martedì 5 luglio 2022

"Tre Amiche" - dalla Raccolta "Novelle Nuove"

 


Tre Amiche

 

La chiamò al telefono e lei capì dal leggero affanno e dal rumore di fondo che stava passeggiando come al solito sulla battigia.

“Sei sopravvissuta alla Pasqua?!” Le chiese con l’impeto che le era congeniale.

A Sara venne da ridere capendo a cosa si riferiva. Era da quando aveva 15 anni che Annabella la faceva ridere con il suo inguaribile umorismo.

“Si, - rispose divertita – sono sopravvissuta.”

“Ma sono venuti tutti da te?”

“Si, tutti.” Rispose ridendo. Annabella si riferiva ai figli di cui le due amiche a volte parlavano confidandosi i reciproci problemi e delusioni, fortunatamente non gravi, che potevano ricevere da loro.

“E sei contenta di aver faticato per loro per l’ennesima volta? Fare la spesa, portarla a casa, cucinare, apparecchiare la tavola , pulire prima, ripulire dopo..?!”

Sara capiva tutto quello che c’era dietro quell’elenco che la sua amica di una vita le illustrava. Sapeva bene quale era il succo e il senso: non sempre tutto questo veniva riconosciuto da tutti i figli… Ma nonostante qualche piccola delusione di cui era cosciente rispose: “Ma io li amo!”

“Hai sentito Micol! - Gridò nel microfono Annabella. – Lei li ama!”

E questa seconda parte della frase la gridò di gola, quasi a rimarcare la sua meraviglia a quella prevedibile motivazione e, nel contempo, Sara scoprì che, come accadeva spesso, la figlia l’accompagnava nella lunga passeggiata sulla spiaggia.

“Io li odio!” Proferì con rabbia e con violenza e Sara capì che l’amica era esasperata dal suono di gola con cui lo disse.

Annabella continuò lo sfogo camminando sulla spiaggia e coinvolgendo anche la figlia: “Odio questa cretina per le scelte che ha fatto, la odio!”

Sara conosceva la sua amica e i suoi sfoghi su tutto ciò che non le andava bene. D’altra parte anche lei aveva trovato ascolto e conforto a parlarle di tutte le cose amare che nel corso della sua vita aveva dovuto subire e sopportare. Conoscevano tutto l’una dell’altra. Ora, però, quella rabbia contro Micol le sembrava esagerata. Non giustificabile. E Sara sentì che non poteva fare come aveva sempre fatto, anche quando diceva cose sgradevoli per lei, che colpivano per l’insita gratuita insinuante cattiveria. Voleva bene alla sua amica nel suo insieme ma aveva parti del suo carattere, della sua personalità, che inducevano a doverla perdonare per poter continuare ad avere quel rapporto di amicizia.

Micol era sempre al suo fianco, l’accompagnava dappertutto, nelle frequenti visite mediche ed esami a cui si sottoponeva da una vita per la sua ipocondria, sopportava i suoi eccessi verbali contro tutti… Lei era la prima a dire che “Micol era una santa”.. Dunque cosa era mai questa rabbia improvvisa proprio contro di lei?

“Non dire queste cose davanti a Micol, – provò a dirle – proprio lei che è così buona, si occupa di tutto..”

La sua amica diceva infatti che ogni pratica amministrativa che riguardava la famiglia era sulle spalle di Micol, Annabella non interessandosi di nulla.

Quando Sara parlava di rogne o matasse da dipanare di cui si occupava per la sua casa, sia amministrative sia legali, oltre ai pagamenti di routine, Annabella le rispondeva che di quella materia lei non sapeva nulla: “Fa tutto Micol. Se ne occupa Micol.”

Proseguì nel suo sfogo spiegando con rabbia e frustrazione veementi cosa secondo lei sua figlia non aveva fatto ed avrebbe dovuto fare: “Ha lasciato quello che era ricco, bello, alto, con il padre importante per stare con quel nano, brutto e tirchio!”

Micol intervenne senza che Sara potesse sentirne la voce, se non lontana e non percepibile nel contenuto, ma la sua amica la informava continuando il suo sfogo parlando con entrambe: “Hai sentito cosa ha detto? No?! Dice che quello le faceva le corna! Ma tutti prima o poi ti fanno le corna!” Proferì strillando più forte.

Sara pensava che Annabella si era intromessa sempre troppo nella vita sentimentale dei suoi figli. E l’aveva consigliata tante volte di non interferire, tutt’al più consigliare, come aveva fatto lei con i suoi figli con molta cautela.

Ma Annabella era arrogante, pur essendo fragile emotivamente, incapace per sua stessa ammissione di valutare le persone, incapace a svolgere autonomamente una gran quantità di incombenze che la vita le metteva di fronte, deputando ad altri tali necessità, ella sparava a zero su tutti tranciando giudizi cattivi e negativi. Figli compresi.

Ma Sara non l’aveva mai sentita così. Nelle sue parole c’era una rabbia frustrata violenta. Aggiunse che odiava anche i figli maschi naturalmente, a maggior ragione perché non erano con lei così vicini come Micol, così attenti a tutti i suoi malesseri e malanni veri o presunti.

Rinfacciava a Micol occasioni perdute: “Poteva andare in Giappone!”  Ricordò con rabbia al cellulare l’occasione di uno stage di alcuni mesi, forse un anno, nel campo professionale di sua figlia.

Ma Micol aveva avuto timore di vivere lontano dal nido sicuro della famiglia, pur non essendo una famiglia serena dato lo scontro perenne fra i suoi genitori…

Occasioni perdute che ora la madre rabbiosamente le rinfacciava.

Sara non lo riteneva giusto, e provò a dirglielo, per il suo bene, come aveva sempre fatto in oltre mezzo secolo di amicizia. Con buonsenso e senza supponenza. Ma Annabella di botto le domandò: “Ma che tu hai telefonato a Brigitte?!” Il tono era  stranamente indagatore e sospettoso.

Sorpresa dalla domanda, dal tono e dal fatto che nulla c’entrava con il discorso rabbioso che stava facendo, Sara rispose comunque, abituata alle stranezze della sua amica e sempre incline ad assecondarla: “Le telefonai quando ci furono quelle manifestazioni dei “Gilets Jaunes”, per capire cosa ne pensava lei che è francese. Ma te lo avevo raccontato…” Stava per aggiungere che era successo almeno due anni prima anche se la domanda sembrava riferirsi ad un evento recente, ma ignorando l’irrazionalità di una simile domanda aveva risposto sull’unica volta che aveva chiamato l’unica nuora di Annabella, una donna dolce e gentile che lei aveva incontrato più volte, sia nella villa della sua amica che nella sua, quando Annabella era venuta a farle visita con tutta la sua tribù.

“Tu hai fatto lo stesso sbaglio di Arianna!” Interruppe ogni altra possibile parola di Sara Annabella con tono secco e perentorio.

Sara non fece in tempo a chiederle “Ma cosa c’entro io con Arianna” che quella disse che Micol le richiedeva indietro il cellulare, che peraltro era il suo, di Micol, e ripeté che le serviva per una telefonata di lavoro chiudendo di botto la telefonata.

Ora Sara di stranezze dalla sua amica ne aveva subite tante, e non solo stranezze… Ma davvero le sembrò che avesse toccato l’acme.

Arianna era sua cognata, moglie del suo unico fratello. Parlava malissimo anche di lei naturalmente e, in particolare, lamentava che sua nuora Brigitte la ignorasse mentre aveva una grande confidenza con Arianna. Annabella vedeva in ciò un tramare dietro le sue spalle in un comune sentimento ostile nei suoi confronti. Ogni incontro o contatto che avveniva fra Brigitte e Arianna lo vedeva come un complotto contro di lei.

Sara non poteva valutare quanto di ciò che Annabella le raccontava fosse interpretabile come la sua amica lo percepiva, non essendo dentro quei rapporti, ma che ora di botto e senza ragione alcuna le facesse una domanda incongruente e, ricevuta risposta su un fatto avvenuto due anni prima e di cui lei già era a conoscenza, la congedasse con un’affermazione perentoria quanto insensata, era folle.

