narratore.
La sua attività letteraria è tanto ricca quanto varia: oltre alle collaborazioni a quotidiani, riviste – soprattutto Epoca – e periodici letterari, Chiara è spesso chiamato a scrivere le introduzioni ai cataloghi di pittori, incisori e scultori o la presentazione delle loro mostre: i testi composti in queste occasioni sono ora raccolti nel volume I miei amici artisti (1994).
Intensa, come già negli anni Quaranta e Cinquanta, è la sua frequentazione di editori, scrittori, artisti e critici italiani e stranieri: l’epistolario, conservato nella Biblioteca Civica di Varese a disposizione degli studiosi, è una conferma diretta della vasta trama di relazioni da lui intessute con gli intellettuali suoi contemporanei.
Con gli anni Settanta Chiara comincia a lavorare per la televisione, italiana e svizzera, e per il cinema. Alcuni suoi romanzi vengono tradotti in film ad opera di registi famosi (Alberto Lattuada, Dino Risi e Marco Vicario, tra gli altri), spesso con il suo contributo di sceneggiatore e per la televisione produce alcuni originali: oltre a I giovedì della signora Giulia, I capitani, forse, Un uomo curioso e Il ritorno di Casanova. Quello con il cinema, per altro, non fu per Chiara un rapporto facile. A Roberto Gervaso, che nel luglio del 1977, in una intervista gli domandava, provocatoriamente, se quando scriveva un romanzo pensasse più alla letteratura o al cinema, rispose:
“Anche se alcuni critici dicono il contrario, io penso esclusivamente alla letteratura. Il cinema quando viene, viene dopo”.
PIERO CHIARA
E nell’agosto dello stesso anno, a Ernesto Gagliano che in una intervista per “Stampa Sera” di Torino gli chiedeva se fosse contento che i suoi romanzi e i suoi racconti arrivassero sullo schermo, grande o piccolo che fosse, dichiarava:
Guardi, l’unica soddisfazione è di carattere economico. Apprezzo quei registi come Lattuada o Risi che riescono a rispettare abbastanza lo spirito del libro, ma inevitabilmente ci sono cadute nell’erotismo che nelle mie opere non si trovano. Quando un uomo e una donna vanno a letto, io mi fermo fuori della stanza: lascio lì i miei personaggi. Il cinema invece entra nella camera, piazza la macchina da presa e ritrae tutto. Proprio tutto”
PIERO CHIARA
Di fatto, la sua attività principale rimase sempre quella di “narratore”: la sua vera passione fu raccontare “fatti”. Dal 1974, Chiara è tra i dodici componenti della Fondazione francese di studi storici con sede a Venezia e nel 1976 viene insignito dal governo francese del grado di Ufficiale delle Palmes Académiques per il contributo dato alla valorizzazione e alla diffusione delle opere di Giacomo Casanova.
Frequenti e numerosi i premi letterari  che riceve e costante la sua presenza nelle giurie letterarie. Nel marzo del 1983, la casa editrice Mondadori celebra, nella villa Mondadori di Meina, i settant’anni di quello che è uno dei suoi autori di punta.
Nel 1984 Chiara pubblica Il Decameron raccontato in dieci novelle. Nella primavera del 1986, durante un breve periodo di vacanza successivo a una serie di conferenze, Chiara scopre di essere malato di un male incurabile. In quello stesso anno escono i racconti de Il capostazione di Casalino.
Muore a Varese, il 31 dicembre 1986, poco dopo aver corretto le bozze del suo ultimo romanzo, Saluti notturni dal Passo della Cisa, che vedrà la luce nel 1987.
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Quando non ho niente da leggere vado nella mia libreria e tiro fuori un libro letto in gioventù, sperando di non ricordarmelo troppo.

Ho tirato fuori Il cappotto di Astrakan in una edizione di Mondadori stampata nel gennaio 1978.
Non lo ricordavo perché dal momento dell'acquisto non lo avevo più riletto.
Mi è piaciuto. Ho subito notato i segni autobiografici dell'ambientazione nei luoghi dove lui ha vissuto le sue esperienze di vita. Probabilmente anche il materiale umano che usa per animare i suoi personaggi è fatto di gente da lui conosciuta.
Alla faccia di mio marito, unico critico del mio modo di scrivere, che disprezza l'autobiografismo, che pure è di tanti scrittori di narrativa, anche grandissimi.
Ho voluto rileggermi la sua vita e vi ho trovato dei punti insospettati, come i suoi insuccessi scolastici che fanno sorridere al pensiero di quanto una intelligenza possa essere sorprendente e svilupparsi attraverso canali ad  essa congeniali.
Infatti gli era congeniale lo scrivere e citava con civetteria "...unico successo pieno fu un tema su Luino, che mi valse un bel dieci" .
Mi si perdoni l'accostamento ma, pur andando a scuola senza infamia e senza lode, non ero molto amata dalla maestra Lelli che però il giorno che dette un tema, "Storia di una sciarpa di lana", arrivata a leggere il mio tema dopo quelli dei miei compagni, tutti abbastanza piatti nel descrivere come si lavorava ai ferri la sciarpa che portavano e se gliela aveva lavorata la nonna o la mamma, saltò in piedi letteralmente dalla sedia, dove pigramente sedeva dietro la cattedra, con il mio quaderno in mano (e non dimenticherò mai il mio spavento, temendo di aver commesso chissà quale errore) dicendo che avevo scritto un piccolo capolavoro che disse: "Deve leggerlo il Direttore!" E da lui portò il mio quaderno, ed i miei genitori ed io (tutta felice) fummo informati che "il Direttore voleva tenersi quel quaderno per tenerlo fra le glorie della Scuola Luigi Pianciani di Roma". Praticamente avevo iniziato parlando in prima persona come se io fossi la lana e ricordo che più o meno iniziava così: "Ero il vello di una pecora..." E terminavo "ora sono una sciarpa intorno al collo di un bambino".
Non tutti diventiamo grandi scrittori ma certo le stimmate dello Scrivere le ho avute fin da bambina.
Tornando a Piero Chiara mi ha fatto sorridere leggere l'ironia allusiva con cui si definiva un “libertino”... perché ricordo una sua intervista letta tanto tempo fa su un giornale in cui faceva capire che non era molto fedele alla compagna che aveva in quel momento... Sincero perché proprio in quel periodo lo incontrai casualmente in Via Veneto, dove passavo in fretta per qualche commissione in zona, che passeggiava vestito con un cappotto color cammello dando il braccio a una ragazza molto bella con una costosa  e vistosa pelliccia dai colori rossicci sfumati: lei era molto più giovane di lui e truccata sapientemente. Capii subito dall'atteggiamento che rapporto c'era fra i due.
Qualche tempo dopo vidi la ragazza in televisione: faceva la giornalista...     

