lunedì 2 dicembre 2013

Gianluca Nicoletti - "Il Libro Infame"

6 dicembre - ore 18.00 - Sala Turchese 
Presentazione de Il Libro Infame  di Gianluca Nicoletti e Roberto Ronchi 
intervengono gli autori 
a cura di Tunué - Editori dell’immaginario
Questo è il nuovo libro di Gianluca Nicoletti: autore di programmi radiofonici e televisivi, giornalista e scrittore.
Di prossima uscita nelle librerie, verrà presentato dall'autore il 6 dicembre prossimo alle h. 18:00 presso la "Sala Turchese" del Palazzo dei Congressi a Roma in occasione della manifestazione annuale della Piccola e Media Editoria "Più Libri, più Liberi".
Il testo si avvale delle illustrazioni di Roberto Ronchi di cui pubblico poche note biografiche:
Roberto Ronchi
(Firenze, 5 maggio 1960) è illustratore, creatore di personaggi e progetti editoriali. Collabora con Walt Disney Italia, USA e Giappone, Mondadori, Hachette e Piemme, e in ambito pubblicitario principalmente con Ferrero, MACDUE, Corriere della sera e Motta.




Subito, dalla prima pagina, Nicoletti ti affascina con la sua scrittura bella, elegante, che necessita della massima attenzione, che si rilegge là dove non ne hai afferrato il senso, che è fantastico, ma basato fortemente sul reale. Ecco un periodo che serve per capire la chiave di lettura di questo testo sorprendente

"Senza saperne il perché, sono padrone e succubo perfetto di un demone. Un essere silenzioso che mi ha inchiodato affinché, qui, io mi consumi. Spesso mi accorgo della sua presenza come misura del tempo che è passato; dovrei provare rimorso, invece ciò mi mette allegria, perché solo i ricordi che si affastellano mi consentono di mettere l’uno sull’altro il maggior numero possibile di futili pensieri.
Costui è una moltitudine che riempie lo spazio esiguo a mia disposizione; è un numero, una cifra, un codice, un progetto… Insomma, è qualcuno che per ordinare i ricordi m’impone un «tempo a castello», sovrapposto e vivibile a più livelli.
Sono passati esattamente venti anni da quando attribuii per la prima volta a questa presenza le caratteristiche di un Golem. Mi rendo conto di avere seguito in ogni dettaglio le tappe operative degli antichi costruttori di schiavi d’argilla; anch’io non riesco più a ricordare la formula per rendere inoffensivo quello che pensavo fosse solamente un mio robot faccendiere".

Cos'è un golem: 
il Golem  è una figura antropomorfa immaginaria della mitologia ebraica e del folklore medievale.
Secondo la leggenda, chi viene a conoscenza della cabala della tradizione ebraica, e in particolare dei poteri legati ai nomi di Dio, può fabbricare un golem, un gigante di argilla forte e ubbidiente, che può essere usato come servo, impiegato per svolgere lavori pesanti e come difensore del popolo ebraico dai suoi persecutori. Può essere evocato pronunciando una combinazione di lettere alfabetiche.
In tempi più recenti si assimila questa figura fantastica ad un robot.
Ed ecco che si inizia a capire meglio la figura che appare nei disegni di Ronchi, che sono parte integrante di questo libro, come spiega lo stesso Nicoletti: 

"Il testo è continuamente spezzato da figure; i ricordi sono visioni, a volte nitide a volte confuse, quindi bisognose di una «legenda» che ne bilanci i vuoti. Le compensazioni sono narrazioni pa-rallele, derive improvvise, ricongiungimenti inaspettati. Questo è un po’ il mio metodo di racconto dell’attualità, almeno come uso da decenni farlo alla radio.
Il felice incontro con Roberto Ronchi mi ha permesso di ancorarmi realmente a delle illustrazioni, che mi hanno aiutato a riprendere il passo ogni volta che mi fermavo. I suoi disegni sono stati come i sassi che attraversano un guado: solo saltando dal proprio punto fermo si può andare avanti. Roberto ha disegnato dove più si è sentito ispirato, e da lì io riuscivo a recuperare i codici che mancavano per accedere a un successivo livello del mio «tempo a castello".
Alcune illustrazioni di Roberto Ronchi: in basso a sinistra è visibile il golem come lui lo vede


Stiamo entrando nel libro e nella testa di Nicoletti  affascinati dalle sue parole di affabulatore:

"Ogni giorno della nostra vita ha un suo modo di farsi percepire esclusivo e irriproducibile, tutti lo proviamo, ma raccontarlo non è facile. Eppure, quel particolare gusto che ha ogni epoca ognuno di noi l’ha assaggiato e lo può ricordare. Il ricordo della vita sbocconcellata è per me tradotto nel tempo a castello, come fosse un continuo cambio della guardia, tra militi che hanno appena vigilato, con altri che hanno appena dormito".