Ciò nonostante Sara capì che il malessere esistenziale che aveva accompagnato la sua amica per tutta la vita e che negli anni si era acuito sempre più andava compreso e se possibile aiutato. Dunque le mandò dei messaggi Whatsapp su quel cellulare che divideva con la figlia, giacché lei, per sua ammissione, non sapeva usare quel tipo di messaggistica pur avendo un suo cellulare.

A questi messaggi Annabella rispose una sola volta con un laconico “Sì”, quando Sara le chiese se stava meglio, dopo averle scritto che le dispiaceva molto di averla sentita in quello stato e parlare così a Micol.

Dopo il silenzio. Totale. Anche quando Sara le inviò la foto di uno dei suoi nipoti che aveva festeggiato i suoi 18 anni.

Non le fece gli auguri per il suo compleanno, né aveva risposto neppure con un “Grazie” quando Sara glieli aveva fatti per il suo, che veniva qualche mese prima di quello di Sara…

Tenendo conto dei 60 anni di amicizia Sara le scrisse una e-mail sul suo indirizzo personale di posta dicendo che capiva che doveva proprio stare male dentro di sé, che rispettava il suo silenzio e che, comunque, se aveva bisogno lei era sempre disponibile per lei.

Ma passò un anno e Sara capì che quel silenzio era definitivo.

Pur non capendone il perché, Sara era tranquilla, giacché motivi attribuibili al suo sentimento di amicizia e al suo comportamento sapeva che non ce ne erano.

Ne parlò con la comune amica, anche questa amicizia risalente ai tempi della scuola: Doride.

Doride aveva con Annabella lo stesso rapporto che aveva Sara: ininterrotto dai 15 anni in poi, e intimo nelle confidenze e nel sostegno psicologico nei momenti difficili di tutte e tre.

“E’ anche questo un modo per punirsi.. Per farsi del male.. Peccato.. Una così bella amicizia!” Concluse con tono mesto Doride. E Sara pensò che forse aveva ragione.

Erano anni che Annabella soffriva di una infelicità cronica. Non che non ne avesse delle ragioni, ma nulla di assolutamente drammatico alla fine era accaduto nella sua vita. Nulla che non avesse attraversato, con fatti diversi e in alcuni casi anche più gravi, la vita di Sara e Doride.

Ma lei, pur soffrendo e lamentandosi di fatti e persone che la circondavano, evitava poi quello che la vita le offriva.

Ormai vedova di un marito che non le era mai stato bene, che l’aveva tradita un po’ per leggerezza e un po’ per vendicarsi del suo disprezzo verso di lui e la sua famiglia, era stata circondata da corteggiatori anche di pregio: un ex amministratore delegato di importanti aziende internazionali, un ingegnere colto e fine e un signore senza titoli accademici ma accettabile che amava per hobby cantare con una bella voce. Pur assediata da questi anziani spasimanti, vedovi anche loro, lei non ne aveva voluto nessuno.

Sara non capiva perché, dato che certo non aveva avuto una vita d’amore felice con Andrea, il marito, per cui essere fedele al ricordo…

Le aveva comunque manifestato la sua gioia di fronte ai suoi successi che, bisogna dire, lei non aveva cercato, e come sempre le aveva dato i consigli per il suo bene.

L’aveva esortata ad accettare l’ex amministratore delegato, sembrandole il più fine, ben messo ed elegante, scherzando anche sul fatto che possedeva due Ferrari sulle quali l’aveva condotta un poco in giro, anche a vedere la sua villa ai Castelli Romani. Infine l’aveva invitata in vacanza in Sardegna, dove aveva una casa e una barca, con i rispettivi nipotini più piccoli: lei una nipote e lui un nipotino entrambi in età scolare…

Ma Annabella dei tre preferiva il cantante, non bello, non fine come Livio, l’ex amministratore delegato, e disse: “A me piace. Peccato che è un poco sporcaccione.. Le piacciono le quarantenni..”

E Sara pensò che erano passati decenni ma Annabella non era cambiata. La vita non l’aveva cambiata.

Da giovane si era ostinata a correre dietro a chi palesemente era egoista, non l’amava e, pur prendendosi la sua verginità a soli sedici anni e continuando a prendersi il suo corpo, se ne infischiava della sua anima raccontandole dei rapporti che intratteneva con altre donne.

A Sara nascondeva tutto questo anche quando lei, essendo incappata in una infatuazione per un giovane che sentiva non confacente ai suoi valori, le confidava dei tentativi di costui di portarsela a letto e della sua resistenza a cedere a qualcosa per la quale sentiva non valerne la pena.

Annabella non cercò di dare a Sara buoni consigli, tacque sul fatto che lei si stava dando via con un egoista costruendo tutt’altra realtà.

Lui era “un vero prete”, diceva beffarda, e si sottraeva ai rapporti sessuali che lei, spregiudicata, invece avrebbe voluti.

La verità su Annabella e il suo egoista Sara la scoprì da sola sentendo casualmente uno scambio di frasi fra loro.

Nemmeno quella prima reticenza le aprì gli occhi sulla loro amicizia.

Annabella ascoltava i tormenti morali di Sara che la facevano riflettere su quanto lei aveva scelto di fare, ma stando ben zitta e guardandosi dal dirle di non buttarsi via con uno con cui non c’era un vero amore.

Tempo dopo, quando Sara le palesò che aveva capito la sua situazione,  le disse: “Quando tu mi facevi quei discorsi morali io ho pensato a me… Mi hai fatto riflettere..”

“Ma te ne sei stata ben zitta, però, ed io mi confidavo per cercare aiuto…” Pensò Sara.

E non era stata solo questa una manifestazione di slealtà da parte di Annabella.

Una volta la accusò di cose che lei non aveva mai detto, fatto o pensato, per pura cattiveria, e Sara si era messa a piangere di fronte a tale ingiusta accusa. Erano ancora adolescenti, anche se Annabella, come Doride, avevano entrambe un anno di più di Sara. Uscendo dalla casa della sua amica in lacrime, continuando a ricusare le cattiverie di lei, si rese conto dal sorrisetto divertito e maligno di Annabella, ancora nel vano della porta d’ingresso mentre Sara era già nel pianerottolo, che era ben cosciente che si trattava di accuse fasulle e che traeva divertimento dalla sua reazione dolorosa.

Perché dunque quell’amicizia era continuata per 60 anni? Ed ora a chiuderla non era lei, Sara, che si era sempre comportata lealmente con la sua amica, che aveva gioito delle cose buone che le erano capitate, che le aveva sempre dato buoni consigli, per il suo bene, di cui lei, per sua natura, non ne aveva mai seguito nessuno, ma era Annabella senza una causa scatenante?

Ma la causa, ora Sara cominciava forse a capirlo, era maturata a poco a poco nella testa di Annabella, forse per una sottile inconfessata invidia per quello che di buono Sara aveva costruito, a poco a poco, senza l’arroganza di Annabella, senza la superbia, con umiltà affrontando le situazioni difficili che le si erano presentate vivendo.

“Se è così, - pensava Sara – è veramente meschina. Non invidia chi le ha fatto del male, anzi, è arrivata ad umiliare la povera Micol chiedendo alla figlia fortunata di chi ha tradito la sua amicizia se le trovava un uomo! Come se Micol, colta e bella come è, avesse bisogno di un paraninfo!”

 

Le cose erano andate così.

Si era infatuata letteralmente dell’amicizia della moglie di un suo cugino. Erano sempre insieme e anche Sara a volte le aveva raggiunte al Parco con i rispettivi bambini.

In comune, e lo dicevano apertamente, avevano la stessa insofferenza per la rispettiva vita matrimoniale.

A volte si presentavano a casa di Sara, dall’altra parte della città rispetto alle loro abitazioni, truccate, agghindate per una passeggiata, dichiarando che i bambini l’una li aveva lasciati con la suocera, l’altra con la madre. Sara era felice di riceverle ma intorno aveva i suoi bambini che facevano merenda sbriciolando in giro, giocando e Annabella con un sorriso ironico diceva all’altra: “Hai visto? Mentre mangiano gli permette di scendere dalla sedia! I miei no! Debbono rimanere seduti quando fanno merenda, guai a loro, altrimenti sporcano in giro!”