Onore al Sindaco di Albano Laziale

Sit in di protesta ad Albano: "Portatelo in discarica"

Il sindaco di Albano: "La bara di Priebke non passa". Ma il prefetto annulla il divieto

Il sindaco Marini firma un'ordinanza per vietare il passaggio della salma, Pecoraro risponde con una contrordinanza con cui revoca il divieto. La salma di Priebke lascia il Gemelli ma i cittadini protestano davanti alla Chiesa. Le esequie previste per le 17.30

In arrivo un treno di neonazisti
Intanto è allarme ad Albano: alle autorità comunali di sicurezza è arrivata la notizia  che è in arrivo un treno regionale a bordo del quale sono segnalati numerosi neonazisti, accorsi presumibilmente a "onorare" l'ex capitano delle SS durante il rito alla confraternita San Pio X. "Siamo molto preoccupati per l'ordine pubblico", riferiscono dal Comune.

Il municipio: siamo sconcertati
"Siamo sconcertati, nessuno ci ha comunicato niente, né la Prefettura né altri organi preposti alla sicurezza". Così il portavoce di Nicola Marini, sindaco di Albano Laziale, commenta la notizia dei funerali di Erich Priebke che si terranno nel pomeriggio proprio nella cittadina alle porte di Roma. "Ci troviamo a gestire una problematica all'improvviso - spiegano dal municipio - con evidenti problemi di ordine pubblico. La Questura ci ha assicurati che sarà una cosa breve e in massima sicurezza, e che tutto è già predisposto, ma il Comune avrebbe preferito essere informato per tempo". 

A me era venuto in mente "bruciatelo in un forno crematorio", ma quella detta dalla gente del sit in di protesta è migliore.
Nel forno crematorio in fondo va tanta gente perbene morta che preferisce questo tipo di esequie e non è certo come i forni crematori in cui i compagni di "ideali" del mostro MAI pentito mettevano le povere persone che, senza motivo e colpa, avevano sequestrato e rinchiuso nei campi di sterminio.

Straricchi a spese nostre

Da: Libero.it

IL CASO

La Rai dice no a Crozza, 25 milioni sono troppi anche per la Tv di Stato

Il maxi-contratto per l'arrivo del comico da La7 sembrava cosa fatta. Ma le polemiche hanno spinto viale Mazzini alla marcia indietro

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Brunetta-Fazio, scintille sul compenso Rai

A "Che tempo che fa" scintille tra il capogruppo Pdl e il conduttore

Scintille tra Renato Brunetta e Fabio Fazio sugli stipendi dei conduttori Rai durante l'intervista del capogruppo Pdl alla trasmissione 'Che tempo che fa'. Mentre stava rispondendo a una domanda su Alitalia, il capogruppo Pdl alla Camera ha buttato la' una frase proprio sui compensi di Fazio: "si leggono tante cose anche sui 5 milioni del suo contratto, meritati eh...". "Non posso dire se ho un contratto di cinque milioni, perche' il contratto me lo impedisce" ha ribattuto secco Fazio dopo aver anche assicurato: "io pero' faccio guadagnare la mia azienda. Sono contentissimo di restituire il 50% in tasse e non ho nessuna denuncia fiscale".  Brunetta nelle scorse settimane aveva presentato diverse interrogazioni per chiedere di rendere pubblici i compensi, tra l'altro, del conduttore della trasmissione di Rai tre, oltre che di Luciana Littizzetto e di Roberto Benigni. Le parole con cui Fazio ha risposto a Brunetta sono state sottolineate da un applauso del pubblico e il capogruppo ha immediatamente notato: "mi aveva detto che il pubblico non sarebbe stato di parte". "Il pubblico sperava che non arrivassimo a questo punto - ha risposto Fazio - Io parlavo di Alitalia con un economista". Brunetta ha ricordato che il discorso e' passato da Alitalia alla Rai, che sono due asset del Paese che non vanno depauperati ma difesi. "Mi preme dire al pubblico che questo programma sia interamente pagato dalla pubblicita'" ha sottolineato Fazio. "Non e' proprio cosi'" ha replicato Brunetta, che ha affermato che "la trasparenza, che ho chiesto a Gubitosi, serve proprio a questo". "Spero che i miei compensi vengano pubblicati. Io sono in Rai da trent'anni" ha detto Fazio. "E io sono italiano da 63" ha ribattuto Brunetta, e dopo una domanda di economia l'intervista e' terminata con una stretta di mano e un freddo "Buona sera".

