martedì 29 luglio 2025

ROMANZO "Con il tempo capirai..." INGANNI SENZA RIMORSI

 INGANNI SENZA RIMORSI
La comitiva con cui Caterina l'aveva invitata ad uscire per una gita e nella quale Vera aveva conosciuto Roberto, durante uno dei periodi che Vera era stata con lui fra un riprendi e lascia, aveva organizzato un'altra gita in cui Caterina non venne. Fu ad una villa di campagna dei genitori di uno dei ragazzi che erano stati in classe con Caterina. Era questo un tipo rumoroso e per Vera un po' volgare. Canticchiava canzonette popolari con allusioni sconce.. E Vera conobbe di quel gruppo anche una certa Mariella, una ragazza gradevole con cui parlando scoprì essere amica di una sua compagna di classe, pur avendo frequentato l'Istituto Tecnico per Ragionieri come Roberto e Caterina. Abitavano nello stesso quartiere.
Ad un certo punto della scampagnata molti si ritirarono all'interno della villetta e, con sconcerto di Vera, qualcuno spense le luci del salone e alcune coppie iniziarono a sbaciucchiarsi. Mariella sparì nelle stanze adiacenti con il padrone di casa.
"Mariella e Marcello stavano insieme, - le disse Roberto - ma lui non vuole impegnarsi e lei l'ha lasciato."
Apparve una luce oltre il vetro smerigliato della porta che dal salone dava sulle altre stanze e, attraverso quel vetro, apparve la figura di Mariella che non indossava più il suo vestito ma si aggiustava uno scialle avvolgendolo sul corpo denudato.
Vera ci rimase malissimo.
Roberto, con la sua morale, giustificò l'evidenza dei fatti dicendo a Vera che "Mariella era ancora innamorata di Marcello".
"Che amore è non stare insieme ma fare cose intime in una gita estemporanea... Così..?" Pensò la ragazza, senza nemmeno provare a comunicare la sua riflessione a quel ragazzo con cui si rimproverava di stare ancora dopo quello che di lui andava scoprendo.
Ne parlò con la sua compagna di classe, Stradiotto, si chiamavano per cognome come tutte, tranne quelle poche che, diventando amiche, si chiamavano per nome.
"Ah, è così! - Disse Stradiotto con un sorriso ironico. - Mariella fa molto male a comportarsi così, dato che è fidanzata con un bravo ragazzo che le vuole bene e lei va ancora dietro a quell'ex compagno di scuola che è uno inaffidabile e affatto serio."
Vera rimase colpita da quello che le rivelava la sua compagna di classe con serietà e severità di giudizio nonostante il sorriso ironico.
Pensò a quel ragazzo sconosciuto che la sua compagna di classe mostrava di conoscere bene, abitando nello stesso quartiere, che nulla sapeva di essere ingannato in modo così sleale...
Le tornò in mente un'altra compagna di classe, tale Minnella, che già a quindici anni si truccava con una sapienza che la faceva apparire una ventenne: altrettanto i capelli tinti e accuratamente acconciati e le unghie lunghe laccate di smalto. Era già fidanzata ufficialmente, ma era fra le poche della classe che avevano un filarino che le aspettava fuori dalla scuola alla fine delle lezioni. Ragazzotti sulle cui moto salivano tutte felici. Vera le aveva sentite farsi confidenze su questi loro filarini mentre erano in bagno nell'ora di ricreazione e ne era rimasta inorridita.
" Alessandro devi vedere come schizza!" E giù una risata! Facevano a raccontarsi le prodezze sessuali dei loro amorazzi e fra queste c'era questa Minnella che dicevano fidanzata con uno ricco. Vera una volta l'aveva incontrata per strada nei dintorni della Scuola con entrambi i suoi genitori. Si erano salutati e lei si era chiesta cosa sapessero di quella figlia e di cosa faceva ingannando il promesso sposo... L'altra compagna con cui ridendo si dilettava in simili confidenze era molto bella e di aspetto molto fine. Castana, pettinava i capelli del colore naturale raccolti sulla nuca, in modo semplice, non "cotonati" come li portava ad esempio Minnella secondo la moda del tempo, i tratti del suo viso ricordavano certe bellezze del cinema francese dell'epoca, gli occhi erano di un azzurro-grigio stupendo, le gambe bellissime, perfette.
Eppure questo aspetto fine ed angelico non corrispondeva al suo animo, non soltanto per le prodezze sessuali, di cui si vantava con Minnella, che faceva con un ragazzetto magro, bruttino, dall'aria un poco "hippy", che la veniva a prendere ogni giorno con un vespino, ma anche perché un giorno, durante l'ora di Ragioneria, la Professoressa si interruppe mentre stava facendo lezione e, con viso molto contrariato, si rivolse alla ragazza dicendole perentoriamente di consegnarle il biglietto con il quale si stava distraendo dalla lezione e, ridendo piano, aveva passato ad un'altra compagna.
Vera ricordava l'espressione della Professoressa e il rossore che le si era acceso in viso mentre apriva il foglio che la compagna bella e fine era stata costretta a consegnarle: "Sono mamma e nonna e non ho mai visto niente del genere!" Proferì indignata con la voce che le tremava, mentre la bella e fine cercava penosamente di giustificarsi: "Non deve pensare male... Professoressa.. Non deve pensare male..."
Vera non vide cosa c'era su quel foglio ma chi dai banchi vicini l'aveva sbirciato disse che era un disegno pornografico.
Ecco, l'apprendere di come una ragazza giovane come lei potesse senza vergogna né remore ingannare chi l'amava come Mariella, le aveva fatto ricordare queste altre due figure di donne giovanissime così diverse da come sembravano e volevano apparire.
Finita la scuola un giorno le capitò di incontrare la bella dagli occhi grigio-azzurri alla Standa di Via Cola Di Rienzo: era incinta ed aveva un bel pancione. Si salutarono. Accanto a lei c'era un uomo non bello, sui trenta anni, era il marito, ma non era lo smilzo un poco "hippy" che la veniva a prendere con il vespino. Aveva saputo che la sua famiglia di origine non se la passava bene e per questo forse lei aveva scelto di sistemarsi in fretta con quell'uomo dall'aspetto grigio ed incolore.
Un'altra compagna di classe, bruttina e scialba, con occhiali da forte miope, di fronte al suo tentativo di commentare certe cose sentite in bagno da quelle compagne, lungi dallo scandalizzarsi, la spiazzò confessando che quei rapporti intimi li aveva anche lei con il suo ragazzo. 
Erano ragazzine di quindici, sedici, diciassette anni negli anni sessanta del 1900.

