mercoledì 19 aprile 2023

Che nobile Regina!

Questa è la nuova Regina degli inglesi.
Chi ritiene ancora che la monarchia abbia un senso se la merita.
Figlia di un titolare di un'azienda vinicola (vino inglese!) amante dei cavalli e di Carletto figlio di Elisabetta che aspirava ad essere il suo "tampax"

 
Con l'ex marito, l'ex ufficiale di sua maestà britannica
 Parker Bowles a cui, fino ad oggi, tutti i giornali del mondo hanno continuato a riferirsi quando scrivono di lei. Nonostante le corna oggi sono amici e compaiono insieme in molte occasioni anche ufficiali. Qui sembra dirle: "Ce l'hai fatta! Certo che i nostri figli se ne avvantaggeranno. Brava!"

Ed eccola con l'innamoratissimo secondo marito: Carlo tampax più piccolo di lei di un anno.
Sempre abbigliata con mises costosissime che non ne mitigano la bruttezza evidentissima: qui, oltre al viso scucchioso da Befana rugosa, è evidente il "seninterra".

I figli avuti dal marito cornuto sorridono felici ai lati della madre Regina degli Inglesi!

La faccia della nuova "nobiltà inglese"


lunedì 17 aprile 2023

“Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, e nello spazio e nel tempo d’un sogno è raccolta la nostra breve vita” (W. Shakespeare, La tempesta, atto IV, scena I)

 Capitolo XIV

Nella stanza singola in cui era stata nei primi giorni del suo trasferimento all'Ospedale per la Riabilitazione avevano messo una nuova arrivata: la si vedeva passando in corridoio perché la porta era sempre aperta: era una donna più giovane di Elena, magrissima, sempre distesa sul letto sopra le coperte e in calzoncini corti che mostravano le sue gambe magrissime. Lo sguardo, sempre volto verso il corridoio, era assorto e allo stesso tempo assente e si posava su chi passava senza mostrare alcun interesse.
Elena col passare dei giorni capì che la nuova paziente aveva delle difficoltà a riprendersi dall'intervento chirurgico al cuore, qualsiasi esso fosse stato.
Tutti avevano il denominatore comune che, per arrivare al motore del corpo umano per aggiustarlo, erano stati aperti al torace, con tutto ciò che di traumatico questo comporta.
L'aveva illustrato con molta ironia il Cardiologo responsabile del Reparto durante una delle visite mattutine con tutto lo staff, Terapista a capo della palestra compresa. Elena aveva timidamente detto che quando faceva certi esercizi il dolore sotto il seno aumentava rendendoli impossibili tanto era acuto.
Il Medico per scuotere la fatica psicologica ad affrontare il dolore da parte dei pazienti usava spesso l'ironia e, accompagnando quel che diceva con i gesti, disse: "Il Cardiochirurgo sega lo sterno, zzzzzzzh! - E fece con la bocca il verso del rumore della sega oscillante usata dal Cardiochirurgo - Poi apre la gabbia toracica: scrak, scrak! - E accompagnò il suono con il gesto cruento di allargare l'immaginaria gabbia toracica nell'aria. "Tutto questo fatto da qualche specializzando, poi il primo operatore fa il resto e infine mettono i drenaggi che dopo qualche giorno verranno tirati via!  E ci lamentiamo che sentiamo dolore?!"
Effettivamente erano proprio le ferite provocate dai drenaggi quelle che davano ad Elena quel dolore acutissimo.
La donna della stanza singola non si alzò mai da quel letto. Aveva il pannolone e la cambiavano, mangiava a letto incitata dalle infermiere ma non voleva alimentarsi...
Che riabilitazione poteva mai fare? Tutti, prima di giungere in quell'Ospedale con un preciso scopo, erano stati fatti alzare dal letto e messi su una sedia poi fatti camminare già in Subintensiva...
Fu chiaro che quella donna non aveva alcun motivo per stare in quell'Ospedale. Il lavoro e l'incitamento del  personale infermieristico, per quanto professionale e paziente, a tratti affettuoso, nulla poteva su quella paziente che non collaborava affatto. Una notte cominciò a chiamare continuamente gli infermieri perché voleva l'acqua, poi cominciò a dire: "Muoio!"  In un lamento ripetuto e ripetuto. Infine iniziò a chiamare un nome di donna:   "Forse sua figlia lontana?"  Si chiese triste Elena, visto che in visita non si era visto nessuno..
Infine la donna sparì. Di certo l'avevano rimandata all'Ospedale dove era stata operata, non essendo quello l'Ospedale adatto alla sua situazione. Stessa cosa per un uomo di una stanza accanto, che Elena non individuò fra quelli che la sera passeggiavano per il corridoio fino alla veranda dove c'era campo per i cellulari per chiamare le proprie famiglie. Sentì soltanto il tramestio degli infermieri e le voci soffocate che dicevano che era caduto a terra mentre andava in bagno sbattendo la testa. Fu trasferito ad un Pronto Soccorso...