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LA TV COI NOSTRI SOLDI

Stipendi Rai, esposto del Codacons sul compenso di Fabio Fazio

L'associazione consumatori segue la linea-Brunetta: "Il conduttore di Che tempo che fa è pagato col canone, dobbiamo sapere quanto"

"Non posso dirle quanto guadagno, sono tenuto a un accordo di riservatezza". Sperava di cavarsela così Fabio Fazio incalzato, domenica sera, da Renato Brunetta nel salotto di Che tempo che fa. E invece no: il Codacons vuole vederci chiaro e chiede limpidezza. I consumatori e gli utenti radiotelevisivi hanno presentato un esposto allaCorte dei Conti contro la Rai ed hanno chiesto all'Agenzia delle Entrate di accedere ai contratti per "scoprire" quanto, alla fine, Fazio si mette in tasca ogni anno. Non solo lui nel mirino: le associazioni hanno chiesto di far luce anche sui compensi di Luciana Littizzetto eRoberto Benigni. Vere star della tv che costano tanti soldi. 
Trasparenza - In una nota le due associazioni garantiscono che "non appena avremo questi dati sarà nostra cura divulgarli allo scopo di garantire massima trasparenza ai teleutenti". Più o meno proprio quello che chiedeva ieri Brunetta e che Fazio ha glissato con classe. Adesso tutto sarà portato alla luce del sole perché la Rai è azienda di Stato e ci vuole, appunto, chiarezza su ogni scelta di Viale Mazzini: "quanto dichiarato da Fazio ieri è assolutamente assurdo e falso - dicono le associazioni in difesa dei consumatori - nessuno può impedire per contratto di rendere pubblici i compensi, soprattutto se chi riceve il cachet decide di dare comunicazione di quanto percepito".
Canone - Brunetta, all'indomani dell'animata discussione con Fazio, ha scritto una lettera a Dagospia per spiegare le ragioni della sua provocazione: in poche parole, il capogruppo Pdl alla Camera voleva far emergere le cifre del nuovo contratto del re della domenica chic di Rai3, perché quello che Fazio si mette in tasca è frutto del canone. Sulla stessa lunghezza d'onda, poi, anche l'Aduc: "Sapere come funziona il canone - scrive in una nota - dove finiscono le tasse dei cittadini è un dovere che la Rai non rispetta, nonostante glielo imponga la legge". Sono tutti in attesa, ora, della Corte dei Conti. Fazio compreso.

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Chi mi legge sa che non ho mai votato PdL, dunque quando do ragione su alcuni aspetti a Berlusconi e compagni lo faccio nel merito delle cose perché quello che odio di più è il pensiero di parte! 

Qui si parla di compensi a botte di milioni di euro quando si pretende di fare "informazione di sinistra", cioè dalla parte delle classi più povere!
IPOCRISIA!!!
Fazio o Crozza non cambia. Come Santoro. Tutti "uomini di sinistra" che i gonzi applaudono senza pensare che si riempiono le tasche in modo indecente grazie ai loro applausi.
E' giusto essere ben pagati se si fa ascolto: super super pagati no!!!
E' indecente, oltre che ipocrita, quando si parla in un certo modo delle difficoltà che la gente, spremuta da tutte le parti, deve affrontare ogni giorno.
Nel parlarne o farne satira si riempiono le tasche diventando miliardari.
Delinquente o meno Berlusconi almeno fa lavorare qualche migliaio di persone a Mediaset.
Sito WEB per questa immagine: cinema-tv.guidone.it
Ma Fazio dice: "Mi preme dire al pubblico che questo programma sia interamente pagato dalla pubblicita'". Brunetta lo mette in dubbio e dice che vuole vedere il contratto.
Ma al di là di questo vorrei far notare a chi mi legge due cose:
1) perché pur pagando un canone (costretti da una legge ingiusta secondo me) dobbiamo essere bombardati da interruzioni continue dei programmi con inserti pubblicitari ossessionanti?
2) ho ancora buona memoria da ricordare che, alcuni anni fa, si contestava alle TV private (soprattutto Mediaset) l'interruzione con spot pubblicitari "delle opere d'arte", cioè films ecc. ecc.

Poi, a poco a poco, la RAI fa uguale e peggio!
Perché? Per pagare milioni di EURO a Fazio e compagni?
Per questi cachet io e tutti quelli come me dobbiamo sorbettarci l'ossessionante pubblicità?!
Dunque sempre noi lo paghiamo il Fazio: con il nostro fastidio!

Non posso non pensare, e l'ho già scritto da qualche parte su questo blog in passato, che Mediaset non incassa il mio canone e dunque vive di pubblicità. Ma la RAI mi impone un pagamento anche se io non la vedo o la ricevo malissimo: dunque perché se decido di seguire qualcosa debbo essere bombardata da interruzioni pubblicitarie, anche delle "opere d'arte", che ipocritamente venivano  contestate se lo faceva Mediaset?

