venerdì 20 agosto 2021

AFGHANISTAN

 


L'Afghanistan ha avuto anche governanti illuminati.
La sua Storia ha pagine buone, di speranza per il popolo.

Le riforme di Amānullāh Khān e la guerra civile

Re Amānullāh Khān, durante il tour europeo, qui con Mustafa Kemal Atatürk in Turchia (1928).

Con l'ascesa del re Amānullāh Khān nel 1919 il Paese riprese il controllo della propria politica estera, uscendo dalla zona di influenza del Regno Unito.

Il Re operò per mettere fine al tradizionale isolamento del Paese negli anni successivi alla terza guerra anglo-afghana: stabilì rapporti diplomatici con i Paesi più importanti, e, a seguito di un viaggio in Europa e Turchia (durante il quale osservò l'operato di Atatürk), introdusse diverse riforme intese alla modernizzazione. Fu costretto ad abdicare nel gennaio 1929 dopo che una insurrezione armata guidata da Habibullah Kalakānī prese Kabul.


Purtroppo l'oscurantismo ebbe la meglio con la forza delle armi nel 1929.

Ed è stato un susseguirsi di uccisioni di chi comandava per poi sostituirsi alla figura di turno al comando, senza la luce che si era accesa con il Re Amānullāh Khān.

La Storia più recente aveva ridato ossigeno al popolo:

Partito Democratico Popolare dell'Afghanistan (PDPA), d'ispirazione marxista-leninista, rovesciò il Governo di Mohammed Daud Khan il 27 aprile 1978 con un colpo di Stato (la cosiddetta Rivoluzione di Saur) e diede vita alla Repubblica Democratica dell'Afghanistan governata dal leader del partito, Nur Mohammad Taraki. Nei mesi successivi al colpo di Stato, il governo avviò una serie di riforme: fece distribuire le terre a 20.000 contadini, abrogò l'ushur (ovvero la decima dovuta ai latifondisti dai braccianti) e bandì l'usura, regolò i prezzi dei beni primari, statalizzò i servizi sociali garantendoli a tutti, diede il riconoscimento al diritto di voto alle donne, legalizzò i sindacati, vietò i matrimoni forzati e lo scambio di bambine a scopo economico, sostituì leggi tradizionali e religiose con altre laiche, mise al bando i tribunali tribali e rese pubblica a tutti l'istruzione, anche alle bambine che in precedenza non potevano andare a scuola. Queste riforme si scontrarono fortemente con le autorità religiose locali e tribali che si opposero alle politiche di Taraki.


Nel mese di settembre 1979 Taraki venne assassinato, su ordine del suo Vice Primo Ministro Hafizullah Amin, il quale lo sostituì alla guida del Paese. L'URSS non si fidò di Amin, sospettato di legami con la CIA, e decise di invadere il Paese, anche a seguito di un aumento delle rivolte e del conseguente rischio di destabilizzazione della zona. L'Armata rossa entrò a Kabul il 27 dicembre 1979 e mise al potere Babrak Karmal. La guerra con i Mujaheddin, finanziati anche dagli Stati Uniti, fu lunga e cruenta e terminò con l'abbandono del Paese da parte dei Sovietici nel febbraio 1989.


Lo Stato islamico dell'Afghanistan fu proclamato il 17 aprile 1992. Il fronte dei Mujaheddin si dimostrò comunque molto frammentato e disunito e ciò consentì, dal 1996 al 2001, la presa del potere da parte della fazione dei talebani, salvo che in alcuni territori settentrionali controllati dall'Alleanza del Nord dei restanti mujahidin anti-talebani, guidati dal comandante Ahmad Shah Massoud. I Talebani proclamarono l'Emirato islamico dell'Afghanistan e applicarono al Paese una versione estrema della shari'a e ogni deviazione dalla loro legge venne punita con estrema ferocia.



Se, pur per brevi periodi, l'Afghanistan ha potuto avere suoi governanti illuminati, senza presenze straniere, l'unica cosa che i confusi governi europei e gli USA potrebbero fare, e fino ad ora NON HANNO SAPUTO FARE, è aiutare i leader illuminati del nord del Paese, unici che potrebbero prendere in mano il destino dell'Afghanistan liberandolo dall'infausta influenza dell'oscurantismo religioso, che, si ricordi, abbiamo vissuto anche noi sotto la Chiesa di Roma: si ricordi l'Inquisizione con le orrende torture, le accuse folli, le donne bruciate per stregoneria e l'oppressione, il condizionamento e la paura in cui il popolo visse sia in Italia che in Spagna.

 Ashrad Massoud, figlio del comandante dell'Alleanza del Nord ucciso alla vigilia degli attacchi dell'11 settembre, afferma che "l'America può ancora essere un grande fautore della democrazia" sostenendo le sue milizie
19 agosto 2021

AGI - La conferma di Mosca ratifica a livello mondiale la resistenza del Panshir: per la seconda volta, la regione a Nord Est di Kabul e' la sola a non essere caduta sotto il giogo dei talebani, e su essa si concentrano le speranze di chi auspica che la situazione non sia già definitivamente consolidata.

Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha sottolineato oggi che "I talebani non controllano tutto l'Afghanistan. Ci sono informazioni dal Panshir dove sono concentrate le forze di resistenza del vicepresidente Saleh e di Ahmad Massoud", ha detto Lavrov, tornando a caldeggiare "un dialogo nazionale che permetta la formazione di un governo rappresentativo".

L'Afghanistan evidenziato in rosso

Massoud eroe della Resistenza afghana contro i Talebani
Fu ucciso nel 2001
Oggi c'è suo figlio.

Che l'Europa e gli USA, insieme alla Russia, anch'essa sfavorevole ai Talebani, aiutino queste forze a liberare il Paese da questi oscurantisti che interpretano in modo distorto il Corano






lunedì 16 agosto 2021

MADRE Cap. X

Capitolo X

Suo padre l'amava totalmente, per lui lei era la sua ragione di vita; ritenendo sua moglie non all'altezza responsabilizzava al massimo la bambina. Quando portava a casa lo stipendio, rigorosamente in contanti non avendo mai aperto un conto corrente in banca, la chiamava e le mostrava dove  lo riponeva contando il denaro davanti a lei.
Lei lo contraccambiava di uguale amore ma la totale mancanza di comprensione verso sua madre, l'evidente disistima verso di lei, il non apprezzare le sue qualità approfittando della sua arrendevole passività, creavano nella bambina una sperequazione emotiva.

Ospitava i suoi parenti nella loro casa romana e sua moglie, colei a cui lui rinfacciava i suoi disturbi del comportamento, il suo chiudersi, il suo parlare da sola, cucinava per tutti e non vi era nulla che non facesse come qualsiasi persona ritenuta normale, anzi, in molte cose anche meglio.

