giovedì 21 ottobre 2021

I Racconti di una cattivissima vecchia 13°: Vittime che vittime non sono

 Vittime che vittime non sono

Nonostante la mia dichiarata cattiveria di fronte ad un dramma come il terremoto mi sono commossa e sinceramente dispiaciuta, soprattutto per tante persone innocenti morte per tale terribile evento naturale.
Poi mi sono molto dispiaciuta per persone molto perbene, sia nella propria veste professionale che di Sindaco, che hanno subito tutto il peso del caos successivo.
Penso ad una persona in particolare che ho conosciuto bene.
Col passare del tempo mi sono indignata per la lentezza della ricostruzione... Sicuramente c'è chi su questo dramma ci si è arricchito...
Ma ora, a leggere tutta la normativa emanata dal governo in questi anni di post terremoto, capisco che molte norme messe per accedere ai contributi non sono vessatorie né peregrine.
Penso che gente che ha creduto di aggirare o ignorare norme e regole sull'edilizia oggi ne paga il fio.
Conosco vari concreti esempi in tal senso.
Un tizio che nella vita aveva saputo fare solo il mestiere dei suoi avi, l'agricoltore, e che era stato aiutato da un suo fratello, affettuoso con i suoi figli e generoso in regali e aiuti vari, una volta urbanizzato grazie a questo fratello che gli aveva procurato un portierato, pensò bene di acquistare un fabbricato rurale adibito ed accatastato come stalla, che nella divisione ereditaria era stato assegnato bonariamente al fratello a cui tanto doveva.
Il fratello generoso nel frattempo era morto e lui trattò l'acquisto dall'unica erede di costui, verso la quale non aveva mai avuto le stesse attenzioni e lo stesso affetto che suo fratello aveva dimostrato ai figli suoi.
La figlia del morto, seguendo l'esempio di suo padre, quando lo zio le chiese quanto voleva per la stalla rispose: "Non ho idea, non essendo del posto, fallo tu il prezzo perché puoi valutare meglio quanto vale."
Con aria moraleggiante lo zio rispose: "Non posso fare il prezzo sulla roba tua!"
"Ma io mi fido, sono sicura che farai un prezzo giusto. Io proprio non ho idea di quanto può valere: potrei dire una cosa esagerata per quel luogo: fai tu."
Ma quello insistette quasi scandalizzato che lui mai avrebbe potuto fare il prezzo sulla "roba" della nipote.
Allora lei disse: "Dieci milioni." Erano in lire intorno agli anni '80 del secolo scorso.
L'uomo si mise a ridere, con sconcerto della giovane donna, la quale, pur nel rispetto della memoria di suo padre che tanto aveva voluto bene a quel fratello, cominciava a non capire tale contraddittorio atteggiamento.
"Allora lo vedi che io non so valutare questa stalla? Fai il prezzo tu o non ne usciamo."
"Tre milioni e mezzo, - disse l'uomo - non vale di più!"
Per quanto la figlia si sforzasse di vedere le cose con gli occhi di suo padre, aveva sempre avuto davanti una realtà ben diversa: suo padre non aveva mai toccato con un dito i figli di quell'uomo, mentre lei era stata picchiata ben due volte da quello zio e sua moglie pur vedendoli solo d'estate, dato che ella era nata in città e lì aveva sempre vissuto, e questo senza riceverne mai doni come suo padre faceva ai loro figli.
Disse dunque che il prezzo però era tale che con quella cifra non si comperava neppure un'utilitaria usata.
L'uomo disse che quello era il prezzo  dell'immobile e che non valeva di più secondo lui.
Passarono tre anni.
La figlia del fratello affettuoso e generoso, non avendo più alcun interesse di alcun tipo per quei luoghi, parlò con i suoi figli e con suo marito i quali le dissero di disfarsi di quell'eredità inutile ed improduttiva che costituiva solo un pensiero di cose lontane che a loro non interessavano affatto.
Ripropose dunque l'acquisto allo zio, che era sempre interessato, avendo in mente di trasformare la stalla in una seconda abitazione, dopo quella della famiglia d'origine a cui il fratello generoso aveva rinunciato. Egli disse che la sua offerta non era mutata anche se la nipote gli obiettò che l'inflazione aveva fatto lievitare i prezzi. Tre milioni e mezzo di lire erano tre anni prima e tre milioni e mezzo di lire erano adesso. Disgustata la donna cedette dicendogli che, se voleva, poteva prendersi anche la sua parte di terreni che lui aveva per anni lavorato campando la sua famiglia, fino a che suo padre, pagando pranzi al ristorante ad un amico ingegnere insieme ad altri invitati per tenerlo in allegra compagnia, non gli aveva alla fine chiesto se poteva dare un portierato, senza il canonico pagamento della cauzione, per questo suo fratello bisognoso.
Lo zio però le rispose: "No, quelli non li voglio, i miei figli mica vorranno tornare a zappare la terra."

Nel 2016 in quei luoghi, sempre soggetti ad attività sismiche, ci fu un terremoto terribile che distrusse tutto. Nel paesetto dove era la stalla, che poi l'ingrato zio aveva trasformato in una casa a due piani, non ci furono morti. Ma non ci fu casa, vecchia o nuova, ristrutturata o meno, che fu più dichiarata agibile.
La figlia dell'uomo generoso pensò che era un secolo esatto dalla nascita di suo padre e le sembrò quasi che esistesse una legge del contrappasso che aveva fatto giustizia.

Lo zio, come altri, aveva gettato giù muri, altri ne aveva tirati su, rifatto pavimenti, creato solai nuovi, usando la sue stesse braccia, dato che per guadagnare qualcosa, prima che il fratello lo sistemasse con tutta la famiglia in città, aveva fatto anche il manovale di tanto in tanto. Il tutto senza andare in Comune a chiedere alcun permesso per effettuare detti lavori a termini di legge.
Come molti di quel luogo, fu molto soddisfatto ed orgoglioso del risultato: una bella casa tutta imbiancata dove tornare per le vacanze, conservando anche l'altra d'origine.
Ma il terremoto aveva ridotto quasi tutte quelle antiche mura, ristrutturate senza rispettare le leggi antisismiche che obbligavano quei luoghi a precise regole edilizie, ad un mucchio di rovine.

Passato il trauma e il dolore per la "roba" distrutta tutti iniziarono a sperare nei contributi dello Stato per la ricostruzione.

Si informarono presso il Comune, qualcuno interpellò informalmente qualche tecnico, giacché la Legge e i Decreti fatti per il terremoto erano difficili da interpretare per cafoni furbi si, nell'accaparrarsi case e fabbricati vecchi di quei borghi, ma poco intelligenti per capire che le ristrutturazioni e le diverse destinazioni d'uso dovevano essere comunicate al comune rispettando  e soggiacendo e ben precise regole.
Appresero così, l'acquirente della stalla trasformata in abitazione come altri, che se volevano il contributo dello Stato dovevano presentare una Manifestazione di volontà di ricevere il contributo, come primo atto, e compilare una lunga serie di moduli in cui dovevano inserire i dati catastali dei loro adorati beni distrutti dal terremoto.
Molti si fecero aiutare da figli o parenti istruiti, altri pagarono un tecnico, ma quello che cominciarono a capire fu che oltre alle particelle catastali che non corrispondevano  più a tutte le varianti da loro apportate ai loro immobili, ma che erano rimaste in catasto quello che erano in origine, stalle, pagliai o, al massimo, case rurali e non certamente ville e villette sia pur rustiche come i loro gusti, dovevano anche dichiarare sotto la loro responsabilità legale il nesso di causalità diretto tra i danni verificatisi e gli eventi sismici occorsi a far data dal 24 agosto 2016 comprovando il tutto da apposita perizia asseverata.
Le speranze di veder ricostruite le loro case vacanze a spese dello Stato cominciarono così a sfumare, lasciando spazio a rabbia e frustrazione. 

