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domenica 23 luglio 2017

Roma e l'acqua

Gli acquedotti di Roma sono gli acquedotti che, a partire dall'età romana, rifornivano e tuttora riforniscono di acqua la città di Roma. Essi sono in totale 16.


L'acquedotto del Peschiera-Capore è il principale acquedotto di Roma, che convoglia le acque delle sorgenti del Peschiera e delle Capore, in provincia di Rieti. È gestito dal grande gruppo di capitali Acea, che dal 1996 attinge abusivamente dalle sorgenti senza alcuna concessione.[1]
È uno dei più grandi acquedotti del mondo a trasportare soltanto acqua di sorgente. La portata media complessivamente addotta alla città di Roma è di approssimativamente 14 m³/s (14 000 litri/s), pari a circa l'85% dell'acqua consumata a Roma,[2] mentre la sua lunghezza totale è di quasi 130 km, il 90% dei quali è sotterraneo.

L'Acqua Marcia (in latino Aqua Marcia) è il terzo acquedotto di Roma antica, costruito nel 144 a.C. e lungo circa 90 km, dal pretore Quinto Marcio Re al quale, per la realizzazione dell'opera, fu anche prorogata la naturale scadenza della magistratura. In realtà la sua costruzione fu deliberata già nel 179 a.C., ma la realizzazione del progetto dovette essere rinviata a causa del veto di Marco Licinio Crasso, che si opponeva al passaggio delle condutture sul terreno di sua proprietà.

L'abbondanza e l'ottima qualità dell'acqua spinsero in tempi recenti papa Pio IX a ripristinare l'acquedotto, che fu nuovamente inaugurato l'11 settembre 1870.

Da: ADNKRONOS

Roma senz'acqua, Raggi: "Regione e Acea facciano il possibile"


Roma ne ha viste tante: gloria e cadute.
Ora siamo in discesa. Tutta l'Italia è in discesa. Qualche illuminato Sindaco riesce ad organizzare la sua città, cittadina o paese in modo efficiente, nonostante il governo centrale non solo non l'aiuti in tal senso, ma spinge per il massimo degrado.
Roma senz'acqua. E una Sindaco che si augura, auspica, implora Regione e ACEA!
Dov'è la responsabilità del comando?
Dove la sanzione per chi non lo esercita bene o per una ragione o per l'altra?
Siamo arrivati a livelli tali che solo la follia o l'imbecillità più spinta può spiegare come siamo ridotti.
Roma pompa acqua dal Lago di Bracciano?
E il Peschiera? Leggo che l'acqua arriva da Rieti. Cosa c'entra Bracciano?
Per non parlare del resto delle sorgenti sopra riportate.
Ci dicono che dipende dalla siccità e da Bracciano.
All'epoca dei Romani ci saranno stati momenti di siccità?
Chissà! E chissà perché Zingaretti parla di Bracciano ma non delle altre sorgenti che alimentano la Capitale.
E chissà perché ACEA pompa l'acqua del Peschiera dal 1996 SENZA ALCUNA CONCESSIONE.
E chissà perché gestisce tutto ACEA dopo il referendum: MALE.

venerdì 26 febbraio 2016

Referendum Acqua

Da: Greenreport.it
Il servizio idrico necessita di investimenti, a oggi solo l’11% arriva dalle tariffe

Che fine ha fatto il referendum del 2011 per l’acqua pubblica?