Suo padre non aveva avuto una vita facile ma avrebbe potuto reagire in modo diverso alla manifestazione di fragilità di sua moglie. Non era la violenza la medicina.
Medicine Serena non ne aveva mai prese.
Dopo quella visita che Rita bambina molto piccola ricordava non ve ne erano state altre, né cure di alcun tipo.
Eppure sua madre la stupiva per la sua rassegnata dolcezza nel rivelarle cose gravi senza acrimonia verso suo padre, ma come triste resoconto di un fatto che doveva per forza averla annichilita nel suo amore e nelle sue speranze con suo padre:
"Pensavo che il matrimonio fosse anche fare commenti sui fatti e sulle persone parlando fra di noi, fare le cronache... Un giorno accennai sorridendo alle chiacchiere su zia Giustina, così bella e lo zio Josafat così brutto, aveva le gambe storte... Dicevano di uno che la filasse e lei sembrava starci.. Dicevano.. voci di paese. Mi colpì con pugni e calci per questo. Ero incinta di te..."
Rita rimase basita.
Avrebbe potuto non nascere affatto per un commento innocente di sua madre su una chiacchiera che girava su una zia acquisita di suo padre, moglie di un fratello di suo nonno paterno..
Zii che a lui, suo padre, non lo avevano mai filato...
Questo tassello della debolezza caratteriale di suo padre era il più grave in assoluto. E lei, la sua remissiva genitrice, non glielo aveva mai detto... E con quanta spenta animosità glielo aveva svelato, giacché la violenza cieca, vile ed ingiusta del suo sposo doveva aver annichilito in lei ogni aspettativa di amore, di dolcezza, di considerazione per ciò che lei era. 
Eppure per anni la piccola Rita aveva straveduto per il padre: perché immersa nella più totale inesperienza di vita, pur registrando quelli che in seguito le furono chiari come gravi errori di suo padre, la sua scelta andava verso il più forte, colui che imponeva la sua volontà in famiglia, mentre sua madre era la perdente.
Eppure, le sovvenne in seguito, suo padre non era mai venuto neppure una volta a parlare con i suoi insegnanti: era sempre sua madre a compiere questa incombenza necessaria per seguire l'andamento degli studi della loro figlia.
Fin dalla scuola elementare con umile dolcezza ella era andata a sentire prima le maestre, poi i professori ...
Dunque in cosa si concretizzava la malattia mentale di sua madre?
Forse in quella passività, quel piegarsi in tutto alla volontà di suo padre?
Le manifestazioni più evidenti erano quel suo assentarsi a volte nel parlare da sola, oppure nell'aprire le finestre per rispondere alle voci che la calunniavano, ma che sentiva soltanto lei.
Allora la piccola Rita sentiva salire in sé un disagio che le creava tensione ed interveniva come poteva: chiudeva la finestra richiamandola alla realtà bruscamente e, stranamente, lei smetteva di parlare da sola tornando del tutto normale, a volte però difendendo quella sua fissazione delle calunnie che le "mormorazioni" dicevano su di lei.
Allora la bambina cercava di riportarla alla realtà con la sua lucida ragione: "Mamma, tu credi di essere così importante che tutto il mondo parla di te?"
Allora Serena faceva un sorriso quasi a scusarsi ridendo di sé...
Ma erano momenti e quel tormento che aveva nella testa non l'abbandonava per sempre.
Suo padre, dopo quella lontana visita dei primi anni di vita della bambina, non si era più curato di tentare una qualsivoglia cura per sua moglie. Serena non aveva mai usufruito di una visita specialistica. Suo padre viveva con rabbiosa rassegnazione i disturbi di sua moglie a cui reagiva con urla e violenza chiamandola "matta" quando litigavano.
Ma la silenziosa, dolce, rassegnata Serena a volte riacquistava una normalità nella cattiveria reagendo e chiamandolo "tubercoloso".
La loro bambina non capiva il perché e una volta ne chiese la ragione a sua madre e lei le disse che in guerra era stato ferito al polmone e a seguito di ciò aveva avuto un ascesso polmonare e un'infezione di Tbc che gli avevano curato all'Ospedale Militare.

domenica 25 luglio 2021

GOCCE DI VITA - Causa condominiale

 

GOCCE DI VITA

 

Argomento: Giustizia

 

Causa condominiale

 

“Hai saputo? – La voce di Rosina al telefono era eccitata più del solito. – Quegli zoticoni hanno creato il condominio e hanno messo per amministratrice quella Poretti che non paga i servizi del Consorzio da dieci anni!”

“Che vuoi farci cara Rosina, - le rispose pacata Anna – potevano farlo lo sai. Il Codice Civile stabilisce che bastano 4 proprietari di unità immobiliari che abbiano beni immobili in comune e sono costituiti automaticamente in condominio. Fino a qualche anno fa dovevano essere 9 ma ora hanno abbassato il numero a quattro.”

“Ma che bisogno c’era per quelle poche cose che abbiamo in comune, se il costruttore stesso saggiamente aveva detto che potevamo averne cura noi stessi senza ulteriori spese!”

“Il costruttore si è così risparmiato la spesa della parcella ad un geometra per fare le tabelle millesimali..” Rilevò realisticamente Anna.

“Comunque non possiamo pagare lo stipendio ad un’amministratrice che non lo è! Quella non è iscritta agli elenchi professionali degli Amministratori di Condominio, non ha alcuna preparazione!” Proferì esasperata Rosina.

“E qui hai proprio ragione, - disse Anna – e mentre parlavi ho aperto la pagina dell’ANAIP sul PC dove è scritto:  l’amministratore di condominio dovrà possedere a partire dal 18 giugno 2013, data in cui entrerà in vigore la legge n. 220 dell’11 dicembre 2012 che modifica la disciplina del condominio negli edifici,  i seguenti requisiti

Possono svolgere l’incarico di amministratore di condominio coloro:

a) che hanno il godimento dei diritti civili;

b) che non sono stati condannati per delitti contro la pubblica amministrazione, l’amministrazione della giustizia, la fede pubblica, il patrimonio o per ogni altro delitto non colposo per  il  quale  la legge commina la pena della reclusione non inferiore, nel  minimo,  a due anni e, nel massimo, a cinque anni;

c) che non sono stati sottoposti a misure di prevenzione divenute definitive, salvo che non sia intervenuta la riabilitazione;

d) che non sono interdetti o inabilitati;

e) il cui nome non risulta annotato nell’elenco  dei  protesti cambiari;

f) che hanno conseguito il diploma di scuola secondaria di secondo grado;

g) che hanno frequentato un corso di formazione iniziale e svolgono attività di formazione periodica in materia   di amministrazione condominiale.

I requisiti di cui alle lettere f) e g) del primo comma non sono necessari qualora l’amministratore sia nominato tra i condomini dello stabile.

Possono svolgere l’incarico di amministratore di  condominio anche società di cui al titolo V del libro V del codice. In  tal  caso, i requisiti devono essere posseduti dai soci illimitatamente responsabili, dagli amministratori e dai dipendenti incaricati  di svolgere le funzioni di amministrazione dei condominii a  favore  dei quali la società presta i servizi.

La perdita dei requisiti di cui alle lettere a), b), c), d) ed  e) del  primo  comma  comporta  la  cessazione  dall’incarico.

In tale evenienza ciascun condomino può convocare senza formalità l’assemblea per la nomina del nuovo amministratore.

A quanti hanno svolto attività di amministrazione di condominio per almeno un anno, nell’arco dei tre anni precedenti alla data di entrata in vigore della presente disposizione, è consentito lo svolgimento dell’attività di amministratore anche in mancanza dei requisiti di cui alle lettere f) e g) del primo comma.

Resta salvo l’obbligo di formazione periodica.   

 

“Vedi?!! – Commentò Rosina. – Quella la conoscono tutti nel Consorzio, è una che parla ma non sa nulla e millanta professionalità che non ha. Inoltre non paga i Servizi da 10 anni e noi, che paghiamo tutto, paghiamo l’acqua e  il giardinaggio del verde  anche per la sua famiglia! Questi che l’hanno messa a fare l’amministratrice non si rendono conto di niente perché sono degli ignorantoni! Dobbiamo andare da un avvocato dell’Associazione di Consumatori a cui sono iscritta e cercare di mandarla via!”

“Sono d’accordo Rosina, bisogna parlare con gli altri condomini e cercare di farlo bene questo condominio, visto che l’hanno voluto per forza proprio quelli che non pagavano nemmeno le spese consortili.”

“Capisci?! Per questo mi preoccupo! Molti di questi che hanno voluto costituire il condominio sono in mora per le spese consortili e faranno uguale per le spese condominiali!”

 

Le due donne facevano parte di un piccolo agglomerato di villette che avevano in comune solo delle stradine che, secondo la saggia Rosina, bastava pulire ciascuno per il pezzo davanti al proprio cancello e si era a posto, senza ulteriori spese. Ma ormai si era costituito un partito che, stranamente, era fatto proprio da quei proprietari che anni prima si erano opposti al tentativo di Anna di trovare un omino che almeno una volta al mese pulisse le stradine comportando, per ciascun proprietario di villetta, solo una piccola quota uguale per tutti. Inoltre alcuni di loro davvero non pagavano le quote del grande Consorzio che forniva loro l’acqua e il taglio dell’erba degli spazi consortili, in attesa che questi venissero presi in carico dal Comune una volta completate le opere di urbanizzazione.

La contraddizione era palese. E non soltanto per questi aspetti, ma anche perché non pulivano davanti al loro cancello e una vicina di Anna la derise con un’altra perché invece lei puliva anche la grata per lo scolo delle acque piovane lontana dal suo cancello e vicina a quello della irridente vicina. Anna pensava che togliere le foglie da sopra quella grata avrebbe favorito lo scolo delle acque di impluvio ed evitato l’accumulo di terra, non certo bella da vedere.