"Intanto paga uno che ti faccia la perizia tecnica asseverata!" Lamentavano rabbiosamente. "Poi pare che ti danno solo il 50%  nella nostra zona!"

Chi si spinse fino a portare un tecnico fino lì, pronto a pagare una parcella di qualche centinaio di euro nella speranza di avere almeno un contributo parziale per ricostruire il bene perduto, si sentì opporre un diniego a mettere la propria firma su un falso: "Come faccio a dichiarare che il pesante cordolo di cemento che lei ha fatto per irrobustire il tetto non abbia contribuito al crollo? Certo la scossa è stata micidiale, ma qualcosa in tutto il cratere sismico è rimasto in piedi, dunque come si fa a stabilire che il nesso di causalità sia diretto tra i danni verificatisi e gli eventi sismici occorsi se lei ha fatto questi lavori senza un calcolo statico fatto da un geometra?!"
"Vabbé, ho fatto da me per risparmiare, ma poi ho pagato un sacco di soldi per il condono per far accatastare la stalla come civile abitazione!" Obiettò qualcuno che aveva agito come l'esempio di persona che ho qui illustrato. Non comprendendo che con quell'atto aveva solo sanato un abuso fatto in barba alla legge, ma se poi i lavori fatti senza criterio avevano minato la staticità dell'immobile facilitandone il crollo era un altro paio di maniche.
Ma nessuna colpa del proprio abituale agire in assenza di ogni regola si affacciava alla mente di questo tipo di persone, abituate da sempre in codesta maniera, fino al punto di ritenere un loro diritto abbattere tramezzi e cambiare le proprie case senza recarsi in Comune a chiedere come e cosa si può fare o non fare essendo da sempre, e questo lo sanno anche i cafoni, in zona sismica.
Ora il terremoto forte, che la Storia dice non avveniva così da 300 anni, ha messo a nudo le loro abituali trasgressioni mettendo così lo Stato nell'impossibilità di risarcirli.

Retrosi, piccola frazione di Amatrice, case resistono al terremoto

TUTTE SALVE LE 28 PERSONE CHE ERANO ALL'INTERNO AL MOMENTO DEL TERRIBILE SISMA

Retrosi, piccola frazione di Amatrice, case resistono al terremoto
Retrosi fraz.di Amatrice

Retrosi, piccola frazione di Amatrice, case resistono al terremoto. Da Gino Goti Retrosi è una piccola frazione del Comune di Amatrice, a 1.001 metri sul livello del mari, dove uno storico commerciante perugino di via Oberdan, Angelo Zaroli, ha realizzato un “Albergo Diffuso” distribuito in tutto il borgo restaurando, una per una, le varie abitazioni che ora fanno parte del complesso “Borgo Villa Retrosi”. La notte del terremoto Angelo era in una delle strutture – la casa di famiglia della madre e nonna materna – è sobbalzato più volte nel letto temendo di essere sbattuto sul soffitto. Con la luce del telefonino è riuscito a trovare vestiti e calzature ed è sceso fuori.

I 28 ospiti dell’Albergo Diffuso sono usciti tutti illesi dalle loro camere e sono potuti ripartire per rientrare nelle loro residenze, evidentemente molto spaventati, ma incolumi.

Perché le strutture hanno retto pur essendo Ritrosi a un chilometro e mezzo in linea d’aria e a tre chilometri di strada da Amatrice? “Tutte le vecchie case del borgo – dice Zaroli – hanno subito, qualche anno fa, una ristrutturazione curata da mio fratello architetto e da un ingegnere di Perugia per rendere antisismiche le abitazioni di quello che è diventato Borgo Villa Retrosi in una stupenda posizione al centro dei Parchi Nazionali dei Monti Sibillini, del Gran Sasso e dei Monti della Laga”.

Tanto spavento, ovviamente, ma la soddisfazione che lavori fatti con criterio e professionalità hanno retto alla furia del sisma che poco lontano ha creato lutti e distruzione.

Contattati telefonicamente, in Albergo raccontano che coloro che erano ospiti (28 persone) sono tutte salve. Le case dell’albergo diffuso hanno retto, ma non sono più agibili. Solo una dovrebbe essere ancora agibile, ma dovrà, ovvio, essere controllata nella sua staticità.

martedì 19 ottobre 2021

I Racconti di una cattivissima vecchia 12°: In ricordo di una morta.

 In ricordo di una morta

Se la natura mia è la bontà oggi mi ritengo cattivissima perché con la vita ormai alle spalle ho chiuso i conti di essa e non posso che essere serenamente severissima verso tante miserevoli persone, troppe, che ho incontrato nel corso di questa vita e che hanno dato spettacolo di sé e della propria inutile, stupida cattiveria.

Non ho pietà per queste persone anche quando scopro che sono morte.

Moriamo tutti e dunque a costoro non è successo nulla che non sia accaduto a persone migliori di loro e che non accadrà anche a me.

Scopro l'ennesima morte, avvenuta sembra pochi anni fa, di una di queste miserevoli persone. Non solo non provo pietà, ma nel ricordare i pochi scarsi incontri che ho avuto con questa persona provo una gelida cattiveria, proprio perché ormai quella vita è conclusa: è tutta lì, nulla si può aggiungere e togliere, ed è meschina e miserevole.

La ricordo allegra e mattacchiona: una volta si mise a ballare a gambe in aria, scoprendo le sue lunghe gambe. Non lo faceva nessuno, soprattutto al suo paese di agricoltori, ligi alle regole comportamentali imposte da una cultura contadina ispirata ai principi dell'educazione cattolica. Chi le aveva dato mai quello spirito un po' pazzo? In paese dicevano che lo aveva preso dai Carloni, la famiglia del vero padre, un bell'uomo di cui la madre era innamorata pazza, tanto che persino i ragazzini del paesino quando citavano le coppie note di innamorati citavano il nome di sua madre accostandolo a quello di Stefano Carloni, in assoluta innocenza e io mi chiedevo perché visto che quella donna un marito lo aveva.

Beata innocenza! La mia che non capivo, essendo bambina anch'io, e mi ponevo solo il quesito logico senza malizia alcuna, e quella dei bambini del paesetto che innocentemente ripetevano quello che sentivano a casa senza malizia alcuna.

Poi capitò che, ignorata da mio zio Stefano, assistetti ad un incontro chiaramente sessuale fra lui e la madre di quella di cui oggi ho appreso la morte, senza capirne il significato, ma che è rimasto nella mia memoria anche visiva, perché la bimba che ero ne fu colpita per la sua immagine inconsueta.

Più grande capii quello a cui avevo assistito ignorata dai due presi dalla fregola. Mai ignorare i bambini pensando che non capiscono: non capiscono lì per lì... Ma registrano e quando avranno gli strumenti per capire capiranno..

Poi ebbi altri input dalle chiacchiere di paese e capii che il marito della madre di questa miserevole persona, che oggi apprendo essere morta da pochi anni, era assolutamente cosciente di essere un cornuto, ma fingeva di niente.