Nei decreti attuativi del governo per la riforma Madia disposizioni che annullerebbero l’esito delle urne
[25 febbraio 2016]
Il Consiglio dei ministri ha recentemente approvato 11 decreti legislativi, attuativi della Legge Madia, per la riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche. Fra gli 11 decreti c’è anche il Testo unico sui servizi pubblici locali di interesse economico generale, definizione che comprende anche il servizio idrico integrato.
A un mese di distanza da quel Consiglio dei Ministri non è ancora stato pubblicato un testo ufficiale del decreto ma il testo ufficioso che è in circolazione (in allegato, ndr) desta gravi preoccupazioni perché contiene disposizioni che, se confermate, annullerebbero gli esiti del referendum per la ripubblicizzazione dell’acqua. Il testo, infatti, esclude la possibilità di gestire in economia o mediante aziende speciali i servizi a rete, fra cui l’acqua, e reintroduce (anche per l’acqua) nel calcolo delle tariffe l’adeguata remunerazione del capitale investito, espressamente abrogata con il referendum del 2011.
Il provvedimento segue altri interventi del governo Renzi in materia, contenuti nello Sblocca Italia e nella Legge di stabilità 2015, che con una serie di disposizioni incentivano gli enti locali a privatizzare tutti servizi pubblici locali, compresa la gestione dell’acqua.
Quando si parla di servizio idrico inevitabilmente si parla delle disfunzioni del sistema e degli ingenti investimenti necessari per avere un servizio idrico efficiente e acqua di qualità. Il nostro servizio idrico è gravato da dispersione delle reti del 37%, carenze infrastrutturali, mancanza di impianti di depurazione e di sistemi fognari, problemi di approvvigionamento idrico, infrazioni comunitarie. Servono ingenti investimenti per infrastrutture, impianti e per la manutenzione. L’Autorità per l’energia elettrica, il gas e il sistema idrico nel 2013 ha stimato un fabbisogno di almeno 65 miliardi di euro di investimenti per i prossimi 30 anni, stima che potrebbe essere superata dai Programmi degli interventi predisposti dai vari enti di governo d’ambito.
Un recente rapporto di Italia sicura analizza le fonti di finanziamento degli interventi del settore idrico: teoricamente gli investimenti dovrebbero essere finanziati principalmente attraverso il sistema tariffario, così come stabilito dal D. Lgs. 152/2006 e dalla normativa europea ma il rapporto, analizzando 5812 interventi (di cui 4039 lavori conclusi, 885 lavori avviati e 888 lavori non avviati), mette in luce una realtà diversa. Il finanziamento complessivo di questi interventi ammonta a quasi 12 miliardi di euro, e di questi solo l’11% proviene dalla quota di cofinanziamento dei gestori attraverso i proventi delle tariffe. Il resto proviene da finanziamenti pubblici di varia natura: Fondo sviluppo e coesione, Fondo europeo di sviluppo regionale, risorse nazionale, regionali, provinciali e comunali. Il quadro che emerge è disarmante.
Ovviamente la questione degli investimenti strutturali è determinante e ineludibile, considerato lo stato attuale  del servizio. Si possono valutare varie ipotesi: dagli idro-bond alla fiscalità generale, dal ruolo pubblico attraverso la Cassa depositi e prestiti alla riduzione delle spese militari, all’istituzione di tasse di scopo sull’acqua imbottigliata o sull’uso delle sostanze inquinanti. Quello che non possiamo permettere è che venga ignorata completamente la volontà popolare e che si spinga sempre più per una gestione privata del servizio idrico, dove tutti i costi restano a carico delle tariffe e degli investimenti pubblici e il privato continua a fare profitti in contrasto con l’espresso pronunciamento referendario.
L’acqua è un bene comune fondamentale e in quanto tale deve essere di proprietà e gestione pubbliche al pari di salute, istruzione e sicurezza. Il servizio idrico va sottratto alle logiche di mercato e gestito con percorsi improntati alla democrazia partecipativa. Per affermare questi principi e dare pieno riconoscimento alla volontà popolare espressa in modo netto e chiaro nel referendum del 2011 è necessario contrastare l’approvazione di tutte le disposizioni che contraddicono quella volontà e approvare in tempi rapidi una legge di recepimento dell’esito referendario che ne colga sia gli effetti giuridici che il valore ideale.
Con questo articolo Simona Fabiani, responsabile Ambiente e territorio della Cgil nazionale, inizia la sua collaborazione all’interno del think tank redazionale di greenreport, Eco2 – Ecoquadro.
I soldi per sostenere i costi della pubblicizzazione dell'Acqua ci sarebbero se negli ultimi circa 40 anni, segnatamente dal craxismo in poi, non ci avessero fatto spendere 10 volte il costo di ogni opera pubblica, lasciandone molte incompiute e nel degrado.
E' stato come fare dei buchi in un otre pieno d'acqua, con immense dispersioni e ancora non sono stati otturati quei buchi.
In questo blog, che non guadagna nulla dagli ingressi in esso, lo ribadisco perché qualcuno a quanto pare ancora lo crede anche se visibilmente non vi è pubblicità, amo portare sempre esempi concreti e veri per rafforzare i concetti che intendo esprimere. Nel territorio in cui vivo dal 1979 il sistema idrico era gestito da un Consorzio che si chiamava "Doganella". Tante cose non andavano bene, ma il peggio non è mai morto recita la saggezza popolare, e quando il Consorzio ha dovuto passare la mano ad ACEA, società di cui è proprietario anche Caltagirone con il 17%, il popolo ha cominciato a vedere ovunque ruscelli di perdite d'acqua nelle strade per giorni e giorni.
Come mai? Le tubature hanno ceduto di botto con il passaggio di mano? Qualcuno mi disse che era perché ACEA ATO2 mandava l'acqua ad una pressione maggiore di quanto non facesse il Consorzio. Io, invece, penso che sia un modo per succhiare denaro pubblico per le riparazioni, la manutenzione in genere.Insomma un modo per far vedere alla gente che c'è bisogno di grossi investimenti per la manutenzione e l'ammodernamento, cosa che è veritiera, come illustra la brava rappresentante della CGIL, ma quello che fa pensare male è che le perdite si sono presentate copiose in concomitanza con il cambio di gestione... e continuano ancora ogni tanto.    

venerdì 27 febbraio 2015

Una lettera bellissima che dice la verità

LETTERA AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA IN OCCASIONE DEI 10 ANNI DI ATTIVITA' DEL COMITATO


LOGO COMITATO ACQUA colore LRAprilia, li 25 febbraio 2015           


Al Presidente della Repubblica
Piazza del Quirinale
00187 ROMA
Egregio Presidente,
nel suo discorso d’insediamento ha più volte richiamato i principi ispiratori della Carta Costituzionale e di quanto Essa sia a fondamento della democrazia reale ed al servizio dei diritti dei cittadini.