giovedì 24 luglio 2025

ANDREA SEMPIO: UNA VERGOGNOSA PERSECUZIONE

 PRENDO SPUNTO DALLE PAROLE DELL’avvocato David Leggi: “..coloro che, senza avere la certezza del vero e per meri fini di lucro, non esitano a travolgere l’esistenza altrui,..” lette oggi su un giornale per altri casi per riflettere su quello che sta accadendo nella Giustizia Italiana in questi giorni: il governo vuole fare una ennesima Riforma che, come le precedenti, a parte il Decreto Spazzacorrotti di Alfonso Bonafede a cui hanno poi impedito di completare il lavoro, alla gente onesta non hanno portato alcun beneficio. E la Giustizia deve servire la gente onesta e le vittime di reati: nessun altro.

La maggior parte dei cittadini non addetti ai lavori non capisce assolutamente se la separazione delle carriere dei giudici porterà loro vantaggio o beneficio.

 20 MAGGIO 2025

La Repubblica: “Mario Venditti, il magistrato che archiviò l’indagine su Sempio: “Resto a guardare”

di Paolo Berizzi

Mario VendittiMario Venditti 

L’ex procuratore di Pavia che nel 2017 decise di archiviare la prima indagine su Andrea Sempio per il delitto di Chiara Poggi

sei anni dopo è andato in pensione, e dal 15 luglio 2023 è presidente del casinò di Campione

COME AL SOLITO QUELLO CHE E’ INTERESSANTE SONO I COMMENTI DEI LETTORI:

pedro194620 MAGGIO 2025

Tutte le nomine del Casinò di Campione sono mercanteggiate e decise politicamente alla Regione Lombardia. Non ci si arriva lì per meriti ma per appartenenza politica.

 

1538503wRXiG20 MAGGIO 2025

Leggere i giornali e certi articoli serve solo a far crescere la sfiducia in chi rappresenta o ha rappresentato Istituzioni che sono, dovrebbero essere, il fondamento dello Stato di Diritto!


MI FERMO QUI E PENSO SIA SUFFICIENTE.

A QUESTO AGGIUNGASI CHE L’ATTUALE PROCURA DI PAVIA STA PROCESSANDO ELEMENTI DELLA POLIZIA GIUDIZIARIA PRECEDENTEMENTE ATTIVA PRESSO QUELLA PROCURA CHE, PARE, USASSERO DEL LORO POTERE ILLECITAMENTE PER FATTI PRIVATI DI VARIO GENERE.

DUE RIFLESSIONI: 1) Perché gli italiani dovrebbero fidarsi degli attuali uomini dello Stato che occupano oggi i posti che costoro occupavano ieri?

2) Cosa c’entra questo con l’indagine, per ora fondata su niente, su un ragazzo che non aveva alcun rapporto con la fidanzata di Alberto Stasi processato e riconosciuto nel processo assassino della stessa?

PER QUEL CHE FINO AD ORA E’ DATO SAPERE E’ CHE SU DUE MARGINI DELLE UNGHIE DELLA VITTIMA E’ STATA TROVATA UNA MINIMA PARTE DI CROMOSOMA Y IN PARTE SOVRAPPONIBILE A QUELLO DI Andrea Sempio. PENSO CHE ANCHE GLI IGNORANTI AVRANNO CAPITO CHE UNA SIMILE TRACCIA GENETICA PUO’ ESSERE SOVRAPPONIBILE A QUELLA DI MOLTE ALTRE PERSONE.

NONOSTANTE LE RACCOMANDAZIONI TARDIVE DEL DOTT. FABIO NAPOLEONE IL FACCIONE DELL’AVVOCATO DI STASI MI E’ COMPARSO ANCHE OGGI SUL CELLULARE IN UNA PUBBLICAZIONE DI GOOGLE IN CUI DICEVA CHE LA STORIA DELLO SCONTRINO DI SEMPIO “E’ GRAVISSIMA”.

ANDIAMO A VEDERE COSA C’E’ DI GRAVE: I CARABINIERI GLI HANNO CHIESTO COME A TUTTE LE DECINE DI  INTERROGATI DOVE FOSSE NEL GIORNO E NELL’ORA  DEL FATTACCIO, LUI SI E’ RICORDATO DELLO SCONTRINO DEL PARCHEGGIO E LORO GLI HANNO DETTO DI ANDARE A PRENDERLO.

DUNQUE TUTTE LE FAVOLE CHE L’AVESSE PRESENTATO DOPO UN ANNO E PORTATO SPONTANEAMENTE CADONO, CON DISPIACERE DI CHI CI  AVEVA RICAMATO SOPRA.

MA L’AVVOCATO CIARLIERO, NONOSTANTE NAPOLEONE, ESALTA COME GRAVISSIMO IL FATTO PERCHE’ IL VERBALE DEI CARABINIERI DOVEVA ESSERE CHIUSO E RIAPERTO SOLO AL RITORNO DEL RAGAZZO CON LO SCONTRINO, CHE TANTO NON POTEVA ESSERE CONSIDERATO UN ALIBI ESSENDO SENZA TARGA DI RIFERIMENTO.