Chissà se ha mai avuto il dubbio che la morta di cui sto scrivendo fosse sua figlia o figlia di quel mio zio.. Di certo al cornuto lei non somigliava come invece suo fratello. Ormai è morta, ma suo figlio potrebbe togliersi lo sfizio di farsi fare il DNA comparandolo a quello di un discendente dei Carloni e, per controprova, con quello del fratello di sua madre, se ancora in vita, oppure uno dei figli di questo zio materno... Potrebbe scoprire che quello che chiama "mio nonno" non lo è che sui documenti ma non nei geni.

Mi è capitato di vedere il filmato del cornuto che conduce tutto tronfio sua figlia all'altare. Che squallore.

Cosa so di questa tizia: forse aveva tre anni più di me, dunque se è morta da pochi anni è morta all'età che io ho presentemente. 

Che ricordi ho: amava prendere in giro con nomignoli passati da madre in figlia, nella sua mentalità rozza e furbesca. Una stupida presa in giro per me che ero cittadina e capivo e compativo. Lo ha fatto anche insulsamente, sul nulla, per compiacere una donna piena di livore verso mio padre, e di conseguenza verso di me, perché queste rozze mentalità inglobano nei loro risentimenti interi nuclei familiari.

Ho sempre considerato con distacco un mondo che mi sfiorava ma che non mi apparteneva, ma ciò non toglie nulla all'intenzione miserevole dell'agire di questa morta.

Un giorno, ero sull'autobus, e l'ho vista uscire trafelata da un palazzo di un quartiere elegante e mi sono ricordata che, parlando con gente non lontana da dove io ero, aveva detto di andare a fare la domestica ad ore in case di ricchi che "avevano sette, otto bagni"! Era già sposata e, grazie ad un mio parente che aveva sposato una sua cugina, aveva ottenuto un portierato. Notizie che mi arrivavano da mio padre o da suoi parenti. Una di questi mi disse che il figlio della morta di cui scrivo aveva dato fuoco ad un pagliaio nei suoi giochi scervellati estivi nel paesetto d'origine di sua madre. E che per rimediare al danno i genitori lo avevano comprato...

Altro non so ricordare... Ah, sì! Prima di sposarsi amoreggiava con il postino del paese: un giovane bello, dagli occhi verdi. Le malelingue, come la sua, raccontavano ridendo che in un assalto lui le aveva rotto la collanina che portava al collo e le perline di vetro o plastica si erano sparse in terra... 



giovedì 14 ottobre 2021

MADRE - Cap. XII

 Capitolo XII

Non poteva disporre di soldi per poterla condurre da uno Psichiatra in privato, né poteva parlare con suo padre della sua intenzione. Per quanto egli amasse sua figlia c'erano argomenti che lo rendevano nervoso e che sicuramente avrebbero provocato un litigio fra loro.

Rita se poteva evitava. Le erano sufficienti le tensioni quotidiane che viveva nella sua famiglia, così esigua ma densa di problemi e lei era stanca giacché i problemi dei suoi genitori la tenevano in uno stato ansioso perenne. Quello di suo padre, il bere, non era riuscita a risolverlo: gliene aveva parlato, con imbarazzo estremo, quando era sobrio. Lui era evidente che se ne vergognava ma in maniera altrettanto evidente non era in grado di dominare quella sua debolezza. Aveva sostenuto quel colloquio aperto da sua figlia umiliato, senza quasi guardarla in faccia.. Riusciva a non bere solo quando lavorava, e questo era già molto. Il guaio era che usciva poi per "svagarsi un po'" con i suoi "amici", che erano in realtà dei conoscenti abituali che incontrava in una trattoria-rosticceria che aveva dei tavoli all'aperto sotto dei grandi platani. Gli piaceva la conversazione, ridere un poco, fumare bevendo vino che non reggeva.

Prese dunque appuntamento per una visita specialistica presso l'Ambulatorio dell'Ente Mutualistico dei dipendenti statali: quello a cui il lavoro di suo padre lo iscriveva di diritto con tutto il suo nucleo familiare.

Dalla loro abitazione era raggiungibile a piedi e vi condusse sua madre. Lei la seguì docilmente, anche se intuiva qualcosa perché era presa da una interna agitazione, pur restando esternamente calma. Ma Rita la conosceva e la vedeva iniziare i suoi borbottii, muovere febbrilmente le mani e la testa con gesti brevi e contenuti ma che a lei trasmettevano un'ansiosa insicurezza.

L'Ambulatorio era pulito e disadorno. Sedettero sulle sedie di metallo e formica chiara in attesa nella sala d'aspetto semivuota. Quando entrarono, chiamate dall'infermiera per la visita prenotata, nella grande stanza munita di finestra dietro la scrivania sedeva lo Psichiatra, un uomo dall'apparente età di circa 50-55 anni: anche se era seduto si indovinava la figura alta e magra, egli non indossava camice, il viso serio, le invitò ad accomodarsi. Le due donne si sedettero in due sedie di metallo e formica come quelle della sala d'aspetto. Iniziò a parlare Rita spiegando che la visita era per sua madre, ma al medico la situazione era stata subito evidente: guardava la donna e la sua agitazione calma che, quando la figlia illustrò i suoi sintomi, si alzò senza parlare e iniziò a mormorare tra sé un muto dialogo con i suoi fantasmi interiori e a girare per la stanza sempre senza moti scomposti ma chiusa in sé, apparentemente non presente, ma Rita sapeva che sarebbe bastato che lei le parlasse per richiamarla alla realtà, sempre obbediente alla parola di sua figlia. 

Lo Psichiatra notò l'ansia e l'insicurezza sul viso di quella diciottenne che sembrava una bambina e, seguendo il suo sguardo apprensivo volto verso la madre che ora era nei pressi della finestra a parlottare con sé stessa, disse: "Io non sono d'accordo con i miei colleghi che parlano di ereditarietà di quello che ha sua madre: non abbia timore. Non sono forme ereditarie. Quello che ha sua madre è suo, è un suo problema dovuto anche alla sua vita, e l'esperienza di sua madre non è la stessa della sua." Rita fu colpita da quelle parole: era stato come se quell'uomo le leggesse nella mente. Pensò poi subito che era un Medico che studiava la mente umana e dunque non c'era da stupirsi.

L'uomo disse poi che l'anomalia della situazione di sua madre era evidente dal fatto che lei, così giovane, aveva dovuto prendersi cura della mamma e condurla lì, pur essendo suo marito vivo e vegeto: quell'assenza aveva sicuramente inciso nella presente situazione di sua madre. Prescrisse poi delle medicine per Serena raccomandandosi che le prendesse e capendo che tale incombenza gravava solo sulle spalle di quella ragazzina di 18 anni.

Poi Rita fu presa dalla sua vita e Serena forse neppure prese le medicine che lo Psichiatra le aveva prescritto.

Serena diceva: "Io sono una donna come tutte le altre." Respingendo l'etichetta di malata ed era insofferente al prendere le medicine. Sua figlia ora era distratta dall'amore che era entrato nella sua vita e suo marito arreso.

Fu dopo che sua figlia si sposò che le cose peggiorarono. Non c'era più lei a fare da cuscinetto fra quelle due sofferenze e le liti erano quotidiane. La figlia le telefonava tutti i giorni, abitava lontano, e Serena rovesciava su di lei tutte le sue amare critiche sul marito. Rita faceva due telefonate al giorno per sentire le due versioni diverse dello stesso episodio quotidiano. Suo padre ancora lavorava, dunque lo chiamava in ufficio.

La voglia di libertà di Serena, la sua irrequietezza, trovavano sfogo nel prendere autobus per far visita ai suoi parenti, i quali però non le davano quel conforto che lei cercava con "uno sfogo di parole". Allora scriveva lettere alla sua sorella più anziana che era rimasta a vivere nel paesetto d'origine, avendo sposato un compaesano che faceva l'agricoltore diretto.