In occasione dei nostri 10 anni di attività a servizio della nostra Comunità e della verità, Ci rivolgiamo a Lei, anche in qualità di ex componente della Corte Costituzionale, per richiamare la Sua attenzione sul rispetto sostanziale e non formale degli esiti referendari del 12 e 13 giugno 2011 in tema di gestione pubblica dell’acqua bene comune. Noi come tanti altri siamo andati a votare per confermare o abrogare leggi dello stato.

Eravamo tanti, di differenti orientamenti politici, ma ci siamo andati per esercitare un atto di democrazia diretta. Il voto referendario infatti è l’unica e l’ultima possibilità che resta ai cittadini per indicare al legislatore quali leggi si vogliono o non si vogliono.

In sé l’abrogazione di una legge, oltre ad essere un atto tecnico-giuridico, è anche un atto di alto valore politico, poiché indica al mondo della rappresentanza politica l’indirizzo che deve essere seguito rispetto alla materia della legge che si intende abrogare.

Nello specifico, se si abroga parte della legge che prevede l’adeguata remunerazione del capitale investito nella gestione del servizio idrico, vuol dire che i cittadini non vogliono leggi in quella direzione. Se si abroga una legge che obbliga alla privatizzazione della gestione del servizio idrico vuol dire che i cittadini non vogliono leggi in quella direzione. Pertanto la volontà politica espressa dai cittadini indica che non solo non bisogna continuare sulla strada perseguita dal legislatore, ma che bisogna tornare indietro rispetto alle scelte già fatte.

La stessa Corte Costituzionale è dovuta intervenire più volte per evitare l’aggiramento del voto referendario e non ultimo, con la sentenza n. 199 del 17.7. 2012, che porta anche la Sua firma,  per evitare che il legislatore introducesse sotto mentite spoglie quanto abrogato dal referendum popolare del 2011.

Con il DL70/2011, il d.P.C.M del 20 luglio 2012 ed il nuovo metodo tariffario formulato dall’Autorità energia elettrica, gas e sistema idrico è stata reintrodotta l’abrogata remunerazione del capitale investito (profitto sull’acqua) sotto mentite spoglie.

Le norme dello “Sblocca Italia” e la prossima riforma della pubblica amministrazione, aggirando ancora una volta la volontà popolare, limitano ampiamente la possibilità per gli enti locali di gestire il servizio idrico attraverso enti strumentali.

Ci rivolgiamo a Lei, fedele custode della norma Costituzionale, poiché già nel passato ci siamo visti costretti a restituire la tessera elettorale per denunciare l’elusione e l’aggiramento del voto referendario.

Ci congediamo formulandoLe migliori e sinceri auguri per la Sua recente nomina e per gli innumerevoli e gravosi compiti che l’attendono.


Comitato Cittadino Acqua Pubblica Aprilia







sabato 24 gennaio 2015

ACEA e Roma

Da: ROMA TODAY

Voragine Balduina, "ladri a lavoro" e contenzioso con Acea. Ma il problema è molto più grave

Voragine Balduina, "ladri a lavoro" e contenzioso con Acea. Ma il problema è molto più grave

La buca nei pressi di via Lattanzio ha compiuto due mesi e i residenti continuano a segnalarla con sarcasmo ed esasperazione. I lavori dovevano concludersi entro Natale, siamo tornati dall'Assessore Cecera per capire il perchè del ritardo. Ecco come stanno le cose

Maria Romana Barraco 16 gennaio 2015

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Voragine Balduina, "ladri a lavoro" e contenzioso con Acea. Ma il problema è molto più grave
Municipalizzata a lavoro. Ladri a lavoro". Così il cartello apposto da alcuni cittadini nei pressi della metro Appiano, quartiere Balduina, accanto alla ormai tradizionale torta per celebrare i due mesi della buca in strada. Quella punta di ilarità che, seppure con tanto amaro sarcasmo, ha simbolicamente omaggiato la voragine tra via Lattanzio e via Andronico con tanto di torte di "mesiversario" e calza della Befana, nasconde prima di tutto tanta rabbia ed esasperazione in capo ai residenti che da settimane vivono e convivono non solo con la buca in strada ma anche con tutti i disagi che da questa derivano.