E SEMPIO COSA C’ENTRA SE I CARABINIERI, SFINITI DAGLI INTERROGATORI DI TUTTI I FREQUENTATORI DI CASA POGGI, HANNO CERCATO DI SEMPLIFICARE CON UN UNICO VERBALE? SARA’ UNA SCORRETTEZZA BUROCRATICO-FORMALE MA NON E’ CERTO PROVA CHE DIMOSTRA CHE ANDREA SEMPIO HA AMMAZZATO CHIARA POGGI.

POI QUESTO DNA CHE, SECONDO LO STESSO AVVOCATO, MIRACOLOSE TECNICHE NUOVE AVREBBERO POTUTO RICOSTRUIRE IL DNA DI SEMPIO PARTENDO DA UN APLOTIPO Y DOVE STA?

INTANTO I GIORNALI SCRIVONO CHE C’E’.

MA NON C’E’. DOVE LO PRENDONO IL CROMOSOMA X DEL DNA DI ANDREA?

LO SCONTRINO CHE NON PROVA, NULLA, IL DNA CHE NON C’E’, LA MADRE CHE “forse” L’HA PROCURATO LEI LO SCONTRINO VEDENDOSI CON UN UOMO AMICO O CONOSCENTE… SI, VABBE’.. MA COSA C’ENTRA TUTTA QUESTA PACCOTTIGLIA CON SEMPIO SULLA SCENA DEL CRIMINE? AH! C’E’ LA FAMOSA IMPRONTA CHE NON SI PUO’ PIU’ ESAMINARE. MA FU ESAMINATA E NON E’ UN’IMPRONTA DIGITALE MA PARTE DEL PALMO DI UNA MANO DI QUALCUNO CHE SI POGGIO’ AL MURO SCENDENDO LE SCALE NON SI SA QUANDO.  MA CI SONO DEI PUNTI UGUALI ALLA MANO DI SEMPIO DICONO. MA QUEI PUNTI POSSONO APPARTENERE ANCHE AD ALTRI NON ESSENDO IMPRONTE DIGITALI. E DI CHIUNQUE SIA QUELL’IMPRONTA, QUALORA FOSSE DELL’ASSASSINO, AVREBBE NECESSARIAMENTE AVUTO LE SCARPE INTRISE DI SANGUE PERCHE’ PER APPOGGIARSI IN QUEL PUNTO, NON VOLANDO, DOVEVA AVERE I PIEDI SUI GRADINI LORDI DEL SANGUE DI CHIARA.

ANDREA SEMPIO PORTA SCARPA N. 44 E L’IMPRONTA LASCIATA SICURAMENTE DALL’ASSASSINO IN BAGNO E’ N. 42.

POI IL MOVENTE CHE CERCANO DI INVENTARSI: ATTRAZIONE DI ANDREA PER LA SORELLA DEL SUO AMICO, PIU’ GRANDE DI LUI E NON CERTO UNA BELLEZZA…

OPPURE UN COMMANDO DI PIU’ PERSONE IMMAGINANDO DAL NULLA CHISSA’ QUALI SEGRETI DOVESSE NASCONDERE CHIARA…

MA E’ UN’INDAGINE O UNA FICTION? COMINCIA AD ESSERE PIUTTOSTO COSTOSA PERO’.

ORA SI CERCANO IMPRONTE DIGITALI SULLA SPAZZATURA NON AVENDO TROVATO DNA DI NESSUNO SE NON QUELLO DEI DUE FIDANZATI.

INTANTO LE CALUNNIE SULLE VITTIME VIVENTI DI QUESTO DELITTO SI SCATENANO PARLANDO DI SOLDI DA RESTITUIRE ALL’ASSASSINO DA PARTE DEI POGGI: LA GENTE CHE DELIRA NON SA CHE L’ASSASSINO HA PRUDENTEMENTE RINUNCIATO ALL’EREDITA’ IN MODO CHE I BENI DEI SUOI GENITORI, NON PASSANDO IN EREDITA’ A LUI, NON POSSONO ESSERE AGGREDITI DAL RISARCIMENTO.

Pensierino mio mentre scrivo: la tastiera del PC è lurida.. Dovrò pulirla, se la dovessero esaminare chissà quanti DNA ci trovano... Ma so che pulirla non è facile: una volta che pulii quella dell'ufficio dopo non funzionava più e il bravissimo e paziente Antonio, tecnico e mio collega, la dovette smontare tutta e metterla ad asciugare sul termosifone...