Qualche anno dopo la scenetta derisoria, avente per oggetto la civile Anna, la casa della vicina si allagò insieme a quella della donna con cui l’aveva derisa.

Anna seppe quanto accaduto da un altro vicino: “I mobili a casa di Besti galleggiavano!” Raccontò. Ma gli allagati tacquero anche se Anna quella sera sentì un gran trambusto a casa della ridanciana vicina con inequivocabili rumori e sciabordii…

Ostile ad ogni accordo comune, il partito del costituendo condominio aveva dimostrato in diversi suoi elementi anche una certa prepotenza sulle cose comuni, del tipo costruire dossi non a norma sulle strade di cui erano proprietari tutti, e una totale indifferenza alle normali regole del silenzio, tipo urlare nelle ore del riposo pomeridiano o oltre le ore ventitré per non dire mezzanotte.

Ora volevano il condominio. Dunque regole.

Alcuni avevano fatto opere edilizie fuori da ogni legge-condono, e Anna si chiedeva malignamente come si sarebbero messi con la stesura delle tabelle millesimali..

E qui c’era da ridere davvero.

Ma gli ottusi si spinsero fino a pagare l’avvocato per l’amministratrice che non aveva i requisiti di legge per esercitare tale professione, dato che l’avevano messa lì loro. Capirono a poco a poco che non avrebbe dovuto essere a loro carico tale onere, essendo lei a doversi difendere facendo resistenza alla richiesta presentata in Tribunale dai condomini, fra cui Rosina ed Anna, per la sua destituzione per mancanza dei requisiti di legge.

Di fronte alla mazzata di tale spesa a qualcuno di loro si smosse qualche neurone e capirono che il loro partito, autonomamente costituito in opposizione agli altri condomini, stava facendo una battaglia insensata in quanto quelli volevano solo un rappresentante legale che fosse professionalmente affidabile.

Ci fu un’assemblea di condominio in cui fu evidente anche agli ottusi, che ne avevano voluto la costituzione legale, l’incompetenza sconcertante della Poretti la quale, con arroganza e aggressività, arrivò a minacciare di querele chi si fosse permesso di “spargere voci” sulla sua incompetenza e, segnatamente, dimostrò di alludere ad Anna che non ne aveva parlato che al telefono con Rosina.

Anna capì che la cialtrona aveva raccolto voci malevole quanto infondate fra gli elementi del partito degli ottusi, e rispose che bisognava prestare attenzione a ciò che si diceva e con chi l’avesse perché altrimenti le querele sarebbero partite da lei all’indirizzo di chi attribuiva a lei come ad altri cose mai dette.

Infatti Rosina ed Anna avevano convinto altri condomini, che avevano accolto sgradevolmente l’iniziativa della costituzione ufficiale del condominio, a rivolgersi ad un avvocato per, almeno, mandare via la donna scelta improvvidamente dagli altri condomini.

Spesero un po’ di soldi per gli avvocati dell’Associazione di Consumatori a cui Rosina era iscritta che si dimostrarono non pronti ed incisivi, ma la sentenza, firmata da tre giudici del Tribunale della Provincia, fu ancora più stupefacente.

L’avvocato della Poretti aveva fornito, come d’obbligo, i nomi dei proprietari favorevoli all’amministratrice con tutti i loro dati anagrafici e catastali, lo stesso avevano fatto gli avvocati della Unione di Consumatori a cui era iscritta Rosina per quel che riguardava i ricorrenti contro detta nomina.

I giudici avevano dunque i nomi di tutti i proprietari del condominio con la documentazione che ne attestava la proprietà.

La stupefacente sentenza per la quale i tre giudici che la firmarono si erano presi un mese di tempo fu la seguente: La Sig.na Poretti non ha i requisiti di legge necessari per esercitare la professione di Amministratore di Condominio ma tali requisiti non sono necessari qualora l’amministratore sia nominato tra i condomini dello stabile e la Sig.ra Poretti, essendo proprietaria, può esercitare tale incarico per il Condominio di cui fa parte.”

Conclusione: esterrefatti i condomini ricorrenti rinunciarono al ricorso a tale sentenza, che conteneva un falso documentato, perché avevano già speso oltre euro 300 a testa, fra parcella agli avvocati poco incisivi e tasse e bolli per il Tribunale emanante tali stupefacenti sentenze contro ogni realtà oltre che contro ogni Giustizia.

Il partito per la costituzione ufficiale del condominio si era nel frattempo reso conto della totale incompetenza amministrativa della Poretti e anch’esso, leggendo tale sentenza, era rimasto basito, sapendo che tale donna non era proprietaria di niente dentro il loro condominio. A questo punto si trovarono completamente d’accordo con i ricorrenti, pur questi sconfitti da tre giudici incommentabili, e alla successiva Assemblea votarono all’unanimità le dimissioni dell’Amministratrice in carica la quale, dimostrando una risibile faccia tosta, dichiarò che lei era stata confermata dai giudici e dunque un Tribunale aveva stabilito che lei poteva tenere l’Amministrazione di quel condominio.

L’intera proprietà reale degli immobili, ormai perfettamente d’accordo, decretò senza commenti destituita l’Amministratrice.

IL RACCONTO SI ISPIRA AD UN FATTO REALE NEI FATTI E NELLA SENTENZA.

martedì 6 luglio 2021

Rimedi in economia

L'Economia Domestica un tempo era una materia di insegnamento negli Avviamenti Professionali, corsi di studio ormai scomparsi, cancellati da varie riforme della Scuola e dell'Università.

Ma cancellati soprattutto dal cambiamento della Società, sempre più uniformatasi al consumismo.

Io sono per forma mentis contraria al consumismo, un po' per educazione ricevuta e un po' per carattere.

Per questo, finché per vestirsi si usava comperare stoffe e andare dalla sarta, ho portato vestiti disegnati da me e rimessi a modello sempre su disegno mio, riutilizzando stoffe che negli anni sessanta, quando io ero adolescente, erano stoffe buonissime, quasi eterne. In quegli anni a Roma non esistevano i negozi di "Confezioni", i primi uscirono allora e si diceva: "E' un vestito di confezione." Tali abiti non erano mai perfetti come quelli fatti su misura, bisognava sempre apportarvi qualche aggiustatina che i negozi offrivano in cambio di un modesto contributo. 

Oggi quasi nessuno si serve dalla sarta, essendo diventato economicamente non conveniente.

Io, però, continuo ad applicare i rimedi pur di non gettare un vestito di confezione. 

Cinque anni fa ho comperato tre vestiti da Camaieu ad euro 25 ciascuno.

Camaieu è una catena di negozi francese che proprio nel 2020 ha chiuso tutti i punti vendita in Italia, ed è un peccato perché i prezzi erano davvero buoni.

Un abito che è costato euro 25 in pesante rasatello di cotone è un ottimo prezzo, ed io anche se ha 5 anni lo considero nuovo, avendo abiti che ancora metto che hanno 30-40 anni, dato che la moda classica che ho sempre scelto non mostra il tempo.

Ora è successo che mentre versavo la varecchina con un dosatore nella vaschetta della lavatrice uno schizzo dispettoso andasse fuori, verso terra, dove poco distante era un cestino con dei panni di colore in attesa del lavaggio. Ho sperato che non avesse preso l'abito rosa di 5 anni fa, invece purtroppo uno spruzzo aveva creato macchie di colore scomparso su due lati dell'orlo.

Anni fa mentre preparavo la lavatrice con la varecchina macchiai i pantaloni che indossavo: costavano euro 10 comperati al mercato settimanale, ma io decisi di tingerli neri piuttosto che buttarli, quanto di più coprente in fatto di colore. Eppure nel punto delle due macchioline il nero si intravedeva leggermente più chiaro, per accorgersene bisognava vederlo da vicino quindi li portai lo stesso fino ad usura, ma questo mi ha fatto desistere dall'idea di ripetere la cosa anche perché all'epoca il colore per tingere costava poco, ma ora mia figlia, espertissima nel fai-da-te su tutto, mi dice che il colorante costa euro 10. Allora no, non ne vale proprio la pena su un vestito comperato 5 anni fa a 25 euro.

