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mercoledì 2 novembre 2022

Superficialità - dalla Raccolta di Novelle Parentopoli

 http://www.ritacoltelleselibripoesie.com/2017/07/famiglie-allargate-dalla-raccolta-di.html


Superficialità

Questo racconto può dirsi una continuazione dei fatti riguardanti i personaggi della Novella "Famiglie Allargate" di cui sopra riporto il link.

Il marito della sorella di Sandra, la protagonista di tale novella,  in essa viene citato ma non ne abbiamo scritto il nome: Diego.

E' un bravo giovane che dopo la laurea ha cercato disperatamente un lavoro, trovandolo solo dopo un anno dalla laurea e a collaborazione coordinata e continuata. Uno di quei contratti i cui versamenti pensionistici si perdono nel calderone dell'INPS e mai ritorneranno nelle tasche del lavoratore, a meno che costui non metta altri soldi suoi versando migliaia di euro nella casse dell'italico carrozzone.

Ha continuato poi a cercare sempre di meglio, non senza sacrificio, cambiando tipo di lavoro, ambiente e mansioni con tutta la fatica di adattamento che questo comporta. La stessa cosa ha fatto la sua amata, la sorella di Sandra, Rita, più piccola di Sandra, anche lei come il marito con un laurea in Ingegneria Gestionale. Con l'aiuto della famiglia di Diego hanno potuto iniziare il loro matrimonio senza pagare un affitto avendo una piccola casa di proprietà.

Hanno lavorato molto, impegnatissimi, pronti al cambiamento, con sacrificio, sempre per migliorare. Rita è diversa da sua sorella, ha spirito di iniziativa, quello che a Sandra manca, infatti fu proprio Diego a stimolarla a cercare un nuovo lavoro, visto che lo Studio dove lavorava e in cui si era adagiata le dava un reddito basso. E nel nuovo studio aveva incontrato il titolare, che poi era diventato suo marito.

Ci sono fatti che non vediamo presi dall'affetto per una persona e Diego non vedeva che la consuetudine di pagare ogni tanto la pizza al ristorante ai genitori delle due sorelle, che offrivano a metà con Alessio, il ricco avvocato marito di Sandra, ai comuni suoceri, era comprensiva anche della presenza dei genitori di lui, Alessio, e la stessa Rita, molto legata  alla sorella, trovava tutto questo normale: i loro genitori e i suoceri di Sandra.

Ogni tanto capitava che i genitori di Diego volessero vederli e andavano a mangiare una pizza tutti e quattro insieme, ma il gesto di Diego di voler offrire la pizza ai suoi genitori veniva da questi fermamente rifiutato dicendo meravigliati: "Siamo noi che dobbiamo offrire a voi: siete giovani, lavorate tanto per costruirvi un avvenire; con tutti i figli ormai non più dipendenti dal nostro reddito siamo solo felici di offrirvi una pizza ogni tanto, lo facciamo anche con gli altri figli, non solo con voi."

Diego cedeva anche se malvolentieri, non potendo scontentare i suoi genitori, che usavano questo modo di essere con tutti i loro figli e lui non poteva dunque che  accettare la loro consuetudine. Però gli si accese una lampadina quando, per l'ennesima volta, Rita gli disse: "Sabato prossimo andiamo con i miei e i suoceri di Sandra a prendere la pizza da "Capriccio". Va bene?"

"Si, - rispose Diego - ma voglio chiedere ai miei genitori se vogliono venire anche loro." 

"Ah, si! - Fece Rita un po' sorpresa, ma poi rimosse il pensiero, che forse le si era affacciato, che qualcosa fino a quel momento era stato trascurato.

I genitori di Diego accettarono e furono accolti con grande simpatia dai genitori di Alessio che peraltro conoscevano già, dato che Sandra li aveva invitati più volte nella casa studio in cui viveva con Alessio, in affitto in un quartiere elegante. I due, un poco schivi, avevano declinato gli inviti ma una volta, in una ricorrenza che riuniva tutta la famiglia, erano andati.

Naturalmente in questo caso dovettero accettare che il conto lo pagassero Diego e Alessio anche per loro che preferivano sempre offrire ai loro figli per non gravare in alcun modo sui loro bilanci, sapendo quanto fosse difficile il mondo del lavoro in Italia, quanta fatica dovessero fare per far entrare uno stipendio.

Alessio sembra che avesse fatto tutto da solo nel costruire la sua fortuna economica, il grande giro di clienti facoltosi, dato che i suoi genitori avevano solo provveduto ai suoi studi come a quelli del fratello maggiore, il quale però con la laurea non aveva fatto granché e il suo reddito si basava su suo fratello a cui teneva la contabilità.

La madre di Diego era una osservatrice e una persona molto riflessiva e nei contatti con quella famiglia aveva saputo che il fratello di Alessio si permetteva di non stimare Sandra dal punto di vista professionale e aveva pensato: "Non valuta sé stesso? Se non ci fosse il fratello non avrebbe neppure un reddito fisso e sicuro, e si permette di disprezzare Sandra."

Ma aveva avvertito, da una frase del suocero, che anche lui non riteneva Sandra una persona capace, dato che l'aveva paragonata al padre, notoriamente uno che nella vita non aveva combinato né costruito niente. Insieme alla moglie Augusta avevano perso tutta la cospicua fortuna accumulata dal padre di lei. Ora, in vecchiaia, forse non avevano che una misera pensione non bastante per vivere. Non era un mistero, tanto è vero che, durante quella sera in pizzeria in cui erano presenti anche i genitori di Diego, Alessio con molta disinvoltura rivolto a Diego disse: "Ci penseremo noi, no Diego? Si metterà un po' per uno!"

I rispettivi suoceri tacquero. Diego non fece apparentemente una piega. I suoi genitori e quelli di Alessio neppure. Le due sorelle non fecero trapelare alcun pensiero dall'espressione del viso.

Quanta superficialità in codesto impegno da parte di Alessio.

Non molto tempo dopo egli informò Sandra che si era innamorato di un'altra donna e che intendeva andare a vivere con lei. Invitò poi Sandra a trovarsi un altro lavoro giacché non intendeva più tenerla come collaboratrice nel suo studio.

Tutto dimenticato: figuriamoci l'impegno a mantenere gli improvvidi genitori di Sandra in vecchiaia in tandem con Diego... 

Rimase dunque solo quest'ultimo con Rita ad avere questo incarico disinvoltamente preso da Alessio e altrettanto disinvoltamente dimenticato.

Sandra, improvvida come  i suoi genitori, si trovò senza reddito, a parte quello che il suo avvocato, da lei incaricato di curare la separazione legale, riuscì a farle avere dal marito fedifrago.

Sulle spalle di Diego e Rita, che tanto si erano sacrificati cambiando diversi lavori, rimasero i due vecchi.

martedì 5 luglio 2022

"Tre Amiche" - dalla Raccolta "Novelle Nuove"

 


Tre Amiche

 

La chiamò al telefono e lei capì dal leggero affanno e dal rumore di fondo che stava passeggiando come al solito sulla battigia.

“Sei sopravvissuta alla Pasqua?!” Le chiese con l’impeto che le era congeniale.

A Sara venne da ridere capendo a cosa si riferiva. Era da quando aveva 15 anni che Annabella la faceva ridere con il suo inguaribile umorismo.

“Si, - rispose divertita – sono sopravvissuta.”

“Ma sono venuti tutti da te?”

“Si, tutti.” Rispose ridendo. Annabella si riferiva ai figli di cui le due amiche a volte parlavano confidandosi i reciproci problemi e delusioni, fortunatamente non gravi, che potevano ricevere da loro.

“E sei contenta di aver faticato per loro per l’ennesima volta? Fare la spesa, portarla a casa, cucinare, apparecchiare la tavola , pulire prima, ripulire dopo..?!”

Sara capiva tutto quello che c’era dietro quell’elenco che la sua amica di una vita le illustrava. Sapeva bene quale era il succo e il senso: non sempre tutto questo veniva riconosciuto da tutti i figli… Ma nonostante qualche piccola delusione di cui era cosciente rispose: “Ma io li amo!”

“Hai sentito Micol! - Gridò nel microfono Annabella. – Lei li ama!”

E questa seconda parte della frase la gridò di gola, quasi a rimarcare la sua meraviglia a quella prevedibile motivazione e, nel contempo, Sara scoprì che, come accadeva spesso, la figlia l’accompagnava nella lunga passeggiata sulla spiaggia.

“Io li odio!” Proferì con rabbia e con violenza e Sara capì che l’amica era esasperata dal suono di gola con cui lo disse.

Annabella continuò lo sfogo camminando sulla spiaggia e coinvolgendo anche la figlia: “Odio questa cretina per le scelte che ha fatto, la odio!”

Sara conosceva la sua amica e i suoi sfoghi su tutto ciò che non le andava bene. D’altra parte anche lei aveva trovato ascolto e conforto a parlarle di tutte le cose amare che nel corso della sua vita aveva dovuto subire e sopportare. Conoscevano tutto l’una dell’altra. Ora, però, quella rabbia contro Micol le sembrava esagerata. Non giustificabile. E Sara sentì che non poteva fare come aveva sempre fatto, anche quando diceva cose sgradevoli per lei, che colpivano per l’insita gratuita insinuante cattiveria. Voleva bene alla sua amica nel suo insieme ma aveva parti del suo carattere, della sua personalità, che inducevano a doverla perdonare per poter continuare ad avere quel rapporto di amicizia.

Micol era sempre al suo fianco, l’accompagnava dappertutto, nelle frequenti visite mediche ed esami a cui si sottoponeva da una vita per la sua ipocondria, sopportava i suoi eccessi verbali contro tutti… Lei era la prima a dire che “Micol era una santa”.. Dunque cosa era mai questa rabbia improvvisa proprio contro di lei?

“Non dire queste cose davanti a Micol, – provò a dirle – proprio lei che è così buona, si occupa di tutto..”

La sua amica diceva infatti che ogni pratica amministrativa che riguardava la famiglia era sulle spalle di Micol, Annabella non interessandosi di nulla.

Quando Sara parlava di rogne o matasse da dipanare di cui si occupava per la sua casa, sia amministrative sia legali, oltre ai pagamenti di routine, Annabella le rispondeva che di quella materia lei non sapeva nulla: “Fa tutto Micol. Se ne occupa Micol.”

Proseguì nel suo sfogo spiegando con rabbia e frustrazione veementi cosa secondo lei sua figlia non aveva fatto ed avrebbe dovuto fare: “Ha lasciato quello che era ricco, bello, alto, con il padre importante per stare con quel nano, brutto e tirchio!”

Micol intervenne senza che Sara potesse sentirne la voce, se non lontana e non percepibile nel contenuto, ma la sua amica la informava continuando il suo sfogo parlando con entrambe: “Hai sentito cosa ha detto? No?! Dice che quello le faceva le corna! Ma tutti prima o poi ti fanno le corna!” Proferì strillando più forte.

Sara pensava che Annabella si era intromessa sempre troppo nella vita sentimentale dei suoi figli. E l’aveva consigliata tante volte di non interferire, tutt’al più consigliare, come aveva fatto lei con i suoi figli con molta cautela.