Procedura di esecuzione di una sternotomia mediana

L’approccio più frequentemente utilizzato per gli interventi sul cuore e sull’arco aortico è rappresentato dalla sternotomia mediana, nella quale l’incisione sternotomica viene praticata attraverso un’incisione longitudinale della cute che parte dal centro della fossetta giugulare e termina appena sotto l’apofisi xifoide dello sterno. Una volta incisa la cute, attraverso l’elettrobisturi vengono sezionati il tessuto sottocutaneo e la fascia presternale, esponendo quindi il periostio e lo sterno. Successivamente, utilizzando una sega oscillante, lo sterno viene diviso longitudinalmente nella parte centrale, in modo da permettere l’inserimento del divaricatore, il quale consente di allargare in modo simmetrico e atraumatico i due capi sternali. Dopo il posizionamento del divaricatore si procede con la divisione del grasso timico e prepericardico, legando o clippando contestualmente i vasi sanguigni e facendo attenzione a non ledere il tronco venoso anonimo.
A questo punto il pericardio, una volta esposto adeguatamente, viene aperto anteriormente attraverso un taglio longitudinale, che in basso viene allargato a “T” in corrispondenza della superficie diaframmatica. Infine vengono passati alcuni fili di trazione sui margini pericardici in modo tale da ottenere la migliore esposizione possibile del cuore e dei grandi vasi.
La via di accesso sternotomica permette un agevole posizionamento e controllo delle varie cannule utilizzate per la circolazione extracorporea (CEC); in tal modo il cardiochirurgo può operare su ogni parte del cuore per eseguire interventi sugli apparati valvolari o può raggiungere ogni parte della superficie cardiaca per eseguire le anastomosi coronariche negli interventi di bypass aorto-coronarico (BPAC). Attraverso questo approccio è inoltre possibile eseguire interventi sulle arterie polmonari.
Attraverso questa via di accesso attualmente vengono eseguiti tutti gli interventi sulla valvola aortica, sulla radice aortica, sull’aorta ascendente, sull’arco aortico e l’intervento di trapianto cardiaco.
Anche la chirurgia della mitrale, della tricuspide e il BPAC sono in grandissima parte eseguiti in sternotomia mediana, anche se esistono delle eccezioni in cui questi interventi vengono eseguiti con tecniche mininvasive. Al termine dell’intervento cardiochirurgico eseguito in sternotomia, prima della chiusura, vengono posizionati solitamente due drenaggi chirurgici: un drenaggio retto posizionato dietro lo sterno (drenaggio retrosternale) e uno curvo posizionato sotto la base del cuore, lungo il diaframma (drenaggio retrocardiaco). Una volta posizionati i drenaggi, lo sterno viene accostato simmetricamente attraverso dei fili metallici e i piani cutanei sono accostati con suture continue riassorbibili.


martedì 11 aprile 2023

“Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, e nello spazio e nel tempo d’un sogno è raccolta la nostra breve vita” (W. Shakespeare, La tempesta, atto IV, scena I)

 Capitolo XIII

Il Professore Otorinolaringoiatra che effettuava le consulenze per l'efficiente Ospedale convenzionato con il Servizio Sanitario Regionale per la Riabilitazione fu chiarissimo: disse che questi errori chirurgici, non frequenti, non erano attribuibili agli Anestesisti. Elena, suo marito e suo figlio, qualora non le fosse ritornata la voce, meditavano di fare causa all'Ospedale dove tale intervento era stato eseguito. 