Eh, no! Raccontarlo non è facile! Lo so bene io che scrivo da sempre ma che non ho il dono di Nicoletti! Lui scrive e pensa per immagini per questo si è trovato bene a costruire questo libro con Roberto Ronchi.
E ancora:
"Quando scrivo sono circondato da molti dei miei frammenti di vissuto. Le frazioni di tempo sono appoggiate l’una sull’altra come i tanti soldati addormentati sulle loro brande a castello. Io posso solo cogliere dal loro sonno piccoli sprazzi sui quali costruisco fili narrativi fatti di pensieri, storie, immagini".
Oppure:
... una porzione navigabile del lago senza fondo del mio tempo perduto ...
Ecco: questa per me è poesia...





domenica 1 dicembre 2013

Poteva e potrebbe accadere ad ognuno di noi

Da: Il Messaggero

Centauro morto sulla Colombo a Roma, il fratello: albero senza radici

Rabbia e dolore per i familiari di Gianni Danieli, il motociclista di 42 anni morto dopo essere stato centrato da un pino sulla Colombo, a Roma. Sul posto è arrivato il fratello Alessandro che in lacrime ha urlato tutta la sua rabbia e la sua disperazione. «Chi me lo ridà mio fratello adesso - ha urlato - come è possibile morire in questa maniera. Gianni stava tornando dal lavoro, faceva il fisioterapista, era una persona buona».


«Le radici praticamente non ci sono». Alessandro, apparso lucido pur nella rabbia e nel dolore, ha puntato il dito sulle condizioni della pianta: «Guardate - ha detto ai giornalisti - le radici praticamente non ci sono, era legato a un cartello pubblicitario. Paghiamo le tasse e succedono queste cose - ha imprecato - pensano solo a prendere le multe e non fanno niente. Ora aspetto le istituzioni, voglio vedere se avranno il coraggio di farsi vedere in faccia, voglio delle risposte da Roma».
La scena dell'atroce fatto: l'albero era tenuto con un cavo arrugginito legato ad un cartello stradale

Una vita nel pieno del suo svolgimento finita in modo così atroce per la criminale inadempienza di chi era preposto alla cura ed al controllo degli alberi prospicienti le strade.
Come si può rassegnarsi a tanta criminale superficialità? Quante vite sono state cambiate dalla fine tragica di questo giovane uomo? La moglie, i suoi piccoli figli, il disperato fratello che con il suo dolore, giustamente gridato, ci ha fatto sentire che questo poteva e può accadere a ciascuno di noi.
Non basta l'ineludibile risarcimento in denaro... che non ridarà l'uomo ai suoi cari... qualcuno deve pagare, andare in galera per omicidio, decidesse il magistrato se colposo o volontario, ma non si poteva legare un albero ad un cartellone pubblicitario con un cavo di ferro che si è arrugginito e si è spezzato! E' di una irresponsabilità criminale!
La domanda disperata e disperante è: "Perché non è stato tagliato?"
Gli alberi sono bellissimi ma o si curano o si tagliano se malati. Chi è stato il folle che pensava che un albero pericolante si potesse legare come un arbusto a qualcosa che lo tenesse?
Non si può mantenere il verde a tutti i costi, anche a quelli delle vite umane.
  

Ma regista... in che senso?


Non capita solo a noi, sento tanta gente che dice: "In TV non c'è niente nemmeno stasera, è uno schifo!"
Si può fare altro: leggere, chiacchierare e se proprio uno vuole giacere riposando sul divano, mettere una cassetta o un DVD.
Stasera, visto che sui canali RAI che riusciamo a prendere non c'era che il NULLA, abbiamo tentato di vedere sul canale IRIS un film: "Sbirri".
Ora su IRIS non ho nulla da dire e da pretendere, visto che non incassa come la RAI l'imposta chiamata impropriamente "canone", ma il film che mandava stasera era, come molti del suo genere, invedibile!
La camera viene mossa tanto da far venire una sgradevole sensazione di mal di mare. Senza motivo espressivo, giacché non si sa cosa si vuole dimostrare muovendo l'immagine come se avesse "il ballo di S. Vito"!
Le riprese sono sui particolari ravvicinati del viso degli attori; di volta in volta: parte di un occhio, per di più lungamente, poi la bocca dell'attrice, poi altre parti sempre con la telecamera in ballo su e giù, oppure in rapidissima carrellata che nemmeno nei filmini di casa si fanno riprese così!
Siamo andati a leggere il nome del regista: Roberto Burchielli!
"Ma chi è questo cane?" Ci siamo chiesti. Ho fatto una rapida ricerca e ho saputo chi è: era meglio che continuasse con "Paperissima"! 
Intendiamoci, purtroppo non è solo lui a girare film così! Ci sono altri che pretendono di chiamarsi registi e che girano in questo modo. Hanno mandato anche film americani in cui il "regista" di turno riteneva di essere originale facendo riprese sul foruncolo del viso dell'attore, oppure su un pezzo di viso, riprese continuate e ballonzolanti su una scena invedibile. Infatti non resistiamo più di cinque minuti, sperando che la ripresa si riassesti... Poi cambiamo.
E' blasfemo chiamarsi regista. Questi non sono un bel nulla.