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Voragine Balduina, "ladri a lavoro" e contenzioso con Acea. Ma il problema è molto più grave
„"Municipalizzata a lavoro. Ladri a lavoro". Così il cartello apposto da alcuni cittadini nei pressi della metro Appiano, quartiere Balduina, accanto alla ormai tradizionale torta per celebrare i due mesi della buca in strada. Quella punta di ilarità che, seppure con tanto amaro sarcasmo, ha simbolicamente omaggiato la voragine tra via Lattanzio e via Andronico con tanto di torte di "mesiversario" e calza della Befana, nasconde prima di tutto tanta rabbia ed esasperazione in capo ai residenti che da settimane vivono e convivono non solo con la buca in strada ma anche con tutti i disagi che da questa derivano.
Già dopo le prime segnalazioni e a fronte dei reiterati ritardi di Acea, l'amministrazione locale aveva garantito un pronto intervento assicurando la conclusione dei lavori entro le festività natalizie. Ad oggi, dopo circa un mese, la buca è ancora là e con essa la frustrazione dei cittadini. Siamo allora tornati dall'Assessore ai Lavori Pubblici del Municipio XIV Alessio Cecera per capire di fatto la situazione e, evidentemente, cosa non ha funzionato in quello che doveva essere un rapido intervento risolutivo. 
"Partiamo da un presupposto: superficialmente sembra si tratti solo di una buca, ma sotto c'è una vecchia conduttura fognante profonda 8 metri che poichè rotta fa continuamente dissestare la strada - spiega Cecera a RomaToday - Anche l'Ufficio Tecnico è caduto più volte in inganno pensando si trattasse di una semplice voragine senza diagnosticare mai il ben più profondo danno strutturale e così tutte le volte che si presentava il problema si interveniva tappando ma poi poco dopo la spaccatura si rigenerava". 
Solo quando si è intervenuti con una approfondita video ispezione con tanto di robottino calato giù in profondità, ci si è accorti quindi dell'origine della frattura. "Da quel momento è nato un contenzioso con Acea (che ha in carico il sistema di rete fognaria delle acque nere, ndr) che non riconosce il danno poichè nulla è risultato dal loro esame, effettuato invece più in superficie". Il Municipio ha allora intimato alla società di servizi una diffida per intervenire e nel frattempo ha cominciato ad effettuare tutte le opere propedeutiche per i lavori veri e propri che partiranno ufficialmente lunedì prossimo.
"Siamo intervenuti materialmente noi ma tutti i lavori andranno in carico ad Acea - tiene a sottolineare l'Assessore con particolare riferimento soprattutto alla parte economica - Stimiamo all'incirca 2 settimane di lavori, sperando sempre che non piova e che non ci siano ulteriori complicazioni a causa della particolare conformazione di questo terreno - continua - che ha un sottofondo molto sabbioso e con continui dislivelli".
foto granata-2

I romani, esasperati dall'annosa incuria della loro città da parte delle Istituzioni, hanno rispolverato la tradizione di Pasquino! L'umorismo non manca!


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lunedì 26 maggio 2014

Acqua, Luce ed Affari

Il Fatto Quotidiano, Domenica 25 maggio 2014


Acea, gli affari di Caltagirone Editore passano anche per l’appalto del call center
Appalto ottenuto senza gara dal 2008. Nel 2012 business favorito dal caso delle bollette pazze che ha però impattato sui conti della società romana dell'acqua e della luce