E l’altra sorrideva fumando la sua sigaretta.

E ancora: “Guarda come è soddisfatta! Perché tu Sara sei soddisfatta di questa vita?”

“Si, - Rispondeva Sara col sorriso. - Lo sono, perché questa vita l’ho scelta, non me l’ha mica imposta qualcuno.”

“Hai ragione, - ammetteva con schiettezza Annabella – noi due invece non siamo soddisfatte, per questo usciamo per svagarci un po’. Comunque hai ragione tu, siamo noi che abbiamo sbagliato le scelte.”

E di questa reciproca insoddisfazione si era approfittata vilmente la cugina acquisita portandosi a letto Andrea, il marito di Annabella.

Ne era seguito uno scandalo familiare giacché Annabella soffrì molto del doppio tradimento e coinvolse tutto il parentado.

La cugina non fu cacciata dal marito, lui benestante lei assolutamente nullatenente, ma curata anche all’estero per una malattia immunitaria che le era in seguito sopraggiunta.

I suoi figli si erano sposati felicemente e l’avevano resa nonna di numerosa prole.

E è ad una di questi figli che Annabella, con una superficialità spiazzante per Sara, chiese se aveva qualcuno da presentare a sua figlia Micol, che invece una vera famiglia non se l’era mai costruita.

 

Sara si chiedeva cosa avesse in testa la sua amica.

Non comprendeva quello che le sembrava masochismo. Umiliava Micol come se non avesse doti a sufficienza per trovare da sola un compagno di vita, per di più lo chiedeva alla figlia di chi l’aveva tradita, umiliata ed offesa...

Dunque nessuna invidia per l’ottima riuscita esistenziale dei figli di colei che aveva commesso un adulterio a suo danno, ma ne aveva forse nei suoi riguardi?

Ripensò a certi episodi.

 

Aveva sentito una blanda ammirazione per suo figlio quando, con tocco e toga di Laurea, aveva laureato il suo primo studente di cui era relatore di tesi. Sara le aveva inviato il breve filmato del momento nell’Aula dell’Università e Annabella, seria, le aveva detto di fare i suoi complimenti a Giorgio. Ma non c’era stato altro. Sara l’aveva sentita come spenta, come se l’apertura franca e scherzosa che c’era sempre stata fra loro non ci fosse più.

Non aveva partecipato nemmeno alla sua contentezza quando sua figlia aveva dato una cena con i parenti più stretti per le sue nozze d’argento. E aveva sentito come una rattenuta sorpresa quando, sempre sua figlia, aveva fatto un viaggio in Giappone con tutta la sua famiglia.

Sara sapeva che Annabella riteneva un simile viaggio roba da ricchi dato che, molti anni prima, aveva così commentato l’invito a seguirla in Giappone fatto a suo fratello dalla donna che aveva all’epoca con lui una relazione: “E’ stata una presa per il culo.”

“Perché?”Aveva chiesto Sara non comprendendo.

“Perché lei va con i genitori che sono ricchi sfondati e a lui chi glieli da i soldi per pagarsi un simile viaggio?”

Sara, stupita, aveva obiettato che suo fratello non veniva da una famiglia di ricchi sfondati ma certo da una famiglia benestante a sufficienza perché suo padre avesse potuto aprirgli uno Studio di Avvocato in centro… Professionalmente poi egli guadagnava bene…

Il modo di pensare della sua amica la sorprendeva sempre per il suo distorto classismo.

A volte, nel passato, era stata insultante nei suoi riguardi in tal senso, usando esempi, che potevano richiamare la condizione sociale di Sara figlia di un impiegato dello stato, disprezzandoli come se non sapesse che quegli esempi che disprezzava appartenevano alla stessa condizione della famiglia di origine di Sara.

Impossibile che non sapesse che, esprimendo quei giudizi, offendeva lei e la sua famiglia. Sara aveva anzi la sensazione che lei se ne rendesse conto benissimo e che con cattiveria fintamente inconsapevole volesse umiliarla.

Ma Sara, lungi dal sentirsi umiliata come forse la sua amica avrebbe voluto, era serena della sua condizione, ed era stata sempre felice di tutto quello che la famiglia di Annabella aveva di più, ammirando quello che di bello avevano… Nel suo animo non conosceva il morso meschino dell’invidia per nessuno, a maggior ragione per le sue amiche a cui voleva bene...

Conosceva questo lato oscuro dell’animo della sua amica, che era venuto fuori molte volte in varie forme in 60 anni di amicizia.

Perché non aveva mai chiuso l’amicizia con Annabella? Se lo era chiesto a volte. Forse perché nei momenti difficili della sua vita però l’aveva ascoltata e supportata…

 

Ugualmente era stato con Doride. Ma il rapporto fra Annabella e Doride per alcuni aspetti era stato più confidenziale di quello fra Sara e Doride, dato che ciascuna sentiva la natura delle altre due e la natura di Annabella e Doride era più lieve, non severa come quella della loro comune amica Sara.

Così c’erano cose di Doride che Sara aveva appreso da Annabella e con Doride non ne aveva mai parlato, non per slealtà, ma per rispetto del suo già precario equilibrio.

Capitava poi che Doride desse per scontato che Sara sapesse questa o quella cosa triste e dolorosa che la riguardava e ne parlasse come se Sara l’avesse appresa da lei.

Così Sara sentiva di non potersi appoggiare nei suoi momenti dolorosi all’amica psicologicamente più fragile, Doride, mentre sull’ascolto e il commento di Annabella poteva contare.

Allo stesso modo Doride avvertiva un pudore a parlare di certe sue cose con Sara, forse perché la sentiva più rigida e severa sui comportamenti da tenere, sulla morale, lasciandosi andare invece con Annabella.

Comunque questo triangolo affettivo era andato avanti nel tempo per 60 anni!

Sicuramente Doride ed Annabella nelle loro lunghe telefonate parlavano anche di Sara, criticandone quelli che per loro erano difetti, e poi ciascuna a Sara faceva commenti sull’altra assente ma sempre avendo dentro di sé un affetto sincero.

Annabella, che sempre aveva avuto un linguaggio aspro, un giorno sorprese Sara dicendo: “Perché noi le vogliamo bene a Doride non diciamo che è una puttana!”

La parola cruda aveva colpito Sara, che però in cuor suo sapeva essere la realtà. In bocca ad Annabella, che di loro due era quella che aveva avuto una vita sentimentale più movimentata e che sulla vita sessuale era di più larghe vedute, non la scandalizzò, perché Annabella alla fine non aveva tradito il marito fedifrago neppure per rivalsa, pur continuando, per umiliarlo, a telefonare al suo primo amore anche davanti a lui e ai figli ormai adolescenti. Sempre inutilmente provocatoria.

Il crudo commento era dovuto alle confidenze “dongiovannesche” che Doride faceva ad Annabella.

Anche lei viveva un matrimonio infelice, con un uomo che non aveva la sua stessa sensibilità e che non aveva saputo comprendere le ferite gravi che ella si portava dentro dalla sua infanzia. Dopo un aborto procurato per l’impossibilità economica di mettere al mondo un terzo figlio quando il secondo aveva solo sei mesi, Doride era finita in depressione: il carico che si portava dentro dall’infanzia, sommato all’infelicità del suo matrimonio, aveva fatto sì che la rinuncia alla maternità a cui le ragioni economiche e pratiche l’avevano costretta costituisse un crollo definitivo. Finì in clinica psichiatrica.

Di quel periodo seppe poco anche Annabella. Solo la sciagurata madre di Doride le disse di aiutarla, una volta che Annabella l’aveva incontrata a casa di Doride ormai uscita dal breve ricovero in clinica.

Sara seppe qualcosa dal racconto di Annabella, giacché, molto presa dai figli e da mille incombenze, non vide Doride per un lungo periodo.

Quando tornò a parlarci Doride era in cura psicanalitica con uno psichiatra che lei chiamava confidenzialmente per nome: Manlio.

In seguito parlò alle due amiche della relazione amorosa che aveva intrecciato con Manlio. La severa Sara qui si scandalizzò: “Ma questo è pazzo! – Disse. – Da radiare dall’Albo! Uno psicanalista che va a letto con la sua paziente!”