martedì 22 luglio 2025

ROMANZO "Con il tempo capirai..." INCONTRO CON LA MORTE

 INCONTRO CON LA MORTE

Fu nei luoghi della casa delle vacanze in montagna che misurò se stessa con la morte.
Scorreva nella valle un fiume a corso torrentizio le cui acque pure e cristalline a tratti sfioravano i sassi e i ciottoli del greto e a tratti formavano anse profonde dove l'acqua era trasparente ma verde cupo o, a seconda del capriccio del fondo, assumeva colori cangianti, dal verde chiarissimo alle tonalità che le piante delle rive, reclinando verso il corso dell'acqua, le donavano. 
Vera con amici dell'estate vi si recava spesso, badando di bagnarsi solo le gambe e i piedi e, camminando con i piedi ben piantati sul fondo, guardando di non fare mai passi azzardati dove l'acqua era più profonda: primo perché non sapeva nuotare, poi perché la corrente variabile del fiume lo rendeva pericoloso anche per i nuotatori esperti e su di esso si raccontavano disgrazie terribili nei borghi che sorgevano intorno sulle colline.
Il desiderio di refrigerio nella calura estiva era forte ma Vera era prudente. Non lo era altrettanto Fiorenza, di poco più grande di lei, un tipo un poco smargiasso che Vera ritrovava tutte le estati nel paesino dove i suoi genitori avevano una casa per le vacanze.
Qualche volta si vedevano anche a Roma, ma raramente, dato che Vera abitava in centro, fatto che destava l'ammirazione senza invidia di Fiorenza, la quale abitava invece in una lontana periferia dove conduceva una vita ben diversa da quella di Vera che studiava, mentre Fiorenza, conseguita la Licenza di Scuola Media Inferiore,  aveva lasciato gli studi e lavorava aiutando i suoi genitori nella conduzione di un bar.
Quel giorno si recarono al fiume loro due e si immersero nelle fresche meravigliose acque: Vera con prudenza rimanendo in piedi con i piedi ben saldi sui ciottoli, ogni tanto piegandosi sulle ginocchia per bagnare parte del corpo, mentre Fiorenza, incosciente e baldanzosa, pur non sapendo affatto nuotare, mimò uno slancio verso l'acqua visibilmente più profonda mettendosi in orizzontale, per poi repentinamente raddrizzarsi in posizione verticale e, in quell'istante, rendendosi conto che i suoi piedi non toccavano il fondo sbiancò in viso e ammutolì. La corrente la trascinava e lei tese un braccio con la mano aperta verso Vera che stava saldamente piantata con i piedi sui sassi del fiume. Il pensiero è più rapido della velocità della luce e Vera in un istante, capendo quello che l'amica le chiedeva, pensò che se avesse afferrato quella mano che le implorava aiuto sarebbe stata trascinata anche lei dalla corrente perdendo il suo sicuro punto di appoggio: si interrogò in un attimo: "Cosa è peggio, vedermela morire davanti o farmi trascinare con lei?" Si rispose che non avrebbe potuto vivere con l'immagine dell'amica morta a cui lei aveva negato la sua mano. Si fece avanti e l'afferrò.
Ma le cose non potevano andare che come andarono: la corrente trascinò le due ragazze che dopo poco, non sapendo nuotare, finirono sotto. Vera riemerse sentendo con stupore la sua gola chiamare aria con una forza e un suono come quello delle foche o i trichechi. Ancora sotto e di nuovo riemerse mentre la corrente, seguendo il capriccioso percorso del fiume, l'aveva portata nel punto in cui a pochi metri da lei riemerse anche Fiorenza che, come lei, emise quel terribile suono automatico di richiamo di aria.. L'ultima volta che riemerse vide Fiorenza che, miracolosamente, era affiorata accanto ad uno scoglio e ad esso si era aggrappata uscendo dall'acqua salva e, recatasi sulla vicinissima riva, aveva afferrato un lunga canna e Vera, prima che la sua testa affiorante rifinire sotto, capì che l'amica voleva tentare di porgergliela affinché lei vi si aggrappasse. Ma lei rifinì sotto: l'acqua, in quel punto poco profonda e trasparentissima, le mostrò un fondo sabbioso che subito risaliva ripido verso l'argine. Pensò che non doveva muovere le gambe perché l'acqua l'avrebbe risollevata e trascinata ancora nel suo sinuoso percorso, fino a che le sarebbe mancato del tutto il respiro e sarebbe morta. I suoi piedi in quel punto toccavano il fondo e lei camminò piano piano sul fondo seguendone la risalita: emerse sfinita piegando il busto fuori dall'acqua sul bordo della riva, mentre il bacino e le gambe erano ancora dentro non avendo la forza di tirarli su.
Si sentiva il collo gonfio, lo percepiva enorme come quello di un toro... Ma era viva. Fiorenza, pallidissima e con i capelli intrisi d'acqua appiccicati al viso, era riemersa sull'altra riva, dove la corrente l'aveva trascinata a quel salvifico scoglio affiorante.
Vera in quel su e giù era stata perfettamente cosciente che stava morendo ma non aveva avuto paura: aveva pensato solo che moriva a diciassette anni, che non avrebbe mai avuto una vita, dei figli, e alla disperazione di suo padre e della sua indifesa madre...
L'indomani Fiorenza volle andare nella fiorente cittadina più vicina, Amatrice, e comperò un cero che volle andare ad accendere nella Chiesa S. Francesco  per ringraziare Dio della loro salvezza. Vera, pur essendo credente, anche se già con i primi dubbi, non era pervasa dal sentimento mistico di Fiorenza che, avendo un animo più semplice e primitivo vedeva in quell'avventura la mano di Dio. 
Non provava alcun risentimento nei riguardi della sua amica, anche se per il suo superficiale voler sempre mettersi in mostra aveva messo in pericolo sé stessa e lei, Vera, rischiando la morte. Pensava che ne erano uscite vive per puro caso e, nel suo, per la sua mente intelligente che aveva saputo ragionare acutamente mentre era sott'acqua, altrimenti difficilmente lei sarebbe riuscita ad afferrare quella lunga canna che Fiorenza voleva porgerle andando su e giù trascinata velocemente dalla corrente, e lei che non si era messa in pericolo per sua volontà, sarebbe morta distruggendo le vite dei suoi genitori per i quali lei era tutto.
Questo pensava mentre assisteva indifferente al fervore emozionato della sua amica mentre accendeva il cero.
Capì che quello era stato un bivio e lei aveva scelto in modo eticamente ideale che però, passato l'attimo della scelta, si era rivelato rovinoso per lei e solo fortuitamente non era finito in una tragedia che avrebbe abbattuto nel dolore peggiore i suoi innocenti genitori.

venerdì 11 luglio 2025

ROMANZO "Con il tempo capirai..." APPARENZA E REALTA'

APPARENZA E REALTA' 