Il simpaticissimo Cardiologo croato, molto efficiente, disse: "Vediamo di fare a questa signora anche una Terapia Riabilitativa per farle tornare la voce."
Fu così che Elena conobbe Silvia, la sua Logopedista.
Ogni giorno ad una certa ora Silvia la veniva a cercare in palestra oppure in stanza. Ella aveva un suo studio al piano di sotto e lì Elena imparò a fare gli esercizi fonici per risvegliare la sua voce sparita.
Non fu facile, ma Silvia era di una bravura eccezionale e a poco a poco, quasi come un miracolo, la sua corda vocale paralizzata ricominciò a vibrare... 
Elena credeva che Silvia fosse una ragazza sui trenta anni e si stupì di apprendere che di anni ne aveva cinquantuno.
Era graziosa senza essere bella e, da foto fatte in vacanza che le mostrò, vide che aveva un bel corpicino.
Durante le sedute si conobbero meglio sul piano umano e, dato che Silvia aveva delle pene d'amore che le espresse con dolce e sincera afflizione, si instaurò fra le due donne una tale confidenza che la più anziana, e bisognosa della professionalità della più giovane, le parlò con il cuore aperto di alcuni aspetti della sua vita cercando di darle anche dei consigli. Uno dei suoi figli aveva avuto pene d'amore, poi risolte, e lei cercò di usare quell'esperienza di dolore riflesso come madre parlando a Silvia da madre.

Quello che la donna stava vivendo in quella esperienza di dolore che aveva  affrontato non tanto per allungare la sua vita, giacché riteneva di aver vissuto un tempo umanamente giusto, quanto per i suoi familiari spaventati e addolorati, la riempiva di stupore per i rapporti umani che andava vivendo.
La vita era stata una continua scoperta di miserie umane, di gente che ti odia anche se nemmeno ti conosce, che ti invidia ferocemente per quello che hai di bello ignorando però le tue pene, quelle non inglobate nel più miserabile dei sentimenti umani, bensì caso mai motivo di maligna soddisfazione, e alla fine la grande disponibilità che per carattere ella aveva verso gli altri si era ridotta e muri di diffidenza e di disgusto.
Ma ora con le persone così professionali che aveva incontrato da quando era entrata nel primo Ospedale, ma ancor di più in questo Specializzato per la Riabilitazione, l'esperienza umana che andava facendo era quasi affettiva, tanto si stava rivelando confortante.
Perché quella stessa umanità non si trovava fuori di lì?
Forse bisognava soffrire un dolore estremo perché persone intorno a te ti riconoscessero come fratello umano? O forse quelle persone, addestrate ad aiutare in vari modi professionali esseri deboli ed indifesi, sviluppavano un'umanità in altri sopita?
Elena non lo sapeva, ma riscoprire la vicinanza di un'umanità profonda, naturale, era una esperienza per lei molto piacevole.