Anche la recitazione imposta agli attori è innaturale, isterica, improbabile... Ci chiediamo come fanno questi a trovare chi li finanzia.
Eppure in Italia abbiamo ottimi registi, veri, e attori strepitosi. 

Questi pseudo innovatori della regia dovrebbero vedere a pranzo, cena e colazione i film di Sergio Leone, che faceva anche lui le riprese ravvicinate sui visi degli attori, ma in ben altro modo!
Oppure dovrebbero ripassarsi le riprese di Hitchcock.
Hitchcock al lavoro spiega come deve essere fatta un'inquadratura

Si gira una scena di Psyco

Hitchcock prepara una scena de "La finestra sul cortile"


venerdì 29 novembre 2013

Un prete dagli occhi buoni...


La gente ha bisogno di consolazione, la gente ha bisogno di verità, la gente ha bisogno di pulizia e questo Papa dà consolazione...
Non tutti si riesce ad accettare che non c'è alcuna giustizia divina, alcun essere soprannaturale che possa rimediare alle ingiustizie, al sudiciume... Dunque ben venga un Padre Consolatore come Bergoglio, che ha voluto chiamarsi Francesco come il grande mistico di Assisi che parlò ai papi del suo tempo di povertà della chiesa.

giovedì 28 novembre 2013

Roberta Ragusa: un fantasma che appare

Roberta Ragusa: "L'ho vista a Cannes a maggio", ma a "Chi l'ha visto?" aveva detto settembre

Roma, 27/11/2013 - Aveva chiamato anche lo 068262 di "Chi l'ha visto?" il cuoco che da alcuni giorni ripete convinto in alcuni programmi televisivi di aver incontrato Roberta Ragusa il 17 maggio 2012, mentre era insieme a un accompagnatore a Cannes. Il primo ottobre dello scorso anno Pasquale Davi ha lasciato al programma un messaggio vocale nel quale diceva di avere visto la donna scomparsa il 27 settembre. Nella puntata l'audio della telefonata e il commento delle cugine di Roberta Ragusa, che trovano offensivo affermare che lei fosse in compagnia di un uomo in Francia mentre il marito viene accusato del suo omicidio e i figli sono nella più cupa disperazione. Quando è scomparsa, il marito Antonio Logli, i familiari, gli amici e le amiche avevano tutti dichiarato a “Chi l'ha visto?” che Roberta Ragusa non avrebbe mai lasciato i suoi figli.

Dal sito della trasmissione di RAI3 "Chi l'ha visto": l'unica meritevole di incassare l'imposta che chiamano impropriamente "canone".

Chi segue come me da sempre questa insostituibile trasmissione di Servizio non si stupisce più di tanto di sentire "visioni" di persone scomparse che invece sono morte da tempo.

Emblematico di questi casi è il caso della famiglia Carretta: ben tre persone! Li vedevano dappertutto, addirittura nell'isola Margarita in Venezuela: si dicevano sicuri che fossero loro, felici e vacanzieri.
Le indagini, molto grazie all'ottimo giornalista Giuseppe Rinaldi, portarono alla verità: li aveva uccisi tutti e tre il figlio e fratello maggiore subito, il giorno stesso che erano spariti.

Questo cuoco, poi, a parte tutte le ovvie riflessioni già fatte in trasmissione anche dalle due cugine della povera Roberta, è addirittura ridicolo per come afferma con sicurezza "Che era lei! Io ho visto Roberta Ragusa!"

Viene da chiedergli: "Ma che la conoscevi e dunque l'avevi vista prima per affermare con tanta sicurezza che era lei?"

Pazzesco! Questo soggetto è sicuro di aver visto senza ombra di dubbio una donna che non ha mai visto in vita sua di persona!
Le foto stesse mostrano espressioni diverse dei tratti del viso di questa sfortunata madre!