Ma le emozioni che le aveva suscitato Pietro, pur non bello, dai lineamenti irregolari, non riusciva a suscitargliele Giuliano, carino, fine e dolce come era.
Cercò di leggere in sé stessa: forse era per l'età così vicina alla sua? Le piacevano ragazzi più grandi, più maturi.. Ma Pietro aveva solo diciassette anni.. Dunque c'era un "quid", qualcosa di invisibile suscitato dai modi, dall'atteggiamento, dal comportamento che davano alla persona la sua specificità che su un'altra poteva avere effetti diversi... E Giuliano non la faceva innamorare. 
All'ultimo appuntamento venne vestito con un elegantissimo completo bianco ed una scatolina con un dono per lei. Quel giorno era seccata, voleva lasciarlo, ma aperta la scatola del regalo si commosse: una lunga collana di cristallo di Murano brillava di luce nella scatola imbottita.
Quella collana la ebbe per tutta la vita, indossandola fino ad essere ormai vecchia, e la figlia, che ebbe da un uomo con lo stesso nome, le costruì una coppia di orecchini da abbinarci di un cristallo simile ma meno splendente.
Rimasero amici, si sentivano per telefono, e lui, un po' per verificare se in lei ci fosse rimasto un interesse sentimentale per lui e un po' per orgoglio, le raccontò di aver avuto fra le braccia una ragazza molto prosperosa che, scivolandole dalle spalle le spalline del costume da bagno, si era ritrovata con il seno nudo. Vera non provò nessuna gelosia, anzi, fu felice per lui sperando che soffrisse il meno possibile del fatto che lei non era riuscita a contraccambiarlo.
Nella sede dell'Azione Cattolica che frequentava assiduamente dai suoi undici anni aveva diverse amicizie. Quello era uno spazio e un luogo dove poteva muoversi con una certa libertà e che suo padre approvava. Un'amica, Caterina, poco più grande di lei, la invitò ad una gita fuori Roma con i suoi ex compagni di scuola: lei era già diplomata in Ragioneria. A quella gita Vera conobbe Roberto. Aveva vent'anni ed era decisamente bello e, apparentemente, fine. Le dimostrò subito un grande interesse e lei se ne innamorò. Era iscritto all'università, aveva un'auto a sua disposizione e vestiva con maglioncini di cachémire. 
Caterina, appreso da lei che si erano messi insieme, ne fu felice. Era una ragazza schietta, simpatica anche se non bellissima, e condividevano con Vera gli stessi valori morali derivanti dall'insegnamento religioso dell'Associazione di cui facevano parte.
La prima crepa su un mondo a Vera sconosciuto si aprì una sera seduti ad un tavolo all'aperto di un bar in Viale Giulio Cesare: a pochi passi dal palazzo dove abitava Vera. Erano le sette di sera e Vera doveva rientrare come sempre alle otto secondo le imposizioni di suo padre, il quale nulla sapeva del fatto che lei aveva un ragazzo né che avesse mai avuto una qualsivoglia relazione sentimentale.
Roberto era da poco rientrato da una vacanza a Parigi e si era tagliata la breve barba che tanto gli donava.
Vera gli chiese come mai. Lui con naturalezza rispose: "L'ho dovuta tagliare perché una zozza mi aveva attaccato i pidocchi del pube."
La ragazza rimase gelata a guardare il bel viso di quel giovane che ora le appariva come se si fosse trasformato improvvisamente in un mostro deforme. Non capiva come potessero esistere "pidocchi del pube" e come potessero essere finiti sulla sua barba.
Con naturalezza, come se fosse normale, egli spiegò che era andato a letto con una "che non si lavava", brutta e con due "prosciutti" per cosce. 
Le volle mostrare anche una foto in bianco e nero dove la tizia, grassa e brutta, stava nuda con lui ed un'altra coppia, tutti e quattro nudi, in un prato.
Vera così scopriva che, pur di fare sesso, quel tipo con l'aspetto così gradevole, si abbassava ad accoppiarsi con chiunque, in un vero abrutimento.
Lei del sesso aveva un'idea tutt'affatto diversa, legato indissolubilmente ad un rapporto profondo di amore e rispetto reciproco.
Eppure non si alzò tornandosene a casa dandogli un addio.. La deformità morale che pure l'aveva disgustata non fu sufficiente a farle troncare quel rapporto.
Passarono così dieci mesi in cui lei provò a lasciarlo tre volte, ma sempre ricadeva in quel rapporto degradante per il sentimento che suo malgrado provava per lui, inspiegabile anche a sé stessa visto che amava un involucro che le aveva svelato di essere ben altro.
Nonostante le insistenze di lui non volle cedere ad avere con lui rapporti sessuali spiegandogli più volte quali erano le sue idee e i suoi principi. Lui si prendeva qualche libertà quando si baciavano che a lei davano imbarazzo e fastidio. Ma riuscì a non perdere i suoi principi.
Si confidò con Caterina attraverso cui l'aveva conosciuto: come poteva essere amica di una persona senza valori morali? Caterina rimase in grande imbarazzo, non sapeva nulla di certi aspetti del suo ex compagno di classe.. Certo anche lei, avendo gli stessi principi di Vera, era turbata. Cercò però di salvare Roberto mostrandosi comprensiva per l'esigenza di lui di avere qualcosa di più di un bacio da lei.. Si mostrò imbarazzata ma più realista di Vera.
Ma Vera lo lasciò definitivamente e partì per la casa delle vacanze in montagna.
Le giunse lì una lettera di Roberto in cui le confidava che gli era morta la nonna, che tanto si era occupata di lui dato che sua madre aveva sempre lavorato, e lui era caduto in una crisi profonda avendolo lei abbandonato ed ora si sentiva attratto da un ragazzo... Era ricaduto in una omosessualità che aveva vissuto ma che credeva superata.
"Anche questo?!" Pensò orripilata la ragazza. Lui le chiedeva aiuto. Lei pensò:  "Ora capisco perché andava anche con donne brutte e pure sporche, per questo vanno bene anche gli uomini!"  E gli rispose con una lettera in cui gli diceva che era un pervertito senza speranza, un malato. Questo pensava e questo gli scrisse: metterlo davanti a sé stesso fu il suo aiuto. 