Infine pubblico questa lettera (vera? Non lo so) trovata sul sito losai.eu
Gentile signora Littizzetto,
ho 81 anni, ho lavorato nei campi da quando ne avevo dieci anni e sono andata in pensione quando ne avevo 60, oggi percepisco una pensione di 478,00 euro al mese. Grazie a Dio ho un fazzoletto di terra dove ancora oggi coltivo un piccolo orto, zappando la terra come si faceva una volta, riesco a racimolarci ben poco: qualche cipolla, qualche patata, un po’ di insalata….. ho difficoltà a salire le scale perchè la vita dura dei campi mi ha massacrato la schiena, dovrei fare delle terapie, ma dovrei pagarle perchè il servizio sanitario nazionale non le passa, dovrei prendere degli integratori alimentari che costano sui trenta euro per 15 giorni di cura, ma come può immaginare non posso curarmi, perchè con 478 euro ci devo pagare la luce, il riscaldamento e il ticket per i farmaci che devo prendere per il mio cuore (circa 15 euro ogni 15 giorni). Non esco quasi mai da casa, perchè abito in campagna a 6 km dal paese e ora c’è la neve e la mia compagnia è spesso la Televisione. Mi hanno detto che lei prende circa 5 mila eurto al giorno per andare a dire qualcosa su rai tre.. così l’altra sera ho guardato il programma di Fazio per sentire le cose che avrebbe detto. Pensavo che per prendere 5 mila euro al giorno dicesse cose importanti… e invece l’ho sentita dire solo parolacce e insultare Silvio Berlusconi che io ho votato, perchè grazie a lui la mia pensione oggi è di 478,00 euro, altrimenti sarebbe stata mi pare di 387,00. Adesso dovrò pagare il canone RAI, sui cento euro….. Ora le chiedo, perchè dovrei pagare alla RAI oltre cento euro per sentire le sue parolacce? Con cento euro potrei farci 4 cicli di terapia per le mie ginocchie! Lei se la prende con le escort, con Ruby etc…. ma lei non è diversa da loro, visto che guadagna 5 mila euro al giorno per tenere in bocca solo il ca…. e il turpiloquio! E’ comodo far finta di stare dalla parte dei poveri, far la parte delle verginelle, quando si prendono 5 mila euro al giorno facendo la escort del turpiloquio! Io sono una contadina vera, io sono una povera vera, io sono un’ignorante vera, ma le parolacce non le ho mai dette e non accetto che lei venga pagata anche con i miei soldi per dirle in  RAI. Vada a dirle in un teatro dove solo chi vuole sentirle possa venire ad ascoltarla e si faccia pagare da quelli che vogliono sentirla, non da me che devo vivere con 478 euro al mese ad 81 anni! Grazie e scusi per il disturbo! -

http://www.losai.eu/lettera-aperta-a-luciana-littizzetto-da-una-signora-di-81anni/#sthash.x4lNPpqv.dpuf

lunedì 14 ottobre 2013

Economia: tutto e il contrario di tutto?



Nobel: premio a Fama e Shiller, su Twitter si scatena l'incredulita'

ultimo aggiornamento: 14 ottobre, ore 16:35  
Roma, 14 ott. - (Adnkronos) - Nessuno si azzarda a contestare la validita' delle scelte di Stoccolma, ma di sicuro l'assegnazione - nello stesso anno - del Nobel per l'economia a Eugene Fama e Robert Shiller (oltre che a Lars Peter Hansen) ha scatenato - soprattutto su Twitter - un'ondata di commenti di incredulità, vista la distanza delle rispettive posizioni. Esemplare il giudizio di Paul De Grauwe, economista belga, consigliere del presidente della Commissione Josè Manuel Barroso: "Il Nobel a Fama che ha spinto milioni di persone a credere nell'efficienza dei mercati finanziari e a Shiller, che ha mostrato il contrario. Che contraddizione".

E' laconico invece l'economista tedesco Helmut Reisen che osserva come "Fama e Shiller sono simili come l'acqua e il fuoco: l'efficienza dei mercati finanziari contro l'esuberanza irrazionale" (titolo di uno dei piu' celebri lavori di Shiller).

Ironico l'analista inglese Deon Gouws che osserva come "se si analizza il loro lavoro, i nomi di Fama e Shiller non sarebbero stati mai usati nella stessa frase. Fino a oggi, quando improvvisamente hanno condiviso il Nobel". Non da meno un consulente americano, Dan Alpert, che osserva come Robert Shiller "probabilmente e' contento di condividere il lavoro con Fama. Senza la teoria sull'efficienza dei mercati (di Fama, ndr) Bob non avrebbe avuto cosi' tanto da confutare"

La Scienza vera è la Fisica. Posso accettare la definizione di Scienza anche per la Chimica, in cui i fenomeni sono controllabili e ripetibili. Aggiungerei anche la Biologia, a cui si può dare la definizione di Scienza in quanto anche qui i fenomeni sono osservabili, ma mi fermerei qui. La Matematica è un metodo che può essere applicato a tutto, non so neppure se si possa definire Scienza. Ma tutto il resto che ormai è uso comune chiamare Scienza, scienza invero non lo è.
La cosa più risibile è Scienze della Comunicazione! Quali sono i fenomeni naturali verificabili provando e riprovando? Quali le certezze assolute perché un insieme di informazioni si possa chiamare Scienza?!!
Si tratta di studi su fenomeni oggettivi a volte ripetibili a volte no...
Si tratta di dati statistici, di metodologie che vogliono dimostrare qualcosa, a volte riuscendoci a volte no.
La Scienza vera può anche basarsi sulla teoria matematica, ma sarà valida solo quando il dato sperimentale ed il fenomeno verificabile e ripetitivo daranno ragione ai calcoli matematici.
In Economia le teorie confliggono a quanto pare. Si può dire tutto e il contrario di tutto! 

domenica 13 ottobre 2013

Matteo Renzi santo subito!!