Anche Annabella la pensava allo stesso modo, ma senza soprassalti moralistici.

Sara si preoccupava del male che quell’uomo faceva alla sua amica invece di curarla. E trovava ignobile la sua finzione quando il marito di Doride andava da lui per sapere a che punto stava la situazione psicologica della moglie.

Doride pensava che lui l’avrebbe sposata, era innamoratissima. Fece pressioni sul marito perché, data la loro annosa situazione dormivano in stanze diverse, trovasse un’abitazione  per creare una separazione di fatto.

L’uomo fece resistenza anche per ragioni strettamente economiche: lavorava solo lui, avevano due figli adolescenti, e già doveva pagare l’affitto del grande appartamento dove vivevano in una zona signorile di Roma.

Ma Doride era convinta che quello fosse il primo passo per poi avere il divorzio e sposare il suo psicoanalista. Anch’egli aveva un divorzio in atto da tempo e due figli adolescenti di cui la femmina, rivelava Doride, gelosissima del padre e a lei ostile.

Ma quando Manlio ottenne il divorzio sposò una sua collega e Doride rimase sola con le sue illusioni.

Nel commentare l’avvenimento fra loro Annabella e Sara espressero ipotesi diverse: Annabella iniziò con il dire che Doride si era sognata tutto, che non c’era mai stata alcuna relazione, ma si era trattato del classico transfert.

Sara opponeva la riflessione che se così fosse allora Doride stava proprio male, si era creata una realtà che esisteva solo nella sua mente e questo spiegava perché lo psicanalista si era sposato con la collega appena avuto il divorzio.  

In ogni caso entrambe non contraddissero mai i racconti di Doride, convenendo che, anche se si trattava di tutta una sua costruzione, se ne aveva bisogno come amiche che le volevano bene dovevano solo ascoltarla.

In seguito non spiegò mai perché, secondo lei, se Manlio la amava tanto aveva sposato la collega appena libero dal legame coniugale. Evitò sempre di spiegare il fatto così incongruente con tutto il castello di racconti di tale storia romantica che elargiva alle sue amiche.

Sara non sapeva cosa pensare, ma trovava che forse Annabella aveva ragione.

Sempre Annabella le riferì che Doride le aveva confidato di aver intrecciato una breve relazione sessuale con un giovane conosciuto durante una vacanza con sua madre e che costui l’aveva raggiunta a Roma ed avevano avuto un rapporto sessuale in auto.

Certo per la morale di Sara la sua amica era scesa sempre più in basso, ma dato che conosceva i suoi traumi infantili era verso di lei indulgente, ne provava pena.

Annabella le aveva riferito che, quando era andata a trovarla a casa dopo che era uscita dalla clinica e la madre l’aveva pregata di starle vicino, era perché forse aveva tentato il suicidio.

Doride a dodici anni aveva appreso in modo traumatico che suo padre non era suo padre, avendola sua madre concepita mentre lui era in guerra.

Essere amiche da un tempo così lungo era ormai più di una fratellanza e per questo la scelta di rompere in modo così drastico e definitivo solo con lei da parte di Annabella Sara lo trovava assurdo e, se i motivi erano quelli che pensava, non trovandone altri non avendo nulla da rimproverarsi ma, al contrario casomai da rimproverare, era triste, ma per lei, Annabella.

Doride continuava a sentirla e ridacchiando le faceva capire che la riteneva problematica e che era inutile cercare di capire.

Lei con un equilibrio psicologico così precario mostrava di ritenere Annabella una che stava peggio di lei.

Sara era serena, ma ogni tanto pensava alla sua amica perché non poteva smettere in fondo di volerle bene.

Suo marito, che Sara aveva conosciuto proprio tramite l’amicizia con Annabella, le aveva detto più volte in passato che non capiva come Sara avesse potuto perdonarla e continuare l’amicizia.

Ancora fidanzati egli le aveva detto che Pierguido, l’egoista che si portava a letto l’innamorata Annabella senza contraccambiare il suo sentimento e facendole paradossalmente le prediche dicendole che non doveva cedergli, gli aveva presentato l’amica della sua amante come una ragazza facile.

Sara era scoppiata a piangere come quella volta che Annabella l’aveva accusata di sentimenti e pensieri, inesistenti in lei, con un’espressione malignamente soddisfatta di averle provocato quella reazione di dolore, poi si era indignata chiedendosi come e a quale titolo quel Pierguido, che lei conosceva appena come il ganzo della sua amica, potesse con tanta leggerezza presentarla a qualcuno con quell’etichetta.

“Un bullo di periferia farebbe una cosa simile, con tanta leggerezza, senza conoscere una ragazza infangarne la reputazione…”

“E’ evidente, -  le disse il suo futuro marito – che questo Annabella gli aveva detto di te!”

Ed era stato proprio come il suo fidanzato aveva dedotto, anche se questa calunnia di Annabella detta dietro le sue ignare spalle quel Pierguido non avrebbe dovuto riportarla come certezza, non conoscendo Sara. Se fosse stato un uomo con un minimo di etica, ma la persona dimostrava già il suo squallore abusando dell’amore di Annabella senza corrisponderlo, ma mentre prendeva il suo corpo le faceva la morale e lei, nella sua umiliazione, aveva pensato di sollevarsi agli occhi di un tale miserevole personaggio calunniando le sue amiche, infatti oltre Sara aveva calunniato anche Doride, all’epoca vergine come Sara.

Davvero Sara non sapeva neppure lei come aveva potuto continuare quell’amicizia dopo tale scoperta.

“Ti rendi conto che se io avessi creduto a quella presentazione noi oggi non saremmo qui?”

Le aveva detto più volte nel tempo suo marito.

Carto Sara aveva avuto modo di conoscere il lato vile dell’animo della sua amica anche in precedenza quando, in preda alla paura di essere incinta di Pierguido, le chiese di accompagnarla in un ambulatorio privato a fare l’analisi per sapere se era incinta, non esistendo a quel tempo il test di gravidanza fai-da-te che venne in seguito acquistabile in farmacia.

Mentre sedeva accanto a lei in sala d’aspetto Sara si sentì proporre dalla sua amica, in preda ad una raggelante ansia, se poteva dare il suo nome a posto del proprio.

Pur nell’innocenza dei suoi 17 anni Sara rimase basita da una simile proposta: la sua amica le proponeva di dare il suo nome “perché altrimenti di quel nome ne sarebbe rimasta traccia che aveva fatto l’analisi per accertare una possibile gravidanza”.

“Ma… scusa e del mio non rimarrebbe traccia?” La richiesta era così vile che la stessa Annabella se ne rese conto, ma la paura di coprire ciò che lei era diventata era così forte da indurla a tentare di nascondersi dietro il nome della sua innocente amica.

Lo stupore di Sara ad una simile richiesta, ovviamente ricusata, non la indusse però ad allontanarsi da quella amicizia.

In seguito, negli anni, questo lato vile, calunnioso, della personalità di Annabella si era manifestato ancora in piccoli episodi in cui cercava di mettere in cattiva luce le sue due amiche, in particolare Sara sempre così limpida e lineare per carattere.

Sara stessa non sapeva perché in fondo l’aveva perdonata e aveva continuato a volerle bene: forse perché la sentiva più debole di lei.

giovedì 12 maggio 2022

Maurizio De Giovanni mai letto prima...