di Fiorina Capozzi

Una volta trovata la quadra sul nuovo amministratore delegato di Acea, al sindaco di Roma Ignazio Marino resteranno da regolare ben altre questioni con il socio Francesco Gaetano Caltagirone, proprietario del 16,34% della società capitolina dell’acqua e della luce. Prima fra tutte quella del call center Acea800 e dei suoi rapporti con l’azienda di outsourcing E-Care di cui il costruttore-editore è socio al 15 per cento attraverso la Caltagirone Editore, poco dietro alla Astrim (47,8%) che ha come primo azionista Unicredit, anche se ha dato le sue quote in pegno a Mittel, la finanziaria bresciana cara a Giovanni Bazoli. Fino alla campagna elettorale del 2013 per il Campidoglio, poi, della E-Care era azionista anche Alfio Marchini, ex candidato sindaco al comune di Roma che interpellato in merito ricorda di non avere da tempo il controllo diretto o indiretto della società. Nel 2008 la Acea, tramite la controllata Acea8cento, assegna alla E-Care i servizi di “gestione overflow chiamate”, ovvero il surplus di telefonate della clientela che la società da sola non riesce a smaltire attraverso il suo call center in pieno conflitto d’interesse e senza alcuna gara d’appalto. La società, in buona sostanza, eredita il contratto triennale vinto nel 2005 dalla neoacquisita B2win di Caltagirone con una gara europea. I vertici di Acea, all’epoca guidata dal manager in area Pd, Andrea Mangoni, ora a capo della Sorgenia dei De Benedetti, ritengono infatti di poter assegnare la gestione delle chiamate in eccesso senza ricorrere a un bando perché si tratta di una piccola quota dell’insieme delle telefonate ricevute (10%).
Nei fatti però il rinnovo dell’appalto si trasforma in un ottimo affare per la E-Care. Complice anche lo scandalo delle bollette pazze, ovvero dei problemi del sistema informatico Acea che, per errore, recapitava bollette sovradimensionate provocando le ire e le denunce degli utenti. Risultato: all’inizio dello scorso anno la multiutility, di cui il Comune di Roma ha il 51%, è stata costretta a ricapitalizzare Acea8cento, l’azienda dei call center controllata al 100% da Acea che nella prima semestrale 2012 ha registrato un peggioramento della marginalità della divisione energia per via dei “maggiori costi esterni registrati da Acea800 in parte legati alle attività di outsourcer per complessivi 1,9 milioni”. Alla fine dell’anno il bilancio risulta poi anche più oneroso: l’incremento dei costi di gestione delle telefonate della clientela, legato a doppio filo con la vicenda delle bollette pazze con cifre stratosferiche per consumi solo presunti, aveva infatti portato Acea8cento a chiudere il 2012 con una perdita da quasi 1,7 milioni, in netto peggioramento rispetto all’esercizio precedente. Come se non bastasse l’azienda, di cui è amministratore unico Rita Bizzoni, moglie del segretario nazionale del Sunia (Sindacato Unitario Nazionale Inquilini e Assegnatari), Luigi Pallotta, è poi anche appesantita dall’indebitamento di 6,8 milioni. Di questa somma, 4,5 milioni sono denari da versare ai fornitori fra cui principalmente la E-Care spa (3,5 milioni) “per gestione di overflow e overtime del contact center”, cioè per integrare i servizi di Acea8cento.
Manna dal cielo per la E-Care che non naviga in acque tranquille. La società, nella quale quattro anni prima Caltagirone aveva apportato la sua omologa azienda di outsourcing, B2Win appunto, aveva dovuto infatti utilizzare la riserva sovrapprezzo azioni per parte della copertura di 3,3 milioni di euro di perdite 2011 realizzate l’anno antecedente. Nel 2012 poi, quando l’affare delle bollette pazze era nel pieno e la Federconsumatori offriva ormai delle vere e proprie guide per salvarsi dagli indebiti salassi targati Acea, E-Care, che a maggio 2012 ha incorporato la E-Care Contact, migliorava decisamente i conti chiudendo l’esercizio con un utile prima delle imposte da 477mila euro. Certo, in termini di risultato netto, l’azienda era rimasta in rosso (621mila euro), ma in una situazione nettamente migliore rispetto all’anno prima e con un fatturato in crescita del 5,5% a 62 milioni.
Di sicuro E-Care, azienda che impiega 1.732 persone, ha beneficiato della crisi che ha spinto diverse imprese ad esternalizzare alcuni servizi fra cui i call center. Tanto più che può già contare su una serie di società pubblico-private come l’azienda pubblica dei trasporti milanesi Atm e quella romana Atac o il gestore degli spazi commerciali Grandi Stazioni (controllata dallo Stato attraverso le Ferrovie, ma partecipata dallo stesso Caltagirone tramite la Vianini Lavori), oltre che su imprese private importanti come la Sorgenia di De Benedetti, Banca Intesa, Vodafone, Fastweb, Telecom e persino il Gruppo 24 Ore editore del quotidiano economico Il Sole24Ore e la principale agenzia di stampa del Paese, l’Ansa. Senza contare la commessa dell’Istituto nazionale di statistica.

“Sulla base dei contratti esistenti e delle iniziative commerciali in corso, – si legge nella relazione sulla gestione del bilancio chiuso al 31 dicembre 2012 della E-Care spa – nel 2013 si prevede una crescita del fatturato ancor più marcata (+7%) anche in ragione del previsto avvio di nuove attività a più alto valore aggiunto”. E del resto, secondo il management di E-Care, il buon portafoglio di clienti permette alla società di dormire sonni tranquilli: “Il miglioramento della redditività operativa conseguito nel 2012 è stato principalmente raggiunto tramite il mantenimento della profittabilità delle commesse che, a fronte di un incremento del 5% del fatturato, hanno mantenuto un livello di marginalità in linea con quello dell’esercizio precedente”. Comunque, a scanso di equivoci, per meglio riorganizzarsi, E-Care indica già nel bilancio 2012 che per l’anno successivo ha intenzione di avvalersi della cassa integrazione in deroga per una parte del proprio personale. Così oltre ai fortunati appalti della multiutility controllata dal Comune, la società di Caltagirone e soci potrà fruire anche degli ammortizzatori sociali pagati dai contribuenti. Di positivo c’è che alla fine, nel 2013, la E-Care tornerà in pareggio mantenendo i livelli occupazionali. Quanto ad Acea, al momento è in corso una gara d’appalto per chiamate in eccesso per l’affidamento dei servizi di call-center e back office “da aggiudicarsi al prezzo più basso”. La gara dovrebbe concludersi entro l’autunno. Intanto E-Care continuerà a gestire il servizio. A prezzi che però già oggi Acea800 ha tagliato di circa il 20 per cento. Non resta quindi che attendere per vedere chi vincerà l’ambita commessa

venerdì 23 maggio 2014

Affari sull'acqua, bene comune

L'Espresso, Giovedì 22 Maggio 2014

Acqua: affari, ritardi e una multa da 660 mila euro al giorno
E' in arrivo la terza condanna della Ue. Perché migliaia di comuni non hanno ancora accesso alla depurazione. Tutto questo mentre gli investimenti dei gestori crollano. E le tariffe aumentano. Nonostante il referendum. La fotografia-scandalo di un rapporto elaborato dagli addetti ai lavori