Intanto le avevano cambiato stanza: non più camera singola ma con un'altra paziente.
Anche qui il muro di diffidenza e di ripulsa verso il suo prossimo cadde subito, giacché la persona che le era sembrata non fine e forse rozza si rivelò invece una donna intelligente, aperta e piena di voglia di tornare a vivere, contrariamente a quanto il suo aspetto aveva suscitato in Elena. 
Anche costei aprì il suo animo, parlò di sé e, senza arie e compiacimenti, del suo lavoro di artigianato artistico molto particolare e raro, poi della sua famiglia ricca di affetti: era anche nonna e con molto amore mostrò le foto dei suoi cari ad Elena che le fece i suoi ammirati complimenti per i nipotini, così belli e fini da sembrare attori del cinema.
La sua compagna fu dimessa e dimostrò una grande forza d'animo e molto equilibrio nel non lamentarsi anche se, per tornare nella sua casa, doveva affrontare un lungo viaggio in autostrada, cosa poco piacevole con un torace aperto e ricucito e con uno sterno che aveva bisogno almeno di altri due mesi per completare la riossificazione. Ma lei con molta tranquillità disse che si sarebbe protetta con un cuscino e ovviamente sarebbe stata nel sedile posteriore mentre suo marito guidava. Anche questa donna, come molti ricoverati in quel Reparto, era più giovane di Elena: 66 anni. 
Al suo posto arrivò una delle persone che erano state con Elena nell'ospedale dove aveva subito l'intervento chirurgico: la professoressa con cui aveva diviso anche la stanza. Furono felici entrambe di ritrovarsi.

La paralisi unilaterale sinistra è la più frequente: la corda vocale sinistra è paralizzata più spesso di quella destra poiché il nervo ricorrente sinistro necessario al suo funzionamento prende un corso più lungo dal tronco cerebrale alla laringe ed è quindi statisticamente più soggetto a traumi o lesioni chirurgiche





mercoledì 5 aprile 2023

“Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, e nello spazio e nel tempo d’un sogno è raccolta la nostra breve vita” (W. Shakespeare, La tempesta, atto IV, scena I)

Capitolo XII

"E' tutto qui."  Pensieri tranquilli di una persona che era sempre stata presente a sé stessa, in fondo una natura serena se non fosse che le sue acque le avevano agitate gli altri. I suoi amati genitori con i loro problemi psicologici ed esistenziali... E poi gli altri la cui ostilità le appariva immotivata dato che lei era leale e non avrebbe potuto essere altrimenti, per sé stessa: era lei il primo giudice di sé.
L'avevano fatta sbagliare due cose: l'ingenuità dovuta all'inesperienza e la sopravvalutazione delle persone che non meritavano il suo giudizio sempre troppo buono. 
Era andata così. Non aveva rimpianti. In fondo ce l'aveva fatta, era andata bene. Quanti disastri aveva visto intorno a sé, quante persone saccenti e supponenti che avevano voluto dare lezioni di vita a lei e ad Adriano, i quali non avevano mai avuto la pretesa di darle a nessuno cercando solo di vivere senza sbagliare troppo, gente che aveva visto fallire negli affetti quando non anche economicamente...
Nelle ore della notte in cui non arrivava il sonno lei, che prima che il suo cuore avesse avuto bisogno di essere riparato, dormiva anche otto ore di fila, pensava ai suoi rimorsi: erano episodi in cui aveva fatto mancare a qualcuno la sua promessa presenza oppure il suo aiuto.
A 17 anni, in un brefotrofio, in visita con l'Associazione Cattolica di cui faceva allora parte... Girotondo con una bambina con un caschetto di capelli neri... Non aveva più la mamma, il padre doveva lavorare e l'aveva messa lì per non lasciarla da sola...
"Torni a giocare con me? Torni a trovarmi?"
Erano un gruppo di giovani eppure lei l'aveva chiesto solo ad Elena, ed Elena le aveva risposto di sì...
Era sicura di quella promessa.. Di mantenerla... Ma così non era stato. La sua Associazione non aveva organizzato un'altra visita e lei da sola, a 17 anni, non tentò neppure di avere il permesso per tornare a trovarla.. Pensò tante volte nel corso della sua vita alla delusione di Anna, così si chiamava quella bambina, a quante volte all'ora delle visite avrà guardato verso la porta sperando di vederla entrare.
"Oggi quanti anni avrà, se è ancora viva... Era una bimba di circa 6-7 anni... 10 anni meno di me.. Oggi ne avrebbe 66... Avrà dimenticato... Oppure quella delusione, quell'inganno, quella promessa mancata sarà stata l'inizio della perdita di fiducia negli altri?"