Da: La Stampa

Indulto e amnistia, bufera su Renzi
Il sindaco sfida l’ira dei ministri Pd
“Non attacco il Colle, dico cosa penso”


E lo dice bene! Mio marito ed io abbiamo seguito tutta l'intervista fattagli dall'antipaticissima Annunziata che ha tentato in ogni modo di fargli dire quello che voleva lei, ma il "Renzino" ha fermamente tenuto a chiarire il suo pensiero che lei, volutamente, distorceva.
A noi è andato bene tutto quello che ha detto. Lo condividiamo.
Per lui votammo alle primarie del PD e mio marito, evento storico perché non votava più da anni, ha pure votato per il PD, anche se Renzi aveva perso.
Io no. E se continuano a metterlo all'angolo non voterò mai per il PD, giacché molte cose che dice il Movimento 5 Stelle mi stanno bene.
Il PD dei Veltroni, che si preoccupava del Festival del Cinema ma non dei rifiuti di Roma pur essendo già allora Malagrotta non più a normativa CEE, il PD dei saccenti D'Alema che si crede chissacchì e si è dimenticato di quando andava con l'eschimo a tirare derrate marce "ai ricchi" che uscivano dalla Bussola di Viareggio, il PD che tira dentro al partito arrivisti che hanno fatto il giro dei partiti pur di avere un seggio nel Consiglio Comunale di Roma e lo ottengono grazie a loro, arrivisti che si fanno largo pagando caffè a tutti e poi chiedendo favori a tutti, quando non soldi... Non dico che il PD sta a livello di Di Pietro, ma poco ci manca.
Fanno la guerra a Renzi? Si vede che loro pensano in modo diverso da quello che dice lui: ma a noi piacciono la sua pulizia ed il suo buonsenso. Dicono cose false quando dicono che le dice ora queste cose per opportunismo: si documentassero perché le diceva pure prima. I tagli agli emolumenti degli eletti in Italia li voleva e lo diceva già nel 2011, tanto che io l'ho pubblicato con tale data prendendolo dai giornali.
Infine Emma Bonino: andai in piazza quando la volevo Presidente di Regione al posto dell'inqualificabile Polverini, ma adesso la vedo giù di tono come Ministro degli Esteri. Forse è l'immobilismo di questo governo che contagia anche gli Esteri? I marò hanno delle famiglie che li aspettano qua: che sta facendo? Per gli immigrati, a parte la Siria a cui deve pensare l'ONU, sta prendendo accordi con i Paesi da cui provengono in modo che possano vivere là umanamente? Ci sta provando?
C'è tanto da fare Emma! Perciò lascia stare Matteo che a noi, anziani, la gioventù ci piace!
"Matteo, ma che vonno questi? L'Italia che vogliamo noi è come la vuoi cambiare tu"

Fanno resistenza a togliersi i "LORO" diritti acquisiti

Da: L'Espresso

L'INTERVISTA




Di Maio: 'Abolire i vitalizi ai parlamentari'

E' la proposta choc del deputato Cinque Stelle, vicepresidente della Camera. Per "quello che succede all’interno delle istituzioni con quello che accade fuori, tra i cittadini". E pure sugli stipendi, dice, bisogna tagliare

di Primo Di Nicola 11 ottobre 2013


Luigi Di Maio al centro della foto
I vitalizi dei parlamentari? Una «ingiustizia sociale» da abolire. Il trattamento economico dei deputati e senatori? Da dimezzare, con tutte le spese da documentare e da mettere on line sui siti di Camera e Senato.
Il livello dei vitalizi elargiti da Montecitorio e Palazzo Madama agli ex parlamentari, pubblicati su “l'Espresso” della scorsa settimana e disponibili nella banca dati on line del nostro sito, non sono piaciuti a Luigi Di Maio, vicepresidente della Camera. E per questo, senza peli sulla lingua, tenendo anche conto delle difficoltà dei cittadini e dei conti pubblici, l'esponente del Movimento 5 Stelle chiede che vengano aboliti immediatamente, non solo per i parlamentari in carica e per quelli che verranno, ma anche per coloro che li riscuotono da anni e, in certi casi, da decenni.

Di Maio ha pochi riguardi anche davanti alla principale obiezione che è stata avanzata contro l'idea dell'abolizione dei trattamenti pensionistici degli onorevoli: quella dei “diritti acquisiti”, intoccabili per taluni, a cominciare dall'ex presidente della Camera Gianfranco Fini che, nella scorsa legislatura, affrontò il tema. «Camera e Senato», spiega Di Maio nell'intervista a “l'Espresso” disponibile sul video che potete vedere in questa pagina, hanno «un’ottima avvocatura» in grado di «battersi contro gli eventuali ricorsi».


E non basta: l'esponente del M5S mette sotto accusa anche le lentezze con le quali i vertici di Montecitorio, a cominciare dall'Ufficio di presidenza competente sulla materia, stanno affrontando la questione. Il suo è un vero e proprio j'accuse: sono passati mesi, dice, da quando i parlamentari di Grillo hanno chiesto ai vertici della Camera di affontare la questione. Risultati? Per ora, nessuno.

Presidente Di Maio, lei chiede l’abolizione dei vitalizi. Perché?
Penso che oggi il dovere delle istituzioni sia quello di allineare quello che succede all’interno delle istituzioni con quello che accade fuori, tra i cittadini. Non c'è un cittadino italiano che dopo tre, quattro anni maturi una pensione o un vitalizio. Tantomeno ci deve essere un parlamentare che può farlo in questo particolare momento economico. Dobbiamo raggiungere questo obiettivo, non possiamo più utilizzare la scusa dei diritti acquisiti per non abolire i vitalizi. Dobbiamo fare in modo che questa ingiustizia sociale cessi.

Riconoscerà, però, che quella dei diritti acquisiti è una questione seria.
Credo che Camera e Senato abbiano un’ottima avvocatura per battersi contro gli eventuali ricorsi. Noi dobbiamo dare un segnale, eliminarli, come hanno già fatto alcuni Consigli regionali. Dobbiamo abolire tutti i vitalizi, anche per i parlamentari futuri. Dallo scorso anno siamo passati dal sistema retributivo al contributivo, è un passo avanti, ma non basta. Ripeto, sono una grave forma di ingiustizia sociale.