Ma gettarlo giammai. Allora aguzzo l'ingegno: andare in merceria a comperare un'applicazione floreale coprente lo spruzzo? Poi ricordo che nella casa di Rocca ho conservato alcune delle perle di cui una sposa aveva ricoperto i tavoli del suo pranzo di nozze.. Quel matrimonio purtroppo è già finito.. Ma io ho conservato le perle (finte naturalmente) di Silvia.. E le ho applicate su ogni macchiolina dello spruzzo con del filo che avevo dello stesso colore del vestito. Il filo fa parte di quelle treccine di gugliate multicolori che è sempre bene avere in casa.

Questo il risultato:

A sinistra dell'immagine una sola perlina per uno schizzo solo.



Tenuto dalla stampella e poggiato addosso per far vedere l'effetto: purtroppo le perline si intravedono poco dato l'effetto specchio ripreso dal mio cellulare.


mercoledì 23 giugno 2021

MADRE Cap. IX

Capitolo IX

Quando percepì per la prima volta che sua madre aveva qualcosa di diverso dagli altri, qualcosa che la confinava ad un livello inferiore rispetto a tutti gli altri?
Non quella volta del suo terribile mal d'orecchi quando suo padre, pallido in volto, disse freddamene a sua madre: "Sei matta Serena."
Lui non partecipava al suo terribile dolore, mentre sua madre, accovacciata sul letto accanto a lei, cercava di lenire la sua sofferenza accudendola. Sua madre soffriva per lei, suo padre era distaccato e...cattivo.

Fu quando andarono in un ambulatorio, con tutte porte bianche  e la mamma fu visitata da un giovane medico: era in sottoveste sdraiata sul lettino,  suo padre in piedi con il cappotto sbottonato ed il cappello nella mano con il braccio steso lungo il fianco. Ascoltava attento quello che il giovane medico gli diceva ed aveva un'aria annichilita. Poco prima, dimenticata la presenza della bambina perché supposta troppo piccola per capire, dalla porta, di cui un battente era dischiuso, ella aveva assistito alla visita e si era vergognata per la prima volta di sua madre perché, mentre il dottore la toccava per visitarla, rideva scioccamente e incongruamente sussultando ad ogni sfiorarla del medico. Ricordò anche le parole conclusive che il dottore disse a suo padre: "E' mania di persecuzione."

Lei sua madre la vedeva normalissima. Si prendeva cura di lei, della casa, di suo padre e fu l'atteggiamento che percepiva negli altri verso sua madre che le dette angoscia e insicurezza.
Era come se la considerassero inferiore, con indulgenza, perché era una donna fine, buona, religiosissima.. Ma..poverina.. con qualcosa che la relegava in una condizione non uguale a quella di tutti gli altri, una condizione che era uno stigma che la faceva diversa..
Ma questo per Rita era inaccettabile.
Odiava chiunque si permettesse di parlare in modo condiscendente, oppure pietoso, o tollerante e comprensivo di sua madre, relegandola con ognuno di questi atteggiamenti, benevoli o ipocritamente malevoli, in uno stato diverso dal loro e comunque misero, da compatire..

Fin da piccola rilevava che queste persone, tranne poche eccezioni, avevano ciascuna difetti e comportamenti che le rendevano inferiori a sua madre, e dunque come potevano permettersi di fronte a lei quegli atteggiamenti sicuri di esserle superiori?
Rozze ex contadine, ignoranti, volgari in alcuni casi, provenienti dall'ambiente in cui i suoi genitori erano nati, un piccolo paesino del preappennino, urbanizzate senza aver perso nulla dei loro modi primitivi, cambiati soltanto gli abiti da lavoro sporchi di terra con abiti cittadini che ne mettevano ancora di più in risalto l'aspetto agreste. Queste erano le donne che frequentavano i suoi genitori, essendo parenti o semplicemente compaesane, insieme ai loro altrettanto rozzi uomini.

Lei vedeva i modi naturalmente fini di sua madre, il suo parlare in italiano, la modestia del suo fare a fronte di sfacciate sicurezze e risate sguaiate di quelle persone, sicurezze fondate sulla loro ottusa inconsapevolezza di ciò che erano.
Come avrebbe voluto dirlo, urlarlo negli anni della sua infanzia... Invece aveva taciuto perché suo padre era fra quelli che trattavano sua madre come un essere inferiore, trattandola con disistima, spregio e violenza anche.
Certo lui nonostante le difficoltà in cui l'aveva messo il regime fascista, gli anni della guerra che gli erano stati rubati, era riuscito a costruire per la loro famiglia una piccola sicurezza e tutti ne parlavano bene, come di una persona capace ed intelligente, alcuni di quel mondo di paesani urbanizzati lo invidiavano... Mamma Serena invece si limitava a fare la casalinga, ma come facevano in molte negli anni cinquanta del 1900.
I suoi doveri li svolgeva benissimo anche se la taccagneria di suo marito non le aveva facilitato in nulla certe sue inclinazioni.
Le sarebbe piaciuto avere un macchina da cucire, anche usata, ma lui non gliela comperò mai e lei non si imponeva, non insisteva, temendone le ire. Allora comperava dei modelli di carta copiativa che, messi sulla stoffa e passandoci il ferro da stiro, lasciavano il segno del taglio da fare. Poi tagliava e cuciva tutto a mano.
In questo modo cucì alla sua bambina ormai decenne un vestito estivo in cotone, con bei disegni di bacche color arancio chiaro su fondo bianco: il bustino perfetto con i cugni al posto giusto, la gonna a cannelli sciolti... Quando era piccola le faceva dei bei fiori di cartapesta, oppure con la carta stagnola delle caramelle formava altri fiori di diversi colori usando come intelaiatura del filo di rame preso da pezzi di fili elettrici gettati via..
Fino ad anni sessanta inoltrati Serena non ebbe una lavatrice e lavava le lenzuola a mano nella vasca da bagno..
Non chiedeva nulla, aveva un solo cappotto, un abito nuovo per l'inverno ed uno per l'estate ogni anno.. Qualche vestaglietta la comperava da sé sulle bancarelle del mercato. Di sé diceva: "Lui ha lavorato, ma io ho fatto sempre la cotichella."

Sua figlia l'amava immensamente e soffriva immensamente per lei. Non poteva odiare suo padre perché si diceva infelice anche lui. Lo odiò una volta, forse due, perché annientò sua madre quando avrebbe dovuto difenderla.

MADRE Cap. VIII

Capitolo VIII

Tutto si era compiuto.
I suoi primissimi anni con sua madre li ricordava nitidamente, come degli spezzoni di un film, con immagini, parole, sentimenti.
Come il ricordo del suo terribile mal d'orecchi.
Serena era una donna dolce, buona.
Rita non si era mai dovuta vergognare di lei. Come quella volta che, invece, si era vergognata di suo padre tornato da una partita di caccia ubriaco, portato da un suo collega letteramente di peso, con un braccio di suo padre intorno al collo di quell'uomo educato e dignitoso, che lo aveva depositato sopra una sedia della loro unica stanza che fungeva da cucina e soggiorno, ma che era anche l'ingresso di quella soffitta abitata da altre famiglie, che di lì dovevano passare perché l'abitazione sotto i tetti era fatta a scatola cinese.
Sua madre ringraziava preoccupata e timida il collega del marito con cui era uscito all'alba per una battuta di caccia, lo sport che suo padre amava: si faceva anche le cartucce da solo e Rita assisteva interessata e divertita a quella preparazione, senza toccare nulla, l'unica cosa che le era concessa era infilarsi nei ditini i cilindri di cartone colorati che costituivano il corpo delle cartucce, mentre lui pesava in un bellissimo bilancino di lucente ottone la polvere da sparo, i pallini, usando i minuscoli pesi di ottone che la affascinavano ma che, guai, suo padre l'ammoniva a non toccare..
Ora era l'ora di pranzo. Serena aveva preparato una delle sue buone minestre di lenticchie. Suo padre, seduto sulla sedia, il suo collega in piedi serio e pronto a congedarsi, iniziò farfugliando ad insistere perché si fermasse a pranzo. L'uomo provò a rifiutare ma, sembrò alla bambina di quattro, cinque anni, che accettasse di sedersi per rispetto a sua madre, vedendola vittima di quella incresciosa situazione.
Serena preparò i piatti con il garbo signorile che le era naturale, ma Rita vide suo padre buttarsi sul piatto che sua madre aveva posto davanti all'ospite e affondarvi il cucchiaio e quasi il volto, insensatamente, visto che già aveva iniziato a mangiare nel suo..
La bambina vide il disgusto sul volto del collega di suo padre. Egli si alzò, questo era veramente troppo, l'ubriaco farfugliò che restasse, sua madre, umiliata, provò a scusarsi, gli avrebbe cambiato il piatto.. Ma l'uomo la ringraziò dimostrandole tutta la sua comprensione in modo contenuto e dicendole: "Non si preoccupi signora, sono rimasto solo per rispetto verso di lei."