Pensava ad un altro episodio che le era tornato alla mente di sovente con lo stesso sentimento di rimorso.
Stava andando in auto alla clinica dove era ricoverato suo marito per l'operazione della cataratta. Sapeva che dovevano operarlo alle nove del mattino ed era uscita di casa per tempo. Voleva trovarsi lì prima che entrasse in sala operatoria per sostenerlo: suo marito era molto fifone.. Finì in un traffico infernale giacché quella clinica era in un quartiere periferico con un dedalo di strade trafficatissime. Chiusa in un fiume di auto in una strada stretta si trovò a costeggiare un marciapiede dove era una vecchietta con gli occhiali, penosamente agitata, appoggiata ad un bastone camminava a piccoli faticosi passetti fermando le poche persone che passavano che, ascoltatala frettolosamente, scuotevano la testa e scusandosi procedevano per la loro strada. Dato che Elena era proprio ferma per forza, bloccata nel traffico, abbassò il finestrino e le chiese di cosa avesse bisogno e quella smarrita le spiegò che le si era rotto il tubo dell'acqua sotto il lavandino e la sua casa si stava allagando, abitava lì, ed indicò un portoncino della palazzina prospicente il marciapiede, ma non c'era nessuno che potesse aiutarla. Poteva lei?




"Come faccio signora? Non posso scendere lasciando l'auto qui... Chiami un idraulico... Anche  se io salissi in casa non saprei come rimediare.."
La partecipazione all'angoscia della vecchietta fu totale, la voglia di aiutarla pure, ma l'impossibilità bloccava ogni buona volontà. Schiuse lo sportello e brevemente scese sul marciapiede, sperando che nessuna auto dietro di lei si bloccasse protestando. Cercò una possibile soluzione: "Possibile che nella palazzina non c'è nessuno che possa aiutarla? Lei ha il telefono?"
"Sì, ma non so chi chiamare! Può venire lei a fare il numero?"
"Chiami il 113 e loro le manderanno qualcuno!"  Elena era costernata di lasciare lì quella povera vecchietta inerme nella sua angoscia e incapacità a muoversi. Gettò lo sguardo intorno e vide solo gente indifferente a loro due, come fossero trasparenti. Pensò che era in ritardo e che suo marito doveva essere operato... Non esistevano ancora i cellulari e lì non c'era neppure un Bar o un negozio qualsiasi a cui chiedere un telefono. Dovette salutarla ripetendole di chiamare il 113 spiegando la sua situazione, le avrebbero mandato senz'altro qualcuno. La vecchietta, vedendo che lei risaliva in auto, disse smarrita, con affanno: "Come faccio adesso io, come faccio... Mi ammazzo..."
Dispiaciuta, costernata per non aver potuto fermarsi e fare di più Elena si avviò verso la clinica dove, quando arrivò, trovò il fratello di suo marito che le disse che era stato già operato ma era ancora dentro la sala operatoria.
Questi erano i suoi rimorsi, insieme a piccoli errori verso i suoi bambini nel difficile compito di genitore..
Aveva fatto del tutto per non averne di grossi mettendo sempre prima i suoi doveri verso tutti. Era stata generosa con le amicizie, sinceramente felice se avevano cose buone... Non aveva sempre ricevuto altrettanto. L'invidia era un sentimento miserabile, meschino, che non conosceva, ma che era stata costretta a riconoscere in alcune persone, anche amiche, a possibile spiegazione di azioni e parole altrimenti inspiegabili.
Pensava a tutto questo con lucida serenità perché ora sapeva che questa sua vita era conclusa e solo l'artificio magico delle mani di un Chirurgo le avevano concesso quel prolungamento a costo di tanto dolore.
Quando entravano gli Infermieri per la medicazione si scopriva il torace con rassegnata paura di sentire ancora dolore: in particolare le ferite lasciate dall'uscita dei drenaggi erano insopportabili, ma doveva sopportare lo stesso...
Gli antidolorifici, che sicuramente erano in mezzo alle pillole che le facevano ingurgitare in grande quantità, non erano sufficienti a togliere del tutto il dolore. A volte, vedendola soffrire mentre la medicavano, le chiedevano: "Vuole un' iniezione di antidolorifero?"  Ma lei rispondeva sempre di no. Cercava di resistere con quello che le davano.
Era nel suo carattere: resistere quanto più poteva e chiedere meno possibile.
Così si era più indipendenti e più forti.
Le ferite dell'uscita dei drenaggi le facevano male anche durante gli esercizi in palestra. Lo disse alle pazienti Terapiste, che la dispensarono da alcuni movimenti suggerendone altri.
Intanto la voce scomparsa, che aveva creato lo sconcerto di suo figlio che l'addebitava all'imperizia chirurgica di qualche aiutante del grande professore piuttosto che dell'Anestesista a cui gli Specializzandi avevano addebitato l'infortunio, non tornava. Il Cardiologo croato che soprassedeva al Reparto di Riabilitazione Cardiochirurgica si preoccupò di farle fare una visita Otorinolaringoiatrica dopo aver letto, nella Relazione delle dimissioni, che anche nell'Ospedale dove era avvenuto l'Intervento Chirurgico era stata fatta tale visita specialistica, con il referto di paralisi della corda vocale sinistra.