Ma Annabella era arrogante, pur essendo fragile emotivamente, incapace per sua stessa ammissione di valutare le persone, incapace a svolgere autonomamente una gran quantità di incombenze che la vita le metteva di fronte, deputando ad altri tali necessità, ella sparava a zero su tutti tranciando giudizi cattivi e negativi. Figli compresi.

Ma Sara non l’aveva mai sentita così. Nelle sue parole c’era una rabbia frustrata violenta. Aggiunse che odiava anche i figli maschi naturalmente, a maggior ragione perché non erano con lei così vicini come Micol, così attenti a tutti i suoi malesseri e malanni veri o presunti.

Rinfacciava a Micol occasioni perdute: “Poteva andare in Giappone!”  Ricordò con rabbia al cellulare l’occasione di uno stage di alcuni mesi, forse un anno, nel campo professionale di sua figlia.

Ma Micol aveva avuto timore di vivere lontano dal nido sicuro della famiglia, pur non essendo una famiglia serena dato lo scontro perenne fra i suoi genitori…

Occasioni perdute che ora la madre rabbiosamente le rinfacciava.

Sara non lo riteneva giusto, e provò a dirglielo, per il suo bene, come aveva sempre fatto in oltre mezzo secolo di amicizia. Con buonsenso e senza supponenza. Ma Annabella di botto le domandò: “Ma che tu hai telefonato a Brigitte?!” Il tono era  stranamente indagatore e sospettoso.

Sorpresa dalla domanda, dal tono e dal fatto che nulla c’entrava con il discorso rabbioso che stava facendo, Sara rispose comunque, abituata alle stranezze della sua amica e sempre incline ad assecondarla: “Le telefonai quando ci furono quelle manifestazioni dei “Gilets Jaunes”, per capire cosa ne pensava lei che è francese. Ma te lo avevo raccontato…” Stava per aggiungere che era successo almeno due anni prima anche se la domanda sembrava riferirsi ad un evento recente, ma ignorando l’irrazionalità di una simile domanda aveva risposto sull’unica volta che aveva chiamato l’unica nuora di Annabella, una donna dolce e gentile che lei aveva incontrato più volte, sia nella villa della sua amica che nella sua, quando Annabella era venuta a farle visita con tutta la sua tribù.

“Tu hai fatto lo stesso sbaglio di Arianna!” Interruppe ogni altra possibile parola di Sara Annabella con tono secco e perentorio.

Sara non fece in tempo a chiederle “Ma cosa c’entro io con Arianna” che quella disse che Micol le richiedeva indietro il cellulare, che peraltro era il suo, di Micol, e ripeté che le serviva per una telefonata di lavoro chiudendo di botto la telefonata.

Ora Sara di stranezze dalla sua amica ne aveva subite tante, e non solo stranezze… Ma davvero le sembrò che avesse toccato l’acme.

Arianna era sua cognata, moglie del suo unico fratello. Parlava malissimo anche di lei naturalmente e, in particolare, lamentava che sua nuora Brigitte la ignorasse mentre aveva una grande confidenza con Arianna. Annabella vedeva in ciò un tramare dietro le sue spalle in un comune sentimento ostile nei suoi confronti. Ogni incontro o contatto che avveniva fra Brigitte e Arianna lo vedeva come un complotto contro di lei.

Sara non poteva valutare quanto di ciò che Annabella le raccontava fosse interpretabile come la sua amica lo percepiva, non essendo dentro quei rapporti, ma che ora di botto e senza ragione alcuna le facesse una domanda incongruente e, ricevuta risposta su un fatto avvenuto due anni prima e di cui lei già era a conoscenza, la congedasse con un’affermazione perentoria quanto insensata, era folle.

Ciò nonostante Sara capì che il malessere esistenziale che aveva accompagnato la sua amica per tutta la vita e che negli anni si era acuito sempre più andava compreso e se possibile aiutato. Dunque le mandò dei messaggi Whatsapp su quel cellulare che divideva con la figlia, giacché lei, per sua ammissione, non sapeva usare quel tipo di messaggistica pur avendo un suo cellulare.

A questi messaggi Annabella rispose una sola volta con un laconico “Sì”, quando Sara le chiese se stava meglio, dopo averle scritto che le dispiaceva molto di averla sentita in quello stato e parlare così a Micol.

Dopo il silenzio. Totale. Anche quando Sara le inviò la foto di uno dei suoi nipoti che aveva festeggiato i suoi 18 anni.

Non le fece gli auguri per il suo compleanno, né aveva risposto neppure con un “Grazie” quando Sara glieli aveva fatti per il suo, che veniva qualche mese prima di quello di Sara…

Tenendo conto dei 60 anni di amicizia Sara le scrisse una e-mail sul suo indirizzo personale di posta dicendo che capiva che doveva proprio stare male dentro di sé, che rispettava il suo silenzio e che, comunque, se aveva bisogno lei era sempre disponibile per lei.

Ma passò un anno e Sara capì che quel silenzio era definitivo.

Pur non capendone il perché, Sara era tranquilla, giacché motivi attribuibili al suo sentimento di amicizia e al suo comportamento sapeva che non ce ne erano.

Ne parlò con la comune amica, anche questa amicizia risalente ai tempi della scuola: Doride.

Doride aveva con Annabella lo stesso rapporto che aveva Sara: ininterrotto dai 15 anni in poi, e intimo nelle confidenze e nel sostegno psicologico nei momenti difficili di tutte e tre.

“E’ anche questo un modo per punirsi.. Per farsi del male.. Peccato.. Una così bella amicizia!” Concluse con tono mesto Doride. E Sara pensò che forse aveva ragione.

Erano anni che Annabella soffriva di una infelicità cronica. Non che non ne avesse delle ragioni, ma nulla di assolutamente drammatico alla fine era accaduto nella sua vita. Nulla che non avesse attraversato, con fatti diversi e in alcuni casi anche più gravi, la vita di Sara e Doride.

Ma lei, pur soffrendo e lamentandosi di fatti e persone che la circondavano, evitava poi quello che la vita le offriva.

Ormai vedova di un marito che non le era mai stato bene, che l’aveva tradita un po’ per leggerezza e un po’ per vendicarsi del suo disprezzo verso di lui e la sua famiglia, era stata circondata da corteggiatori anche di pregio: un ex amministratore delegato di importanti aziende internazionali, un ingegnere colto e fine e un signore senza titoli accademici ma accettabile che amava per hobby cantare con una bella voce. Pur assediata da questi anziani spasimanti, vedovi anche loro, lei non ne aveva voluto nessuno.

Sara non capiva perché, dato che certo non aveva avuto una vita d’amore felice con Andrea, il marito, per cui essere fedele al ricordo…

Le aveva comunque manifestato la sua gioia di fronte ai suoi successi che, bisogna dire, lei non aveva cercato, e come sempre le aveva dato i consigli per il suo bene.

L’aveva esortata ad accettare l’ex amministratore delegato, sembrandole il più fine, ben messo ed elegante, scherzando anche sul fatto che possedeva due Ferrari sulle quali l’aveva condotta un poco in giro, anche a vedere la sua villa ai Castelli Romani. Infine l’aveva invitata in vacanza in Sardegna, dove aveva una casa e una barca, con i rispettivi nipotini più piccoli: lei una nipote e lui un nipotino entrambi in età scolare…

Ma Annabella dei tre preferiva il cantante, non bello, non fine come Livio, l’ex amministratore delegato, e disse: “A me piace. Peccato che è un poco sporcaccione.. Le piacciono le quarantenni..”

E Sara pensò che erano passati decenni ma Annabella non era cambiata. La vita non l’aveva cambiata.

Da giovane si era ostinata a correre dietro a chi palesemente era egoista, non l’amava e, pur prendendosi la sua verginità a soli sedici anni e continuando a prendersi il suo corpo, se ne infischiava della sua anima raccontandole dei rapporti che intratteneva con altre donne.

A Sara nascondeva tutto questo anche quando lei, essendo incappata in una infatuazione per un giovane che sentiva non confacente ai suoi valori, le confidava dei tentativi di costui di portarsela a letto e della sua resistenza a cedere a qualcosa per la quale sentiva non valerne la pena.

Annabella non cercò di dare a Sara buoni consigli, tacque sul fatto che lei si stava dando via con un egoista costruendo tutt’altra realtà.

Lui era “un vero prete”, diceva beffarda, e si sottraeva ai rapporti sessuali che lei, spregiudicata, invece avrebbe voluti.

La verità su Annabella e il suo egoista Sara la scoprì da sola sentendo casualmente uno scambio di frasi fra loro.

Nemmeno quella prima reticenza le aprì gli occhi sulla loro amicizia.

Annabella ascoltava i tormenti morali di Sara che la facevano riflettere su quanto lei aveva scelto di fare, ma stando ben zitta e guardandosi dal dirle di non buttarsi via con uno con cui non c’era un vero amore.

Tempo dopo, quando Sara le palesò che aveva capito la sua situazione,  le disse: “Quando tu mi facevi quei discorsi morali io ho pensato a me… Mi hai fatto riflettere..”

“Ma te ne sei stata ben zitta, però, ed io mi confidavo per cercare aiuto…” Pensò Sara.

E non era stata solo questa una manifestazione di slealtà da parte di Annabella.

Una volta la accusò di cose che lei non aveva mai detto, fatto o pensato, per pura cattiveria, e Sara si era messa a piangere di fronte a tale ingiusta accusa. Erano ancora adolescenti, anche se Annabella, come Doride, avevano entrambe un anno di più di Sara. Uscendo dalla casa della sua amica in lacrime, continuando a ricusare le cattiverie di lei, si rese conto dal sorrisetto divertito e maligno di Annabella, ancora nel vano della porta d’ingresso mentre Sara era già nel pianerottolo, che era ben cosciente che si trattava di accuse fasulle e che traeva divertimento dalla sua reazione dolorosa.

Perché dunque quell’amicizia era continuata per 60 anni? Ed ora a chiuderla non era lei, Sara, che si era sempre comportata lealmente con la sua amica, che aveva gioito delle cose buone che le erano capitate, che le aveva sempre dato buoni consigli, per il suo bene, di cui lei, per sua natura, non ne aveva mai seguito nessuno, ma era Annabella senza una causa scatenante?

Ma la causa, ora Sara cominciava forse a capirlo, era maturata a poco a poco nella testa di Annabella, forse per una sottile inconfessata invidia per quello che di buono Sara aveva costruito, a poco a poco, senza l’arroganza di Annabella, senza la superbia, con umiltà affrontando le situazioni difficili che le si erano presentate vivendo.

“Se è così, - pensava Sara – è veramente meschina. Non invidia chi le ha fatto del male, anzi, è arrivata ad umiliare la povera Micol chiedendo alla figlia fortunata di chi ha tradito la sua amicizia se le trovava un uomo! Come se Micol, colta e bella come è, avesse bisogno di un paraninfo!”

 

Le cose erano andate così.