Mesi fa, in perfetta buona fede ma non con la stessa incrollabile sicurezza, diverse persone credettero di ravvisarla in una signora molto somigliante che abitava proprio vicino ai luoghi dove la sventurata Roberta viveva prima di sparire in pigiama in una notte gelida di gennaio. 

Somiglianze sono possibili e, unite ad una mitomania di cui le forze dell'ordine ed i giornalisti di  "Chi l'ha visto" hanno diffusa esperienza, portano a questi falsi allarmi. 

I tre sventurati componenti della famiglia Carretta uccisi dal figlio e fratello maggiore

Girone e La Torre: Sacco e Vanzetti dell'India

Da: RAINews24

Marò, i media indiani: non esclusa la pena di morte

La polizia avrebbe chiesto di perseguire Salvatore Girone e Massimiliano Latorre in base a una legge che prevede la pena capitale. Posizioni diverse tra i ministeri degli Esteri e degli Interni indiani. A decidere sarà un giudice.
Nuova Delhi, 28 Novembre 2013
La polizia indiana Nia ha presentato un rapporto in cui accusa i marò Salvatore Girone e Massimiliano Latorre in base a una legge che prevede la pena di morte. A scriverlo è un giornale locale, The Hindustan Times, che riferisce di avere avuto conferma della consegna del rapporto dai ministeri degli Interni, degli Esteri e dalla stessa Nia.
La richiesta degli investigatori
Secondo la testata indiana gli investigatori avrebbero presentato lunedì al ministero degli Interni un rapporto in cui si chiede di perseguire i due militari in base al "Sua Act", che reprime la pirateria marittima con la pena di morte. Questo "nonostante le ripetute richieste pressanti del ministero degli Esteri di trattare il caso con capi di imputazione che prevedono pene più lievi".

A decidere sarà un giudice
Una fonte diplomatica ha tuttavia ricordato "che la decisione finale spetta al giudice che dovrà formulare i reali capi di accusa" a carico di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Il giornale sottolinea, inoltre, il forte contrasto esistente tra gli Esteri e gli Interni sulla vicenda. Lo scorso aprile il ministro degli Esteri Salman Khurshid si era infatti impegnato con l'Italia sostenendo che il caso dei marò non rientrava fra quelli "rari tra i più rari" che prevedono l'applicazione della pena di morte. Lo stesso ministero degli Interni aveva modificato un suo ordine alla Nia rimuovendo il riferimento al "Sua Act". 

Cosa prevede il "Sua Act"
La legge, approvata nel 2002 in conformità con i trattati internazionali sulla sicurezza marittima, sarebbe al centro dell'acceso dibattito fra i due ministeri. La "Legge per la repressione degli atti illeciti contro la sicurezza della Navigazione marittima e le strutture fisse sulla piattaforma continentale" stabilisce chiaramente che se qualcuno uccide un altro, sarà passibile di pena di morte. L'incidente della Enrica Lexie è avvenuto a 20,5 miglia nautiche al largo delle coste del Kerala, cioè oltre le acque territoriali indiane ma all'interno della cosiddetta "zona di interesse economico esclusivo" che si estende fra 12 e 200 miglia nautiche e su cui il "Sua Act" si applica.
La posizione degli investigatori
"La nostra logica - ha detto al giornale un responsabile della Nia - è che, uccidendo i pescatori, i marò hanno commesso un atto che ha messo in pericolo la navigazione marittima. Siccome c'è stato un omicidio, sono passibili di essere accusati in base ad una legge che prevede la pena di morte".
Le obiezioni del ministero degli Esteri indiano
Secondo quanto riferisce ancora Hindustan Times, il ministero degli Esteri si è invece impegnato ad "assicurare che i due militari non siano perseguiti in base al Sua Act". "Questa - spiega la testata - sarebbe una violazione della promessa fatta da Khurshid, che ha il valore di una garanzia di uno Stato sovrano". Per questo, dopo la consegna del rapporto della Nia, il dicastero degli Esteri "farà un'attenta valutazione e esaminerà tutti gli aspetti legali prima di dare la sua posizione ufficiale".
Dopo 2 anni non si sa nemmeno se questi signori hanno appurato se siano stati i nostri due militari a sparare.
Si continua a menare il "can per l'aia" con pretesti su pretesti.
Ora l'assurdo è che addirittura dovrebbero essere processati per qualcosa che l'interminabile inchiesta non ha ancora saputo stabilire se addebitabile a loro, ma che si tratterebbe di un'imputazione "di pirateria marittima"!!!  