Ci sono polemiche anche sul trattamento complessivo dei parlamentari. Ecco, sulle altre voci della retribuzione degli onorevoli, che cosa pensate di fare?
Visto che in Europa si prende sempre la Germania a modello, abbiamo fatto un semplice calcolo. Abbiamo scoperto che un parlamentare tedesco guadagna quasi quanto un parlamentare italiano. Ma il reddito medio di un cittadino tedesco è il doppio di quello di un cittadino italiano. Bene: a questo punto prendiamo lo stipendio di un parlamentare italiano e dividiamolo per due. In questo modo abbiamo ridotto del 50 per cento il trattamento economico di deputati e senatori.

E le singole voci della retribuzione, dall'indennità alla diaria, dalle spese per l'assistente a quelle telefoniche? Come pensate di intervenire?
Tutti i rimborsi devono diventare un’unica voce di spesa alla quale si accede solo se si presenta fattura. Tutte le rendicontazioni vanno pubblicate online sul sito di Camera e Senato. Questa proposta, solo questa proposta, vale alla Camera 42 milioni di euro di risparmi e 50 milioni di euro al Senato. Cioè quanto i partiti hanno intascato di rimborsi elettorali al luglio del 2013.

Un’idea forte, ma come è stata accolta dall’ufficio di presidenza della Camera che ha i poteri per intervenire su questa materia?
Appena siamo arrivati a Montecitorio abbiamo presentato una proposta all'ufficio di presidenza. Ci risposero che i deputati-questori avrebbero fatto un'istruttoria dopo la quale si sarebbe proceduto a modificare il trattamento economico. Questa cosa è successa prima dell’elezione del presidente della Repubblica, adesso siamo a ottobre e non abbiamo più avuto notizie. Come è noto, un tacchino non anticipa mai il giorno del ringraziamento e anche questo è il caso. Però voglio far notare ai colleghi parlamentari e ai cittadini che c’è una forza politica che, al di là delle leggi e dei regolamenti in vigore, si è già ridotto drasticamente il trattamento economico: è il Movimento 5 Stelle. Noi, tanto per essere chiari, già ci riduciamo per metà l’indennità, rinunciamo ai rimborsi elettorali, rendicontiamo tutti i rimborsi spese. Per questo chiediamo che questa benedetta istruttoria finisca e che venga presentata all'Ufficio di presidenza della Camera in modo da procedere subito alla modifica del trattamento economico dei deputati.
Su questo argomento Da questo blog:

domenica 11 dicembre 2011 Argomento caldo, anzi caldissimo!

Da: Il Tempo.it Alberto Di Majo 11/12/2011

Niente tagli alla Casta,  Rivolta degli onorevoli

.....Sì ai tagli anche dall'ex ministro Gelmini (Pdl) e dall'esponente Pd Matteo Renzi, che si sfoga su twitter: «È stato superato il senso del pudore»
Sarà per questo che Matteo Renzi trova tante resistenze all'interno del suo PD?

mercoledì 4 aprile 2012 Aspetta e spera cittadino/suddito!

Da: Il Giornale.it : Tagliare gli stipendi ai politici è una missione impossibile La Commissione si arrende

La Commissione Giovannini, creata per livellare gli stipendi dei parlamentari a quelli europei, getta la spugna: "Impossibile produrre risultati attesi"

Però detta Commissione è stata pagata e Giovannini ,(Presidente dell'ISTAT!!), è stato premiato per questa sua incapacità con una poltrona di Ministro!! 

lunedì 17 settembre 2012 Tante iniziative, nessun risultato

venerdì 8 febbraio 2013 I "Diritti acquisiti", violati per il popolo, possono essere CAMBIATI anche per la CASTA

lunedì 4 marzo 2013 Poveri ricchi! Come faranno a campare?






Vajont

Avevo 17 anni quando arrivò la terribile notizia.
Soffrii molto, come sempre di fronte alle vittime dell'ingiustizia.
Stamane, su Rete4 Mediaset, ho visto il film documentario sul Vajont ed ho cominciato ad avere un dolore fisico in mezzo al petto, ma ho voluto vederlo fino alla fine.
Avevo visto anni fa il film inchiesta, molto bello e vero, che ricostruisce le colpe su questo genocidio orribile, ma il film documentario è un'altra cosa.
Sentire i racconti dalle parole dei superstiti, vedere le immagini dei cadaveri spogliati dall'acqua, irrigiditi dalla morte, coperti di fango che li fanno somigliare a delle statue umane, è diverso.
Vedere i poveri uomini costretti al trauma dello scavo e del recupero dei corpi, sentire che vomitavano e non volevano mangiare, vedere giovani soldati seduti sfiniti con il volto fra le mani, dà la misura dell'orrore della tragedia provocata dalla cupidigia di alcuni, con la copertura dei soliti politici che potevano evitarla usando il loro potere, ma non l'hanno fatto.


Se oggi stiamo in mezzo a mille mali della politica dobbiamo ricordarci in mano a chi stavamo nel 1963.

Il Presidente del Consiglio, Giovanni Leone, non andò sul luogo dell'orrore provocato dall'uomo il giorno dopo, ma una settimana dopo: con calma.
Un superstite racconta che promise Giustizia, come la povera gente traumatizzata chiedeva.
Nel 1969 egli, come avvocato penalista, difendeva in tribunale coloro che quel disastro annunciato avevano provocato.


Parliamo dei nazisti. E questi cosa erano?



La gente che non ha studiato e che per questo è più vicina alla natura, all'osservazione senza sovrastrutture della realtà, lo diceva che il monte franava e gli aveva dato addirittura un nome che lo definiva...

I geologi invece hanno firmato che lì la diga si poteva fare.