Un'altra volta sentì solo la voce di suo padre ubriaco che urlava: "Voglio mia figlia!" Non lo vide perché doveva trovarsi in fondo alle scale che portavano alla soffitta. Sua madre con voce rattenuta e bassa diceva a qualcuno, forse sua sorella che abitava anche lei nella soffitta, "Ho paura." Lei, Rita, sperava che non accondiscendessero al desiderio urlato di suo padre, che non la portassero da lui. Bassa, vedeva tante gambe di uomini e donne che affollavano la sua cucina. Dovevano essere tutti gli abitanti di quel luogo dove i suoi genitori vivevano da quando lei era nata. Erano silenziosi mentre l'ubriaco, due rampe di scale più giù, continuava a gridare: "Voglio mia figlia!"
Una voce sussurrò: "E' andato giù anche Giovanni con..." L'altro nome la bimba non lo capì ma si sentì rassicurata per la presenza accanto a suo padre dello zio Giovanni. Sentì la voce nota del cognato di sua madre che rassicurava l'ubriaco cercando di calmarlo.. Le voci erano due, doveva esserci un altro abitante della soffitta e insieme riuscirono a portarlo a dormire.

Allora sua madre le appariva normale. Suo padre no.
Ricordava anche un episodio in cui Serena, sempre remissiva, nel buio e nel silenzio della loro cameretta diceva a suo marito che dovevano aprire la porta ad Elena, la bambina di sua sorella, che piangendo bussava alla porta della loro camera gridando: "Zia, zia!!" Terrorizzata perché suo padre, Giovanni, stava picchiando sua madre. Prima che la cuginetta di Rita corresse disperata alla loro porta erano arrivate le voci della lite e Serena aveva provato a dire a suo marito che dovevano andare ad intervenire per sedare l'alterco.
Eva era la sorella più piccola di Serena, una donna calma e lavoratrice, tutto il giorno nelle cucine delle trattorie che suo marito prendeva in gestione. Quelle liti erano dovute alle intemperanze dello zio Giovanni, non certo alla povera zia Eva.
Nel silenzio Rita sentì con il cuore stretto Elena invocare la zia piangendo, sentì il magone di sua madre che avrebbe voluto andare in aiuto di sua sorella, e la sua frustrazione alla risposta di suo marito che a Rita sembrò spietata nella sua glaciale indifferenza: suo padre disse no, che non dovevano impicciarsi e rimanere in silenzio facendo finta di dormire e di non aver sentito nulla.
Quando Elena si allontanò senza aver ottenuto né aiuto né consolazione Rita, inerme, sentì nella sua piccola anima la stessa desolata umiliazione di sua madre che aveva ceduto all'imposizione di suo padre.

MADRE Cap. VII

Capitolo VII

Il lunedì Primo Maggio il corpo di sua madre ancora resisteva.
Con quanta nobile dignità sua madre stava morendo... L'unico guasto visibile era quella sacca di sangue che penzolava di lato fuori dalle coltri. Nessun rantolo, solo quel respiro meccanico, profondo che rallentava il suo ritmo un po' per volta dal sabato pomeriggio quando era cominciato.
Guardava quel corpo amato e pensava ai suoi pudori.. Al suo seno bellissimo fino a tarda età, di cui lei aveva usufruito per i suoi primi due anni..
Quando aveva avvertito che dagli altri sua madre era considerata "diversa"?
Non quella volta che, nella cameretta dove tutti e tre dormivano in quel letto alla francese, lei piangeva di dolore per un tremendo male d'orecchi, accoccolata sul letto con sua madre che tentava di calmarla avvolgendole intorno alla testa una morbida sciarpa lavorata da lei ai ferri. Era color acqua marina chiarissima e quel colore le dava conforto, la faceva sentire protetta, avvolta in qualcosa di prezioso. Poco prima le aveva fatto scivolare nel condotto uditivo dell'olio caldo mediante un cucchiaino da caffè.. Ma il sollievo era durato poco.
Suo padre era in piedi in fondo al letto, pallido in volto, appoggiato di schiena alla piccola credenza color crema che costituiva il loro comò. Disse a sua madre: "Tu sei matta Serena."
Lo disse senza essere arrabbiato, freddamente, e alla bimba di tre anni che era Rita sembrò cattivo verso la sua mamma che la curava e la proteggeva così amorosamente.

Ora i respiri profondi erano diventati ancora più profondi e il ritmo lento. Sua madre si stava spegnendo. Arrivò l'infermiere con un carrellino con sopra un macchinario e la fece uscire dalla stanza. Nel corridoio arrivava trafelato suo figlio: bellissimo nella sua divisa di Allievo Ufficiale dell'Aeronautica.
Le si allargò la stretta del cuore nel vederlo! Lo salutò, felice che fosse arrivato, alla fine, ma che fosse arrivato.
Entrò deciso dicendo all'infermiere che era un Medico. Rita intravide che l'infermiere aveva applicato parte di quel macchinario che era sul carrellino sul petto di sua madre. Vide che suo figlio lo aiutava, vide il corpo di sua madre saltare inutilmente scosso dallo stimolatore cardiaco... Suo figlio, girando appena la testa e allungando un braccio, chiuse la porta sulla sua faccia.
Lei restò là fuori consapevole che era finita e dolorante per quell'ultimo estremo tentativo forse dovuto per la prassi medica, ma che le faceva male perché scuoteva inutilmente il bel corpo di sua madre.
Poi suo figlio uscì e le disse che la nonna era morta. L'abbracciò dicendole "Sei meravigliosa."
Non era tenero suo figlio con lei. La donna si chiese perché le avesse detto quella frase: forse perché l'aveva vista sola accanto a sua madre e aveva intuito cosa doveva provare di fronte a quell'agonia.

Dopo il cadavere di sua madre fu messo in una stanza in fondo al corridoio, avvolto con la sua vestaglia rosa.
Suo figlio Marco volle visitare il cadavere per capire, sia pure senza autopsia, di cosa era morta.
Entrarono insieme poi lui volle che uscisse e chiuse la porta.
Lei lo ammirò per il suo sangue freddo, poi però si disse che era un Medico.
Dopo Marco le disse che, essendo il cadavere ancora caldo, aveva potuto spingere le mani in modo da tastarne i tessuti, cercando di sentire gli organi interni.
"Ho sentito una massa anomala a livello del pancreas, una massa che non avrebbe dovuto esserci. Non posso dirlo con certezza, ci vorrebbe un'autopsia, ma potrebbe essere un tumore del pancreas.."
Ormai nulla aveva più importanza.. Lei gli riassunse gli esami che in quell'ultimo mese le aveva fatto fare: la visita cardiologica, la radiografia al torace per il "dolore al costato" che lei aveva denunciato, fino alla diagnosi della dottoressa del Pronto Soccorso a cui aveva dato quegli esami in mano..
"Con la radiografia non vedi niente, ci vuole la TAC." Disse Marco.

L'indomani le tolsero la vestaglia e la dettero a Rita, che la lavò e la indossò per oltre 25 anni. Le sembrava così di averla vicino.
Intorno al viso le legarono, con l'aiuto dei suoi tre nipoti, un fazzoletto di Rita con fiori color lilla e spruzzati d'argento.
Un conoscente che lavorava come portantino in quell'ospedale disse che il cuscino che le avevano portato da casa il sabato, migliore di quelli piatti dell'ospedale, era sparito e consigliò di toglierle la fede perché altrimenti avrebbe fatto la fine del cuscino.
Rita portò a lungo anche quella fede finché un giorno, spalando la neve, le sparì in mezzo ad essa...