Costei se ne lamentò con Rita: "Mi scrive lettere con frasi anche sulla busta... Il postino le legge.. Io mi vergogno." Si lagnava con la nipote con tono di scandalizzata protesta. E quella, ferita, le rispose: "Prima di diventare mia madre era tua sorella." Ma quell'essere sorella a Serena non aveva portato nulla di buono. Fratelli e sorelle della sua numerosa famiglia, di cui lei andava orgogliosa, le avevano sempre dimostrato scarso affetto ed altrettanto scarso interesse. In questo aveva avuto la stessa sorte di suo marito che dai suoi fratelli e dall'unica sorella  aveva ricevuto solo invidia meschina, lamentele e problemi. Le due infelici creature avrebbero voluto trovare per questo rifugio e consolazione nel loro amore. Ma le reciproche fragilità  non lo avevano consentito.


sabato 25 settembre 2021

Novella pubblicata nella Raccolta "Mostri e ritratti" - Dietro il sipario

 Dietro il sipario

    "Non fumare quella roba Renato..." La preghiera di Francesca  era maternamente dissuasiva. Lui le sorrise e, in silenzio, infilò il grano di hascisc nella sigaretta. Erano nel piazzale antistante l'università, di fatto un parcheggio. La madre di Francesca non capì. Parlarono un altro pò. Renato propose alla genitrice della sua compagna di studi un gioco nuovissimo: "Dangeons and Dragons".

"Di cosa si tratta? - Chiese la madre di Francesca.

"Un gioco di ruolo: ognuno assume un ruolo...Può durare anche giorni..."

La donna sorrise alla proposta che le sembrò un poco bizzarra, anche se Renato le piaceva, era un ragazzo dolce e fine, un'amicizia di sua figlia che lei approvava.

Si salutarono e Francesca promise a Renato che sarebbe andata a casa sua in settimana per studiare insieme.

In auto, mentre tornavano a casa dall'università dove la madre lavorava e Francesca studiava a Lettere e Filosofia, chiacchieravano: "Ma cosa ha messo nella sigaretta, quando tu gli hai detto....".

Francesca non la fece finire: "Un grano di hascisc." Rispose con un lieve imbarazzo. "Lo fuma abitualmente."

La madre si stupì: "E' strano. Non è il solito sinistrorzo che fuma gli spinelli quasi per ideologia, non va in giro con i jeans sdruciti e la "kefia", non capisco. Mi hai detto che il padre è Nicola Padre, il direttore del quotidiano "Notizie del mattino", viene da una buona famiglia dunque."

"Va bè, mamma, ma che vuol dire..."

"Vuol dire, vuol dire eccome! Se una famiglia insegna ai figli ad avere dei valori non si capisce perché un ragazzo dolce, tranquillo, che veste con giacca e cravatta, debba sentire il bisogno di fumare droga, definita leggera!" Terminò polemicamente.

"Certo io lo ritengo sbagliato, infatti glielo dico come hai visto, ma lui lo fa comunque...."

"Ma la madre gli è vicino? Il padre capisco che può essere molto occupato, anche perché il suo giornale non sta a Roma."

"La madre lavora per Francesco Sassu."

"Caspita! E' vicina al potere!"

"Si“, è una sua stretta collaboratrice. Un giorno che ero a casa loro lei ci parlava al telefono chiamandolo semplicemente Francesco."

"Beati loro!" Commentò la madre con un sospiro.

    Francesca andava a casa di Renato anche con altri compagni di studio. A volte si fermava a cena. Nei fine settimana il padre era sempre a casa, lasciava il giornale nelle mani del vicedirettore. Francesca era colpita dalla sua semplicità di modi: non disdegnava di lavare qualche stoviglia lasciata nell'acquaio. La sorellina minore del suo compagno di università era sordomuta e questo creava un forte legame protettivo fra i genitori. Naturalmente erano state fatte e si continuavano a fare tutte le cure riabilitative possibili per la piccola ed erano stati acquistati tutti i mezzi che la tecnologia metteva a disposizione per la sua infermità.     

    "Ho notato che la madre, soprattutto, controlla le amicizie di Renato." Confidò Francesca a sua madre.

"Se le controlla allora dovrà essere contenta se frequenta una ragazza come te, pulita e studiosa, che non usa droghe e cerca anche di dissuaderlo dall'usarle." Disse con una punta di acredine sua madre.

"Magari non lo sa che suo figlio fuma l'hascisc." Disse la giovane con un sorriso conciliante.

"Se lavora per quell'importante uomo politico non avrà molto tempo da dedicare a suo figlio, è possibile che non se ne accorga." Convenne la madre.

"Ma penso che lavori anche stando a casa, - rifletté la ragazza - perché abitano nello stesso palazzo dove lui ha il suo studio privato."

Sorpresa la donna guardò sua figlia: "Hanno preso la casa apposta lì perché lei possa lavorare per l'On. Sassu?"

"Non lo so... Forse ce l'avevano da prima."

"Strano che un uomo così importante si scelga una collaboratrice che abita nel suo stesso palazzo."

"Allora l'avrà presa lì per stare vicino a lui e non allontanarsi troppo dai figli..." Concluse con indifferenza Francesca.

"Certo è un ménage un pò sacrificato quello dei genitori di Renato. Per lavoro vivono in due città diverse." Chiuse il discorso sua madre.

    L'anno accademico si concluse e per l'anno successivo Renato si trasferì di università, scegliendone una nella città dove era il giornale diretto da suo padre. Non vi era un motivo intuibile dato che tutta la famiglia, a parte suo padre, viveva a Roma e la città dove si trasferiva non aveva università più prestigiose.

Passò un altro anno. Finì sui giornali ed anche sui telegiornali un duro scontro tra l'On. Sassu ed il direttore delle "Notizie del mattino". L'argomento era una divergenza sull'agire politico di Sassu su una questione marginale che il direttore di quel quotidiano aveva aspramente criticato. Sassu aveva reagito altrettanto aspramente attaccando il giornalista. Tutto era apparso a molti esagerato e sopra le righe, anche perché Sassu era dello stesso schieramento politico a cui si ispirava il giornale.

In casa dell'ex-compagna di studi di Renato Padre si commentò: "Ma come farà la mamma di Renato che lavora per On. Sassu se suo marito ci litiga pubblicamente? Si dovrà licenziare!" Disse la madre di Francesca.

"Bè certo il marito non le facilita il lavoro così." Commentò la figlia.

"Poi non è che c'è distacco, tu mi hai detto che gli dava del "tu" e lo chiamava semplicemente per nome... Non deve essere facile per lei questo momento..."


E non lo era, infatti. Renato aveva i capelli biondo rossastri come quelli di sua madre che, come aveva riferito la sua ex-compagna di studi alla sua, era molto graziosa. Aveva il viso dai tratti delicati come quelli di suo figlio. A Sassu, un uomo dai tratti forti, maschi, quel viso era piaciuto subito. Le donne gli erano sempre piaciute molto e per questo sua moglie era precipitata in una depressione da cui non si era più ripresa. Non lo accompagnava mai nelle cerimonie ufficiali e viveva appartata e quando la si vedeva in giro colpiva per la trasandatezza della sua persona. Nonostante ciò l'uomo continuava a vivere la sua ascesa politica fino alle più alte cariche, spesso coinvolto anche in vicende oscure, da cui però usciva sempre pulito. La madre di Renato lo aveva amato fino al punto di parlarne a suo marito. Di comune accordo, avendo come buona scusa il lavoro in due città differenti, avevano mantenuto un ménage familiare per i figli, considerando anche l'handicap della più piccola.