Il dramma non passa mai per chi è stato colpito. Non può passare. E si sente nei racconti di chi è rimasto: la gola chiusa, le interruzioni per contenere le lacrime, il racconto della ferita nella psiche che sono andati tutti a curare dagli psicologi, gli incubi che ancora ci sono al posto dei sogni...



Come al solito i colpevoli non hanno pagato come dovevano. Forse anche grazie ai loro bravi avvocati che, come Leone, promise Giustizia ai superstiti come Capo del Governo per poi difendere chi aveva la colpa di quell'orrore.

Se mi chiedo che psicologia poteva avere un Priebke, mi chiedo anche che uomo può essere stato uno che riesce ad agire così.

Molti anni fa, di ritorno in treno da un viaggio in Sicilia, ci trovammo nello stesso scompartimento con uno strano personaggio: un uomo anziano che aveva una gran voglia di parlare.
Ci disse che era stato direttore di banca e che fu mandato dalla sua Banca, ne disse anche il nome che non ricordo più,  a recuperare la cassaforte di una filiale che era stata investita "dall'enorme cucchiaio di acqua fuoriuscita dall'invaso del Vajont", disse proprio così: "cucchiaio", lo ricordo perché mi colpì l'espressione, che accompagnò con un gesto della mano, che descriveva bene l'orrore di quanto era avvenuto.
Si dilungò nei particolari di quello che aveva visto, disse che non era stato mandato da solo ma accompagnato da un sottoposto... Disse che la cassaforte con il suo prezioso contenuto non fu mai ritrovata.  
  La gente di Longarone aveva paura di questa diga che era stata costruita sopra la loro testa: ma a chi aveva il potere in mano non gliene è importato niente. 

sabato 12 ottobre 2013

Rimandatelo in Germania!!

Da: RAI News24

Vicariato: non in chiesa. Marino: no a funerali solenni

Priebke, è scontro sui funerali a Roma

L'ex capitano delle SS, morto all'età di 100 anni, era stato condannato all'ergastolo per aver partecipato alla pianificazione e alla realizzazione dell'eccidio delle Fosse Ardeatine. Nell'ultima intervista choc aveva detto: "L'Olocausto? Propaganda"

Una scritta sotto casa di Erik Priebke a Roma
Roma, 12 Ottobre 2013
Si svolgeranno a Roma, probabilmente martedì, i funerali di Erich Priebke, l'ex ufficiale delle SS morto nella capitale all'età di 100 anni. La cerimonia funebre sarà celebrata in una chiesa del centro della Capitale. Lo ha riferito Paolo Giachini, avvocato di Priebke. Il sindaco capitolino, Ignazio Marino, ricordando "che Roma è una città antinazifascista", ha fatto sapere che in accordo con Prefettura e Questura "vieterà qualsiasi forma di celebrazione in forma solenne" dei funerali di Priebke. Il Vicariato inoltre sottolinea che non sono previste esequie in una chiesa romana, smentendo così quanto dichiarato dal legale dell'ex SS.
Anniversario della deportazione degli ebrei
Se saranno confermati, i funerali dell'SS Erich Priebke si svolgeranno alla vigilia dell'anniversario della deportazione degli ebrei dal Ghetto di Roma, avvenuta il 16 ottobre 1943. Quest'anno è il 70esimo anniversario della razzia.
L'Argentina aveva rifiutato la salma
Il ministro degli esteri dell'Argentina Hector Timerman aveva dato ordine "di respingere ogni procedura che possa permettere l'ingresso nel paese del corpo del criminale Erich Priebke". Lo aveva reso noto il ministero, precisando che "gli argentini non accettano questo tipo di offese alla dignità dell'uomo". Priebke voleva essere sepolto accanto alla moglie a Bariloche, nella città argentina dove si era rifugiato anni fa.

Che il suo solerte avvocato lo riporti in Germania e che abbiano la decenza di fargli lì il funerale.

Anche l'Argentina che, evidentemente con governanti diversi da quelli di oggi, lo aveva accolto e protetto consentendogli di sottrarsi alla Giustizia, non lo vuole.

Non è civiltà imporcelo anche da morto, dopo una detenzione comoda, prima in convento a Frascati dove ebbe sede l'alto comando tedesco, poi ai domiciliari!

Dalla Germania è venuto ad uccidere e nella Germania torni!
Oggi non è più "quella Germania" ma è pur sempre la sua patria.

Per un malinteso senso ipocrita di civiltà si stanno calpestando i morti innocenti e coloro che quel dolore non lo hanno dimenticato mai.

Basta! Anche perché menti criminali ed imbecilli hanno la follia di esaltare un simile essere e quello che rappresenta: vedasi le scritte orribili come quella riportata in foto!

venerdì 11 ottobre 2013

E' morto un mostro

Pacifici: farà i conti con gli angeli delle fosse Ardeatine "Esistono delle certezze nella religione. Quelli delle Fosse Ardeatine sono degli angeli e si occuperanno di lui per l'eternità. Priebke farà i conti con loro nell'altro mondo". Così il Presidente della Comunità ebraica di Roma Riccardo Pacifici sulla morte di Erich Priebke.- "E' difficile provare emozione di fronte alla morte di un criminale -continua Pacifici- un soggetto che nell'arco della sua vita, e qui rimane l'amarezza, non ha mai mostrato nessun momento di cedimento e non ha mai confessato i suoi peccati di gioventù. Non si è mai pentito delle azioni criminali, non ha mai avuto pietà per le sue vittime e neanche per i loro familiari". "Io personalmente oggi non riesco né a ridere né a piangere", conclude Pacifici.
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Pacifici è un ebreo credente e ammiro la sua fede.
Io sono una cattolica non più credente e penso, come molti, che questo mostro orgoglioso e mai pentito è stato molto fortunato. Ha avuto una lunga vita, in salute ed è morto lucido e senza soffrire più di tanto.
Se volevo una prova in più che non c'è nessun Essere Invisibile che si occupi della Specie Umana è arrivata.