giovedì 10 luglio 2025

ROMANZO "Con il tempo capirai..." SORPRESE E DOMANDE

 SORPRESE E DOMANDE

Giuliano la invitò ad una festa che lui dette a casa sua. Era molto emozionato ed onorato della sua presenza.
Abitava nel quartiere nuovo della Balduina, dove abitavano altri amici di Vera e dove, dati i costi delle case, gli abitanti erano persone con professioni allora ben remunerate: impiegati di banca, professionisti, impiegati pubblici con ruoli apicali.
Il padre di Giuliano era un Ingegnere del Ministero dei Lavori Pubblici ma, come disse lui a Vera, aveva anche una sua attività privata che consisteva in un commercio di ceramiche con gli USA. La madre era una Dirigente del Ministero della Pubblica Istruzione.
La accolse in un ampio ingresso elegantemente arredato e aprì quello che a casa di Vera era "l'attaccapanni dell'ingresso": una piccola stanza foderata di raso verde damascato di cui una parete era costituita in parte da uno specchio; aprendo la porta imbottita di raso si accendeva automaticamente la luce per illuminare l'interno. 
Vera percepiva l'emozione che suscitava in lui la sua presenza, ma lui non poteva percepire le constatazioni che la sua casa suscitava nella ragazzina: ella misurava la differenza abissale con la sua casa, quindi con la sua condizione.
L'ingresso della sua casa, allocata in un palazzo di età umbertina al quartiere Prati, era in una via molto bella e molto nota ma l'ingresso, costituito solo da un vasto corridoio, aveva un semplice attaccapanni in legno massello con al centro un piccolo specchio, una cassettina chiudibile portaguanti  e portaombrelli inserito, sicuramente più costoso di ben altri arredi di case di persone che abitavano in quel palazzo, tutti piccolo borghesi, ma ad una distanza siderale da quello che i suoi occhi vedevano in quella casa.
La sorpresa successiva fu molto più eclatante e suscitò nella acuta Vera molte domande a cui poté dare risposta anni dopo.
"C'è una festa da Antonio, un mio compagno di classe, compie gli anni. Sono invitato con te, la mia ragazza. E' di pomeriggio quindi non devi chiedere permessi ai tuoi genitori."
In realtà il padre di Vera non l'avrebbe mandata a nessuna festa pomeridiana in casa di nessuno se non conosceva in tutto o in parte la famiglia. Sua madre era diversa, più libera, e riponeva fiducia in quello che faceva sua figlia. Ma Vera si prendeva la sua libertà dicendo bugie non volendo rinunciare a vivere. Così suo padre aveva saputo della festa in casa di Maria Letizia approvando l'andarci di Vera, ma nulla sapeva della festa a casa di Giuliano, né tanto meno a casa di Antonio...
Ma come poteva Vera accontentare la pretesa di suo padre di conoscere ogni famiglia dove si ballava la domenica pomeriggio?
Nulla sapeva neppure del suo filarino con Giuliano, con cui si scambiava solo qualche casto bacio stringendosi un po'...
Si recarono dunque a casa di Antonio per la festa di compleanno dei suoi quindici anni.
Egli abitava nello stesso quartiere di Vera, a pochi passi a piedi dal palazzo umbertino dove lei abitava: Via della Conciliazione. Se Vera andava a piedi a Piazza S. Pietro, molto vicina alla sua abitazione, il portone dove abitava Antonio era quasi sulla piazza. Entrarono in un cortile carrabile costituito da un pavé di sampietrini, sovrastato da una balconata classica in marmo bianco sui tre lati. Salirono al piano della balconata e suonarono ad una grande porta in legno massiccio: aprì una cameriera in divisa nera, grembiulino e crestina bianche. Antonio, molto emozionato, mostrava tutta la sua timidezza: era elegantissimo in un abito scuro giacca e pantalone e risaltavano i suoi capelli biondissimi perfettamente pettinati e impomatati.
Ballarono nell'ampio locale delimitato da uno dei lati della balconata classica che dava sul cortile. Aprirono una delle altissime portafinestre per affacciarvisi quando qualcuno disse: "E' arrivata la madre di Antonio!" Nel cortile videro una limousine e l'autista gallonato che, toltosi il berretto, apriva la portiera alla madre di Antonio..
Per tutto il tempo del ballo la camerierina, sui trenta anni in divisa e crestina sui capelli rossicci, servì bevande rigorosamente analcoliche su un vassoio, uscendo da una enorme porta bugnata in fondo a sinistra di quello che era uno spazio che costituiva l'equivalente di un salone doppio di un appartamento alto borghese.
La sorella più grande di Antonio, Maria, li guardava ballare poggiata accanto ad una delle  finestre che davano sulla balconata del cortile. Era sui vent'anni, magra, bionda anche lei. Guardava molto Vera per il suo aspetto sicuramente molto gradevole ed elegante in uno dei suoi vestiti che disegnava lei stessa, per poi farli realizzare da quelle che lei chiamava affettuosamente le "sue sorelle Fontana", due sorelle pugliesi zitelle che lavoravano e abitavano nella stessa scala dove era la sua casa e il cui cognome iniziava per "F" come le ben più famose sarte.. Le stoffe le sceglieva con cura in un negozio-grottino in Via Cola di Rienzo.
In seguito, colpita da tanta magnificenza, chiese a Giuliano: "Ma che lavoro fa il padre di Antonio?"
"E' funzionario di banca." Rispose Giuliano.
Lei pensò ai molti giovani che abitavano alla Balduina e i cui padri erano funzionari di banca e la distanza, sia pure nel benessere, le sembrava inspiegabile.
Poi Giuliano precisò: "Lavora per la Banca del Vaticano."
Nella giovane ed inesperta mente di Vera si affacciò un primo pensiero che spiegava una parte delle sue perplessità: "Ecco perché abitano in un palazzo che affaccia quasi su Piazza S. Pietro..."
In futuro Vera, lavorando ad un libro edito da Lucarini Editore, scoprì fra i collaboratori di quella Casa Editrice Maria, la sorella di Antonio, che curava una edizione letteraria...
Il mondo è piccolo, pensò.



mercoledì 9 luglio 2025

ROMANZO "Con il tempo capirai..." SCOPERTE E PRIME RIFLESSIONI

 SCOPERTE E PRIME RIFLESSIONI

Non vide più Pietro e il suo modo, che a lei piaceva tanto, di chiamarla "Veva" per via della erre moscia e per il quale le piaceva prenderlo in giro un po' per vendicarsi della sua indifferenza, lo ricordò sempre.