MADRE Cap. VI

Capitolo VI

Dopo ore che guardava l'amato volto di sua madre, nell'impotenza totale, decise che sarebbe andata a casa.
La sacca delle urine, pendente fuori dalle coltri al lato del letto, si faceva sempre più scarsa.
Una donna brutta e anziana era lì ricoverata nella stessa stanza a quattro letti. La guardava e le disse: "Va via?"
"Sì, - rispose lei - non mi vede, non mi sente, non posso fare niente."
La donna la guardò con riprovazione: "Quando è morto mio marito è stato in coma due giorni e due notti, ma io non l'ho lasciato un attimo!"
Rita non contrastò l'ennesimo biasimo su di lei e sulle sue scelte, lasciò che quella donna si sentisse di molto superiore a lei, e forse lo era, nel suo inutile essere stata accanto a chi non vedeva e non sentiva più. Quel sacrificio la faceva stare bene con la sua coscienza.
Ma la ragione era sempre stata la coscienza spietata di Rita e delle sue scelte.
Sua madre non la vedeva, non la sentiva, anche se le sfiorava una mano martoriata dagli aghi non avvertiva il suo tocco. Era un coma senza speranza di risveglio. Era straziante. La sua preghiera era stata esaudita, oppure il caso, come sempre, aveva creato quella situazione.
O certo, avrebbe potuto morire all'improvviso e le suore l'avrebbero chiamata, e lei sarebbe corsa per vederla ormai morta. Invece un Dio forse esistente aveva voluto esaudire il suo desiderio di starle accanto e di poter vedere il suo bel profilo, soffrire lo strazio del suo respiro anomalo, e soprattutto di quegli occhi schiusi di cui lei fissava il colore nocciola come se lo scoprisse per la prima volta, così nocciola.. Sua madre non aveva gli occhi marroni... Erano nocciola chiaro..
Si avviò all'uscita dopo aver salutato la compagna di stanza di sua madre, sotto il peso del suo dissenso.
Qualcuno dei medici o degli infermieri le aveva detto che ancora non era il momento, che sarebbe stata lunga quella quieta agonia. La consolava solo il fatto che sua madre non sentiva più niente.
Dormì, stanca. La giornata era stata lunga. Prima il funerale di quella povera Gemma, vittima di una famiglia opprimente. Poi la speranza per sua madre persa in pochissime ore e il telegramma che aveva chiesto di fare subito a suo marito perché dessero una licenza straordinaria a suo figlio che era a Firenze a prestare il Servizio Militare come Ufficiale Medico.
La mattina della domenica si riavviò verso la collina dove sorgeva l'Ospedale.
Sua madre era sempre nella medesima posizione. Riprese a bagnarle le labbra che si inaridivano schiuse a succhiare automaticamente l'aria mentre il mantice del petto altrettanto automaticamente inspirava profondamente.
L'impotenza della sua condizione umana annullava tutto. Ogni reazione. Ci sono momenti in cui dobbiamo stare fermi e solo subire il destino. Sperava solo che dessero la licenza a suo figlio in modo che potesse arrivare mentre era in qualche modo ancora viva, se non il cervello il corpo. Tutto era inutile di fronte alla morte e alla sua potenza.
Uscì di nuovo in corridoio, così fino a sera. Mentre era di nuovo appoggiata alla vetrata si avvicinò  una donna gentile, una persona in visita a qualche ricoverato: "Signora, - le disse - si faccia forza. La vedo da ore che sta giù, proprio giù. Coraggio."
Rita la ringraziò un po' sorpresa di quella comprensione, così diversa dal biasimo acido della compagna di stanza di sua madre. Le sorrise pallidamente.
"L'ho vista anche ieri sa.. Ero qui anche ieri in visita ad una mia parente. Lei sta troppo giù. Deve farsi forza."
"Grazie. Mia madre è in coma.. Sta morendo." Disse senza compatirsi, piegata ma asciutta nel suo dolore impotente.
Provò gratitudine per quella donna gentile che aveva avvertito il suo sentimento, così diversa dalla forse più rozza compagna di stanza di sua madre, legata a sentimenti più elementari che non derogavano da rituali scontati.
Ormai le era insopportabilmente doloroso guardare la sacca di urina che non era più urina, ma sangue, segno che i reni non funzionavano più.
Il respiro di sua madre era solo una potenza meccanica di un corpo forte in cui la vita, dopo 85 anni, se ne andava lentamente dimostrando la forza vitale che aveva.
E lei pensava a quella frase di risposta che Serena le aveva dato mentre la conduceva in ospedale, in auto, accanto a sé: "Mamma, come ti senti?" E lei con un filo di voce ma chiara e lucida: "Morire".
Sua madre la stupiva sempre. Per la sua asciutta e consapevole rassegnazione anche quando le aveva rivelato cose gravi che aveva subito da suo padre, senza moto di rabbia o di risentimento o sdegno: semplicemente, piattamente, come di cosa accaduta e in quanto tale non modificabile, subita e incommentabile, perché la sua stessa gravità aveva spento tutto come la morte.
E lei pensava a quando quella vita che si stava spegnendo sotto i suoi occhi era nata, fragile e trascurata da una madre già sfiancata da sei precedenti parti e gravidanze.
"Mia madre si ammalò di mal d'ossa, - le raccontava con la stessa rassegnata dolcezza - la rigiravano con le lenzuola perché non riusciva più a muoversi. Mi affidarono a mia sorella di dieci anni. Lei mi dava da bere un po' di latte intingendo un ciuccio improvvisato con un telo pulito dove dentro metteva della farina per dargli la forma di un capezzolo. A tre mesi non riuscivo a tenere la testina ritta che mi ciondolava quasi senza vita. Per capire se ero viva una volta mi misero uno specchietto davanti alla boccuccia e si appannò, così capirono che ancora respiravo."
Comunque ce l'aveva fatta. Era cresciuta in quella grande casa patriarcale piena di fratelli e di sorelle, altri quattro ne erano nati dopo di lei. Ed era un vanto per lei ripetere: "Eravamo in undici! Tutti viventi!" In un tempo, quello all'inizio del ventesimo secolo, in cui la mortalità infantile era altissima.

La domenica finì. Un'altra notte sarebbe passata con quel respiro meccanico, profondo eppure calmo.. Con quelle labbra schiuse che si seccavano, con quegli occhi schiusi che non vedevano più nulla, con la sacca ormai piena a metà di sangue scuro..
Con quale dignitosa grandezza sua madre moriva.. Nessuna disperazione, solo quel misterioso dolore se la sollevavano, doveva essere un dolore acuto per strapparle quel grido.. Poi quella quieta consapevole risposta in auto... Era questa la pazza, la matta, la schizofrenica?