Una situazione rovesciata! Da difensori dagli attacchi dei pirati di una petroliera italiana, che trasporta materiale per noi fondamentale per l'approvvigionamento energetico, a pirati!   

Siamo nella melma più totale con un Ministro degli Esteri che brilla per la sua opacità.
Pensare che la votai come presidente della mia regione, anche se al posto suo vinse molto di peggio! 
Noi italiani ci sentiamo molto mal rappresentati, molto mal condotti, per niente garantiti.

mercoledì 27 novembre 2013

ISI,ICI,IMU,TARSU,TARES,TARI, TRISE e ora IUC!

Follia! Improvvisazione, incapacità, confusione.... Scegliete voi la parola ed il concetto, ma la sostanza è che non si può condurre una Nazione così!
Se lo facesse una madre di famiglia di cambiare in continuazione le regole di casa, come un nocchiero impazzito, si potrebbe ben dire che è matta!

Stessa cosa per i partiti: PCI, DS, PD, stessa minestra riciclata allungandola con l'acqua e aggiustandola di sale. Poi FI, PLI, NCD Nuovo Centrodestra e FI...di nuovo! oppure AN, FLI, Fratelli d'Italia Centrodestra Nazionale... Ma le facce sono sempre le stesse come i desideri di campare alle nostre spalle con le nostre tasse che cambiano nome ma sempre soldi sono!
Campionario di politici italiani

martedì 26 novembre 2013

Per non dimenticare: Primo Levi

Voi che vivete sicuri 
nelle vostre tiepide case, 
voi che trovate tornando a sera 
il cibo caldo e visi amici: 
Considerate se questo è un uomo 
che lavora nel fango 
che non conosce pace 
che lotta per mezzo pane 
che muore per un sì o per un no. 
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi. 

Poesia "Se questo è un uomo"

La Donna, la violenza: lotta per la civiltà

Non c'è nulla di acquisito e di sicuro: la civiltà è una lotta continua, una conquista continua.
L'uomo è un animale con un'intelligenza maggiore di tutti gli altri animali apparsi sulla Terra e come tale si organizza in Società e si dà delle regole.
Queste regole derivano da idee di come deve essere organizzata la vita sociale e nel corso della storia dell'umanità l'uomo, convinto dalla sua intelligenza superiore a quella degli altri animali di avere qualcosa di divino, di comune con un'entità che ha creato il tutto, si è dato vari credi religiosi e da essi poi si è ispirato per darsi delle regole, delle leggi.
Attualmente si può sintetizzare in due tipi di società l'organizzazione degli Stati: le società occidentali che si ispirano alle religioni giudaiche-cristiane e le società orientali in gran parte ispirate all'islam. La Cina ha un'ispirazione diversa da questi due blocchi ideologici ma sempre in tutte queste organizzazioni di società la donna è ghettizzata rispetto all'uomo.
La prima domanda che viene spontanea è perché.
Dato che si tratta di culture diverse se hanno un denominatore comune non può che essere la legge del più forte che si impone sul più debole. La legge del mondo animale.
Il maschio è geneticamente più forte fisicamente: ossatura, muscolatura, complessione fisica sono più potenti che nella femmina. Fatte salve le eccezioni individuali le cose stanno così. Il maschio è portato più della femmina all'aggressività. Sempre fatte salve le variazioni individuali. E' forse quel cromosoma Y che contiene nei suoi geni l'aggressività?
Essa, però, può essere contenuta dall'educazione.
Attualmente la globalizzazione ha portato gli Stati a darsi delle leggi che, sia pure in forme diverse, tendono alla parità fra i sessi. La donna, dunque, dovrebbe essere più garantita. E rispetto al passato lo è. Ma la società, per quanto ben organizzata nelle sue Istituzioni, non riesce a garantire alla donna l'incolumità dalla violenza maschile in tutte le sue forme. 
In Italia c'è un sommerso di violenza domestica che nasce in parte dalla vergogna delle vittime a denunciare una persona con la quale hanno un legame parentale o anche soltanto affettivo, e in parte perché sentono inutile il gesto della denuncia.
Da chi si va  a denunciare e cosa fa la Società per difendere la donna che ha questo coraggio?
Spesso si va dai Benemeriti Carabinieri. Sulle spalle di questo Corpo Militare dello Stato Italiano finisce quasi tutto il bisogno di giustizia degli Italiani. Dovrebbero essere supportati non solo dalla Magistratura a cui poi passano le carte, ma anche da strutture di sostegno e vicinanza a chi è sotto minaccia e subisce un reato.
Una carenza nelle Istituzioni c'è nella prevenzione del danno da reato di violenza se tante donne vengono violentate, picchiate, ridotte in fin di vita, uccise.
La materia dei reati è vasta e non posso certo trattarla in un post. Voglio parlare di uno dei tanti, purtroppo, casi estremi.
Il caso dell'assassino Giuseppe Piccolomo.
Da: VareseNews