Una sua compagna di classe, che aveva fatto con lei anche le elementari e le scuole medie, ora era con lei anche alle superiori; era di carattere mite, precisa nei compiti, quanto lei, Vera, era invece manesca e dispettosa almeno fino alla fine della scuola elementare.

Non si sa come e perché dunque Maria Letizia le fosse diventata comunque amica e perché le consentisse a volte di andare a casa sua a prendere i suoi quaderni per copiarne alcuni compiti da fare a casa, visto che lei in alcune materie era svogliata e discontinua.

Il non reagire di Maria Letizia la indusse a dispetti meschini, come quella volta che, spostandosi un po' per volta nel banco comune, cercò di farla uscire dall'altra parte non avendo più spazio nel sedile. Ricordò poi per sempre lo sguardo ferito di lei e la sua espressione di mite indignazione che stava per sfociare in pianto.

Eppure Maria Letizia continuò ad esserle amica e a prestarle i suoi quaderni perfetti anche nei primi anni delle scuole superiori.

Abitava nel suo stesso quartiere, in Via Germanico, a pochi passi a piedi da casa sua. Una volta arrivò a prendere in prestito uno dei suoi quaderni, dopo averle preventivamente telefonato chiedendole se poteva darglielo e, prima di suonare il campanello, sentì la voce della sua amica gridare istericamente. Sorpresa, attese che quell'inusitato sfogo finisse, poi suonò. La sua amica si mostrò sorridente e gentile come sempre, non fece trasparire niente dell'agitazione che aveva provocato quello sfogo. Vera non le chiese nulla.

Dopo pensò però, perché era riflessiva e, crescendo, i lati aggressivi del suo carattere stavano lasciando il posto sempre più alla sensibilità e all'empatia verso gli altri.

Maria Letizia aveva un fratello poco più grande di lei, una madre graziosa ed attenta, un padre che girava in mutande per casa anche in presenza di un'amica come lei. Ecco questo fatto l'aveva colpita come una stonatura, perché aveva notato il lieve sorriso di imbarazzo della sua amica quando questo era avvenuto, giacché negli anni '60 del 1900 i costumi erano contenuti e si teneva un certo decoro nell'abbigliamento nelle varie circostanze e nei luoghi. Gli uomini portavano mutande a calzoncino largo, in seguito vennero chiamate boxer ma di taglio più contenuto. Vera pensava che, se suo padre avesse girato per casa davanti ad una sua amica in visita in quella tenuta, lei si sarebbe sentita sprofondare.

Eppure il padre di Maria Letizia aveva sulla targhetta della porta inciso il titolo di Rag. prima del suo nome e, a quell'epoca, insieme a Geom. erano titoli professionali di un certo valore. Il padre di Vera, ad esempio, non aveva nessuno di quei titoli, ed era un semplice impiegato dello Stato. Vera e Maria Letizia, pur abitando entrambe nel medesimo quartiere borghese ed essendo entrambe le loro famiglie proprietarie degli appartamenti che abitavano, l'una abitava in un appartamento più piccolo e meno pregiato rispetto a quello dell'altra.

Di certo Maria Letizia era più sola di Vera, il cui carattere vivace ed intraprendente le consentiva di allacciare amicizie anche al di fuori di quelle della classe e questo la salvava da una situazione familiare in parte infelice per i dissapori fra i suoi genitori, dovuti a fragilità psicologiche di suo padre e psichiatriche di sua madre.

Avvenne così che un giorno che Maria Letizia l'attendeva sul portone ad un'ora che avevano preventivamente concordato per andare insieme al cinema, Vera scese e non ve la trovò. L'attese pensando ad un contrattempo sapendola molto precisa. Ma l'attesa si prolungò fino ad una mezz'ora e Vera risalì in casa e telefonò: le rispose strillando la sempre gentile e sorridente mamma della sua amica dicendo indignata che "Maria Letizia non aveva bisogno della sua amicizia per quello che le aveva detto sua madre scendendo sul portone mentre lei la stava aspettando.. e sua figlia era tornata a casa in lacrime!" La povera Vera riuscì così a capire a stento in quel fiume in piena che sua madre, nei suoi frequenti irrequieti andirivieni a cui lei nemmeno più faceva caso, era uscita non per fare una delle sue rapide passeggiate o visite alla vicina Chiesa, ma vedendo la timida Maria Letizia già in attesa sul portone l'aveva apostrofata dicendole che "Vera non aveva bisogno di amici, aveva sua madre, non c'era bisogno dunque che lei l'aspettasse!" 

Fu Vera a quel punto a scoppiare in lacrime al telefono cercando di rimediare all'ennesimo problema che la patologia di sua madre le provocava. Non fu facile svelare qualcosa che, pur nell'amicizia che durava da tanti anni, era non palesemente visibile, giacché la patologia di sua madre si manifestava in azioni rare ed anomale, quanto imprevedibili, come questa che aveva vissuto Maria Letizia, e che creavano a lei problemi e dolore. Si scusò più volte, disperata, nel tentativo di recuperare quell'amicizia a cui teneva. La signora sembrò capire, certo "non si vedeva" il disturbo di sua madre, sembrando del tutto normale.. Certo sua madre andava ai colloqui con le maestre prima e con i professori poi, non essendoci suo padre mai andato.. Per fortuna la patologia di cui soffriva sua madre non aveva danneggiato totalmente la sua personalità né la sua intelligenza e nemmeno l'affettività, ma c'era e si manifestava in comportamenti immotivati ed incongrui.