 Non avevo mai letto prima l'Autore dei racconti de "Il Commissario Ricciardi", dunque non lo conoscevo come scrittore e si sa che la trasposizione filmica della scrittura è altra cosa.
I racconti televisivi con protagonista un giovane e bravo attore come Lino Guanciale mi sono piaciuti molto, proprio grazie agli interpreti, bravissimi, alla regia, e alla sceneggiatura che, oltre allo scrittore, ha ricevuto l'apporto di altre tre persone.
Maurizio De Giovanni è uno scrittore di successo, pubblicato da importanti editori, ma questo, lo so per aver letto tante inutili schifezze pubblicate da importanti editori, non vuol dire niente.
Scrittori di successo delle epoche passate sono finiti nell'oblio come meritavano e Grandi della letteratura ebbero vite travagliate da incomprensioni e mancati riconoscimenti in vita, ma quello che hanno scritto rimane anche per le generazioni future.
"L'equazione del cuore" mi è stato regalato, l'ho letto, e su IBS ne ho dato un giudizio pessimo, seguendone un altro identico scritto prima di me da un altro commentatore.
Maurizio De Giovanni sa scrivere, vorrei essere chiara, scrive sintatticamente bene, ma non trasmette alcuna emozione, anche se la materia affrontata dovrebbe farlo e forse in questo studiato racconto voleva farlo. Ma non ci riesce né punto né poco.
Riflettevo che  se avessi letto un racconto del genere qualche decennio fa avrei trovato i personaggi forzati e non realistici, ma l'esperienza di vita mi ha svelato di giorno in giorno che non c'è fine nella scoperta delle psicologie più assurde, distorte, ignobili e vili. Dunque tutto è possibile: un padre arido ed egoista, un uomo asociale e anaffettivo, una baby-sitter affezionata, una donna fortunatissima nel matrimonio con un uomo ricco, innamorato, buono, fiducioso, colto ed educatissimo che però lei tradisce in modo volgare, senza pentimento né vergogna, con un extracomunitario la cui dote è  un bel sorriso e che gira pettinato con il codino...
Può accadere, può accadre di tutto, ormai lo so. Non c'è limite  alla bruttezza dell'animo umano.
Ma qui ci sono delle forzature: la figlia fedigrafa decide di rivelare al marito le corna in auto, di sera, mentre rientrano a casa con il loro bambino in auto. Non in un momento di impeto, bensì dopo averci pensato e riflettuto. Per cui viene da pensare che oltre che troia, la figlia fortunata del protagonista, è pure totalmente irresponsabile e scema. Perché non nella solitudine della loro stanza e senza il bambino presente?
Il marito che sta guidando finisce contro un camion ed è la fine per tutti, bambino compreso.


La baby-sitter dell'Est è laureata (e che  te lo dico a fà), ed è appassionatamente attaccata al bambino in fin di vita. Lo ama più di sua madre che ne ha provocato quella fine.
La storia si dipana con questo professore di Scuola che insegnava Matematica nei Licei, che poco più che ventenne "era una promessa fulgida della ricerca universitaria", a cui ha scelto di rinunciare per guadagnare dato che la fidanzata è rimasta incinta della futura sciagurata figlia. E qui c'è l'unico accenno realistico: che se rimani all'università muori di fame attendendo decenni per avere un reddito decente. 


Questo professore, che l'unica cosa che ha saputo fare nella vita è insegnare e bocciare senza particolari sentimenti verso i suoi studenti, viene descritto da De Giovanni quasi come una persona superiore, in fondo, perché pesca tutto il giorno ormai in pensione e vive in un'isola partenopea. Mentre la noia che ha avvolto sua figlia fino all'adulterio con un uomo inferiore a suo marito è dovuta al clima della cittadina del nord Italia, dove non ci sono i colori e la luce partenopea in cui è cresciuta! Povera anima! Nemmeno fosse finita a vivere in Siberia! Nevica sempre o piove in codesta cittadina!
A Napoli e dintorni quindi non ci sono cornuti: se ne desume.
Infine l'essere superiore che vede il mondo solo attraverso la Matematica chissà che Teorema avrebbe potuto inventare se fosse rimasto all'Università!
Ebbene, la Matematica è l'unica Ricerca che ha bisogno solo di penna e carta per creare ed ideare, oltre ad un PC e qualche software, e il genio mancato, qualora tale, avrebbe avuto tutti gli strumenti per dimostrarlo anche a casa.




martedì 12 aprile 2022

Anime belle

 Il mondo è un orrore

che calpesta la bellezza

delle anime migliori

che dolenti ci lasciano

il loro amore.

Come i giunchi

si piegano nel loro dolore

che rimane in noi

ma non muore...




domenica 10 aprile 2022

Riflessioni su "I Demoni" di Fëdor Dostoevskij

 

Nel leggere “I Demoni” di Dostoevskij non dimentico mai ciò che penso: che ogni scrittore, grande come lui o piccolo come me, scrive di ciò che conosce, o in prima persona o per conoscenza indiretta, ma comunque della realtà che conosce.

Questo non avviene solo se vuole scrivere racconti fantastici o fantascientifici, ma in quelli fantascientifici pure deve mantenere un minimo di coerenza con la realtà se vuole che siano buoni racconti, altrimenti rischia di scivolare nel ridicolo.

Solo in quelli prettamente fantastici è concessa ogni libertà alla fantasia.

L’ho già scritto e mi ripeto, mio marito critica il mio scrivere sempre sulla realtà da me conosciuta direttamente, ritenendola un limite. In realtà, non essendo un diario ma una analisi psicologica ed umana dei sentimenti e delle azioni di persone reali, nel mio scrivere c’è una ricerca della verità e delle ragioni delle azioni umane, volendo trarne una riflessione morale che possa servire a tutti.

Dunque leggendo “I Demoni”, in certi capitoli anche in una prosa affastellata di eventi confusi, non sempre, come accade anche ai grandi scrittori, di un valore letterario eccelso, mi sono domandata quando è nata l’Internazionale socialista, a cui si intuisce si riferiscano le azioni dei “demoni” protagonisti del romanzo.

A tali pagine si alternano, come sempre accade ai Grandi, pagine di grande bellezza e universale verità, e sono quelle che, nell’insieme dell’Opera Letteraria, ne fanno l’Opera d’arte.

Come faccio sempre, per capire, ho fatto una piccola ricerca ed ecco che scopro ciò che avevo intuito: la Prima Internazionale nasce nel 1864, dunque ben prima della morte di Dostoevskij, che morì nel 1881. E nacque all’estero, come le azioni dei personaggi de “I Demoni” fanno intuire nei loro oscuri maneggi: Satov e Kirillov che sono stati negli USA “dormendo per terra e facendo la fame”, poi Satov in Svizzera, dove incontra il “demone” Stavrogin che, a sua volta, grazie alla ricchezza della sua famiglia, viaggia in Germania e in Francia. Satov è un puro e verrà agganciato dalle idee di Nikolaj  Vsevolodovič  Stavrogin e del peggiore “demone” Pëtr Trofimovič Verchovenskij ma, a differenza di altri, intuirà una insincerità dei due “cattivi maestri” e penserà di denunciarli. 

Ma ecco, nel riassunto storico della nascita della Prima Internazionale, i riferimenti e i sommovimenti che spiegano l’ispirazione del romanzo di Dostoevskij e quello che poi accadde molti anni dopo in Russia nel 1917.




 La Prima e la Seconda Internazionale

 Mentre fiorivano in Europa le teorie socialiste, nascevano nuove importanti organizzazioni in difesa dei lavoratori non più limitate agli ambiti nazionali. Il 28 sett. 1864 a Londra fu fondata l'Associazione Internazionale dei Lavoratori (AIL) meglio nota come Prima Internazionale. In essa confluirono molteplici tendenze: dai mazziniani italiani, ai seguaci di Blanqui e Proudhon, agli anarchici, ai sindacalisti inglesi. Estensore del programma e dello statuto dell'Associazione fu Marx: i lavoratori dovevano liberarsi da soli dal giogo padronale, impadronirsi dei mezzi di produzione e dar vita a una collaborazione internazionale contro la guerra. Dopo un primo contrasto tra marxisti e proudhoniani, risoltosi a favore dei primi nel 1871 (Congresso di Basilea), l'Internazionale entrò in crisi a causa della violenta polemica tra marxisti e anarchici di Bakunin. I seguaci del russo, contrariamente ai marxisti, ritenevano che il nemico da sconfiggere fosse lo Stato e non il capitalismo. Vi fu una scissione nell'Internazionale che ne provocò l'indebolimento: nel 1876, al congresso di Philadelphia, fu infatti sciolta. La Seconda Internazionale, fondata a Parigi nel 1889, restò una sorta di libera federazione tra gli autonomi gruppi socialisti nazionali. Essa auspicava la formazione di veri partiti socialisti nei singoli paesi non legati in alcun modo alla borghesia.