 
L'acqua è ancora un buon affare. Nonostante 26 milioni di cittadini italiani abbiano chiesto – con un referendum – di usarla senza profitti, la gestione dei servizi idrici rimane un business profittevole, come dimostra un lunghissimo, accurato rapporto presentato pochi giorni fa alle imprese del settore: 311 aziende, 27.822 impiegati, un valore complessivo della produzione pari a 7,2 miliardi di euro, un risultato netto d’esercizio  in positivo che ha un’incidenza dal 3,2 per cento al 6,5.
In mezzo a tabelle, tariffe, modelli e bollette, il dossier, elaborato dalla Fondazione Utilitatis con la collaborazione dei soggetti interessati (l'Associazione nazionale enti d'ambito - Anea – e la Federazione delle imprese energetiche - Federutility ), chiarisce gabelle ed affari ma mostra anche i ritardi e le carenze del sistema. La più grave riguarda la depurazione: l'Italia ha già subito due condanne dalla Ue. E un terzo procedimento d'infrazione è in corso, per cui sarà difficile far slittare le multe a più di un anno. Lo stesso ministero dell'Ambiente calcola che a mesi dovremo iniziare a pagare da un minimo di 11.904 euro al giorno a un massimo di 714 mila, e solo per una delle tre direttive a cui non abbiamo risposto, lasciando centinaia di comuni senza acqua pulita. Una lesione alle norme comunitarie, certo. Ma anche alla salute e ai diritti di quei cittadini.
Intanto i gestori continuano a ripetere: il nostro investimento dev'essere remunerato. Ovvero deve arrivare a garantire degli utili da spartire fra i soci. Con il nuovo modello tariffario è ancora possibile. Nonostante il referendum e quel voto di 26 milioni di cittadini.

ARRIVA IL COMMISSARIO

Già solo capire chi gestisce l'acqua e come, in Italia, è intricato. La causa sta in eterni ritardi nell'applicare le leggi. L'ultimo esempio riguarda la soppressione degli “Ato”, ovvero gli enti d'ambito, quelle istituzioni intermedie che avevano il compito di seguire l'operato delle aziende idriche per un insieme di comuni. Con i loro presidenti, i tecnici, le riunioni, le sedi e le consulenze, gli Ato sono stati considerati strumenti inutili e costosi in clima di spending review: così il decreto Salva Italia del 2011 ne ha decretato la fine. Fra proroghe e concessioni il limite ultimo per smantellare i concili era dato al 31 dicembre 2012. È stato fatto? Dipende.

L'Emilia Romagna, ad esempio, guida il fronte dei secchioni: con una legge del dicembre 2011 ha ridotto le 9 agenzie territoriali ad unico istituto, regionale, che ha pure più poteri nel controllare l'operato dei gestori. In Abruzzo la riduzione degli enti da sei a uno è dell'aprile 2011, quando iniziò un'operazione di pulizia su larga scala, tanto che l'allora neo-nominato responsabile unico si accorse che i sei istituti periferici erano riusciti a far accumulare alle imprese idriche (che avrebbero dovuto tenere sotto controllo) 300 milioni di euro di debiti.

In Veneto si è scelto invece di mantenere  l'ultra-federalismo acquatico, sostituendo gli otto enti precedenti con otto nuovi organismi, chiamati “Consigli di bacino”. Lo stesso progetto è stato approvato nel resto della Padania: Lombardia, Piemonte e Friuli Venezia Giulia hanno mantenuto i salotti locali.

A Sud invece va ancora in voga il modello – tanto amato quanto criticato durante il ventennio berlusconiano – del commissariamento. In Campania la fine degli sprechi nei cinque istituti locali è coordinata da altrettanti commissari. Che resteranno in ruolo “fino all'arrivo dei nuovi organi”. Ad oggi sono ancora lì.

Per il territorio vesuviano lo sceriffo in pectore è l'avvocato Carlo Sarro, vicinissimo in passato a Nicola Cosentino, pasionario difensore della causa degli abusivi ed ex-presidente dello stesso ente, ruolo dal quale scriveva nel 2010 alla Gori spa (azienda privata che si occupa dei servizi idrici per quella zona) per informarla che l'aumento tariffario ottenuto da Sarro teneva conto dei ricavi già messi a bilancio dal gestore. In modo che corrispondessero, insomma.

E anche in Sicilia, dove l'affidamento ai privati va per la maggiore, per risolvere il problema degli organismi intermedi sono scesi in campo i commissari.

PROFITTI ASSICURATI

Non c'è stato verso, nel frattempo, di far diventare realtà il voto di 26 milioni di cittadini. Ovvero di far rispettare la volontà del referendum con cui nel giugno del 2011 avevano chiesto di eliminare i profitti dalla gestione dell'acqua, considerata una risorsa comune da usare con riguardo e sotto il controllo diretto degli organi istituzionali. In una sequela di nuovi decreti, cavilli, sentenze e ricorsi , si è arrivati ora al modello transitorio imposto dall'Autorità per l'energia elettrica e il gas , anche questo sotto il tiro dei referendari.

I problemi sarebbero due. Uno riguarda il finanziamento, attraverso la bolletta, del capitale investito. Ovvero quegli interessi e quegli oneri finanziari che secondo i gestori non possono non essere considerati spese , e quindi inseriti nel prezzo che ogni cittadino paga quando apre il rubinetto. Per l'Autorità è il minimo che si possa fare. Per i comitati una beffa.