Notate l'ombrello a terra...
Erano uomini... l'hanno ridotti così 
Gli assassini hanno fatto saltare la cava per nascondere il loro delitto


Grillo-Casaleggio accusati di fascismo-razzismo




Il grandissimo Giorgio Gaber insegna...
La gente ha scarsa memoria e riflette poco. Pensa sull'onda del momento senza considerare l'insieme, così hanno iniziato a dire che Grillo è fascista e razzista!
Secondo il mio modesto parere non di fascismo, di razzismo e di "pensiero di destra" si tratta, bensì di semplicissimo buonsenso.
Da troppi anni si tende ad attribuire ogni pensiero espresso senza opportunistica ipocrisia come una presa di posizione o di sinistra o di destra.
Non vi è nulla di disumano ed egoista in quello che ha espresso sul suo blog ieri, firmandolo con Gianroberto Casaleggio.
Ho scritto più volte che non condivido tutto quello che dice Grillo, ho mosso anch'io delle critiche su certe sue prese di posizione e uscite, però in questo caso per me ha ragione ed ho spiegato il perché in un mio post precedente.
Nella trasmissione Agorà di RAI3 lo schieratissimo conduttore ha la pessima abitudine di dare sulla voce alle persone dopo aver posto loro una domanda, tanto che verrebbe da dirgli: "Allora risponditi da solo. Che me lo hai chiesto "a fà"?" In particolare lo fa ai leghisti e a quelli del Movimento 5 Stelle. Ma oggi il controllo sull'informazione, che vorrebbe far passare purgata della verità, gli è sfuggita su un aspetto della deprecata Legge Bossi-Fini: il giovane leghista intervistato è riuscito a dire la verità su un particolare della Legge, quello del reato che commetterebbero i pescatori se tirano su i clandestini. Nei giorni scorsi i telegiornali avevano dato frammenti di informazione su pescatori che sarebbero stati denunciati per aver tirato in barca clandestini in mare... Mi era sembrato stranissimo (ma chissà quanti non hanno riflettuto su questo) che una legge potesse prevedere una punizione per qualcosa che è una legge del mare e che, credo, sia addirittura scritto nella Costituzione: l'obbligo di soccorrere i naufraghi!
Infatti il giovane leghista è riuscito a dire che è una menzogna che la Bossi-Fini preveda il reato per quei pescatori o altro che fanno salire in barca i clandestini in pericolo in mare... Non sta scritto assolutamente nella Legge ha detto. A questo punto, suo malgrado, il conduttore, Gerardo Greco, ha dovuto ammettere (sfumando un po' confusamente la frase in modo che i più disattenti non ne cogliessero il significato) che è vero quello che diceva il giovane rappresentante della Lega Nord, ma che "a volte c'erano stati degli errori nelle indagini".
Cosa vuol dire questo?  Vuol dire che, per individuare chi traghetta criminalmente i disperati, possono a volte essere finiti sotto inchiesta pescatori che l'avevano fatto per pura umanità e non perché d'accordo con i criminali. Insomma hanno dovuto dimostrare che non erano una staffetta prezzolata di prelevamento dei migranti.
Ecco la verità: quella verità che basta eludere l'informazione, tagliarla delle dovute spiegazioni, perché non si capisca a fondo.
Nessuna Legge è perfetta, ma perfettibile.
Personalmente ritengo che il reato di clandestinità non può essere cancellato, sarebbe una vera follia e si tradurrebbe nella libera circolazione di chiunque in Italia, ma si può togliere la previsione del carcere, in modo da risolvere in parte l'altro problema assillante del sovraffollamento delle carceri. Una accoglienza temporanea poi un assorbimento da parte di quei Paesi dell'UE che abbiano bisogno di lavoratori. Per il resto, a meno che non si tratti di rifugiati, debbono essere rispediti nei Paesi di appartenenza.
Rimane il discorso dell'ONU che deve occuparsi di codesti Paesi e delle Nazioni che vendono loro le armi: ritengo queste ultime alla stessa stregua dei traghettatori di esseri umani.

Infine vorrei portare un'esperienza personale sul discorso razzismo che riguarda insospettabili italiani che votano a sinistra e che, a parole, non sono razzisti.
Nell'Agro Pontino, dove ho una casa, c'è una forte presenza di lavoratori agricoli indiani. Ora che ho messo in vendita questa casa la domanda frequente che mi fanno i possibili acquirenti è la seguente: "Ma ci sono vicino gli indiani?"
Rispondo che è inevitabile che ci siano: basta girare per le strade e li si vede ovunque, essendo la comunità numerosissima nel comune di Sabaudia. Poi mi arrabbio e dico la verità: "Chi dà fastidio sono gli italiani, perché parlano a voce alta, anche di sera tardi, fregandosene del prossimo, perché corrono con le loro auto dove non dovrebbero, perché gettano i rifiuti speciali in giro per non fare la fatica di chiamare la Ditta Sangalli che fa la raccolta differenziata.. Come so che i rifiuti sono degli italiani? Perché sono potature dei loro giardini, elettrodomestici, mobili ed altro delle loro case estive e in inverno non ci sono queste schifezze!"
A questo punto dicono compunti che loro non sono razzisti: per carità! "Però... gli indiani stendono i panni su fili tirati fra un sostegno e l'altro... non usano gli stendini..."
Dove abito abitualmente c'è una simpatica, civilissima signora, debbo dire dotata anche di ottimo buongusto, che ama stendere i suoi panni sullo steccato che delimita il suo vialetto, e non è indiana ma italianissima!