domenica 20 giugno 2021

MADRE Cap. V

Capitolo V

La dottoressa sulla cinquantina che visitò sua madre al Pronto Soccorso non si preoccupò dell'ennesimo acuto grido che Serena emise quando gli infermieri la sollevarono dalla sedia a rotelle per stenderla sul lettino.
Quel grido acuto e breve solo quando la sollevavano creava nel cuore della figlia dolore e trepidazione. Disse alla dottoressa che l'aveva da più di un mese, tirò fuori il risultato della visita Cardiologica, poi la radiografia al torace con il referto e dette tutto all'accigliata Medico, sperando in cuor suo in una spiegazione anche dello stato di improvviso deperimento avvenuto nell'ultima settimana. Ma quella sorprendentemente, guardando gli esami, disse: "Questa signora non ha niente! La ricoveriamo lo stesso per prudenza, oggi è venerdì 29 maggio, ricoveriamo i vecchietti per il ponte del Primo Maggio!" Rita non capì cosa volesse dire, avendo il pensiero, interrogativo e meravigliato, sul fatto che si aspettava che la dottoressa disponesse subito per delle analisi, visto che da quegli esami che lei aveva portato con sé non risultava nulla, ma risultava un inspiegabile ed improvviso deperimento avvenuto in una settimana.
Mentre con il cuore afflitto seguiva sua madre portata in barella al Reparto, ripensò alle strane parole della dottoressa dai capelli tinti di biondo e all'improvviso capì quello che aveva voluto dire: insinuare che aveva condotto lì sua madre con una scusa per poter avere il fine settimana del Primo Maggio libero per andare chissà dove. "Che pensiero misero.. Ma come si permette?" Pensò avvilita la donna, anche se le sovvenne di aver letto sui giornali che era un fenomeno sociale che avevano rilevato: nei fine settimana, nei ponti festivi, c'era un aumento di ricoveri di vecchietti negli Ospedali, sembra dovuto all'egoismo dei figli che li parcheggiavano lì per poter partirsene tranquilli per qualche giorno..
Lasciò sua madre sperando che almeno la mattina dopo le avrebbero fatto degli esami. Era sera ormai..
La mattina dopo confidava che l'avrebbero sottoposta ad altre radiografie di controllo, dunque l'avrebbero portata in Sala Raggi e lei non l'avrebbe certo trovata in stanza, sarebbe arrivata più tardi nella mattinata al suo ritorno dal funerale di Gemma.
Gemma si era gettata dalla finestra della casa dei genitori mercoledì e sabato mattina era fissato il funerale a cui lei non poteva mancare.
Aveva lavorato per anni con quella giovane e sfortunata ricercatrice, al funerale ci sarebbe stato tutto lo staff universitario del suo ambiente di lavoro, non poteva mancare a quel saluto così tragico e pietoso.
Suo marito le disse di non preoccuparsi, sarebbe andato lui in Ospedale da sua madre e avrebbe pensato lui a qualsiasi cosa di cui avesse avuto bisogno.
Finito il tristissimo funerale di Gemma telefonò a suo marito per avvertirlo che stava rientrando e chiese come stava sua madre.
"A mezzogiorno le hanno portato il pranzo, - disse con voce scandalizzata - pasta e fagioli! Sono tornato a casa e le sto preparando una minestrina in brodo e ora gliela porto. Che bestie! Pasta e fagioli ad una persona che sta male!"
"Grazie amore, - disse Rita con gratitudine per la delicatezza di suo marito verso sua madre - appena arrivo l'aiuto io a mangiarla."
Passò da casa e, preso il portapranzo preparato da suo marito, si avviò all'Ospedale.
Accanto al letto di sua madre non c'era nessuno e lei era obnubilata da qualcosa che le avevano dato. Provò ad imboccarla ma lei risputava la minestrina e sembrava tentare di parlare ma farfugliava senza riuscire a formulare le parole. Poi si scoprì e lei vide che le avevano messo il catetere. Era evidente che le dava fastidio e tanto. Rita la ricoprì sentendosi riempire di doloroso dispiacere e rimorso per averle detto poco prima che era cattiva perché non voleva mangiare.
Cercò un'infermiera e chiese se avevano dato dei farmaci calmanti a sua madre e quella confermò e disse che il catetere si era reso necessario dato che stava a letto.
Ecco perché farfugliava povera mamma sua! Erano quei farmaci che le legavano la lingua. Ma quanti gliene avevano dati?
"Sembra essere in stato soporifero.." Fece ancora rivolta a quell'unica persona che aveva trovato in reparto. "Ma dove sono i medici? Che esami le hanno fatto stamattina?"
Quella non sapeva niente e le disse che avrebbe trovato i medici nel pomeriggio e che avrebbe potuto parlarci.
Sua madre dormiva sempre più profondamente di un sonno innaturale. Rita avrebbe voluto vedere dalla cartella clinica quali esami le avevano fatto quella mattina, se glieli avevano fatti beninteso...
Perché darle dei calmanti, perché tirare su le spallette laterali del letto che lei aveva dovuto abbassare per avvicinarsi nel tentativo di imboccarla?
Forse sua madre voleva scendere e quelli non volevano rischiare che cadesse e doverne poi rispondere...
Quel catetere poi.. Doveva farle male.. Per questo, non riuscendo a parlare si era scoperta per farglielo vedere..
Attese con ansia l'ora in cui avrebbe potuto parlare con i medici.
Finalmente un medico con imbarazzo le disse che sua madre aveva disturbi cardiaci e diabete.. "Dunque qualche esame dovevano averglielo fatto per scoprirlo.." Pensò la donna. Ma sua madre non aveva grossi scompensi: insufficienza coronarica controllata dai farmaci, così anche l'ipertensione e il diabete che da qualche anno dalle pillole era passato all'insulina, lei stessa le faceva le iniezioni quando era qualche giorno a casa sua nei periodi festivi.
"Per questo ora è in coma." Stava dicendole il dottore.
"Come in coma? Perché?"
"Il diabete si è scompensato e noi non possiamo fare molto.. Non sappiamo esattamente il perché.. - era sempre più in imbarazzo - ..ma non possiamo fare molto.. è uno scompenso totale.. il cuore sa con il diabete.. l'età.."
Mentre quello parlava la donna, attonita, sentì come un senso di irrealtà guardando in lontananza, nel vasto corridoio dove si trovavano, la dottoressa dai capelli biondi che aveva ricoverato sua madre dicendo che non aveva nulla e insinuando che la voleva lasciare lì per andarsene chissà dove per il fine settimana e il lunedì del Primo Maggio...
Mentre ringraziava distrattamente il medico, visibilmente sollevato di potersi eclissare, ebbe il pensiero di andare lungo il corridoio fin dove era quella donna medico e dirle come stava sua madre: "Sa quella vecchietta che lei ha ricoverato ieri sera anche se secondo lei non aveva nulla ed io volevo lasciarla qui per il ponte del Primo Maggio!"
Ma la consapevolezza che stava perdendo sua madre ebbe la meglio sul desiderio di gettare in faccia a quella incompetente la sua miseria di essere umano e di professionista della Medicina.
Telefonò a suo marito informandolo dello stato delle cose e che sarebbe rimasta in ospedale anche la notte. Rifiutò la sua offerta di portarle qualcosa da mangiare. Non aveva fame, non aveva bisogno di nulla.
Sua madre ora aveva gli occhi schiusi e lei ne vedeva l'iride nocciola... Guardava il profilo di sua madre e il suo respiro profondo, innaturale.
Non resistette a lungo a quella visione ed uscì di nuovo nel vasto corridoio, appoggiò la fronte alla vetrata guardando fuori: c'erano alberi, verde..
Rammentò che tempo prima, pensando a come aveva perso suo padre morto da solo e scoperto solo dopo dieci giorni, aveva  rivolto una silenziosa preghiera a Dio, qualora esistesse, di far sì che almeno per sua madre avesse potuto starle vicino al momento del trapasso. Ora si stava avverando.. Che Dio esistesse davvero?