VARESE

Piccolomo, indagine sulla morte della prima moglie

Dopo il processo d'appello che lo ha condannato all'ergastolo, la procura generale di Milano chiede ai pm di Varese una nuova inchiesta per la morte di Marisa Maldera, arsa viva in un misterioso incidente nel 2003

La prima moglie di Giuseppe Piccolomo, forse, non morì per un incidente. Ne è convinta la procura generale di Milano che, al temine del processo di appello che il 6 febbraio 2013 ha condannato all’ergastolo l’uomo accusato dell’omicidio delle mani mozzate a Cocquio Trevisago, ha inviato alla procura di Varese una lettera in cui chiede la riapertura delle indagini, firmata dal procuratore generale Carmen Manfredda.  Il decesso di Marisa Maldera, 49 anni, sarebbe dunque un caso irrisolto. La donna morì arsa viva dopo un brutto incidente a Caravate, il 20 febbraio del 2003, all’interno dell’auto guidata dal marito. 
(nella foto, Marisa Maldera e Giuseppe Piccolomo)

L'INCIDENTE
In quell’occasione, Piccolomo raccontò di aver riempito una tanica di benzina, e di averla stipata nella vettura, ma dopo essere uscito di strada, la sigaretta che la moglie stava fumando, avrebbe causato le fiamme. Piccolomo disse che riuscì a scendere dall’auto e tentò poi di aiutare la moglie a uscire. Ma la donna, che tra l’altro era soprappeso e si muoveva a fatica, non riuscì ad aprire la portiera bloccata. Il 23 gennaio del 2006, l’uomo patteggiò una pena di un anno e 4 mesi per omicidio colposo. 
La notizia è stata anticipata questa mattina da un articolo a firma Luca Testoni, del quotidiano la Prealpina. 
«La richiesta è sulla mia scrivania – conferma il procuratore capo di Varese Maurizio Grigo – volevo solo precisare che non siamo stati scavalcati. Tuttavia durante il processo di appello le figlie di Piccolomo hanno reso delle dichiarazioni sui loro sospetti in merito a quella morte, che il procuratore generale ha valutato interessanti e da approfondire. Ora vedrò a quale pm assegnare il fascicolo. Soprattutto dovremo chiedere al giudice per le indagini preliminari un’eventuale riapertura, poiché così vuole il codice». Contro la riapertura dell’indagine ha giocato fino a oggi un principio elementare del diritto: non si può processare una persona due volte per lo stesso reato. «In questo caso la procura generale ipotizza un omicidio volontario e non un omicidio colposo – spiega il procuratore Grigo – e sono intervenute nuove dichiarazioni a sostegno di questa tesi». 
Un’interpretazione che però dovrà esser vagliata dal giudice per le indagini preliminari, e il cui risultato non è scontato. Tina e Nunzia Piccolomo accusano il padre di avere pesanti responsabilità nella morte di Marisa Maldera e l'hanno ripetuto in più occasioni. 

LE ANALOGIE TRA LE DUE MORTI
Dopo l’omicidio della ex tipografa Carla Molinari, il 7 novembre del 2009, per il quale è stato condannato all’ergastolo in primo e secondo gradoGiuseppe Piccolomo fu indicato dalle figlie come un padre padrone che le aveva sempre fatte soffrire. Le donne raccontarono anche delle tante analogie tra quella vicenda e la morte della madre, troppo strana per esser solo derubricata a una fatalità. Dopo la morte della prima moglie, Piccolomo si risposò con una donna più giovane che lavorava nella loro pizzeria a Caravate, tornata in Marocco dopo il suo arresto. Piccolomo si è sempre dichiarato innocente, in entrambe le vicende. 
12/07/2013
Roberto Rotondo

Solo ora, dopo l'omicidio dell'anziana Carla Molinari, a cui amputò le mani perché non si potessero prelevare sotto le sue unghie le tracce del suo DNA in quanto la donna l'aveva graffiato nel tentativo di difendersi, le sventurate ma dignitosissime figlie di questo mostro hanno narrato chi era quest'uomo.
Da: VareseNews

VARESE

Le figlie di Piccolomo. "Era crudele come un demonio"
Processo delle mani mozzate: in aula parlano le due donne che accusano l'imputato di averle fatte soffrire per anni e di aver cagionato la morte della madre. Testimonianza choc sulle molestie e i pestaggi 