Credo che questi avvenimenti e pensieri politico-filosofici che attraversarono l’Europa in quel periodo abbiano avuto un‘influenza nell’ideazione di questi tormentati personaggi del romanzo di  Fëdor Dostoevskij.

Uno stupendo, espressivo, inarrivabile Luigi Vannucchi, nei panni di 

Nikolaj  Vsevolodovič  Stavrogin nella produzione RAI del 1972 de "I Demoni" con la magistrale regia di Sandro Bolchi.


 

mercoledì 6 aprile 2022

Giornalismo da questura o da portineria?

Si assiste a trasmissioni televisive in cui fatti di cronaca vengono indagati da un giornalismo che vorrebbe essere di ricerca della verità ma condotto in modo tale da suscitare sconcerto e riso.  

Il caso di Liliana Resinovich è un giallo senza omicidio e senza suicidio, così dicono gli esami dei Medici Legali che hanno fatto l'autopsia e così dicono gli esami di laboratorio lunghi ed accurati fatti nel campo tossicologico.

Ciò nonostante i salottini televisivi dedicati ai Gialli si ostinano a condurre indagini ponendo domande ridicole all'unico loro indagato: il marito. 

E' sì, perché le domande sospettose vengono rivolte solo al marito: Sebastiano Visentin. La Questura non lo indaga, ma i giornalisti indagatori sì.



Ora io non so se è stato il marito a decidere, per ragioni non comprensibili,  di depositare il corpo della moglie, dichiarata dalla scienza morta di morte naturale, nel boschetto piuttosto che chiamare soccorsi che ne avrebbero constatato la morte e, a seguire, tutte le pratiche funebri, ma in mancanza di spiegazioni da parte degli inquirenti mi permetto di disegnare altre possibili circostanze.

Claudio Sterpin, una celebrità a Trieste


L'anziano ex amante, Claudio Sterpin, che si è sposato due volte rimanendo 2 volte vedovo, ma che non ha mai chiesto nel corso di questi eventi la mano di Liliana, dopo 40 anni dichiara che, proprio nei giorni in cui dapprima Liliana è sparita poi ne è stato trovato il cadavere confezionato con delle buste di plastica, dovevano fare un fine settimana insieme in un albergo poi andare a vivere insieme.

Gli indagatori non interrogano Sterpin su come mai non ci sia alcun albergo prenotato, a loro basta la risposta data da Sterpin con tono vago e superficiale: "Lo dovevo ancora fare!"

2 giorni dopo iniziava il week-end ma l'albergo doveva essere ancora prenotato.

Nessuno di questi giornalisti chiede a Sterpin perché sua figlia non sapeva nulla del suo prossimo cambiamento di vita: che Liliana sarebbe andata a vivere a casa sua. La donna ha detto che non sapeva neppure della esistenza di questa persona, né la conosceva, né sapeva che andasse a stirargli le camicie tutti i martedì da settembre 2021.

Nessuno di questi giornalisti indagatori si meraviglia che la figlia sarebbe entrata in casa del padre di lì a poco, da quello che racconta Sterpin, trovandoci dentro Liliana che vi si era trasferita... Tutto normale.

Non c'è anima viva che sappia nulla di quello che racconta l'amico di Liliana Claudio Sterpin. L'unico testimone di codesta realtà è lui.

In assenza dunque di testimoni di ciò che lui racconta  è possibile  allora disegnare altre possibili circostanze. 

Immaginiamo che lui non ha detto nulla alla figlia né ha prenotato alcun albergo perché al dunque gli fa comodo solo che lei gli vada a stirare le camicie. In fondo non se la sente proprio di instaurare questa convivenza, come non se l'è sentita per tutta la vita, pur avendone avuta la possibilità... 

La telefonata di pochi minuti può aver avuto un tenore diverso. Ad esempio: "Ti debbo parlare, vediamoci ..." E le ha dato un appuntamento in strada dove l'ha caricata in auto. Ne è seguita una dichiarazione in cui lui le ha detto che non era possibile tutto quello che avevano architettato per questa e quest'altra ragione. Lei si è agitata perché aveva già accennato qualcosa al marito, si è trovata fra due fuochi, ha ingoiato l'ennesima delusione e... si è sentita male. Sterpin si è trovato in una situazione scabrosa. Cosa fare del cadavere della donna una volta constatato che era morta? Chiamare i soccorsi? Dovendo spiegare perché era lì con lui? Lui così conosciuto a Trieste. Sua figlia che non sapeva nulla.. Depositare il cadavere nel portabagagli confezionandolo in modo che eventuali liquidi non sporcassero l'auto e depositarlo nottetempo in un posto isolato gli può essere sembrata una soluzione. Ma cosa avrebbe fatto il marito non vedendola rientrare? Doveva crearsi un alibi, perché non sapeva quanto di loro Liliana avesse detto a Sebastiano.. Allora telefona ai comuni conoscenti che abitano vicino alla coppia Liliana-Sebastiano, da appuntamento all'uomo in strada, gli dice che Liliana gli ha telefonato dicendogli che sarebbe andata da lui dopo aver fatto un salto al negozio dei telefonini, poi però è sparita e bisogna cercarla, bisogna spingere il marito a fare denuncia... Così la troveranno prima possibile in quel boschetto e lui si libererà dell'angoscia di averla messa lì.

Liliana Resinovich: 63 anni e non proprio una bellezza...
Contesa fra due uomini...

Non è plausibile anche questo racconto ipotetico per gli indagatori a senso unico? Preferiscono puntare sul marito. Tutto in lui è losco: e lo incalzano di domande con il sorrisetto di intelligenza..

Ripeto che io non so e magari è stato proprio il marito che, per oscure ragioni, vedendosela morta davanti dopo una discussione l'ha confezionata con le buste e depositata nel boschetto. Forse voleva risparmiare sul funerale?

Per i giallisti-giornalisti che infilano ogni parola del marito: come mai non vi chiedete e non chiedete a Sterpin perché quando ha saputo del ritrovamento del cadavere di Liliana nel boschetto ha detto a chi glielo comunicava: "Era avvolto in buste di plastica?" 

Fatto non letto, ma sentito dalla sua voce in un filmato ad opera della giornalista che gli comunicava la notizia. 

Sebastiano Visentin, incalzato da sospettose domande sulle sue vere o presunte contraddizioni dal parterre giornalistico-stile portineria, non viene inchiodato sul fatto che sono si 32 anni che viveva con Liliana Resinovich, ma non sono altrettanti di matrimonio, essendo lui sposato e con 2 figli "quando uscì di casa per andare a vivere con Liliana senza essere ancora separato": dichiarazione dell'intervistatissima cugina di Liliana.
Nessuno degli indagatori mette in risalto lo strano perbenismo del Visentin visti i trascorsi. I due erano sposati da una quindicina di anni.


sabato 26 marzo 2022

Per ridere un po': Le Comiche "Schizo-Putin"

"Schizo-Putin"


Putin 1 a Putin 2: "L'occidente è nazista perché cancella eventi culturali e performance di artisti russi come i nazisti fecero roghi di libri contrari alla loro ideologia."

Putin 2 a Putin 1: "Beh.. Però pure la nostra Russia sovietica censurò Pasternak e il suo libro "Il dottor Zivago" perché conteneva una critica alla nostra grande rivoluzione socialista. La coabitazione per esempio. La requisizione della casa di proprietà per farci abitare tante famiglie insieme, come sono cresciuto io.."

Putin 1 a Putin 2: "La Russia rifiuta l'ingannevole e il momentaneo, salvaguardando la continuità dei valori spirituali, qualità unica che anche oggi protegge il popolo russo."

Putin 2 a Putin 1: "Beh.. Però avvelenare gli avversari politici con il polonio, imprigionarli con false accuse,  sparare dentro le città ammazzando bambini di 18 mesi, donne che stanno per partorire con tutto il feto, non è esattamente nei valori spirituali russi, che si ispirano al cristianesimo, quanto nella ferocia nazista."

Putin 1 a Putin 2: "Occidente discrimina tutto ciò che è legato a Russia".