Vera soffrì molto, dispiaciuta per la sua amica, per il dispiacere che sua madre le aveva provocato senza senso e senza motivo.. Si sentì umiliata di doversi scusare e di dover dare tutte quelle spiegazioni fra le lacrime al telefono, ma riuscì a recuperare quell'amicizia e quell'amica a cui voleva bene.

Accadde poi che Maria Letizia stesse male con "l'acetone" e Vera l'andò a trovare. Era a letto, la pelle del viso giallina.. La mamma si mostrò gentile, forse aveva capito davvero il dramma dell'amica di sua figlia. Vera era dispiaciuta che la sua amica stesse male: nonostante i temperamenti molto diversi Vera, dopo quell'episodio traumatico, aveva scoperto quanto le volesse bene. 

Fu a casa di Maria Letizia, che dette una festa per il suo compleanno, come si usava allora nelle famiglie della piccola, media ed alta borghesia, che Vera conobbe Giuliano. Fra gli invitati c'era suo cugino, che aveva un cognome buffo, Zampone, e un suo compagno di liceo: appunto Giuliano.

Aveva solo sei mesi più di Vera e rimase colpito dal suo aspetto: indubbiamente era molto carina e fine e piaceva molto ai ragazzi. Anche Giuliano era carino, dai modi molto fini. Lei accettò di rivederlo e fecero qualche passeggiata insieme, né più né meno di quelle che faceva prima con Pietro e Mario.

Ma lui si era innamorato di lei ma lei non di lui. Ciò nonostante accettò quando lui le chiese se "voleva essere la sua ragazza".

Le piaceva la sua dolcezza, i suoi modi educatissimi e lo baciò volentieri apprezzando le sue labbra morbidissime: baci senza lingua, bellissimi.



giovedì 3 luglio 2025

L'amico ritrovato - di Fred Uhlman

Per caso, non conoscendo assolutamente l'Autore, ho scoperto questo gioiellino letterario.
Non compero più da IBS per la stupidità di chi organizza la promozione delle vendite. Dopo almeno tre volte in cui mi mandavano sconti inserendo un codice nell'ordine ed è capitato che tale codice non si capiva con quale sequenza, secondo loro, doveva essere inserito e nei passaggi è capitato che l'ordine sia repentinamente partito senza sconto, né sia stato possibile annullarlo nell'immediato, ho desistito dall'essere uno dei loro clienti più assidui. L'ho anche segnalato al Servizio Clienti spiegando come fosse inutile assegnarmi il top della classifica dei migliori acquirenti, se poi questo beneficio si deve tradurre in sconti ottenibili mediante codici da inserire "non adesso", "non prima", ma solo ad un certo punto dell'ordine, punto mai chiaro nella sequenza.
Ho dunque trovato questo gioiellino in libreria. Una Edicola-Libreria di Sabaudia. Non ho più l'età e la forza di poter girare per le librerie di Roma come un tempo.. Un piacere a cui ho rinunciato anche per l'impraticabilità della mia città, ormai ridotta ad un carnaio di auto, metallo e persone, riservandomi, appunto, l'ordinare on-line ricevendo i libri a casa. IBS-La Feltrinelli ha rovinato questa comodità con i suoi giochetti sugli sconti di cui, peraltro, non sentivo il bisogno, dato che non vado dal parrucchiere se non ogni due anni, dall'estetista sono andata solo una volta in vita mia quando avevo meno di 30 anni, e non mi compero vestiti da molto tempo e quelli che mi compero sono a saldo o del mercatino settimanale. Quindi spendo ogni due, tre mesi, una trentina di euro in libri.
Nello stand della Libreria di Sabaudia ho scelto questo Autore sconosciuto le cui note biografiche sul retro di copertina dicevano che era nato a Stoccarda, ed un altro altrettanto a me sconosciuto nato ad Istanbul: Pamuk.
A casa ho poi scoperto che Uhlman è ebreo e Pamuk ha preso il Nobel per la letteratura.
Ora il Nobel mi spiace ma non garantisce il valore di quel che mi trovo a leggere: l'ho già scritto. Doris Lessing, Yasunari Kawabata ne sono un esempio. Ho letto un loro libro e mai piu'.. Non mi è piaciuta la scrittura, non mi ha trasmesso alcuna emozione, alcuna riflessione profonda.
Mentre questa meravigliosa storia di Uhlman, un'amicizia  fra due adolescenti tedeschi, uno ebreo della buona borghesia e l'altro di antica nobiltà germanica, è un piccolo capolavoro nella descrizione psicologica dei personaggi, nelle loro reazioni che ho sentito personalmente comprensibili in me, per la mia psicologia, come per la descrizione della miseria umana di ieri, di oggi e di sempre, che ho scoperto in giovane età in altri contesti, con altre motivazioni, ma sempre miseria dell'animo umano che cerca solo pretesti per manifestarsi.
Inevitabilmente c'è dell'autobiografismo, anche se la storia di Fred Uhlman ebreo cittadino tedesco di Stoccarda come il protagonista di questo libro, è diversa per vari aspetti, ma non nella sostanza: l'aver dovuto abbandonare la propria Patria per l'insensatezza folle e barbara di leggi inimmaginabili...
Il libro del Nobel Pamuk lo sto leggendo... Ma non so se varrà la pena di parlarne.. Lo saprò alla fine. Per ora, dato che è il primo scrittore turco che leggo, sto immergendomi nella mentalità della società turca degli anni '70, nella sua conoscenza: sono gli anni della mia giovinezza in Italia, vedrò differenze e paragoni...
Fred Uhlman