Ma c'è anche un altro problema, più complicato da individuare. Nel nuovo modello, approvato dall'agenzia guidata da Guido Bortoni, si è inserita nella tariffa una voce chiamata “Fondo nuovi investimenti”. Si tratta di una «anticipazione finanziaria finalizzata al finanziamento di interventi infrastrutturali. Dal punto di vista regolatorio, viene trattato alla stregua di un contributo a fondo perduto». Insomma: i gestori potranno d'ora in poi farsi pagare in anticipo gli interventi che (forse) arriveranno effettivamente a compiere sulla rete idrica. Il «dichiarato scopo di questa componente», infatti, si legge nel rapporto: «È quello di evitare scompensi di cassa nel passaggio fra i due metodi tariffari». Ovvero di non far traballare i bilanci dei gestori.

Il fondo, per ora, pesa poco. L'un per cento di quello che paghiamo. Ma nelle previsioni degli esperti potrebbe arrivare a contare sempre di più, arrivando almeno al tre per cento del totale. Questo mentre gli investimenti effettivi sulla rete continuano a diminuire: dal 2008 al 2011 sono passati da 1,6 a 1,4 miliardi di euro l'anno, poco più di un miliardo se si tolgono i contributi pubblici.

ACQUA SPORCA

Gli investimenti in realtà sono più che urgenti. Soprattutto per quanto riguarda la depurazione. Sull'Italia pesano infatti due condanne e una nuova procedura d'infrazione comunitaria per via delle carenze e dei ritardi che abbiamo accumulato nel garantire un adeguato trattamento delle acque di scarico, che in molto luoghi vengono rilasciate, ancora inquinate, nell'ambiente, con gravi conseguenze per la salute e il territorio.

L'ultima reprimenda è arrivata all'inizio del 2014, sulla base dei dati raccolti da un confronto sugli impianti che hanno un carico maggiore a duemila abitanti. Secondo queste informazioni ben 883 comuni non avrebbero accesso al trattamento degli scarti come prevedono le direttive Ue. Nel frattempo, altre due multe, dovute alla mancata applicazione degli standard minimi nel 30 per cento del territorio, sono diventate realtà. E nei prossimi 12-18 mesi la Corte di Giustizia europea dovrà decidere quanto saremo costretti a pagare.

Solo per una delle due sanzioni il ministero dell'Ambiente potrebbe trovarsi a sborsare da 11.904 a 714.240 euro per ogni giorni di ritardo nell'adeguamento. «Una somma forfetaria calcolata sulla base del Pil pari a un minimo di 9 milioni e 920 mila euro», scrivono gli autori del dossier: «Guardando alle recenti decisioni della Corte in un caso analogo relativo al Lussemburgo si può ritenere che la penalità potrebbe raggiungere i 660 mila euro al giorno». E non basta: gli errori commessi, e la lentezza nel riparare al danno, potrebbero costarci anche i nuovi finanziamenti europei. Sospesi fino all'attuazione del dovuto. 

giovedì 27 febbraio 2014

Arricchimenti con le coperture della politica

“Vi svelo i potenti di Acea”. Parla la vedova dell’uomo chiave dell’inchiesta Cerroni

Debora Tavilla, ex dipendente dell'azienda di servizi, è stata la moglie di Arcangelo Spagnoli, membro della struttura Commissariale dei rifiuti, morto nel 2012. Figura cardine delle indagini della Procura di Roma. I magistrati hanno trovato conti milionari all'estero riconducibili all'uomo. La donna rivela al Fatto.it: "Ho scoperto che mio marito aveva comprato un grosso appartamento di cui non sapevo nulla"