Putin 2 a Putin 1: "Beh.. Però le librerie di tutto l'occidente sono piene di libri di e su: Puskin, Tolstoi, Dostoevskij, Gogol, Gor'kij, Bulgakov, quest'ultimo un grande che noi abbiamo anche ignorato mentre l'occidente lo celebra.."


Putin 1 a Putin 2: "Non si sono fermati i tentativi di distruggere i nostri valori tradizionali e di imporci i loro pseudo-valori che corroderebbero noi, la nostra gente dall’interno, quegli atteggiamenti che stanno già piantando in modo aggressivo nei loro paesi e che portano direttamente al degrado e alla degenerazione, perché contraddicono la natura stessa dell’uomo. Non succederà, nessuno l’ha mai fatto. Non funzionerà neanche adesso."

Putin 2 a Putin 1: "Beh.. Però pure io... Quando ho fatto le corna a Ljudmila Skrebneva perché la bella ginnasta, che per età potrebbe essere mia figlia, mi è piaciuta tanto non è che ho rispettato i nostri valori... Praticamente ho chiuso la bocca a tutti ma il divorzio è colpa mia... Il fatto è che Alina è troppo bona.. Mi ha risvegliato i sensi sopiti con mia moglie che era bellina ma con l'età.. Insomma mi sono comportato come un occidentale senza valori... Poi la villa che è una reggia, il panfilo.. Sono in fondo un porco occidentale."
 

venerdì 25 marzo 2022

Medea è maschio

Sono nata nel 1946 e sono testimone del mio tempo.

Nel tempo della mia gioventù erano rari fatti di cronaca che riguardassero genitori che si uccidevano uccidendo anche i figli, ed erano in assoluta prevalenza donne. Per questo si richiamava il tragico mito di Medea che uccise i figli per punire Giasone, loro padre.



La nostra Società si è involuta in modo barbarico e assistiamo all'orrore di ripetuti fatti atroci in cui uomini uccidono i propri figli per punire la madre che vuole separarsi da loro.

E' evidente che l'evoluzione della emancipazione della donna rispetto ai lacci che la legavano fino almeno agli anni '70 del secolo scorso ha fatto perdere all'uomo il predominio su di lei, il quale si basava su diversi fattori:

1) Il fattore economico. La donna spesso si sposava accettando di rimanere a casa a curare la famiglia, lavorando solo in caso di vero bisogno economico. C'erano le eccezioni delle donne della borghesia che, riuscendo a conseguire una laurea, si dedicavano ad una professione; la dipendenza economica della donna casalinga, nel caso in cui il marito intrecciasse relazioni adulterine, la rendeva succube, soprattutto in presenza della prole, consegnandola  alla depressione che, in casi per fortuna rari, faceva sì che si gettasse dalla finestra con il figlio oppure cercasse di annegarsi con il proprio bambino. Non erano atti punitivi verso l'uomo che in parte, essendoci una forte componente depressiva.

2) Il fattore sessuale. La donna era condizionata da una cultura sessista in cui la libertà sessuale consentita all'uomo era negata con riprovazione sociale alla donna. Tutto nasceva dal fatto che l'eventuale frutto di questa libertà rimaneva comunque alla donna per un fatto biologico da cui l'ha liberata la pillola anticoncezionale che venne in uso proprio negli anni '70.

Il disdoro sociale verso la donna "separata" si è estinto ed ora la donna è libera di scegliere come vivere senza più codesti condizionamenti.

Privato di questi privilegi l'uomo si è trovato a dover costruire un rapporto paritario. La menti più deboli, prive di questi vantaggi sulla donna, non hanno saputo reggere accettando fino in fondo questa realtà.

La conseguenza sono le reazioni abnormi come l'aumento degli omicidi che vedono vittime le donne per mano dei loro fidanzati, mariti, amanti, conviventi. Tanto dall'aver coniato, la società, il termine, brutto, di "femminicidio".

Ma lo spirito vendicativo di questo maschio psichicamente debole arriva, in troppi fatti registrati negli ultimi anni, alla mattanza di creature innocenti viste dal padre non come entità a sé stanti, da amare di un amore paterno che deve superare quello per sé, per il proprio ego, ma come "cose" oggetto di contrattazione fra il proprio frustrato "sé" e il mondo esterno autore della sua frustrazione, del suo fallimento esistenziale, unico "oggetto" di cui disporre per punire chi lo ha distrutto o lo sta distruggendo: e "rompe", distrugge "l'oggetto", che sono persone con un proprio pensiero e propri sentimenti, di cui però il Medeo non percepisce nulla, niente gli importa della loro sofferenza, del loro dolore fisico e morale, della loro paura, tutto preso come è della propria. E vigliaccamente, invece di uccidere la donna che si sottrae ad una vita infelice accanto a lui, trucida i propri figli negando loro la vita che, insieme alla madre, ha contribuito a dare loro.

E' una orribile ferita socio-psichiatrica che si ripete troppo spesso ed è inaccettabile.

24 Marzo 2022 Mesenzana Erano rimasti a dormire a casa del papà

Padre uccide due figli di 7 e 13 anni e si toglie la vita, trovati dalla mamma: la tragedia dopo la separazione

2 Gennaio 2022 Morazzone Tragedia in famiglia: pregiudicato uccide il figlio di 7 anni e tenta di ammazzare la moglie Il quarantenne, Davide Paitone, è stato individuato e arrestato poche ore dopo il folle gesto dai carabinieri a Viggiù, nel varesotto: nascosto nell’armadio il corpo senza vita del piccolo Daniele. I social: "Tragedia annunciata"

Viterbo, padre uccide figlio di 10 anni e ferisce gravemente la moglie: arrestato per omicidio. L'uomo, che aveva un divieto di avvicinamento, si è poi barricato in casa minacciando di farla esplodere. Si era allontanato lunedì da un ospedale di Roma, dove era ricoverato per Covid.

CHI FA del male ai bambini, tradendo la loro fiducia e innocenza, merita la pena di morte se non si uccide con le proprie mani.

L'ho scritto per i pedofili ma anche i genitori mostri andrebbero tolti dalla faccia della Terra.

La pena di morte per questi casi è semplicemente Giustizia.



martedì 22 marzo 2022

Liliana Resinovich scaricata nel boschetto urbano: morte naturale.

 https://www.fanpage.it/attualita/liliana-resinovich-non-ha-assunto-sostanze-prima-di-morire-cosa-e-emerso-dallesame-tossicologico/

“Liliana Resinovich non ha assunto sostanze prima di morire”, cosa è emerso dall’esame tossicologico

La morte di Liliana Resinovich resta un giallo. Neanche le analisi più sofisticate hanno consentito di trovare tracce di una sostanza che potrebbe aver ucciso la donna trovata morta a Trieste o averne alterato lo stato psicofisico.

L'articolo di cui sopra riporto il link, oltre al titolo e al sommario, comunica le ultime novità sulla scomparsa di Liliana Resinovich il 14 dicembre 2021 ed il successivo ritrovamento del suo cadavere il 5 gennaio 2022.

http://www.ritacoltelleselibripoesie.com/2022/02/gialli-dal-vivo.html

http://www.ritacoltelleselibripoesie.com/2022/02/giallo-di-trieste-aumentano-le-tessere.html

Sopra riporto i 2 link ad altrettanti post che ho dedicato a questo fatto di cronaca nera.

Un tempo si leggevano i gialli Mondadori o quelli di Agata Christie esercitandoci a cercare di capire chi era l'assassino. Oggi, come ho già scritto, la cronaca nera ci offre gialli dal vivo a iosa. Le trasmissioni televisive che si occupano di cronaca ogni giorno seguono a puntate il giallo di turno dal vivo . Questo di Liliana Resinovich è un giallo strano giacché l'autopsia mostra una morte naturale, con fermo del cuore non subordinato a cause di violenza alcuna. Ora anche gli accurati e lunghi esami tossicologici non hanno trovato niente, dunque appare ancora più risibile quello che capita di sentire dai vari commentatori televisivi, fra cui anche una persona competente in fatto di crimini come la psicologa Roberta Bruzzone.