Renato, però, crescendo aveva capito tutto e non vi è nulla di più angosciante che vivere in mezzo a situazioni false. Si era allontanato da sua madre, che rifiutava per il suo rapporto adulterino con Sassu, ed aveva chiesto di andare a vivere con il padre. Nicola Padre aveva una grande e bella abitazione nella città dove era il quotidiano che dirigeva, e fu felice della scelta di suo figlio. Quella città era anche la sua città, quella dove era nato e cresciuto. Per lui non era stato facile adattarsi alla scelta di sua moglie ma, per il bene dei suoi figli, in particolare per la piccola così sfortunata, si era adattato a raggiungerli tutti i fine settimana. Ora non si poteva più fingere con Renato; l'aveva capito da solo e questo non era bene. Si sentiva in colpa. Avrebbe dovuto parlargli prima che capisse. Così, parlargli ora, sembrava un rimedio.

    Nella sua vita solitaria si era affacciata una giovane praticante del suo giornale. Aveva il viso dai lineamenti infantili e gli stessi colori di sua moglie. Non era fine come lei, anzi, era una ragazza quasi ordinaria, anche se veniva dalla media borghesia. Aveva modi spicci ed era molto determinata. Gli sorrideva molto e lo guardava con palese interesse. Certo lui era il direttore e lei una giovane che sperava di lavorare nel giornale... La diffidenza dettata dall'esperienza cedette al bisogno di credere ad un affetto sincero. Un ente esterno, finanziatore del suo giornale, bandì una borsa di studio per praticanti di giornalismo. Lei lo pregò di aiutarla. Lui l'aiutò.

Renato mal accettava l'intrusione di quella giovane nella vita del padre, anche se, razionalmente, si diceva che non poteva stare da solo.

In una delle sue visite a Roma Nicola condusse con sé la giovane borsista e la presentò a sua moglie. Lei capì immediatamente il rapporto che doveva esserci fra i due e ne fu contenta per lui. Alla piccola fu presentata come una collaboratrice del papà. La ragazza si comportava con semplicità e simpatia soprattutto con la bambina. La madre di Renato la invitò a cena e, durante la variegata conversazione, disse che al Senato avevano bandito un concorso per un addetto all'ufficio stampa e Francesco era il Presidente della commissione esaminatrice. Lei ci stava lavorando, doveva preparare le prove.

La giovane aspirante giornalista chiese se i termini di presentazione della domanda erano già scaduti e, avutane risposta negativa, disse con semplicità che avrebbe provato a concorrere, visto che la sua borsa finiva di lì a tre mesi e dopo non avrebbe avuto più una retribuzione. La moglie di Nicola la incoraggiò a farlo e le sembrò molto positivo che la ragazza cercasse altre strade e non solo quella comoda di restare al giornale sotto l'ala protettrice di suo marito, attendendo che, prima o poi, lui le facesse ottenere un'assunzione.

Nicola era, a sua volta, piacevolmente sorpreso dall'iniziativa della giovane. Se cercava altre strade non stava con lui per solo interesse dunque. Sentì una sottile euforia dentro di sé. In fondo in fondo, il timore di non essere amato per sé stesso c'era, anche se rimosso dalla coscienza perché faceva male.

    La simpatia che la semplicità di modi della ragazza ispirava indusse la moglie ad aiutarla. Parlò con Francesco di questa giovane che era accanto a suo marito con un sorriso benevolo e complice: "Vedi se puoi fare qualcosa. In fondo Nicola è sempre stato così civile nei nostri rapporti. Ha capito che tu non potevi lasciare tua moglie per la tua carriera politica e che per noi era un dovere mantenere un focolare per i figli... Con questa ragazza lo vedo sereno. Poi vedo che si dà da fare per guadagnare, in fondo poteva rimanere sotto l'ala di Nicola, invece cerca altre strade..."

Quando la giovane si spostò a Roma per dare il concorso passò a salutare lei e la bambina che l'accolse festosa. 

"Sai più o meno su cosa verterà la prova?" Chiese mentre giocava con la bambina. Ad un attento osservatore questa domanda, fatta casualmente, doveva apparire necessariamente premeditata e frutto di simulazione: la ragazza, infatti, non aveva forse appreso del concorso proprio da colei che ne parlava perché incaricata di preparare la prova? Ma l'altra non fu sfiorata da questa riflessione, anzi, le sembrò normale che la ragazza le chiedesse un aiuto, e l'aiutò.

    Francesco non l'aveva mai vista e gli piacque subito, appena si sedette nella sedia davanti a lui. Era bionda come la sua amante, ma più giovane e grezza. Quest'ultimo aspetto della ragazza, lungi dall'essere un punto a suo sfavore rispetto all'altra, stimolava invece la sua libidine. Come tutti gli arrivisti ed arrampicatori sociali in genere, lei capì di piacergli al volo e decise istintivamente che quell'uomo importante era il suo gradino successivo nella scalata.

    Nicola sentì un gelo per tutto il corpo nel sentire singhiozzare sua moglie al telefono: "Mi ha buttata via come una cosa usata...Con un cinismo mostruoso...." Avevano perso su tutta la linea e quella piccola, anche poco intelligente, donna li aveva raggirati tutti e due.

Tutti sapevano che era diventata l'amante di Francesco Sassu e lui l'aiutava spudoratamente a fare carriera dandole incarichi sempre più importanti e di prestigio.

All'inizio, vinto il concorso come addetto stampa al Senato, Nicola aveva visto diradarsi i loro incontri, ma l'aveva attribuito all'impegno lavorativo di lei, per di più in un'altra città. Lontano dalla Capitale non ne aveva raccolto i sussurri ed i pettegolezzi. Finché un giorno un suo inviato gli aveva detto con un sorriso malizioso delle chiacchiere che giravano sulla loro ex-praticante e Francesco Sassu.

Come della relazione di sua moglie nulla si era mai potuto dire ufficialmente, così anche di questa storia nulla si poteva dire, ma questa era vissuta più sfacciatamente dai due protagonisti. Li accomunava, infatti, un cinismo sfrontato che a lui era servito a condurre una vita nel compromesso totale, sia pubblico che privato, ed a lei ad emergere dalla massa indistinta pur non avendo particolari meriti professionali


lunedì 20 settembre 2021

Barbara Palombelli linciata

 "Sono stata vittima di una diffamazione senza precedenti. Coloro che si sono resi protagonisti di questa palese falsità ne risponderanno in tribunale". Barbara Palombelli al contrattacco dopo le polemiche scatenate dalle sue parole sui femminicidi .


Le Società cambiano e anche in fretta. Io sto al mondo da quasi 75 anni e, se leviamo i primi tre di cui ho solo dei flash di memoria, dai tre in poi posso testimoniare che sono stata una bambina dalla sorprendente capacità di registrazione di ciò che mi capitava intorno, dunque sono una testimone del mio tempo per quasi 72 anni. E posso dire che se in molte cose la nostra Società è migliorata da un po’ di tempo si registra un imbarbarimento preoccupante.

E’ venuto meno il senso di responsabilità personale e ciascuno, soprattutto se scarsamente acculturato, si sente in diritto di aggredire chiunque si permetta solo di accennare un pensiero che gli appare contrario al suo, non cercando nemmeno di approfondire i concetti in uno scambio di idee appena civile, ma aggredendo immediatamente chi ha proferito questa o quella frase che egli ha interpretato a suo modo e lo fa insultando, minacciando e calunniando.