Era il grande sogno dell’imprenditore Manlio Cerroni - finito ai domiciliari su richiesta del procuratore della capitale Pignatone e del pm Galanti il 9 gennaio scorso per traffico di rifiuti – quell’inceneritore di Albano Laziale in provincia di Roma. Un’opera che avrebbe visto la nascita di un colosso dei rifiuti: oltre al re di Malagrotta, anche le società del Comune di Roma - Ama e Acea - erano parte attiva di quel progetto, attraverso la società Coema. E a tessere la rete di rapporti e relazioni – il giusto carburante, secondo i magistrati romani, per far funzionare l’alleanza a tre – c’era il personaggio chiave dell’affaire romano, Arcangelo Spagnoli. Ex consigliere comunale, uomo dai mille contatti, ad iniziare da Biagio Eramo, ai vertici di Acea fin dagli anni ‘90. Dieci anni fa Spagnoli entra nella struttura Commissariale dei rifiuti, creata per la gestione dell’ennesima emergenza nella Capitale. Ha un ruolo bipartisan, lavora con tutti, con l’obiettivo di veder nascere il colosso romano della “monnezza”, unendo ‘il Supremo’ - è proprio Spagnoli a coniare il soprannome per Cerroni – con le ambizioni industriali di Acea, multinazionale che da poco si era quotata in Borsa, pronta a entrare nel business più promettente, dopo l’acqua e l’energia. L’inchiesta su di lui si sono fermate nel gennaio del 2012, quando muore per un malore. Ma proprio sul nome di Spagnoli si erano concentrate le indagini, tanto da portare il Noe a perquisire la sua abitazione lo scorso 9 gennaio, al momento degli arresti degli uomini della Holding Cerroni.
Oggi la vedova Spagnoli, Debora Tavilla, ha deciso di raccontare la sua verità ai microfoni de ilfattoquotidiano.it. Quando i Carabinieri hanno bussato alla sua bellissima casa all’EUR ha scoperto una sorta di seconda vita del marito, che mai avrebbe sospettato. I tre milioni di euro mandati all’estero tracciati dalla Guardia di finanza? “Mai visti quei soldi, al momento della morte di mio marito – dichiara la Tavilla – non c’erano sui suoi conti. I magistrati facciano chiarezza, sono la prima io a volerlo”. Mandato a chi, dunque, quel fiume di denaro? Nelle informative della Gdf quel flusso ritenuto sospetto è stato tracciato con precisione: “199 mila euro nel 2003, 507 mila euro nel 2004, 1,07 milioni nel 2005, 509 mila euro nel 2006, 325 mila euro nel 2007 e 187 mila euro nel 2008”, ultimo anno della consulenza di Spagnoli presso la struttura commissariale. Le Fiamme Gialle hanno poi rilevato diverse incongruenze tra i redditi dichiarati e la disponibilità finanziaria.
Alle nostre telecamere, la donna fa un’altra rivelazione: “Ho scoperto solo poco prima della sua morte che mio marito aveva il possesso di un grande appartamento a Roma, sempre all’Eur. Non mi aveva detto nulla”. Un immobile acquistato nel 2009 per una cifra dichiarata di 660 mila euro, come risulta dall’informativa della Finanza.
Nell’ordinanza di custodia cautelare contro Cerroni il nome di Tavilla appare non solo come moglie di Arcangelo Spagnoli, ma soprattutto come dipendente di Acea, dal 1999 al 2010, con aspirazioni di promozioni e avanzamenti di carriera grazie al marito influente. “E’ vero, sono entrata su segnalazione di mio marito, sostenendo un colloquio. Mio marito diede il mio curriculum ad un dirigente, fui presa. Ma come me entrarono altri parenti – afferma -. Entrò anche Camillo Toro, figlio dell’allora magistrato Achille, che seguiva sempre Biagio Eramo, uno dei massimi dirigenti. Anche il nipote di Eramo lavora in Acea. Eravamo una grande famiglia”, è l’incipit del suo racconto, raccolto nel video esclusivo de ilfattoquotidiano.it.
Secondo gli inquirenti Spagnoli intendeva agevolare Acea per migliorare la posizione della moglie e mantenere una riconferma presso la regione Lazio. Nella rete di parenti e amici di chi conta in Acea spunta il figlio dell’ex magistrato Toro, che ha patteggiato recentemente una condanna a 6 mesi, pena sospesa, per rivelazione di segreto d’ufficio e che continua ancora oggi a lavorare in Acea al settore legale. L’azienda precisa: “Una vicenda che non riguarda l’Acea, ma comunque secondo l’attuale normativa non è possibile risolvere il contratto di lavoro”. Nella grande famiglia Acea viene citata anche una parente dell’ex deputato Antonio Buonfiglio (An, Pdl e poi Fli ndr), Tiziana, che – precisa l’azienda – è entrata per concorso pubblico a titoli ed esami nel 1997. Tavilla racconta anche della facilità dei rapporti tra ‘il Supremo’ e il management di Acea: “In Acea, Manlio Cerroni – ricorda – entrava con un pass personale e incontrava i vertici dell’azienda”.
Biagio Eramo, attualmente Direttore generale di ingegneria e servizi, ex presidente di Acea Ato 2 (la controllata che gestisce il sistema idrico a Roma e provincia), ed ex Ad di Ama, tra il 2006 e il 2008, contattato da ilfattoquotidiano.it, spiega: “Cerroni entrava in Acea come tutti gli altri visitatori esterni e veniva registrato. Aveva rapporti con i vertici per il suo ruolo, da privato, in Coema. Nulla più”. Negli atti dell’inchiesta della Procura di Roma emerge che tra i destinatari dei regali inviati da Cerroni e dalla sua azienda Colari c’era anche Eramo: “Tra i destinatari c’era una molteplicità di soggetti”, è la risposta del manager di Acea. Su suo nipote assunto in Acea, l’ufficio stampa dell’azienda conferma: “E’ stato assunto sulla base di elenchi trasmessi dalle università romane di nominativi con il massimo dei voti, selezionati da un’apposita commissione”.
Di certo il dossier Coema stava a cuore a tanti. Debora Tavilla aggiunge un dettaglio: “A mio marito avevano anche promesso un posto quando sarebbe nato l’inceneritore“. E proprio sul consorzio Coema, la Procura continua le sue indagini. Intanto a ilfattoquotidiano.it risulta che Debora Tavilla sia stata ascoltata per diverse ore dal pm titolare del fascicolo.
di Andrea Palladino e Nello Trocchia, montaggio video Samuele Orini