Si era infatuata letteralmente dell’amicizia della moglie di un suo cugino. Erano sempre insieme e anche Sara a volte le aveva raggiunte al Parco con i rispettivi bambini.

In comune, e lo dicevano apertamente, avevano la stessa insofferenza per la rispettiva vita matrimoniale.

A volte si presentavano a casa di Sara, dall’altra parte della città rispetto alle loro abitazioni, truccate, agghindate per una passeggiata, dichiarando che i bambini l’una li aveva lasciati con la suocera, l’altra con la madre. Sara era felice di riceverle ma intorno aveva i suoi bambini che facevano merenda sbriciolando in giro, giocando e Annabella con un sorriso ironico diceva all’altra: “Hai visto? Mentre mangiano gli permette di scendere dalla sedia! I miei no! Debbono rimanere seduti quando fanno merenda, guai a loro, altrimenti sporcano in giro!”

E l’altra sorrideva fumando la sua sigaretta.

E ancora: “Guarda come è soddisfatta! Perché tu Sara sei soddisfatta di questa vita?”

“Si, - Rispondeva Sara col sorriso. - Lo sono, perché questa vita l’ho scelta, non me l’ha mica imposta qualcuno.”

“Hai ragione, - ammetteva con schiettezza Annabella – noi due invece non siamo soddisfatte, per questo usciamo per svagarci un po’. Comunque hai ragione tu, siamo noi che abbiamo sbagliato le scelte.”

E di questa reciproca insoddisfazione si era approfittata vilmente la cugina acquisita portandosi a letto Andrea, il marito di Annabella.

Ne era seguito uno scandalo familiare giacché Annabella soffrì molto del doppio tradimento e coinvolse tutto il parentado.

La cugina non fu cacciata dal marito, lui benestante lei assolutamente nullatenente, ma curata anche all’estero per una malattia immunitaria che le era in seguito sopraggiunta.

I suoi figli si erano sposati felicemente e l’avevano resa nonna di numerosa prole.

E è ad una di questi figli che Annabella, con una superficialità spiazzante per Sara, chiese se aveva qualcuno da presentare a sua figlia Micol, che invece una vera famiglia non se l’era mai costruita.

 

Sara si chiedeva cosa avesse in testa la sua amica.

Non comprendeva quello che le sembrava masochismo. Umiliava Micol come se non avesse doti a sufficienza per trovare da sola un compagno di vita, per di più lo chiedeva alla figlia di chi l’aveva tradita, umiliata ed offesa...

Dunque nessuna invidia per l’ottima riuscita esistenziale dei figli di colei che aveva commesso un adulterio a suo danno, ma ne aveva forse nei suoi riguardi?

Ripensò a certi episodi.

 

Aveva sentito una blanda ammirazione per suo figlio quando, con tocco e toga di Laurea, aveva laureato il suo primo studente di cui era relatore di tesi. Sara le aveva inviato il breve filmato del momento nell’Aula dell’Università e Annabella, seria, le aveva detto di fare i suoi complimenti a Giorgio. Ma non c’era stato altro. Sara l’aveva sentita come spenta, come se l’apertura franca e scherzosa che c’era sempre stata fra loro non ci fosse più.

Non aveva partecipato nemmeno alla sua contentezza quando sua figlia aveva dato una cena con i parenti più stretti per le sue nozze d’argento. E aveva sentito come una rattenuta sorpresa quando, sempre sua figlia, aveva fatto un viaggio in Giappone con tutta la sua famiglia.

Sara sapeva che Annabella riteneva un simile viaggio roba da ricchi dato che, molti anni prima, aveva così commentato l’invito a seguirla in Giappone fatto a suo fratello dalla donna che aveva all’epoca con lui una relazione: “E’ stata una presa per il culo.”

“Perché?”Aveva chiesto Sara non comprendendo.

“Perché lei va con i genitori che sono ricchi sfondati e a lui chi glieli da i soldi per pagarsi un simile viaggio?”

Sara, stupita, aveva obiettato che suo fratello non veniva da una famiglia di ricchi sfondati ma certo da una famiglia benestante a sufficienza perché suo padre avesse potuto aprirgli uno Studio di Avvocato in centro… Professionalmente poi egli guadagnava bene…

Il modo di pensare della sua amica la sorprendeva sempre per il suo distorto classismo.

A volte, nel passato, era stata insultante nei suoi riguardi in tal senso, usando esempi, che potevano richiamare la condizione sociale di Sara figlia di un impiegato dello stato, disprezzandoli come se non sapesse che quegli esempi che disprezzava appartenevano alla stessa condizione della famiglia di origine di Sara.

Impossibile che non sapesse che, esprimendo quei giudizi, offendeva lei e la sua famiglia. Sara aveva anzi la sensazione che lei se ne rendesse conto benissimo e che con cattiveria fintamente inconsapevole volesse umiliarla.

Ma Sara, lungi dal sentirsi umiliata come forse la sua amica avrebbe voluto, era serena della sua condizione, ed era stata sempre felice di tutto quello che la famiglia di Annabella aveva di più, ammirando quello che di bello avevano… Nel suo animo non conosceva il morso meschino dell’invidia per nessuno, a maggior ragione per le sue amiche a cui voleva bene...

Conosceva questo lato oscuro dell’animo della sua amica, che era venuto fuori molte volte in varie forme in 60 anni di amicizia.

Perché non aveva mai chiuso l’amicizia con Annabella? Se lo era chiesto a volte. Forse perché nei momenti difficili della sua vita però l’aveva ascoltata e supportata…

 

Ugualmente era stato con Doride. Ma il rapporto fra Annabella e Doride per alcuni aspetti era stato più confidenziale di quello fra Sara e Doride, dato che ciascuna sentiva la natura delle altre due e la natura di Annabella e Doride era più lieve, non severa come quella della loro comune amica Sara.

Così c’erano cose di Doride che Sara aveva appreso da Annabella e con Doride non ne aveva mai parlato, non per slealtà, ma per rispetto del suo già precario equilibrio.

Capitava poi che Doride desse per scontato che Sara sapesse questa o quella cosa triste e dolorosa che la riguardava e ne parlasse come se Sara l’avesse appresa da lei.

Così Sara sentiva di non potersi appoggiare nei suoi momenti dolorosi all’amica psicologicamente più fragile, Doride, mentre sull’ascolto e il commento di Annabella poteva contare.

Allo stesso modo Doride avvertiva un pudore a parlare di certe sue cose con Sara, forse perché la sentiva più rigida e severa sui comportamenti da tenere, sulla morale, lasciandosi andare invece con Annabella.

Comunque questo triangolo affettivo era andato avanti nel tempo per 60 anni!

Sicuramente Doride ed Annabella nelle loro lunghe telefonate parlavano anche di Sara, criticandone quelli che per loro erano difetti, e poi ciascuna a Sara faceva commenti sull’altra assente ma sempre avendo dentro di sé un affetto sincero.

Annabella, che sempre aveva avuto un linguaggio aspro, un giorno sorprese Sara dicendo: “Perché noi le vogliamo bene a Doride non diciamo che è una puttana!”

La parola cruda aveva colpito Sara, che però in cuor suo sapeva essere la realtà. In bocca ad Annabella, che di loro due era quella che aveva avuto una vita sentimentale più movimentata e che sulla vita sessuale era di più larghe vedute, non la scandalizzò, perché Annabella alla fine non aveva tradito il marito fedifrago neppure per rivalsa, pur continuando, per umiliarlo, a telefonare al suo primo amore anche davanti a lui e ai figli ormai adolescenti. Sempre inutilmente provocatoria.

Il crudo commento era dovuto alle confidenze “dongiovannesche” che Doride faceva ad Annabella.

Anche lei viveva un matrimonio infelice, con un uomo che non aveva la sua stessa sensibilità e che non aveva saputo comprendere le ferite gravi che ella si portava dentro dalla sua infanzia. Dopo un aborto procurato per l’impossibilità economica di mettere al mondo un terzo figlio quando il secondo aveva solo sei mesi, Doride era finita in depressione: il carico che si portava dentro dall’infanzia, sommato all’infelicità del suo matrimonio, aveva fatto sì che la rinuncia alla maternità a cui le ragioni economiche e pratiche l’avevano costretta costituisse un crollo definitivo. Finì in clinica psichiatrica.

Di quel periodo seppe poco anche Annabella. Solo la sciagurata madre di Doride le disse di aiutarla, una volta che Annabella l’aveva incontrata a casa di Doride ormai uscita dal breve ricovero in clinica.

Sara seppe qualcosa dal racconto di Annabella, giacché, molto presa dai figli e da mille incombenze, non vide Doride per un lungo periodo.

Quando tornò a parlarci Doride era in cura psicanalitica con uno psichiatra che lei chiamava confidenzialmente per nome: Manlio.

In seguito parlò alle due amiche della relazione amorosa che aveva intrecciato con Manlio. La severa Sara qui si scandalizzò: “Ma questo è pazzo! – Disse. – Da radiare dall’Albo! Uno psicanalista che va a letto con la sua paziente!”

Anche Annabella la pensava allo stesso modo, ma senza soprassalti moralistici.

Sara si preoccupava del male che quell’uomo faceva alla sua amica invece di curarla. E trovava ignobile la sua finzione quando il marito di Doride andava da lui per sapere a che punto stava la situazione psicologica della moglie.

Doride pensava che lui l’avrebbe sposata, era innamoratissima. Fece pressioni sul marito perché, data la loro annosa situazione dormivano in stanze diverse, trovasse un’abitazione  per creare una separazione di fatto.

L’uomo fece resistenza anche per ragioni strettamente economiche: lavorava solo lui, avevano due figli adolescenti, e già doveva pagare l’affitto del grande appartamento dove vivevano in una zona signorile di Roma.

Ma Doride era convinta che quello fosse il primo passo per poi avere il divorzio e sposare il suo psicoanalista. Anch’egli aveva un divorzio in atto da tempo e due figli adolescenti di cui la femmina, rivelava Doride, gelosissima del padre e a lei ostile.

Ma quando Manlio ottenne il divorzio sposò una sua collega e Doride rimase sola con le sue illusioni.

Nel commentare l’avvenimento fra loro Annabella e Sara espressero ipotesi diverse: Annabella iniziò con il dire che Doride si era sognata tutto, che non c’era mai stata alcuna relazione, ma si era trattato del classico transfert.

Sara opponeva la riflessione che se così fosse allora Doride stava proprio male, si era creata una realtà che esisteva solo nella sua mente e questo spiegava perché lo psicanalista si era sposato con la collega appena avuto il divorzio.  

In ogni caso entrambe non contraddissero mai i racconti di Doride, convenendo che, anche se si trattava di tutta una sua costruzione, se ne aveva bisogno come amiche che le volevano bene dovevano solo ascoltarla.

In seguito non spiegò mai perché, secondo lei, se Manlio la amava tanto aveva sposato la collega appena libero dal legame coniugale. Evitò sempre di spiegare il fatto così incongruente con tutto il castello di racconti di tale storia romantica che elargiva alle sue amiche.

Sara non sapeva cosa pensare, ma trovava che forse Annabella aveva ragione.