Se la TV, soprattutto la RAI di cui lo Stato pretende un canone-imposta, è scaduta a livelli di attricette assurte a conduttrici che ridono sguaiatamente e chiamano tutti “belli di zia”, i social non sono da meno e da essi ci si può difendere solo non entrandoci affatto o bannando le persone.

Ma chi sono queste persone che, ad esempio, hanno valangato la Palombelli di insulti, minacce e calunnie per aver dato uno spunto di riflessione agli ascoltatori della trasmissione che conduce su Rete 4?

Ecco cosa ha detto la conduttrice: "Parliamo della rabbia tra marito e moglie. Come sapete negli ultimi sette giorni ci sono stati sette delitti, sette donne uccise, presumibilmente da sette uomini. A volte però è lecito anche domandarsi: questi uomini erano completamente fuori di testa, completamente obnubilati oppure c'è stato anche un comportamento esasperante, aggressivo anche dall'altra parte? E' una domanda, dobbiamo farcela per forza, perché dobbiamo in questa sede soprattutto, in un tribunale, esaminare tutte le ipotesi".

Apriti cielo! L’assoluto esiste, ed è quello che queste menti senza freni hanno in testa. E l’assoluto non si tocca!

Ogni uccisione è un orrore, ha voluto dire Palombelli, ma forse in alcuni casi si può prevenire non esasperando le situazioni.

No! L’assoluto nelle teste urlanti parolacce contro Palombelli è che la vittima ha sempre ragione, in quanto vittima, e il suo comportamento non ha inciso in nulla nell’evento finale!

Se così fosse, secondo la teoria dell’assoluto, la giurisprudenza non terrebbe conto delle attenuanti, tipo la provocazione ad esempio.

Palombelli ha solo detto la verità e cioè che il nostro agire deve essere improntato alla prudenza, sia nelle scelte che facciamo sia nei comportamenti che teniamo. Basta pensare alla saggezza dei proverbi e agli insegnamenti dei nostri genitori se abbiamo avuto la fortuna di averne e perbene.

Certo non tutti hanno questa fortuna, certo ci sono persone sfortunate già dalla nascita che dunque non hanno guida e debbono imparare da sole con la propria esperienza cosa conviene fare, da quali persone tenersi lontano.

Ma la massa insultante stabilisce un canone assoluto e guai a te se non ti attieni a quello. Guai a richiamare ad un benché minimo senso di responsabilità personale!

Le donne uccise sono vittime e hanno tutte ragione in quanto tali e non ci sono differenze nei loro comportamenti: da quella fatta sparire in una notte gelida in pigiama di cui non si trova neppure il cadavere, tradita dal marito e dalla sua migliore amica, di cui si fidava, la quale lavorava nell’impresa messa su anche con i suoi soldi, e che dopo pochi mesi dalla sua sparizione si è installata in casa sua, continuando a lavorare nell’impresa anche sua, che si è presa anche i suoi figli i quali, lungi dal giudicarla, l’hanno accettata, a quella che vuole separarsi lasciando il marito in mutande e vuole rifarsi una vita con un altro uomo usando i soldi che pretende dal marito tramite il Tribunale. Uguali. Stessa situazione, per gli assolutisti.

Guai a porsi domande tipo Palombelli!

L’hanno assimilata a quelli che dicono che se una viene violentata è perché portava la minigonna.

Certo, non tutti gli uomini sono bruti che assaltano una donna in minigonna e la violentano, ma bisogna mettere in conto che esistono, e indossare la minigonna in circostanze in cui non si vada poi a passeggiare in luoghi solitari. Si chiama prudenza non "limitazione della mia libertà". 

Insomma, non viviamo in una realtà sterile né sterilizzata dalle Leggi, che pure esistono, e dobbiamo muoverci tenendone conto.

Invece questi barbari che insorgono e che si credono progrediti pretendono la libertà assoluta nei comportamenti e il discarico totale di responsabilità personali che possono renderci vittime e, a volte, carnefici.

A me, che non sono famosa come Barbara Palombelli, è capitato qualcosa di simile, e stavo anch’io per muovermi come la giornalista ha minacciato di fare, per aver rimpianto una giovane e bella vita di un ragazzo puro e generoso che è stato ucciso dall’amante pakistano di sua madre di appena 10 anni maggiore di lui e 20 più giovane di sua madre. Anch’io per una frase piena di amaro rimpianto-sarcasmo: “Se la madre non fosse stata così vogliosa suo figlio ora sarebbe vivo.” Quello che hanno scritto degli esseri umani su facebook, intrufolandosi pure sulla mia chat messenger e addirittura nel mio quasi inusato profilo Instagram, che ho aperto solo per stare in contatto con un mio nipote, è qualcosa di inimmaginabile. Questo l’articolo che ho scritto su tale fatto.

http://www.ritacoltelleselibripoesie.com/2021/05/un-fatto-di-sangue-e-un-commento-che.html

Ne consegue che la Società attuale si identifica in gran parte con chi agisce senza prudenza, senza responsabilità, e guai a dare spunti di riflessione, vengono presi come condanne, giudizi e cattiverie fuori luogo.

domenica 12 settembre 2021

MADRE Cap. XI

 

Capitolo XI

 

Rita bambina era stata lucida testimone della vita insieme ai suoi genitori, ma mancava nella sua capacità di giudizio l’esperienza.

Una capacità di giudizio innata in realtà la bimba l’aveva in sé: quando aveva avuto paura che la consegnassero a suo padre ubriaco che urlava in fondo alle scale insensatamente “Voglio mia figlia!”. Come se qualcuno gliela negasse o gliela volesse portare via. Oppure quando aveva provato umiliazione e vergogna per sé e per sua madre quando, obnubilato da un’ubriachezza estrema già all’ora di pranzo, si era buttato sul piatto del suo collega che aveva invitato provocandone il disgusto. Ma anche il disagio e il senso di vergogna provato quando suo padre l’aveva preparata all’interrogatorio a cui era stata inconsapevolmente convocata dal maresciallo dei Carabinieri a seguito della denuncia di sua madre, di cui lei, bambina decenne, nulla sapeva. E ancora, elegantemente vestita, come suo padre la voleva comperandole personalmente gli abiti, con un cappotto cammello, cappello con falda ripiegata verso l’alto di ugual colore, e scarpe e borsetta marroni, si era discostata da suo padre che, barcollante perché totalmente ubriaco in pieno giorno, le camminava accanto appoggiandosi al muro per non cadere. Si era allontanata verso il lato opposto della strada che stavano percorrendo nel tentativo di mostrare a chi li vedeva che non stavano insieme, perché lei si vergognava moltissimo di lui: non aveva più di dodici anni.

Eppure lei amava suo padre e si rendeva conto che per lui lei era tutto.

Negli anni ’50 del 1900, dopo una guerra che aveva impoverito l’Italia, già povera da prima che scoppiasse, lei si rendeva conto che grazie a suo padre aveva sempre qualcosa in più rispetto alle altre ragazzine della sua età che incontrava a scuola oppure nel palazzo dove suo padre aveva acquistato l’appartamento dove vivevano.

Oltre il completo che portava quel giorno in cui aveva provato vergogna di suo padre fino a cercare di allontanarsene camminando da sola per la strada, aveva avuto un cappottino blù, con cappellino dello stesso colore e la falda ripiegata in su come l’altro, con borsetta e scarpe blu. Vedeva che la gente la guardava ammirata perché si trattava di un’eleganza non usuale.