MADRE Cap. IV

Capitolo IV

L'immensa pietà che provava per lei, mista all'amore protettivo che sempre aveva avuto nei suoi riguardi, l'invadevano ora e la spingevano ad agire verso una speranza che così non fosse.
Arrivarono finalmente all'ospedale vicino alla sua abitazione.
Disse agli infermieri che sua madre non poteva camminare e di fare piano nel passarla dal sedile sdraiato dell'auto alla poltrona a rotelle. Ciò nonostante sua madre in questo passaggio dette un grido.
Lo stesso che aveva dato un mese prima quando, avendo lamentato "un dolore al costato", lei l'aveva condotta ad una visita Cardiologica.
Nello stendersi sul lettino del Cardiologo aveva mandato quel grido acuto e subito lei l'aveva interrogata e sua madre aveva ripetuto, davanti al Cardiologo e all'infermiera che poi le aveva fatto l'elettrocardiogramma, di sentire una fitta al costato.
L'elettrocardiogramma per il dottore andava bene e sul dolore disse che poteva essere un dolore reumatico.
Non convinta aveva chiesto a Diego, che studiando all'università era più disponibile dei suoi fratelli maggiori non avendo vincoli di lavoro, se la poteva accompagnare a fare una radiografia al torace che lei si era affrettata a prenotarle.
Ma anche da quella radiografia non era risultato niente.
Vedendola angosciata dal dover chiedere a suo figlio di sostituirla ogni tanto nelle incombenze nei riguardi di sua madre, una sua collega sindacalista con cui divideva la stanza le disse: "Perché non chiedi la 104?"
"E cosa è la 104?" Chiese Rita.
"E' una legge uscita un paio di anni fa. Se tua madre è anziana, mi hai detto che ha 85 anni no? E ha problemi di salute, puoi chiedere che ti riconoscano il diritto a chiedere dei permessi per assisterla che non si cumulano con quelli personali di cui abbiamo annualmente diritto."
"E cosa bisogna fare per ottenerli?"
"Devi fare domanda, poi chiamano a visita tua madre e tu porti gli esami che avrà fatto per le sue patologie e di sicuro ti concedono i benefici della legge 104."
Sentito che avrebbe dovuto condurre sua madre a controlli medici non per la sua salute, ma per far ottenere a sé stessa dei permessi in più, Rita scosse la testa: "Mia madre si agita anche solo per fare un elettrocardiogramma, non posso sottoporla ad uno stress per ottenere io qualcosa."
La collega non nascose il suo ironico stupore: "Perché devi consumare i permessi normali e le ferie o chiedere a tuo figlio..? Fai come vuoi." Concluse con indifferenza.
Ma Rita ricordava quando aveva condotto sua madre a fare una visita di controllo cardiologica, anni prima, e solo per fare l'ECG, benché rassicurata dalla figlia, si era fatta alzare la pressione sanguigna a 200 per l'interna agitazione e il Cardiologo dell'Ambulatorio di quello stesso Ospedale dove oggi l'aveva portata aveva detto: "Con questa pressione io la ricovero." Lei non si era opposta, temendo il peggio se l'avesse ricondotta a casa in quello stato. Era stato un ricovero breve, ma le avevano dato una terapia oltre quella che già prendeva per l'insufficienza coronarica che le avevano scoperto grazie a lei, che si era preoccupata per l'affanno che aveva nel fare quell'unica rampa di scale per arrivare nell'appartamento dove vivevano insieme dopo la morte di suo padre.
Durante quel breve, imprevisto ricovero ogni gorno dopo il lavoro saliva verso l'Ospedale che era in alto, sulla collina.
Un giorno una compagna di stanza della corsia dove era ricoverata sua madre le disse timidamente: "Guardi signora che sua mamma butta dalla finestra le pillole che l'infermiera le lascia sul tavolino poggiate in una garzina.."
Conoscendo le stranezze anarchiche di sua madre Rita guardò severamente la sua genitrice, sentendosi nel contempo di nuovo a nudo per quei suoi comportamenti anomali: "Mamma, ma davvero?" Serena fece uno dei suoi sorrisetti, ben noti a sua figlia Rita, di quando veniva colta in fallo e non negò.
A questo punto Rita le disse: "Allora cosa ci stai a fare qui se non fai la terapia?"
Prima di andare a casa, dove l'attendevano numerose incombenze essendone uscita la mattina presto per andare in ufficio, passò nella Infermeria del Reparto a comunicare quanto aveva appreso ed esprimendo tutto il suo sconcerto per il sistema che usavano per effettuare la terapia. "Scusate, ma perché non vi accertate che il paziente abbia preso le pillole? Le lasciate lì, poggiate su una garzina.." Sconcertate le infermiere dissero che "lì si faceva così" ma che comunque nel caso di sua madre avrebbero provveduto a fargliele prendere.
Quel giorno era tornata a casa arrabbiata e si era sfogata con suo marito, sempre comprensivo verso quel problema che sua moglie aveva da sempre e di cui gli aveva parlato subito, appena lui aveva parlato di matrimonio. L'indomani decise di non salire su all'Ospedale tornando dal lavoro, voleva punirla, che capisse che non era lì per gioco.. Serena non vedendola le telefonò dal telefono a gettone che era nel corridoio: "Rita, non vieni?" Si capiva dal tono che era rinsavita. Faceva sempre così quando la figlia si arrabbiava.
"No mamma, non vengo! Perché mi hai fatto inquietare. Butti le medicine dalla finestra! Così impari!" Lei sembrava dispiaciuta. "Domani vieni?" 
"Si, domani vengo e ti riporto al pensionato, tanto è inutile che tu stia lì."
Aveva dovuto prendersi cura di sua madre da quando era morto suo padre lottando anche contro le sue stranezze.
Da quando era stata costretta a fare la scelta di farla vivere nel piccolo pensionato di suore che conosceva perché era lì che suo padre, d'accordo con i suoi fratelli, aveva ricoverato sua madre per sottrarla alla convivenza con il figlio maggiore, alcoolizzato e violento, le telefonava ogni giorno, se non era lei stessa a chiamarla anche ad ore impossibili.
Un giorno che l'aveva chiamata lei, Rita, le disse che da giorni non mangiava più perché aveva un dente che si muoveva: "Ma ieri non mi hai detto nulla! - Proferì costernata. - "Oggi è sabato come posso trovare aperto un dentista?"
Poi come sempre, come al solito, cercò la soluzione immediata, spinta da un acuto senso del dovere indotto forse dalla situazione in cui si era trovata nel nascere: due genitori che sempre rovesciavano su di lei i loro problemi.
Cercò nella mente a chi poteva rivolgersi e lo trovò. Il Dott. Franceschi, un Medico Chirurgo Dentista, di quelli della vecchia scuola, in cui bastava la Laurea in Medicina e Chirurgia per esercitare la professione di Dentista. L'aveva scovato tanto tempo prima sulle Pagine Gialle, quando il suo allora fidanzato lamentava un problema ai denti che, per conformazione, avevano le radici "uncinate" e per questo egli raccontava di una terribile esperienza con un dentista che non riusciva a completare un'estrazione. Ora aveva male ad un dente che doveva essere estratto ed egli era terrorizzato al pensiero e non sapeva da chi andare. Pur essendo solo una ragazzina di 18 anni Rita era abituata da sempre a risolvere problemi e dunque spiegò al dentista al telefono la problematica e quello si disse in grado di risolvere il problema, come infatti fece con grande meraviglia e gratitudine del suo fidanzato, sia verso il dottore che verso la sua giovane fidanzata che lo aveva saputo trovare.
Da allora il Dott. Franceschi era diventato il dentista di tutta la famiglia. Era un siciliano di altri tempi, un vero signore, che somigliava sia nell'aspetto che nei modi, nervosi e comici ad un tempo, all'attore francese Louis De Funès.
Tutte le sue infermiere duravano poco, perché, pur restando sempre un signore, le rimproverava nervosamente e comicamente davanti ai pazienti, scaricando su di loro il suo nervosismo.
Alla fine, fuggite tutte, era rimasta la sua dolce e paziente moglie a fargli da assistente e a prendersi tutte le sfuriate, ben capendo che quella per suo marito era una necessaria valvola di sfogo alla tensione che accumulava nell'esercizio della sua non facile professione. Egli era una persona attiva, faceva corsi di aggiornamento sulla implantologia e infatti risolse un problema del marito di Rita con un impianto al titanio, all'epoca una novità.
Rita lo chiamò prospettandogli il caso di sua madre e lui, come lei si aspettava, aprì lo studio di domenica solo per sua madre.
Quando andò a prelevarla le suore erano stupite ed ironiche per quella che a loro sembrava una esagerazione, e forse lo era, ma Rita non riusciva a sottrarsi ad un obbligo urgente, tale per lei era un bisogno di sua madre.
Quando il  Dott. Franceschi si trovò davanti alla bocca di sua madre le disse, chiamandola da parte, che il dentino che si muoveva e che aveva levato via semplicemente con una mano, era niente: La bocca di sua madre è un cimitero! Ci sono radici marce di denti spezzati che vanno tolte, perché possono dare delle infezioni all'organismo!" Ancora una volta Rita dovette decidere per sua madre. Disse al Dottore che poteva procedere a toglierle senza dire alla mamma quello che aveva detto a lei, perché si sarebbe agitata.
Tutto andò bene. Ma quando Serena iniziò a sciacquare la bocca, vedendo tutto quel sangue, capì che non poteva essere per un solo dente e disse: " Ma questo non è per un dente solo.."  Rita non mentì, ormai la sua bocca era stata bonificata e senza dolore e agitazione per lei. "Mamma il dentino te l'ha tolto subito, ma è stata una buona occasione per togliere tutte quelle radici marce di denti spezzati che io non sapevo tu avessi."
"Erano denti che si erano spezzati da soli, un po' per volta.. Ma che bisogno c'era..."
"Signora, - intervenne il Dottore che era rimasto in silenzio - è stato necessario e provvidenziale che sua figlia l'abbia portata qui, non era il dentino che si muoveva il problema, lei aveva in bocca dei focolai di infezione. Ora è a posto. Ha sentito dolore? No! Tutto a posto. Ora prenderà un po' di antibiotici per pochi giorni e basta." E si sedette per scrivere la prescrizione mentre la madre, non convinta, diceva: "E' colpa di mia figlia, è colpa di mia figlia... Tutto quel sangue..."
Rita incassò come sempre, anche se ogni tanto però perdeva la pazienza e strillava esasperata.
Per questo preferì non sottoporla a visite per ottenere i benefici della Legge 104: conosceva sua madre.