Sempre Annabella le riferì che Doride le aveva confidato di aver intrecciato una breve relazione sessuale con un giovane conosciuto durante una vacanza con sua madre e che costui l’aveva raggiunta a Roma ed avevano avuto un rapporto sessuale in auto.

Certo per la morale di Sara la sua amica era scesa sempre più in basso, ma dato che conosceva i suoi traumi infantili era verso di lei indulgente, ne provava pena.

Annabella le aveva riferito che, quando era andata a trovarla a casa dopo che era uscita dalla clinica e la madre l’aveva pregata di starle vicino, era perché forse aveva tentato il suicidio.

Doride a dodici anni aveva appreso in modo traumatico che suo padre non era suo padre, avendola sua madre concepita mentre lui era in guerra.

Essere amiche da un tempo così lungo era ormai più di una fratellanza e per questo la scelta di rompere in modo così drastico e definitivo solo con lei da parte di Annabella Sara lo trovava assurdo e, se i motivi erano quelli che pensava, non trovandone altri non avendo nulla da rimproverarsi ma, al contrario casomai da rimproverare, era triste, ma per lei, Annabella.

Doride continuava a sentirla e ridacchiando le faceva capire che la riteneva problematica e che era inutile cercare di capire.

Lei con un equilibrio psicologico così precario mostrava di ritenere Annabella una che stava peggio di lei.

Sara era serena, ma ogni tanto pensava alla sua amica perché non poteva smettere in fondo di volerle bene.

Suo marito, che Sara aveva conosciuto proprio tramite l’amicizia con Annabella, le aveva detto più volte in passato che non capiva come Sara avesse potuto perdonarla e continuare l’amicizia.

Ancora fidanzati egli le aveva detto che Pierguido, l’egoista che si portava a letto l’innamorata Annabella senza contraccambiare il suo sentimento e facendole paradossalmente le prediche dicendole che non doveva cedergli, gli aveva presentato l’amica della sua amante come una ragazza facile.

Sara era scoppiata a piangere come quella volta che Annabella l’aveva accusata di sentimenti e pensieri, inesistenti in lei, con un’espressione malignamente soddisfatta di averle provocato quella reazione di dolore, poi si era indignata chiedendosi come e a quale titolo quel Pierguido, che lei conosceva appena come il ganzo della sua amica, potesse con tanta leggerezza presentarla a qualcuno con quell’etichetta.

“Un bullo di periferia farebbe una cosa simile, con tanta leggerezza, senza conoscere una ragazza infangarne la reputazione…”

“E’ evidente, -  le disse il suo futuro marito – che questo Annabella gli aveva detto di te!”

Ed era stato proprio come il suo fidanzato aveva dedotto, anche se questa calunnia di Annabella detta dietro le sue ignare spalle quel Pierguido non avrebbe dovuto riportarla come certezza, non conoscendo Sara. Se fosse stato un uomo con un minimo di etica, ma la persona dimostrava già il suo squallore abusando dell’amore di Annabella senza corrisponderlo, ma mentre prendeva il suo corpo le faceva la morale e lei, nella sua umiliazione, aveva pensato di sollevarsi agli occhi di un tale miserevole personaggio calunniando le sue amiche, infatti oltre Sara aveva calunniato anche Doride, all’epoca vergine come Sara.

Davvero Sara non sapeva neppure lei come aveva potuto continuare quell’amicizia dopo tale scoperta.

“Ti rendi conto che se io avessi creduto a quella presentazione noi oggi non saremmo qui?”

Le aveva detto più volte nel tempo suo marito.

Carto Sara aveva avuto modo di conoscere il lato vile dell’animo della sua amica anche in precedenza quando, in preda alla paura di essere incinta di Pierguido, le chiese di accompagnarla in un ambulatorio privato a fare l’analisi per sapere se era incinta, non esistendo a quel tempo il test di gravidanza fai-da-te che venne in seguito acquistabile in farmacia.

Mentre sedeva accanto a lei in sala d’aspetto Sara si sentì proporre dalla sua amica, in preda ad una raggelante ansia, se poteva dare il suo nome a posto del proprio.

Pur nell’innocenza dei suoi 17 anni Sara rimase basita da una simile proposta: la sua amica le proponeva di dare il suo nome “perché altrimenti di quel nome ne sarebbe rimasta traccia che aveva fatto l’analisi per accertare una possibile gravidanza”.

“Ma… scusa e del mio non rimarrebbe traccia?” La richiesta era così vile che la stessa Annabella se ne rese conto, ma la paura di coprire ciò che lei era diventata era così forte da indurla a tentare di nascondersi dietro il nome della sua innocente amica.

Lo stupore di Sara ad una simile richiesta, ovviamente ricusata, non la indusse però ad allontanarsi da quella amicizia.

In seguito, negli anni, questo lato vile, calunnioso, della personalità di Annabella si era manifestato ancora in piccoli episodi in cui cercava di mettere in cattiva luce le sue due amiche, in particolare Sara sempre così limpida e lineare per carattere.

Sara stessa non sapeva perché in fondo l’aveva perdonata e aveva continuato a volerle bene: forse perché la sentiva più debole di lei.

giovedì 30 dicembre 2021

Povera Pazza e la legge del contrappasso dalla Raccolta "Novelle Nuove"

 

Povera Pazza e la legge del contrappasso

 

Raccolta "Novelle Nuove"

 

Capiva con chi stava parlando al telefono da come si esprimeva: distingueva anche con quale dei figli, perché a ciascuno parlava secondo come era quel figlio.

Con la figlia aveva sempre una nota serena, lieta.. Con uno dei figli maschi era sempre conciliante, essendo il più difficile da prendere per i mutevoli umori. Con il più piccolo era normale, essendo quel figlio un carattere sereno e molto preciso.

Ma capiva, da come parlava, anche se all'altro capo del filo c'era un suo amico e, dagli argomenti, quale amico.

Non che si mettesse ad ascoltare, le bastava sentire passando oppure poteva trovarsi nella stessa stanza quando qualcuno chiamava al telefono e lui rispondeva.

Forse erano i tanti anni trascorsi insieme o forse era solo la sua empatia o entrambi.

 

Squillò il telefono diretto. Lui rispose. Da come dovette difendersi dal non essere stato trovato al cellulare o ad altro telefono pensò fosse il figlio polemico, poi capì.

Cercò di seguire la televisione accesa continuando a mangiare. Erano a pranzo. Pezzi della breve conversazione le arrivavano lo stesso nonostante cercasse di non sentire, avendo capito chi fosse.

"Sono vecchio, sì.." Rispondeva lui gentilmente ironico.

"Vai a ballare? Ne sono felice!" 

"Dove? In una casa o... Ah, in un locale! Bene, divertiti!"

"Certo, io sono vecchio, vado a cena da mia figlia.. Cosa dici? Tu sei giovane? - Rise senza cattiveria - Ma certo, sei giovane e dunque fai bene ad andare a ballare. Auguri anche a te!"

Chiusa la telefonata rialzò il volume del televisore e guardò verso di esso riprendendo a mangiare.

 

Lei lo guardò e con tono neutro ma annosamente comprensivo disse: "Tua sorella."

"Si, - sorrise lui continuando a seguire con gli occhi lo schermo televisivo - ha detto che va a ballare perché lei è giovane mentre io sono vecchio. Certo ho compiuto da poco 80 anni.."

"Ma lei ne ha 76!" Pensò la moglie che ne aveva 73, ma non disse niente. Come al solito c'era ben poco da dire.

Suo marito portava visivamente così bene i suoi 80 anni che quando li dichiarava suscitava in tutti meraviglia e complimenti.

La Povera Pazza, come ormai dentro di sé la chiamava impietosamente Anna, la moglie, aveva inanellato la sua vita di scelte che erano state altrettante zappate che si era date sui piedi da sola.

Pensò che quel dichiararsi giovane a quella tarda età, più che felicità, esprimeva una reazione ad una inevitabile depressione nel ritrovarsi sempre da sola nelle Feste principali. Aveva iniziato ormai anziana a cercare gruppi di aggregazione umana pur di non vivere nel deserto che si era creata intorno nei rapporti affettivi veri. Li chiamava amici ma erano solo compagnie superficiali che nulla sapevano di lei, di quello che era stata nella sua vita.

Anna aveva molti cari amici e amiche. Le veniva naturale legare con le persone. Era vera, semplice, naturale, curiosa e interessata agli altri, aperta a parlare di sé, anche dei suoi problemi familiari o di salute, pronta ed interessata all'ascolto degli altri e dei loro problemi.
Quando conobbe Povera Pazza, che si chiamava Liliana, le sembrò naturale che diventassero amiche ma si trovò davanti una persona respingente che assumeva atteggiamenti di superiorità senza ragione alcuna. Si sentì dire: "Ho tre anni di più, non è possibile essere amiche, tre anni di più è una generazione!"
Anna era stupita. Aveva un paio di amiche che avevano giusto tre anni più di lei.
Poi l'aggredì perché si scoprì che covava odio verso chi aveva una cultura che lei non era stata in grado di raggiungere.
Complessi di inferiorità l'abitavano inducendola ad atteggiamenti di importanza fondati sul nulla, coadiuvata in questo da una madre profondamente stupida che credeva Liliana importante perché aveva un lavoro di segretaria in una filiale di una Società con sede principale a Milano, e diceva che sicuramente il fatto che avesse la patente di guida doveva suscitare invidia in chi non l'aveva ancora conseguita, magari solo perché non aveva raggiunto l'età minima di legge per prenderla...
Anna non aveva mai incontrato persone di così limitata visione della realtà e meschinità di pensiero.

Nessuno che sia intelligente coltiva complessi di inferiorità. Chi è intelligente cerca di raggiungere i propri obiettivi, magari con fatica, ma non si crogiola nei propri limiti odiando chi ritiene possa avere qualità che vorrebbe per sé, non cerca di porvi rimedio assumendo per reazione atteggiamenti di superiorità senza basi e senza costrutto.
Anna non pensò subito che fosse malata. Lo capì a poco a poco. Fino alla diagnosi che venne però molto tempo dopo.

L'atteggiamento verso suo fratello, più grande di lei di quattro anni, così dotato di volontà da conseguire una laurea in Ingegneria Aerospaziale pur lavorando in fabbrica per aiutare il bilancio familiare, era stato di orgoglio finché questi non aveva trovato finalmente l'amore in Anna.
A quel punto era iniziata un'insana gelosia che, se nella madre poteva spiegarsi con un complesso edipico rovesciato, Anna pensò "Ha il complesso di Giocasta" scoprendo poi, leggendo libri di Psicologia, che esisteva realmente, in Liliana si spiegava solo nel fatto che ormai quel fratello era di quella donna e non più il faro intellettuale di una famiglia altrimenti senza luce culturale.
Oltre lei anche il fratello minore aveva faticato negli studi.
Attaccava criticamente il fratello su ogni cosa ed era ostile con la sua fidanzata poi moglie.
Anna assisteva a offese continue nei suoi riguardi e critiche in quelli di suo marito per lei inaccettabili, ma volendo bene a lui e non volendo creare lacerazioni non chiese mai a suo marito di troncare quei rapporti umilianti.
Lui non si spiegava quell'atteggiamento né sviluppava un comprensibile rancore. I suoi genitori, d'altra parte, lungi dal correggere la Povera Pazza l'assecondavano difendendola da ogni possibile reazione del fratello maggiore.
Anna trovava tutto questo patologico visto che suo marito aveva provveduto ad aiutare il padre nel mantenimento familiare per diversi anni e si era laureato spesandosi totalmente per i suoi studi.