Dunque, nonostante questa capacità di giudizio innata, ella aveva sempre privilegiato suo padre, perché sua madre era priva di volontà e subiva quella di suo padre, attraverso il quale la figlia aveva sempre percepito che la loro infelicità era causata da sua madre, dalle sue stranezze comportamentali, causa delle reazioni di meravigliata compassione, a volte malignamente derisoria, di certa gente che, al contrario, non provava lo stesso sconcerto di fronte alle ubriacature di suo padre.

Rita, quindi, aveva subito l’influenza dei sentimenti nei riguardi di sua madre che percepiva intorno a sé: nel padre segnatamente, e nella gente.

Ma via via si sviluppava in lei, attraverso l’esperienza, una visione che modificava il suo giudizio, sempre più soggettivo e non filtrato da quello percepito attraverso suo padre e certa gente.

Aveva odiato suo padre per la sua cecità in un episodio che aveva visto protagoniste una sua zia acquisita e la sua cuginetta, minore di lei di oltre tre anni: quanto avrà avuto lei, Rita, quando avvenne? Forse tredici anni. Erano ospiti in casa sua il fratello minore di suo padre con sua moglie e sua figlia. Gente che viveva nel piccolo paesino dove i suoi genitori erano nati coltivando la terra, che era anche di suo padre, e che suo padre beneficava in molti modi che agli occhi intelligenti di sua figlia non sfuggivano.

Sua madre aveva preparato un buon pranzo, cucinava bene, e la cognata non si alzava neppure per fare il gesto di aiutarla. Era seduta a tavola di fronte a Rita ed aveva accanto l’innocente cuginetta che seguiva con occhi meravigliati i gesti di Serena che li serviva a tavola, mentre suo padre, seduto a capo tavola avendo accanto il fratello, parlava con lui fitto fitto, e quello lo ascoltava come sempre apparentemente remissivo e sottomesso, non perché condividesse sempre quello che quel fratello maggiore diceva, ma perché ne riconosceva la generosità che nessuno di loro aveva mai dimostrato per gli altri fratelli.


Guardando la madre di Rita lo sguardo della cuginetta  si era riempito sempre più di candida e quasi smarrita meraviglia che le affiorò sulle labbra innocenti proferendo una domanda rivolta alla madre: “Mamma, ma tu dici che zia Serena è matta! Ma a me non sembra!” La squallida donna, scoperta così dall’innocenza di sua figlia, lanciò un’occhiata terrorizzata alla nipote che le sedeva di fronte e la guardava, certa che quella aveva sentito tutto ed ora non sapeva dove nascondersi visto che la sua cattiveria meschina veniva svelata e clamorosamente scoperta la sua falsità. Con lo sguardo sfuggente sussurrò qualcosa alla figlia cercando di farla tacere, che non se ne uscisse con altro… Ma la cuginetta non disse altro, smarrita, senza capire il contrasto fra quello che vedeva e quello che abitualmente sentiva da sua madre. Rita temette solo che sua madre avesse sentito l’innocente domanda della nipotina e ne potesse restare ferita, ma lei volgeva le spalle andando verso la cucina con qualcosa in mano e sembrò non aver sentito distratta come era, allora Rita guardò suo padre, sperando che invece lui avesse sentito e capito finalmente chi beneficava e rispettava. Ma lui era troppo preso a parlare con quel fratello più ignorante di lui, meno intelligente di lui, ma, come diceva Serena, interessato. E lei lo odiò, perché da lui si sarebbe aspettata la reazione che lei, troppo piccola, non poteva permettersi con degli adulti.

Lui ricopriva di regali i figli di quel fratello che aiutava anche economicamente, e non si era mai permesso nemmeno di sfiorare con un dito quei nipoti amati, mentre lei dai suoi zii aveva preso botte ben due volte. Eppure li vedeva solo d’estate e se ora erano lì e godevano della loro ospitalità era perché di qualsiasi cosa avessero bisogno in città la loro casa fungeva da albergo e da ristorante, senza ritorno alcuno se non scoprire con quale spregio veniva chiamata Serena dietro le spalle.

Serena era matta? Eppure vedeva la realtà meglio del cieco marito che sempre la metteva a tacere tacciando ogni cosa vera e saggia che diceva come frutto di malattia.

A diciassette anni Rita cominciò a contestare al padre tutto quello che di sbagliato egli aveva fatto e continuava a fare a sua madre, ormai libera dall’influenza del suo giudizio che le aveva fatto schermo della realtà, troppo piccola per averne uno suo, pur con le cose che vedeva e viveva.

A diciotto anni decise di portarla a fare una visita specialistica, lucidamente cosciente che quella povera donna ne aveva fatta una sola quando lei aveva cinque anni e mai l’aveva vista prendere alcuna medicina e fare nessuna cura.

sabato 28 agosto 2021

"La Fine di un mistero" un gioiellino di film

 

Garcia Lorca ucciso perché "socialista, massone e gay"

E' quello che si legge in un documento della polizia franchista di Granada, redatto il 9 luglio 1965, 29 anni dopo la fucilazione del poeta e drammaturgo da parte delle truppe falangiste all'inizio della guerra civile spagnola

Il grande poeta e drammaturgo spagnolo Federico García Lorca (1898-1936) fu ucciso perché era "socialista, massone appartenente alla loggia Alhambra" e "praticava l'omosessualità e altre aberrazioni". L'autore di 'Romancero Gitano', il cui corpo non è stato mai ritrovato in una fossa comune di Alfacar, fu assassinato, insieme ad un'altra persona, dopo "aver confessato".

E' quello che si legge in un documento della polizia franchista di Granada, redatto il 9 luglio 1965, 29 anni dopo la fucilazione di García Lorca da parte delle truppe falangiste all'inizio della guerra civile spagnola. Il documento inedito con la versione franchista della morte del poeta, come riferisce la stampa spagnola, è stato ritrovato dall'emittente radiofonica Ser e dal sito Eldiario.es.

Il documento fu compilato dalla terza brigata regionale di investigazione della polizia di Granada, città dove trascorse l'adolescenza e dove tornò subito dopo lo scoppio della guerra civile. García Lorca fu fucilato da militanti franchisti all'alba del 19 agosto 1936 e gettato in una tomba senza nome a Fuentegrande de Alfacar nei dintorni di Víznar, vicino Granada.

Si tratta di un documento di notevole importanza storica, sottolinea la stampa spagnola, perché di fatto presuppone il riconoscimento, per la prima volta, da parte della dittatura del generale Francisco Franco dell'assassinio dell'autore di 'Poeta a New York'.

Il documento fu preparato dalla polizia nel 1965 per rispondere alla petizione della giornalista francese Marcelle Auclair, che aveva inoltrato presso l'ambasciata spagnola a Parigi. La petizione fu trasmessa al ministro degli Esteri dell'epoca, Fernando María Castiella, il quale sollecitò il collega ministro dell'Interno di avviare una ricerca negli archivi per cercare documenti sulla morte del poeta.


Ora ditemi voi se in un Paese civile si può essere privato della propria libertà personale, tradotto in questura e fucilato "perché omosessuale, socialista e massone".

La Spagna di appena 85 anni fa agiva allo stesso modo dei Talebani afghani oggi.