L’udienza del processo contro Giuseppe Piccolomo è stata segnata da emozioni forti. Soprattutto perché a testimoniare sono state le figlie, Nunziatina e Filomena Cinzia, che hanno raccontato come il padre abusasse di loro fin da piccole, le picchiasse con la cinghia, e percuotesse anche la madre, Marisa Maldera, morta atrocemente carbonizzata in un incidente stradale, nel 2003.
Non è stato un buon padre Pippo Piccolomo: se abbia o meno ammazzato la ex tipografa Carla Molinari,
il 5 novembre del 2009 a Cocquio Trevisago, sarà la corte d’assise (presidente il giudice Ottavio D'Agostino) a stabilirlo, ma a giudicare dal racconto della vita domestica di queste persone, si può dire che l’imputato è stato davvero ingeneroso con i suoi cari.
«Eravamo una famiglia con tanti problemi» ha spiegato alla corte Filomena. «La famiglia Addams ci faceva un baffo» ha aggiunto ironizzando tra le lacrime. Una testimonianza che per le due donne è stata come uno sfogo: di tanti anni passati sotto il giogo di un padre padrone, che sapeva anche essere simpatico, raccontare barzellette ed fare l’animatore della compagnia; ma una volta tra le mura domestiche diveniva un despota. E la madre, Marisa , era una donna buona, generosa, amata da tutti, ma non ebbe mai il coraggio di mandarlo via di casa. 
Anche dopo aver appreso il triste capitolo delle molestie sessuali. «Era una donna meridionale, ci diceva che i panni sporchi vanno lavati in casa – hanno spiegato le figlie – e che certe cose succedevano in tutte le famiglie, ma per fortuna nostro padre ci aveva solo molestato senza farci di peggio». 
Le donne ricordano che il papà le chiamava nel lettone, le toccava e si masturbava fin da quando erano piccole. C’erano le botte e anche le minacce. Con il coltello e con l’ascia: «Aveva il demonio negli occhi, non era in lui». «Ammazzava di botte anche la mamma – ha detto Filomena – e anche dopo che sono scappata di casa a 18 anni, se sapeva che aveva parlato con me la picchiava». Nunzia ha raccontato di aver subito molestie mentre la madre era in ospedale per partorire il fratello minore. O ancora: di aver visto una volta da piccola, sotto un tavolo, il padre che prendeva la mano della nonna e se la posizionava sui genitali.
Il valore della testimonianza delle due donne è soprattutto nella descrizione di Giuseppe Piccolomo che probabilmente avrà destato molta impressione nella corte d’assise: uomo a volte spietato, come quando dichiarò alle figlie che la loro madre era morta bruciata viva nell’indicente a Caravate, perché era troppo grassa; indugiando crudelmente sui particolari: «Ci disse che vide la mamma sciogliersi e che la pelle le si staccava di dosso». Le figlie l’hanno sempre accusato ma lui, anche dopo la condanna (ma solo per omicidio colposo) avrebbe risposto: «Io quando faccio le cose, le faccio bene, non sono riusciti a trovare le prove i carabinieri e le volete trovare voi?». 
Le due donne hanno inoltre riconosciuto il coltello trovato da un vicino di casa della Molinari nel cassonetto dell’immondizia, una lama compatibile con la disarticolazione delle mani della vittima, utilizzato secondo le testimonianze nel ristorante “La pantera rosa di Cocquio” quando i Piccolomo gestivano il locale.
Il pm Luca Petrucci ha anche chiesto alle figlie dell’imputato se avessero mai sentito parlare di Lidia Macchi, un capitolo di questa storia ai limiti dell’assurdo: «La ragazza fu trovata a qualche centinaio di metri da casa nostra a Caravate – ha risposto Filomena - e a volte ci diceva che l’aveva ammazzata lui». Ma secondo Tina era solo una macabra minaccia fatta per spaventare le figlie e continuare il suo crudele gioco. 
28/03/2011
Roberto Rotondo