I passaggi illogici in Liliana erano la normalità. Tre anni di più costituivano una generazione di differenza aveva detto, non avendo altra superiorità da contrapporre ad Anna di cui avvertiva differenze da sé nei modi, nel linguaggio, nel comportamento, di cui Anna stessa non si rendeva conto, ma lo capì a poco a poco assistendo a continue sceneggiate recitate dalla Povera Pazza.

Esempio: desco domenicale  a cui suo marito non poteva sottrarsi per la abnorme suscettibilità della madre.
Liliana rivolta ad Anna: "Tuo marito ti dovrebbe dare lo stipendio di infermiera, donna di servizio e prostituta, perché una moglie è tutto questo!" Il tono è sempre di grande sicurezza e superiorità.
Ha da poco lasciato un fidanzato che, si è appreso, le diceva cose umilianti del tipo: "I miei genitori non possono venire a conoscere i tuoi che non hanno neppure dei quadri alle pareti!"
"Ma che volgarità! - Pensa Anna per l'uscita della Povera Pazza, stupefatta sia dalla miseria di un simile pensiero sia dal mancato richiamo dei genitori.
Poi pensa che lo sfumare di un matrimonio atteso per cinque lunghi anni, con quello che la madre ritiene un ottimo partito, le ha provocato la sindrome "della volpe e l'uva": ciò che si vorrebbe ma non si può avere si disprezza, e a farne le spese è sempre Anna.
"Questa folle perché non dice anche alla madre queste squallide assurdità? Oppure a Caterina, la moglie del fratello minore..."

Ma Caterina era stata per la Povera Pazza un partito preso! Non bastando alla sua rabbia quello che faceva da sola, cercò nella bruttina fidanzata del fratello minore un'alleata per criticare e sminuire Anna e suo fratello colpevole di amarla.

Caterina non le provocava le stesse sofferenze mentali dovute all'invidia, sia per l'aspetto, sia perché compagna del fratello ritenuto meno intelligente del maggiore.

Iniziarono poi insinuazioni continue sulla fedeltà del marito di Anna, senza alcun fatto che le alimentasse, se non il desiderio pazzo e malato di Liliana che così avrebbe voluto che fosse.
Il lavoro del marito di Anna doveva svolgersi anche di notte per particolari misure tecnico scientifiche che, peraltro, dovevano avere continuità e dunque non conoscevano interruzioni di giorni festivi. Questo induceva la malata Liliana a fare ammiccanti insinuazioni su "chissà cosa invece faceva di notte suo fratello". Anna era stupefatta non più dall'evidente volontà di colpire lei calunniando il fratello, quanto dall'ignoranza di Liliana che, pur essendole nota, non finiva mai di stupirla. Eppure gente non particolarmente scolarizzata trovava normale lo svolgersi del lavoro del marito di Anna.
Per contro, del tutto casualmente, scoprì che anche il fratello minore a volte svolgeva lavoro notturno, pur facendo tutt'altra professione in cui tale evento appariva meno spiegabile.
Nella mente della povera pazza c'erano due canali di interpretazione della realtà totalmente separati: gli stessi eventi, che in un fratello venivano interpretati in senso negativo, in quello ritenuto meno dotato non erano messi in rilievo.
Quando questi dovette stare due mesi lontano da casa per un lavoro in Svezia "le svedesi erano diventate tutte brutte", secondo la malata.
Bisogna dire che se Liliana era così i suoi genitori che non la correggevano non erano da meno.
La madre, quando il suo figlio maggiore dovette stare negli USA per alcuni mesi per lavoro, teneva su il morale della nuora Anna, incinta e con due bambini piccoli, dicendole cose dello stesso tenore delle insinuazioni di sua figlia
E che dire del padre: un omino completamente succube di queste due donne senza opinioni personali.
Eppure Anna non disse mai che era pazzo.
Ma ci pensò Caterina che, pur assecondando per opportunismo quella triste compagnia che la favoriva, ne vedeva l'anomalia e, un giorno, disse che Liliana era pazza, malata e il padre pure. Anna pensava che Caterina era squallida nel suo comportamento verso di lei e verso suo marito, tenuto insieme al suo altrettanto meschino consorte per  compiacere Povera Pazza, che in cambio elargiva loro aiuto e favori di ogni tipo, oltre alla sconcertante negazione della realtà negativa che li riguardava, sostituita da lodi per ogni cosa li riguardasse, ma era ben conscia dello stato di quelle persone pur servendosene cinicamente.
In quella circostanza il marito di Anna intese difendere solo suo padre dicendo che lui non era pazzo.

La non reazione del fratello maggiore alle critiche e agli affronti, perché superiore a quella meschina follia, ma forse anche vile nel non voler affrontare inevitabili scontri, e la volontà di Anna di non abbassarsi al livello meschino di quella mente e di coloro che, per interesse, la assecondavano, fecero sì che Liliana, come una mosca cieca impazzita, continuasse per una vita intera a mantenere i due canali di interpretazione della realtà sui due fratelli ben distinti.

Anna a poco a poco prese le distanze dalla Povera Pazza osservandone le scelte e le follie che diceva, le realtà che negava e quelle che inventava deformandole per vantare la vita dei componenti della famiglia di quel fratello che cinicamente la sfruttava. Finché crollò, non riuscendo più, anche per l'età, a star dietro a tutti i carichi che per quella famiglia si prendeva. Finì in clinica psichiatrica e la diagnosi fu psicosi e la cura l'elettroshock.
"Per una vita intera ho subito con mio marito questo rapporto insopportabile con una pazza." Pensò Anna, rendendosi conto che averla appellata "Povera Pazza" non era cattiveria, ma clinica realtà.
Questa diagnosi però non creò in Anna alcuna compassione.
"Ci sono persone malate che non proferiscono malvagità in continuazione e sempre verso le stesse persone, non è comunque meritevole di pietà fino al punto di cancellare un atteggiamento univoco durato una vita intera."
Non reagire mai, assistendo ad una serie infinita di comportamenti ingiusti, meschini, miserabili e calunniosi era stata una scelta per Anna ma l'aveva resa indifferente a quella folle persona.

Sempre pronta a criticare ferocemente Anna e suo marito trovò ogni giustificazione al fatto che il fratello minore, a cui faceva ogni tipo di servigio, tipo lasciare l'ufficio per andare a preparare il pranzo per la moglie di lui, che lavorava solo mezza giornata, per poi tornare al lavoro fino a sera, non si trovò quando il comune padre morì. Mentre il marito di Anna e uno dei loro figli lo assistettero per tutta l'agonia.
Il giorno del funerale alcuni parenti ignari si rivolsero a quel figlio di Anna perché accompagnasse a casa la Povera Pazza facendole compagnia. Anna guardò la figlia del fratello minore che taceva senza avere la dignità di dire: "No, vado io. Noi non c'eravamo quando nonno è morto, c'era lui che gli è stato accanto fino alla fine, ora tocca a me." Né la madre, Caterina, a cui la Povera Pazza preparava i pranzi e anche la cena da portarsi a casa, disse nulla. Né suo marito che con l'intera famiglia era stato assente, in vacanza..
Anna allora, di fronte a quella miserabile vigliaccheria, disse  qualcosa per difendere suo figlio, traumatizzato da un'agonia urlata, devastante, poche parole trovate al momento per impedire quell'ennesima ingiustizia. La Povera Pazza fece finta di nulla, né richiamò nessuno di quegli egoisti al dovere di restituire un po' di ciò che prendevano da lei.

Lo schifo di quelle finzioni era indimenticabile per Anna.

Ma le parole trovate al momento da Anna risparmiarono a suo figlio quell'ennesima ingiustizia.

 La maldicenza in cui aveva trovato sfogo tutta la vita la sua malata invidia veniva ascoltata da Caterina con piacere. Senza arrivare alla distorsione della realtà della Povera Pazza, essendo una persona sana, Caterina era però piccola e meschina. Aveva dunque le sue piccole malignità.

Quando si sposò la figlia di Anna, mentre gli sposi si allontanavano dal ricevimento di nozze, disse con un maligno sorriso: "Speriamo nella durata"

La pazza Liliana mise del suo dicendo con un sorriso di superbia che la nipote, figlia di Caterina, "farà un vero matrimonio", rivelando così implicitamente che non riteneva un vero matrimonio quello contratto dalla figlia di Anna essendo Matrimonio Civile, dato che gli sposi erano entrambi non credenti.

Forse esiste una legge del contrappasso nelle umane cose perché il matrimonio della figlia di Anna andò benissimo e durò felicemente e a lungo.

Quando si sposò la figlia di Caterina con un divorziato, con matrimonio in Chiesa annullato dalla Sacra Rota per la facciata, giacché già vivevano insieme da anni ed avevano addirittura un figlio grandicello, tutto normale: nessun commento malevolo, anzi! Quello fu per la Povera Pazza "il vero matrimonio"!

Anna fino a quel momento ancora comunicava nel suo modo trasparente, che usava con tutti anche con quelle persone, non avendo nulla da nascondere, ed aveva detto della separazione poi seguita da divorzio dei genitori di suo genero.

La Povera Pazza un giorno aveva commentato con soddisfazione che "lì era tutto uno sfacelo".

Al pidocchioso pranzo di nozze della vantata nipote, Anna vide per la prima volta i suoceri di lei: per tutto il tempo stettero seduti distanti, senza scambiarsi nemmeno un segno di conoscenza, ma Liliana non disse nulla su quella evidente anomalia. I pettegolezzi Povera Pazza li faceva solo da una parte: quella che riguardava il suo fratello maggiore, inventando ciò che non c'era, mettendo in cattiva luce realtà come il divorzio dei suoi consuoceri, ma tacendo sull'evidenza che si rivelò agli occhi di Anna durante quel misero rinfresco. Misero per taccagneria, come era stato per la Prima Comunione di quella nipote, non certo per mancanza di mezzi. Un modo di essere, di quella cognata che dominava sul marito, che dimostrava la sua assenza di un minimo di signorilità, nonostante pretendesse di ostentarne una presunta, seguendo in modo grottesco mode che lei riteneva fossero indice di finezza.

Per tutto il tempo dello scarso rinfresco la consuocera di Caterina la intrattenne vantando la sua gioventù in quello che doveva ritenere un quartiere altolocato: Ponte Milvio.

Oggi famoso per un film e un amore metallaro fatto di lucchetti, nella gioventù di quella donna come in quella di Anna, che era cresciuta nel quartiere Prati, abitare a Ponte Milvio non era propriamente da quartieri alti, per usare un eufemismo.