Il film che da il titolo a questo post è un gioiello che ho visto per caso su una rete TV privata che si chiama Canale 21
Ho iniziato a vederlo che era già cominciato ed essendo un film spagnolo, che mi ha catturato subito come spesso mi accade per i film europei, non ho pensato subito che sotto i panni del vecchio Galapago, in questa versione italiana tradotto "Tartaruga" (era molto meglio Galapago), ci fosse chi ho riconosciuto nonostante il trucco lanoso di barba e capelli incolti: Nino Manfredi. Mi sembrava, ma il film era spagnolo... Dunque.. Invece quando il lanoso trucco è stato tosato è venuto fuori proprio Nino Manfredi. Ho letto poi che è stata la sua ultima interpretazione: spettacolosa interpretazione. Ho letto anche che è stato doppiato, non so in quale versione giacché in questa che ho visto oggi la sua inconfondibile voce c'è, solo che il personaggio non parla per buona parte del film, per questo non l'ho riconosciuto subito coperto di pelume abbondante. Però la sua bocca e le poche parti che si vedevano del suo volto di fatto mi hanno subito condotto a lui, sia pure con qualche perplessità per i motivi che ho detto.

Una storia poetica, bravo ed espressivo l'attore spagnolo che interpreta Joaquin: l'uomo che appena 17enne raccoglie un giovane ferito vicino ai luoghi dove nel 1936 i fascisti di Franco uccisero crudelmente ed insensatamente il Poeta. Lo nasconde e lo cura, cerca un medico per lui ma due fascisti gli dicono che era un comunista ed è stato ucciso. Lo richiamano al fronte, deve partire per il nord, allora lascia il giovane ferito e immemore sulla porta di un convento di suore, l'unico possibile rifugio e cura per lui. La sua anima buona e umanissima sente di averlo abbandonato, invece che salvato, e dopo tanti anni torna a Granada e lo cerca. Alcuni segnali fanno pensare che egli sia Federico Garcia Lorca, miracolosamente scampato alla fucilazione, traumatizzato per sempre.

Un gioiello di film, con recitazione perfetta e sensibile, ottima regia, e musica che non sovrasta ma accompagna le emozioni che suscita la storia.  Scopro poi che è di Ennio Morricone...


 







Alfredo Landa come appare nel film in cui interpreta Joaquin

Alfredo Landa più giovane: un volto che abbiamo visto in tanti film


venerdì 20 agosto 2021

AFGHANISTAN

 


L'Afghanistan ha avuto anche governanti illuminati.
La sua Storia ha pagine buone, di speranza per il popolo.

Le riforme di Amānullāh Khān e la guerra civile

Re Amānullāh Khān, durante il tour europeo, qui con Mustafa Kemal Atatürk in Turchia (1928).

Con l'ascesa del re Amānullāh Khān nel 1919 il Paese riprese il controllo della propria politica estera, uscendo dalla zona di influenza del Regno Unito.

Il Re operò per mettere fine al tradizionale isolamento del Paese negli anni successivi alla terza guerra anglo-afghana: stabilì rapporti diplomatici con i Paesi più importanti, e, a seguito di un viaggio in Europa e Turchia (durante il quale osservò l'operato di Atatürk), introdusse diverse riforme intese alla modernizzazione. Fu costretto ad abdicare nel gennaio 1929 dopo che una insurrezione armata guidata da Habibullah Kalakānī prese Kabul.


Purtroppo l'oscurantismo ebbe la meglio con la forza delle armi nel 1929.

Ed è stato un susseguirsi di uccisioni di chi comandava per poi sostituirsi alla figura di turno al comando, senza la luce che si era accesa con il Re Amānullāh Khān.

La Storia più recente aveva ridato ossigeno al popolo:

Partito Democratico Popolare dell'Afghanistan (PDPA), d'ispirazione marxista-leninista, rovesciò il Governo di Mohammed Daud Khan il 27 aprile 1978 con un colpo di Stato (la cosiddetta Rivoluzione di Saur) e diede vita alla Repubblica Democratica dell'Afghanistan governata dal leader del partito, Nur Mohammad Taraki. Nei mesi successivi al colpo di Stato, il governo avviò una serie di riforme: fece distribuire le terre a 20.000 contadini, abrogò l'ushur (ovvero la decima dovuta ai latifondisti dai braccianti) e bandì l'usura, regolò i prezzi dei beni primari, statalizzò i servizi sociali garantendoli a tutti, diede il riconoscimento al diritto di voto alle donne, legalizzò i sindacati, vietò i matrimoni forzati e lo scambio di bambine a scopo economico, sostituì leggi tradizionali e religiose con altre laiche, mise al bando i tribunali tribali e rese pubblica a tutti l'istruzione, anche alle bambine che in precedenza non potevano andare a scuola. Queste riforme si scontrarono fortemente con le autorità religiose locali e tribali che si opposero alle politiche di Taraki.


Nel mese di settembre 1979 Taraki venne assassinato, su ordine del suo Vice Primo Ministro Hafizullah Amin, il quale lo sostituì alla guida del Paese. L'URSS non si fidò di Amin, sospettato di legami con la CIA, e decise di invadere il Paese, anche a seguito di un aumento delle rivolte e del conseguente rischio di destabilizzazione della zona. L'Armata rossa entrò a Kabul il 27 dicembre 1979 e mise al potere Babrak Karmal. La guerra con i Mujaheddin, finanziati anche dagli Stati Uniti, fu lunga e cruenta e terminò con l'abbandono del Paese da parte dei Sovietici nel febbraio 1989.


Lo Stato islamico dell'Afghanistan fu proclamato il 17 aprile 1992. Il fronte dei Mujaheddin si dimostrò comunque molto frammentato e disunito e ciò consentì, dal 1996 al 2001, la presa del potere da parte della fazione dei talebani, salvo che in alcuni territori settentrionali controllati dall'Alleanza del Nord dei restanti mujahidin anti-talebani, guidati dal comandante Ahmad Shah Massoud. I Talebani proclamarono l'Emirato islamico dell'Afghanistan e applicarono al Paese una versione estrema della shari'a e ogni deviazione dalla loro legge venne punita con estrema ferocia.



Se, pur per brevi periodi, l'Afghanistan ha potuto avere suoi governanti illuminati, senza presenze straniere, l'unica cosa che i confusi governi europei e gli USA potrebbero fare, e fino ad ora NON HANNO SAPUTO FARE, è aiutare i leader illuminati del nord del Paese, unici che potrebbero prendere in mano il destino dell'Afghanistan liberandolo dall'infausta influenza dell'oscurantismo religioso, che, si ricordi, abbiamo vissuto anche noi sotto la Chiesa di Roma: si ricordi l'Inquisizione con le orrende torture, le accuse folli, le donne bruciate per stregoneria e l'oppressione, il condizionamento e la paura in cui il popolo visse sia in Italia che in Spagna.

 Ashrad Massoud, figlio del comandante dell'Alleanza del Nord ucciso alla vigilia degli attacchi dell'11 settembre, afferma che "l'America può ancora essere un grande fautore della democrazia" sostenendo le sue milizie
19 agosto 2021

AGI - La conferma di Mosca ratifica a livello mondiale la resistenza del Panshir: per la seconda volta, la regione a Nord Est di Kabul e' la sola a non essere caduta sotto il giogo dei talebani, e su essa si concentrano le speranze di chi auspica che la situazione non sia già definitivamente consolidata.

Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha sottolineato oggi che "I talebani non controllano tutto l'Afghanistan. Ci sono informazioni dal Panshir dove sono concentrate le forze di resistenza del vicepresidente Saleh e di Ahmad Massoud", ha detto Lavrov, tornando a caldeggiare "un dialogo nazionale che permetta la formazione di un governo rappresentativo".

L'Afghanistan evidenziato in rosso

Massoud eroe della Resistenza afghana contro i Talebani
Fu ucciso nel 2001
Oggi c'è suo figlio.

Che l'Europa e gli USA, insieme alla Russia, anch'essa sfavorevole ai Talebani, aiutino queste forze a liberare il Paese da questi oscurantisti che interpretano in modo distorto il Corano