Il primo articolo riporta la fine processuale di questo orribile fatto di sangue conclusasi con l'ergastolo anche in Appello, il secondo lo pubblico in quanto riporta le dichiarazioni delle due povere figlie già nel primo processo in Assise.
Quello che si evince da questa orrida ma non rara vicenda è che la cultura sbagliata e la paura della donna-madre e moglie del mostro ha consentito al mostro medesimo di traumatizzare le due figlie e di ucciderla alla fine in modo orrendo.
Se lei avesse parlato reagendo all'orrore di quanto il mostro faceva alle sue bambine avrebbe fatto il suo dovere di madre che deve, soprattutto, proteggere le sue creature. Leggere quello che dicono le due povere ragazze oggi non assolve questa donna che avrebbe potuto salvare anche sé stessa dalle botte e infine dalla morte atroce che quest'uomo le ha fatto fare.
Colpisce come sia riuscito con perfida finzione a dare di sé un'immagine diversa dal reale all'esterno della sua "famiglia Addams", come l'ha definita con ironico strazio la figlia vittima di un padre che non è degno di questo nome.
Le sfortunate e dignitose figlie di quello che loro stesse definiscono "un mostro": Piccolomo
Colpisce come sia riuscito anche a far credere alla giustizia che la morte della moglie è stata una disgrazia. Ecco la carenza delle Istituzioni. Eppure le figlie avevano iniziato a parlare già da allora. Si è dovuti giungere al mostruoso ed efferato delitto della povera conoscente a cui ha mozzato le mani per fermare questa bestia sanguinaria, incestuosa e lussuriosa.
Trovo molto probabile, dunque, che Lidia Macchi l'abbia uccisa lui, nonostante persino le sue innocenti figlie stentino a credere alle sue macabre vanterie.
Come il mostro di Firenze, dietro la maschera del contadino bonaccione, nascondeva l'assassino  dell'uomo che si accoppiava con la sua fidanzata, il violentatore abituale anch'egli delle povere sue figlie, così quest'altro mostro può benissimo aver collezionato altri delitti dietro la sua maschera sociale.
Lidia Macchi 

Lidia uscì dall'ospedale e si avviò nel parcheggio buio, potrebbe essersi accostato con un coltello il mostro, che l'ha poi violentata ed uccisa, minacciandola e spingendola all'interno della sua auto, quindi essersi portato nel luogo boscoso poco distante e lì aver consumato il delitto.
Le carenze investigative gli hanno consentito l'impunità e il continuare a distruggere altri esseri umani.
I mezzi di informazione hanno riportato le sue vanterie: “Nostro padre quando si alterava minacciava nostra madre con le testuali parole: “Guarda che non ci penso due volte a buttarti addosso una tanica di benzina e il fuoco non lascia prove”. Poi l'ha fatto.
“Diceva sempre che i carabinieri non erano riusciti a trovare le prove e che non ce l’avremmo fatta nemmeno noi” , quali migliori testimoni delle figlie? m
Si vantava: "Ti faccio fare la fine di Carla Molinari". Ed ora è accertato che è stato lui, dunque era vanteria con fondamento di verità. Quindi perché, visto che nei casi riportati NON di semplici vanterie si trattava ma dietro c'erano i fatti, non si deve pensare che anche nel caso del delitto a sfondo sessuale di Lidia Macchi ci fosse dietro la verità?
Un pensiero mi va anche su quel povero prete e sugli altri due poveri innocenti che hanno sofferto per essere stati sospettati di aver ucciso Lidia Macchi.
Quanto è difficile il cammino della Giustizia! 

domenica 24 novembre 2013

Puliti e motivati

Luigi Di Maio
Paola Taverna

Paola Taverna e Luigi Di Maio hanno tenuto testa ad una vecchia volpe della sinistra giornalistica, molto ben inserita nell'"establishment", come Lucia Annunziata per "mezz'ora" nella omonima trasmissione.

Puliti, motivati, precisi e sereni come può esserlo chi parla dicendo realmente quel che pensa.

Spero molto in questi giovani.

Di Maio è bravissimo: avevo avuto modo di apprezzarlo anche in altre sue "uscite" televisive come quella dalla Gruber e quella da Porro in "Virus".

Con molta serietà ed un sorriso gentile, questo giovane ha detto chiaramente che i 21.000 euro mensili che gli spetterebbero sono un'enormità e che ne bastano molti meno ed il resto vengono restituiti.
Oggi l'ha ribadito con semplicità all'Annunziata anche Paola Taverna,
che ho avuto modo di conoscere in campagna elettorale quando venne a Grottaferrata, che cercava di insinuarle la tentazione sui soldi e "l'essere ormai dentro le istituzioni" come vantaggio personale, cosa a cui Paola ha risposto in un modo che me l'ha fatta sentire anche umanamente vicina: "Caso mai mi viene voglia di scappare stando dentro le istituzioni e vedendo quel che vedo."
Ma per ora ci sta perché, ha detto: "E' un sogno cambiare quello che vedo..." Ecco credo che lei, Carla Ruocco, il bravissimo Luigi Di Maio, stanno lì dentro spinti proprio dal sogno di noi tutti, quelli che li abbiamo votati.