Alla luce di questa novità, che nulla di strano aveva ingerito la donna prima di morire, oggi mi è capitato di sentire le seguenti congetture: "E' chiaro che non si tratta di suicidio." E questa più che una congettura è una giusta constatazione forse, giacché, dato che dall'autopsia non si è trovato riscontro di asfissia come i due sacchetti infilati in testa potevano far supporre, come avrebbe mai potuto suicidarsi la donna procurandosi l'arresto cardiaco?

Ma, allo stesso modo, non si capisce come si possa allora parlare di omicidio come ha detto con troppa sicurezza Bruzzone. Su cosa si baserebbe una simile accusa a chicchessia se la donna non riporta segni di violenza, né di asfissia, né di sostanze comunque somministrate?

Oggi hanno rimesso in dubbio anche la testimonianza della fruttivendola che l'ha vista passare la mattina della sua sparizione con l'ipotesi di un ricordo falsato sul giorno dell'avvistamento. Ma fino ad ora si era parlato ovunque di una telecamera che l'aveva ripresa a Piazza Gioberti qualche minuto dopo quell'avvistamento confermandolo...

La 63enne ritrovata morta contesa da 2 uomini: il marito in foto, conosciuto 30 anni prima sposato con 2 figli e sposato solo dopo una lunga relazione e convivenza 15 anni dopo, e l'ex amante di 40 anni fa.


Altre inutili supposizioni ascoltate sono sul fatto che il cadavere, ritrovato in posizione fetale, quindi una posizione non drammatica ma raccolta come a cercare riposo, non è stato visto prima nonostante la zona del ritrovamento sia data per frequentata, e dunque potrebbe esservi stato deposto poco prima del ritrovamento.

Nessuno di questi commentatori ricorda il caso del cadavere di Yara Gambirasio? Decine di persone la cercavano anche sul prato incolto dove è stato ritrovato il suo cadavere, ma il ritrovamento è avvenuto per caso da una persona che stava giocando con un aereomodello.

Il boschetto dove è stato ritrovato il cadavere di Liliana Resinovich 



Nessuna imputazione di omicidio dunque può essere formulata, e la Procura indaga per sequestro di persona, rimanendo inspiegabile perché Liliana Resinovich sia stata abbandonata in quel boschetto urbano confezionata con due sacchetti in testa, legati non strettamente da un cordino in cui si sono trovate solo tracce del suo DNA e una labile di un DNA maschile, e un altro sacco più grande dalla testa in giù e un altro dalle gambe in su. Confezione che fa pensare alla sottoscritta che tale confezionamento sia servito solo per trasportare il cadavere in auto fin lì per evitare che lasciasse liquidi sulla macchina.

Resta la domanda: perché? Chiunque l'abbia deposta lì forse temeva che fosse morta per causa sua? Per uno spavento forte? Ma se fosse il marito, come continua ad insinuare non troppo velatamente Bruzzone,  avrebbe potuto chiamare soccorsi ovunque tale morte si fosse verificata, non avendo niente da nascondere, essendo ella morta per "scompenso cardiaco".

Diverso se tale scompenso l'avesse colta mentre era con l'amico ritrovato che era stato il suo amante sposato 40 anni fa. Di questa relazione segreta, lui dice durata un paio di anni, apprendiamo da questo strano signore che la cerca per primo perché, dice, quel giorno l'attendeva a casa sua dove si recava da settembre tutti i martedì "per stirargli le camice". Dice anche che la data della sparizione combacia con i loro progetti di partire per una breve vacanza per quel fine settimana seguita dall'andare a vivere insieme.

Tutto questo lo racconta lui, questo anziano signore, ma nessuno mette in risalto che la figlia di quest'uomo, a pochi giorni da un tale  cambiamento di vita di suo padre, nulla sapeva dell'esistenza di Liliana, né è stata trovata alcuna prenotazione di un albergo per loro due per quel fine settimana.

Claudio Sterpin, classe 1939, maratoneta, insignito del titolo di Commendatore della Repubblica per il suo impegno nell'Atletica.
Nessuno sapeva che 40 anni fa avesse avuto una relazione clandestina con la donna ritrovata morta nel boschetto dell'ex Ospedale Psichiatrico di Trieste, né che tale relazione fosse stata ripresa di recente con il concreto progetto di andare a vivere insieme proprio nei giorni in cui lei è scomparsa.
La figlia di Sterpin ha dichiarato di non sapere nemmeno chi fosse Liliana Resinovich.





martedì 15 marzo 2022

Telefilm "Vostro Onore"

 

Raramente la TV riesce a catturare la mia attenzione e pare che questo Telefilm trasmesso su RAI 1 ci sia riuscito. E' il remake italiano della serie israeliana Kvodo, poi riprodotto anche in America con "Your Honor".

La serie è diretta da Alessandro Casale ed è una co-produzione di Rai Fiction e Indiana Productions.

La Storia, la sceneggiatura e la regia sono ottime. Ottimi gli attori.

Ora mi spiego perché non ci sono le solite incongruenze, assurdità, illogicità e superficialità di tanti sceneggiati televisivi degli ultimi... diciamo... 20 anni?

Perché questo sceneggiato televisivo ha già una traccia fatta da altri sceneggiatori israeliani.

Ora mi chiedo se anche nella serie israeliana hanno fatto spogliare brave attrici come Camilla Semino Favro Isabella Mottinelli costringendole a fare le porno-attrici.

Torno su un argomento che ho già trattato: che bisogno c'è di mimare atti sessuali in varie posizioni umiliando il lavoro di brave attrici che hanno studiato e fatto tanti sacrifici per l'arte? E' arte per gli sceneggiatori, che inseriscono dette scene nella storia, costringere le attrici a mostrare la loro nudità? Non credono che forse accettano solo per non perdere il lavoro? La parte? Ritengo sia una violenza anche se magari loro diranno che non hanno problemi in tal senso.

Quali spettatori hanno bisogno di vedere gli attori nudi o seminudi che mimano un atto sessuale per capire che sono andati a letto insieme? Guardoni? Guardassero i pornofilm allora. Ai fini della storia che si sta raccontando ci sono altri modi per dire che i due personaggi sono amanti, dissolvendo sull'atto sessuale, facendolo intuire. Mostrare i seni della onesta professionista dell'arte della recitazione è un abuso, come donna trovo sia un'umiliazione. Se una vuol fare la porno diva sono scelte sue, se una donna fa l'attrice non si capisce perché regista e tecnici debbono fare i guardoni insieme all'attore che recita nella medesima scena.

A parte questa ossessione pornografica degli ultimi decenni, che 30-40 anni fa non esisteva nella cinematografia, questo prodotto è buono proprio grazie al fatto che è il rifacimento di qualcosa che non nasce dagli sceneggiatori italiani che in TV vanno per la maggiore.

Camilla Semino Favro e Barbara Ronchi

rispettivamente nella parte dell'avvocatessa, a cui è stato chiesto di spogliarsi per mimare una scena di letto con il protagonista, l'attore Stefano Accorsi, e nella parte dell'ispettrice di polizia a cui per fortuna non è stata chiesta l'inutile e sgradevole "necessità da copione".

Isabella Mottinelli, giovane attrice 24enne a cui è stata chiesta la stessa cosa per "esigenza di copione" chiesta a Camilla Semino Favro per far capire al pubblico che fa l'amore con il compagno di scuola appena conosciuto.
Altrimenti, senza i suoi piccoli seni scoperti, sicuramente gli spettatori, duri di comprendonio, non l'avrebbero capito bene.

Francesco Colella - Bravissimo attore di grande esperienza, nella parte del Dirigente di Polizia padre del personaggio Camilla interpretato dall'attrice Isabella Mottinelli

Leonardo Capuano - Altro attore di grande esperienza nella parte drammatica di Salvatore, un bravo poliziotto messo nei guai dal fatto che ha sposato la sorella di un boss della criminalità organizzata.

Riccardo Vicardi nella parte di Nino, vittima innocente di una sequenza di depistaggi creati dal protagonista della serie, un giudice, appunto "Vostro Onore", per coprire un errore del figlio interpretato dal giovane attore  Matteo Oscar Giuggioli







Riccardo Vicardi - Diplomato con 110 su 110 alla Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi - Alta Formazione, come molti giovani artisti italiani preparati seriamente alla professione della recitazione.