Per educazione Anna non lo disse ma dentro di sé ne rise, ricordando certi commenti che si facevano a scuola su chi abitava in quella zona, ritenuta un posto inferiore sia a Prati che al quartiere della Vittoria da cui provenivano la maggior parte dei suoi compagni di scuola.

 E che dire del "vero matrimonio", così lo aveva definito Liliana, della figlia di Caterina con il divorziato poi annullato "davanti a Dio": il marito "era una persona importante" all'interno della Casa Editrice sponsorizzata dal Partito di cui il padre aveva la tessera da una vita. Raccomandandosi da iscritto e militante il padre lo aveva "sistemato" come impiegato dentro tale Casa Editrice che, entrata in crisi economica per il blocco dei finanziamenti statali, lo aveva messo in cassa integrazione. Ma per Liliana  "era una persona importante" perché si arrabattava a tenere la contabilità residuale della piccola Casa Editrice quale cassaintegrato, e lui "sapeva fare un po' di tutto, capiva come si versano i contributi ai dipendenti".

Anna ascoltava la Povera Pazza senza commentare ma pensando che quell'uomo non era neppure laureato e nella vita tutto quello che aveva saputo fare era farsi mettere dal padre in un posto e, una volta messo in mobilità, non aveva saputo trovare altro.

Inutile fare paragoni con suo genero, Ingegnere che, lasciato volontariamente un lavoro in una Società di Informatica, ora faceva il Professore.

 D'altra parte i paragoni, tutti a favore del fratello minore e di tutte le persone, le cose e i fatti a lui legati, con il maggiore e le persone, le cose e i fatti a questi legati, li aveva fatti sempre lei, Liliana,  patologicamente.

Prima di conoscere la famiglia di suo marito Anna non aveva mai fatto paragoni con nessuno.

Certo, di fronte a tanto, fu inevitabile che ai suoi occhi si rivelasse il contrario di ciò che la realtà manipolata da Liliana voleva dimostrare. Se non aveva mai pensato di quanto, all'opposto, le  persone, le cose e i fatti che riguardavano suo marito, fossero di qualità migliore e, purtroppo per Povera Pazza, superiore alle persone, le cose e i fatti che riguardavano il suo fratello minore, Anna lo aveva scoperto proprio grazie ai paragoni della folle.

 Certo era anche l'esempio materno, unito ai suoi scarsi studi scolastici, ad averne fatto una donnetta meschina, a cui si era unita una vera e propria patologia.

La madre faceva paragoni fra sua figlia e gli altri supponendo invidie nei riguardi della figlia che lei vedeva bellissima, e che erano proiezioni della sua anima meschina e invidiosa.Da questo esempio con il quale era cresciuta Liliana non aveva saputo evolversi né punto né poco.

Quando conobbe Caterina trovò nell'ascolto che quella le diede, molto divertita, lo sfogo della sua frustrazione nei riguardi della cultura del fratello maggiore e della sua adeguata compagna.

Questa poi aveva il difetto di essere molto fine e molto graziosa.

 Liliana usò Caterina come contraltare ad Anna facendo paragoni tutti a favore dell'una e a sfavore dell'altra. Usare Caterina era un modo, per la sua frustrata psiche, per spostare il paragone da sé che sentiva perdente.

Caterina si prestò volentieri e senza vergogna che si potesse pensare che la cosa le facesse piacere, fatto che meravigliò Anna la quale, pensando ad una situazione rovesciata, si sarebbe sentita in grande imbarazzo ad essere coinvolta nel fare disdicevole della reciproca cognata e che si potesse lontanamente pensare che la cosa potesse farle piacere, essendo per lei segno di sentimenti miseri.

Così il teatrino grottesco, Caterina compiacente e assolutamente priva di autocritica, si sviluppò per il resto della vita di Liliana, con Anna spettatrice silenziosa dapprima, stupefatta poi, via via malignamente divertita.

Arrivava a dire  a Caterina frasi del tipo "sei la più bella del mondo", pur essendo la donna quel che si dice "un tipo" non avendo lineamenti armoniosi.

Per contro cercava il pelo nell'uovo sull'aspetto di Anna: la derideva dicendo che era troppo magra, mentre lei, Liliana, aveva la tendenza ad ingrassare.

Non le fece mai un complimento sul suo aspetto e, se qualcuno vedeva in lei la somiglianza con questa o quell'attrice e lo diceva in sua presenza, con faccia scura diceva: "Io non ti ci vedo per niente".

Quando Anna dovette ricostruire un dente le disse che si vedeva che era diverso dagli altri, anche se il dentista aveva fatto invece un ottimo lavoro, ma tacque sulla dentatura rifatta di Caterina tutt'altro che gradevole.

Quando Anna si fece le mèches disse che non andavano più di moda, anche se lei stessa erano anni che le faceva...  

Caterina a lungo andare o era stata contagiata o per la sua natura misera ogni tanto imitava la comune cognata. Così, quando Anna si tinse i capelli di biondo e persone che non l'avevano conosciuta bruna, il suo colore naturale, apprendendo che era tinta le dicevano che credevano fosse bionda naturale tanto quel colore le era congeniale, Caterina parlando di una presentatrice bionda disse: "Non mi piace, tutto quel giallo!" Spostava, come Povera Pazza, il paragone in via indiretta, ma l'oggetto della denigrazione si capiva che era sempre lo stesso.

Anna aveva una bella voce e spesso cantava in auto ed era accaduto che, guidando  suo marito e in presenza della sorella di lui, cantasse canzoni di musica leggera. Suo marito aveva scherzato rivolto alla sorella dicendo: "Capisci perché non accendo l'autoradio?!" Orgoglioso della bella voce di sua moglie e inconsapevole, forse volutamente, del rodimento di Liliana che non disse una parola di commento.

In compenso vantò Caterina che secondo lei cantava bene. Cantava sì, ma solo in falsetto non avendo note basse...

Alla fine Caterina forse ci aveva preso gusto ad essere vantata nella sua mediocrità.

Per l'ignorante Liliana Caterina era persona colta, anche se aveva un diploma quadriennale e vagheggiando di iscriversi all'Università doveva fare un anno integrativo, cosa che non fece rinunciando.

Anna, iscritta alla Facoltà di Medicina e Chirurgia, abbandonò gli studi quando i carichi familiari divennero troppo onerosi, ma mai sentì apprezzamenti sulla sua cultura ma, mentre ancora dava esami, si sentì dire da Povera Pazza: "Studiare Medicina imbruttisce, imbruttisce molto".

Anna ci pensò un po' senza capire, poi capì che la poveretta forse voleva dire abbrutire; non disse nulla né sull'ignoranza linguistica né sul fatto che studiare il corpo umano, le malattie e il dolore non è abbrutente, tutt'altro.

Anna era abituata dall'educazione familiare al risparmio e sapeva scegliere abiti graziosi senza gli sprechi continui di denaro di Liliana e anche di Caterina. Il risultato era che Anna passava per una persona elegante e riceveva complimenti in tal senso da tutti, anche da persone ignare della malevolenza delle due cognate a cui facevano i complimenti per l'eleganza della loro comune cognata senza sospettare di dare loro un dispiacere.

Le due non capivano che non è il costo degli abiti, ma il sapere scegliere quello che va bene per il proprio aspetto, gli accessori per valorizzarlo che fanno l'eleganza.

Così, non potendo che accettare il fatto dato che veniva loro detto da altri, un giorno Anna le sentì dire in sua presenza che la cugina Maria, una che spendeva anche più di loro, risultava più elegante di loro che spendevano tanto anche se "spendeva di meno".

"Ma parlate di Maria che spende patrimoni in vestiti?" Le colse in fallo Anna, molto divertita dall'ennesimo "spostamento" per non citarla direttamente.

Dato che tutti conoscevano le abitudini di quella parente le due si confusero, visto che spesso avevano commentato i costosissimi abiti di Maria. Ridendo dentro di sé Anna non disse: "Chi è dunque che risulta più elegante di voi pur spendendo meno?"

A 54 anni Caterina si precipitò a farsi togliere delle macchie sul dorso delle mani per un precoce invecchiamento della pelle.

A 70 si fece fare delle iniezioncine sulle labbra per far sparire le rughette verticali che vi erano comparse. La modifica della linea del labbro superiore non sfuggì all'occhio ormai ironico di Anna che, per una strana legge del contrappasso, contro tutte quelle cattiverie e negazioni della realtà, non aveva rughe, cosa che con meraviglia veniva rilevata da tutti.

Anna, graziata dalla legge del contrappasso che sembrava farsi beffe di quelle due signore, vide le prime macchie di pelle sulle mani a 75 anni.

Altri aspetti più che alla legge del contrappasso erano legati alla stupidità proterva delle due donne: l'una sana ma che si sopravvalutava anche grazie alle vanterie della malata, l'altra decisamente fuori dalla realtà. 

Pur spendendo molti soldi in abbigliamento, essendo incapaci di vero buongusto personale ma inseguendo la moda del momento, vestivano in modo grottesco a volte, visibile soprattutto alla distanza nel tempo quando, nel rivedere foto di eventi comuni, l'estremismo di certa moda imposta mostrava l'aspetto caricaturale.

Come le scarpe verdi serpentate con punta lunghissima, assolutamente antianatomica per il piede, che per un breve periodo la moda aveva proposto al pubblico e che lo spirito critico ed indipendente di Anna aveva immediatamente trovate orribili e ridicole, e che invece Caterina aveva indossate destando la nascosta meraviglia di Anna per l'insopportabile cattivo gusto.

Per non parlare del cappottone lungo fino ai piedi di Povera Pazza, costato chissà quanto data la moda del momento, indossato per il matrimonio del caro fratellino con Caterina e scelto di un color vinaccia, abbinato ad un altrettanto ridicolo cappellone a larga falda di identico colore. A rivedere quella mise a distanza di tempo nelle foto, risaltava l'eccessiva aderenza ad una moda imposta a chi, seguendo senza autocritica i suoi dettami, risultava quasi una caricatura.


Nonostante Povera Pazza, alias Liliana, dopo il ricovero in clinica psichiatrica avesse iniziato a manipolare di meno la realtà, Anna colse ancora, non senza ironia, alcune frasi patologiche: la figlia di Caterina avrebbe passato la Pasqua "dai suoceri".

Anna ridendo dentro di sé avrebbe voluto chiederle: "A casa di lui o a casa di lei?"

Gente che al secondo matrimonio del figlio era stata a larga distanza, ignorandosi peggio che due estranei, e la cui anomalia non era stata registrata da Liliana, ora diventava un vago "dai suoceri", a fronte della chiarissima e mai nascosta situazione dei consuoceri di Anna definita da Povera Pazza "tutto uno sfascio", i quali però si frequentavano civilmente con i rispettivi nuovi coniugi nelle circostanze necessarie riguardanti i figli o la salute di ciascuno...

In fine la malata accennò ad una presunta nobiltà dell'impiegato cassintegrato per via del cognome preceduto da un "Del". Del Monte, Del Donno, Del Torrione, Del Castiglio... Quanti nomi in Italia sono preceduti dalla particella Del, e nessuno si ritiene per questo di discendenza nobiliare. Ma tant'è... Il cassintegrato, divorziato, annullato da Sacra Rota si chiama Del Torrione! Vuoi mettere?!

 

sabato 6 novembre 2021

Novella pubblicata nella Raccolta "Mostri e ritratti" - La Giudìa

 LA "GIUDIA"


"Pare na' "giudìa", è vero?" E fece la sua risatella fra il disarmante ed il cattivello.

Mia nonna era una vecchietta rinsecchita che vestiva ancora alla "paesana": con il fazzolettone ed il grembiule. Faceva la svanita quando le faceva comodo ma, ogni tanto, se ne usciva con qualche piccola malignità su qualcuno ed allora ti accorgevi che non era la vecchina innocua che voleva apparire.

La "giudìa" era la mia migliore amica di allora ed era una bella ragazzona mora di carnagione che nei tratti, evidentemente, a mia nonna richiamava la "facies" ebraica ed antichi, da me insospettati, pregiudizi la inducevano a chiamarla con quel termine fra il popolano ed il dispregiativo. La mia amica si chiamava Pamela e confesso che non sono in grado di distinguere "facies" particolari nei miei connazionali di cultura o religione ebraica. Pamela, comunque, era di cultura e religione cattolica. 

Non è casuale per me scrivere cultura o religione, invece di cultura e religione: perché una persona può ricevere un tipo di educazione religiosa che rimarrà comunque nel suo bagaglio culturale, ma non necessariamente professerà in seguito quella religione, magari perché il suo pensiero si evolverà in modo diverso dalle sue radici. Dire, dunque, che Pamela era di cultura e religione cattolica, significa che era credente secondo i canoni di quella religione.

Pamela era alta, imponente e, per il gusto antico, una bella ragazza. Dietro la sua aria scanzonata ed indisponente si nascondevano un'insicurezza quasi patologica ed una confusione di idee che ancora dura.

Ci eravamo conosciute in classe, banalmente. Lei era arrogante, non le andava di studiare e passava il tempo ad irridere gli altri con una ragazza con la quale aveva subito legato: Miranda. Le ritenevo due sceme e mi erano francamente antipatiche. Non mi è mai piaciuta la gente che trae il suo divertimento dal dileggio degli altri. Si divertivano a fare scherzi sciocchi del tipo "attaccare la gomma da masticare sul bavero del cappotto di una compagna", oppure "staccare il soprabito di qualcuno dall'attaccapanni e gettarlo in terra".

Non gradivo i loro stupidi scherzi, ma la mia aria seria ed indispettita le divertiva ancora di più.

L'anno scolastico seguente ci fu una ridistribuzione delle sezioni: Pamela, io e poche altre, fra cui non c'era Miranda, fummo messe in una sezione diversa, mentre il grosso della nostra classe rimase in sezione "N".

Per caso finimmo per metterci nello stesso banco, giacché eravamo le uniche rimaste da sole e nessuna di noi voleva mettersi in un banco con una "nuova". Scoprii così che era una comica irresistibile: durante le lezioni si nascondeva dietro le compagne, eravamo all'ultimo banco, e diceva cose esilaranti che mi facevano ridere mio malgrado. Per questa ragione fui ripresa più volte dagli insegnanti ed, in generale, la mia condotta ne risentì. Però avevo bisogno di allegria, a casa mia non ne avevo molta, e lei me la dava.

Cominciammo a frequentarci anche fuori dalla scuola. Andavo a casa sua a studiare o lei veniva a casa mia. In realtà con Pamela era difficile studiare, non le andava e trovava mille scuse per distrarsi e continuare a scherzare ed a divagare.

La sua casa si trovava in un quartiere borghese medio alto, a mezza costa di uno dei colli della città. Era una bella casa, grande e ben arredata. Sua madre era una sorridente signora, tonda come una palla, che fumava molto e cucinava molto bene. Il padre era un distinto ed enigmatico signore: parlava a voce bassa ed era molto gentile. Il suo unico fratello, più piccolo di lei di un paio d'anni, era un ragazzo un po’ viziato, buono, ma un po’ troppo sicuro di sé ed irriverente.

Devo dire che, dopo aver visto la sua casa, avevo avuto un poco di vergogna ad invitarla a casa mia.

La mia casa era di tutt'altro tenore: niente salone, né doppi servizi, né accurate rifiniture; la mia era una piccola casa piccolo borghese. Siccome non l'invitavo, un giorno venne lei, spontaneamente: così ruppe i miei indugi.

Pamela aveva un gran bisogno d'amicizia e d'affetto. Univa, però, ad una calda umanità, un comportamento strano e difficile da accettare. Diceva cose inaccettabili con innocente e provocatoria arroganza e non si sapeva se bisognava riderne, tanto apparivano assurde, o arrabbiarsi.

Il mondo per lei era diviso in classi sociali a seconda del livello culturale e delle possibilità economiche. Eravamo negli anni 1964, 1965, e l'Italia aveva lasciato il classismo insieme al fascismo, idee così facevano solo ridere, soprattutto se le differenze di classe erano attribuite sulla base di diversità minime, quali ad esempio avere una laurea o non averla, avere un diploma o aver studiato solo fino alla licenza media, essere un impiegato di "gruppo B" rispetto ad uno di "gruppo C" e così via.

Pamela si mostrava sprezzante verso un giovane, che pure le piaceva tanto, definendolo "il figlio della sarta e del falegname", anche se questo ragazzo, che studiava nella nostra stessa scuola, era benestante proprio grazie al lavoro dei due bravi artigiani che erano i suoi genitori. "Il figlio della sarta e del falegname" non era attratto da lei, era incuriosito, piuttosto, dai suoi modi originali. Il suo fare irridente e, apparentemente, anticonformista, lo divertiva, la sua corte lo lusingava. E sì, perché Pamela, quando un ragazzo le piaceva, lo corteggiava.

Io le dicevo che era matta e ridevo della sua incoscienza.

Però, prendendola un po’ più sul serio, trovavo che non aveva dignità. Va bene che faceva tutto per scherzo, ma perseguiva il suo scopo con fatti concreti: telefonate continue, richieste di uscire insieme, atteggiamenti e discorsi spregiudicati. Paolo, così si chiamava il nostro compagno di scuola, non si tirava indietro; il suo atteggiamento era quello divertito di chi si dice:" Vediamo questa che vuole e dove vuole arrivare." Ma Pamela lo sapeva dove voleva arrivare e, soprattutto, cosa voleva veramente?

La sua contraddizione era evidente: da una parte faceva tutto con estrema leggerezza, come di chi non gliene importa niente, dall'altra si scopriva poi che soffriva come chi si era illuso di poter avere in cambio amore vero.

Da una parte disprezzava Paolo catalogandolo come appartenente ad una classe sociale inferiore, dall'altra gli correva dietro pur sapendolo fidanzato ufficialmente con una nostra compagna di classe che era anche sua amica.

"Ma se è fidanzato perché gli corri dietro? Non pensi a Lia che è tua amica? Non è leale e, scusami, nemmeno dignitoso, perché lui è impegnato e poi tu sei donna e lui uomo." Le dicevo, cercando di impostare un discorso serio, nonostante il suo sorriso fra il sarcastico e l'ironico.

"Io gli piaccio, se no non ci starebbe." Mi rispondeva con un sorriso di sfida.

"Un maschio ci sta sempre, ma come pensi che ti consideri?"

Le dava appuntamenti che poi non rispettava: ero scandalizzata dalla sua assoluta mancanza di amor proprio.

"Se vuoi che gli altri ti diano valore devi dartelo tu per prima, lo capisci?"


*****


Non so fino a che punto spinse i suoi rapporti con Paolo, di certo, almeno una volta, ebbero contatti molto intimi, ma lui non lasciò mai la fidanzata, si limitò a stare al gioco.

Tutto in Pamela era così: lei disprezzava l'oggetto dei suoi interessi o desideri, però si buttava nel rapporto umiliandosi con l'aria di divertirsi un mondo.

Scoprii molto presto che era tutta una difesa, inutile per altro, perché soffriva e perdeva, sempre. Non riusciva ad avere né orgoglio, né dignità, né amor proprio. Cercava di supplire a questo inalberando un'arroganza irridente e, a volte, persino villana, una spregiudicatezza che nel profondo di sé non esisteva affatto, anzi era affetta da sensi di colpa e vergogne incredibili per non essere, da tempo, più vergine.

Aveva buttato via sé stessa con un tale che non l'aveva mai amata, né rispettata e glielo aveva sempre detto francamente.

Barava con sé stessa dunque, perché aveva paura di affrontare la realtà, come molti. Aveva paura di dirsi: "Non mi ha amato il primo ed io sono stata stupida a continuare a rincorrere chi non m'ama." Le era mancata la forza di carattere per imporsi di stare sola, ad attendere qualcosa di dignitoso che avrebbe potuto anche non arrivare mai. A nulla valeva sminuire gli oggetti dei suoi desideri deridendoli o disprezzandoli quando, umiliandosi per essi, si poneva al disotto, finendo, nell'intimo, per scendere a livelli di disistima di sé che le provocavano un'insanabile insicurezza.

Ma perché affrontava la realtà a quel modo? Forse, come sempre, la risposta, oltre che in lei, in come era costruita, era anche nella sua famiglia, nei rapporti fra i genitori e fra lei e questi ultimi.

Frequentandola scoprii che anche su questi rapporti Pamela aveva mentito a sé stessa ed agli altri, cercando di modificare, con una realtà di fantasia, la realtà che non le piaceva e che temeva di affrontare.

Dei suoi genitori diceva: "Il sabato sera escono, vanno a far visita ad amici, giocano a carte, stanno sempre insieme."

In realtà la madre, sempre sorridente e gentile con me, via via che si entrava in confidenza, si lasciava sfuggire frasi pungenti, a volte addirittura acide, all'indirizzo del marito.

Passava il tempo e mi resi conto che quell'atteggiamento era costante e non frutto di un momento di lite o di tensione fra i coniugi. Da alcune frasi mi resi conto che la frattura era antica, cronica ed insanabile. Il padre, un vero signore, gentilissimo, era distaccato, ironico, indifferente alla moglie. Notai che non la conduceva mai con sé nei frequenti viaggi di lavoro che faceva.

Una volta mi stava mostrando delle foto di un suo recente viaggio a Vienna e gliene sfuggì una che forse pensava di aver già tolta dal mazzo: c'era una donna bionda, con un gran petto, a riempire il panorama. Più che la foto in sé, poteva essere una collega o chiunque altro, fu la sua reazione ad insospettirmi: tolse via la foto in fretta, senza lasciarmi il tempo di vederla meglio come le altre.

Ingenuamente parlai di questo episodio con Pamela e lei, con gli occhi feriti da una rivelazione non tanto ignota, ma inalberando, sia pure forzatamente, uno dei suoi sfrontati sorrisi, chiamò in causa il fratello, con mio grande disappunto. Pensandoci, in seguito, capii che anche quella era stata una manovra difensiva. Non sapendo assolutamente affrontare la realtà già nota, chiamò il fratello come per sfrontato gioco, per metterlo fra sé e la realtà che l'inconsapevole amica le gettava addosso. Non sapendo, in quella circostanza, come sfuggirla ancora ignorandola, camuffandola, tentò una strenua, goffa, penosa difesa, tirando in mezzo il fratello adolescente:

"Sai che papà a Vienna era con una donna? Fatti mostrare la foto!" Il fratello non rideva come lei ma, ferito da un'uguale situazione familiare, aiutato da un carattere arrogante e dall'incoscienza dell'età, andò dritto dal padre. Io ero costernata: tutto ciò mi qualificava come spia agli occhi del gentile signore e mentre ero ospite in casa loro. Non avrei mai immaginato che la mia amica mi esponesse così: pensavo di poter contare su una complice ed amichevole confidenza. Invece, visto che mi ero permessa di schiudere il tappo della fogna e di sentirne, per un attimo, il fetore, la mia amica mi puniva in modo sado-masochista.

Questa componente del suo carattere, sadismo e masochismo insieme, sarà presente in tutti i suoi rapporti umani, in particolare con l'uomo che poi sposerà, portandola al fallimento di tutti i suoi rapporti affettivi.

Con "fair-play" tutto inglese, il padre "dribblò" la spedizione del figlio sedicenne mostrandogli un'altra foto e dicendo che, probabilmente, io avevo visto male. Il ragazzino tornò rassicurato. Pamela, visto che il tappo era stato rimesso al suo posto, sogghignò sfottendomi:"Ah! Ah! Ah! Adesso mio padre penserà che sei una spia! Ah! Ah! Ah!" Ero umiliata e mortificata: la mia totale inesperienza sul peggio della vita mi aveva portato ad espormi dentro una situazione familiare piena di veleni.

Quest'episodio arrivò anche alla madre: e qui Pamela non riuscì a mettere il tappo. La signora, nonostante la sua aria tonda e rassicurante, smesso il bel sorriso, fumando nervosamente, disse qualcosa in più su suo marito, rispetto al solito, che mi svelò che lei era amara e nervosa perché da anni sapeva di venire sistematicamente tradita.

Perché Pamela costruiva, invece, un idillio fantastico fra i genitori?

Fra i due chi sbagliava era il padre, eppure lei lo prediligeva. Dimostrava questa scelta abbracciando ciecamente tutte le sue idee classiste, ed i relativi complessi di inferiorità nei riguardi di chi, a torto o a ragione, riteneva essere di classe sociale superiore. Mostrava verso la madre, che non aveva un diploma come suo padre, un sottile disprezzo. Non voleva essere come lei, una delle tante donne oneste e cornute; tentava, allora, di comportarsi in modo spregiudicato, pensando così di sfuggire a quel destino; entrando, invece, in contrasto con sé stessa, con la sua natura che era onesta, di qui i complessi perché non era più vergine.


*****


Aveva idealizzato il ragazzo a cui aveva regalato la sua innocenza perché figlio di un professore universitario, direttore di un istituto di ricerca, e con lui aveva idealizzato anche la sorella, che era sua amica.

"Non mi pare una persona perbene uno che si approfitta di una ragazza che è innamorata di lui per usarla come donna da letto! Doveva rispettare un sentimento che non si sentiva di contraccambiare! Invece, prima fa i suoi comodi, poi ti fa anche le prediche, per di più! Ma ti rendi conto che è un ipocrita ed un vigliacco?" Le dicevo senza mezzi termini, proprio perché ero un'amica vera.

Lei sorrideva con una smorfia, sapeva che quella era la verità, ma non riusciva a modificare in niente il suo giudizio su quella persona.

"Cosa fà?! Il "boy-scout"?! Bene!! Ambiente cattolico...Va a Messa....E bravo! Però va a letto con una ragazza che la prima volta che è andata con lui era vergine ed aveva solo sedici anni! E le dice che non sono fatti l'uno per l'altra, che non la sposerà mai, però continua ad andarci a letto! Ma che brava persona! Infatti ti fa le prediche, pure.....?!"

"Sì, mi dice che non devo andare con lui...."

"A me questa persona fa schifo!" Dicevo indignata.

"E sua sorella?" - Incalzavo. - "Te la raccomando! Tu dici che è tua grande e cara amica. Ma che amica è se non vuole che stai con il fratello? Un'amica vera sarebbe felice di avere come cognata una sua amica, una persona che conosce ed a cui vuole bene."

"Lei dice che non siamo adatti l'uno per l'altra."

"Ah! Certo, lei può giudicare dall'alto della sua maturità ed esperienza!" - Ironizzavo io. - "Perché non ha diciotto anni come te, vero?"

Pamela sorrideva con aria sorniona, sapeva che avevo ragione, ma non cambiava niente.

"E poi questa sorella che fa anche lei "la guida" nell'organizzazione cattolica degli "scouts" e non ritiene che l'obbligo del fratello sarebbe quello di sposarti! Questa è la gente che tu ritieni migliore di te: due ipocriti! Tu non hai un briciolo di amor proprio! Io un'amica così la cancellerei dalla mia esistenza!"

Ma per Pamela quei due molluschi avevano il grande merito di appartenere ad uno strato della borghesia "colta", e questo era per lei un valore che appannava tutto il resto.


*****


Anni dopo sposò un bravo ragazzo: ben educato, ragioniere, figlio di brava gente, padre impiegato. Cominciò a mortificarlo fin dall'inizio. Lui era innamorato di lei. Lei no. Aveva ancora dentro il mito del "boy-scout".

Con lui era arrogante, prepotente, insultante. Lo umiliava in pubblico deridendo lui e la sua famiglia, anche se non c'era nulla da irridere.

Una volta provai a dirle:"In fondo ti ha sposato anche se tu...."

"E allora?!" - Mi aggredì lei. - "Perché lui era vergine forse?!"

"Ma c'è un pò di differenza, non credi?" E ripensavo a quando era corsa, terrorizzata, a farsi le analisi temendo di essere incinta e, vigliaccamente, mi aveva chiesto se davo il mio nome al posto del suo al laboratorio di analisi:

"Perché?" Chiesi sorpresa e ferita da quella incredibile richiesta.

"Perché dal nome risulterà che avrò fatto il test di gravidanza."

Era il 1964 e un simile fatto, se risultava da un registro di analisi, poteva essere infamante per la reputazione di una giovane donna. Mi aveva chiesto di esserle vicino e, da amica, lo ero: l'avevo accompagnata, pensavo alla gravità del fatto in sé, ma non avevo pensato a quest'altra implicazione. Fui colpita che in quel momento pensasse agli altri, che potessero scoprire chi era veramente, che se ne vergognasse. La sua sfrontatezza, che si divertiva ad ostentare anche con me, con la quale amava scandalizzare, era scomparsa: tremava vilmente al pensiero che "si potesse sapere", che risultasse in qualche modo, da qualche parte, che lei aveva avuto bisogno di accertarsi se era incinta o no. 

"E tu vorresti che dessi il mio?!" Sottolineai, esterrefatta dal suo mostruoso egocentrismo.

Si confuse, senza sapere cosa rispondermi. Incapace di assumersi la responsabilità del suo agire, pretendeva di nascondersi dietro il nome di un'amica ancora innocente.

 

*****

Presentò a suo marito l'ex amante. Organizzò disinvolte uscite insieme. Lui, il marito, era certo un debole. Avevano la stessa età e lui, come tutti i ragazzi, era forse un po’ più immaturo di lei. Ma con gli anni lui si disgustò completamente. Paradossalmente non si separarono, ma era un matrimonio fondato sui tradimenti dichiarati di lui, per vendetta, e su uscite di lei con questo e con quello, anche col vecchio e mai maturato "boy-scout", il quale però non diceva niente a sua moglie. Pamela, invece, non nascondeva nulla a suo marito: in sua presenza telefonava al vecchio "boy-scout" e lo informava quando usciva con lui o con altri. A letto non andava con nessuno. Credo, più che altro, perché fisicamente era diventata una montagna di grasso e cellulite. Vestita reggeva ancora, ma il suo aspetto "a nudo", evidentemente, la dissuadeva dal tentare ogni forma di tradimento. Era, comunque, un rapporto sado-masochista quello fra lei ed il marito. Restavano insieme perché avevano paura che al di là di quel loro rapporto fatto di graffi e di dolore non c'era che il buio e la solitudine.

Se lei lo avesse amato e rispettato avrebbero potuto essere felici, ma una volta formatesi le ferite delle offese non si rimarginavano mai, rinnovate dalle liti, da nuove offese e ripicche, tradimenti di lui e meschine vendette.


*****

E la guida scout? Colei che faceva, con altezzosa benevolenza, le prediche a Pamela perché non andasse a letto con suo fratello?

Aveva sposato, dopo nove anni di fidanzamento, un ragazzo timido e scontroso, molto egoista. Dopo due anni di matrimonio erano in mano agli avvocati: separazione, divorzio.

"Divorzio?! Come?! La cattolica!" Dissi malignamente io.

Pamela sorrise benevolmente. Quando avevo ragione non diceva mai niente.

Poi la ex guida scout ebbe un secondo marito.

"Come?! Ma il primo matrimonio, celebrato in Chiesa, non era un Sacramento? Davanti a Dio è bigama! Peccato mortale!"

Pamela sorrideva sempre benevolmente: lei, però, non giudicava mai le macroscopiche contraddizioni, l'arrogante ipocrisia, i guasti ed i fallimenti esistenziali dei membri di quella famiglia. Era feroce solo con il marito: l'unico che l'aveva amata veramente.

Poi la ex guida scout divorziò per la seconda volta: io mi sganasciai dalle risate. Pamela no. Mi disse: "Quando mi incontra, sai, mi fa ancora le prediche." Questa volta, però, le sfuggì un risolino derisorio. Effettivamente certa gente è senza ritegno.

Poi la ex guida scout ebbe un amante, poi un altro.....Sempre continuando a frequentare la Chiesa.

Il suo primo marito, intanto, si suicidò. Io rimasi sconvolta: mi dispiacque perché lo conoscevo anch'io, anche se non lo vedevo da molti anni. Chiesi a Pamela: "Cosa dicono quei due: l'ex-moglie e suo fratello che era suo amico?"

"Niente." Fu la risposta. "Evitano l'argomento. Ma un giorno  gliel'ho chiesto io."

"E cosa ti hanno detto?"

"Né lei, né lui capiscono perché l'abbia fatto."

"Davvero?!" Sorrisi con sarcasmo. "Chissà perché l'hai saputo da me che Pietro si era suicidato. Loro non ti avevano detto nulla. Lui che ti racconta dei suoi tradimenti infantili e si vanta della pazienza di sua moglie, ma tace sulla fine di un amico che è stato suo cognato; lei che ti telefonava per raccontarti dei suoi viaggi, dei suoi amanti e non ti diceva niente di un evento così atroce: suo marito, sposato davanti a Dio in pompa magna, divorziato, che si è sparato un colpo in testa con un fucile."