martedì 28 marzo 2023

“Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, e nello spazio e nel tempo d’un sogno è raccolta la nostra breve vita” (W. Shakespeare, La tempesta, atto IV, scena I)

 Capitolo XI

La raccomandazione dei Medici, degli Infermieri e delle Terapiste della Riabilitazione era, per tutti i ricoverati di quel Reparto, fare attenzione a non compiere gesti o movimenti che potessero interessare lo sterno segato in due e ricucito. La minaccia era che se si fosse riaperto malauguratamente avrebbero dovuto essere riaperti per risaldarlo.

Il trauma che tutti quegli operati al cuore avevano subito rendeva solo l'idea un incubo. Dunque gli esercizi studiati e fatti eseguire dalle Terapiste nella palestra del Reparto erano tutti tesi a non far accadere un simile evento.

Elena ogni mattina ed un po' nel pomeriggio doveva sottoporsi agli esercizi di riabilitazione guidata da Terapiste pazienti e molto ben preparate sul piano psicologico per aiutare quegli zombi che si trascinavano a tornare alla normalità.

Fra gli ospiti Elena riconobbe un uomo che era con lei in Terapia Subintensiva nell'Ospedale dove era stata operata. Egli sfuggiva il suo sguardo quasi temendo di dirle che l'aveva riconosciuta, né Elena lo forzò ad esprimersi dando le viste di riconoscerlo. Era un uomo molto più giovane di lei che si sforzava di recuperare prima possibile le forze. Dopo le frasi di dolore proferite da Elena in Terapia Subintensiva l'uomo si era convinto che ella non si desse il coraggio che si dava lui. Ma così non era, Elena cercava di recuperare le forze ma non era energica come quell'uomo la cui età dimostrata era sui 60 anni: 16 meno della protagonista della nostra storia. Finalmente si fece coraggio e incrociandola nel corridoio le chiese: "Ma lei era all'Ospedale S. Domenico?"
Elena annuì sorridendo pallidamente. Parlarono un poco. L'uomo era stato operato prima di lei, dunque la sua convalescenza era iniziata prima, infatti era già in Subintensiva quando Elena vi era arrivata. Ricordando quei momenti Elena fece una gaffe: " Ricordo quando è venuta in visita sua madre." 
"Non era mia madre, - disse l'uomo con un filo di imbarazzo - era mia moglie." Continuando nel suo equivoco sulla condizione psicologica di Elena l'uomo la incoraggiò a muoversi e a tirarsi su. Elena pensò che era un uomo buono e forse pensarla fragile e darle il buon esempio con il suo muoversi, fare esercizi e camminare velocemente per i corridoi del piano, lo aiutava a sentirsi forte. Si unirono alla conversazione altri ricoverati e parlando con loro l'uomo rivelò che a creargli i problemi cardiaci per i quali era stato costretto a subire una operazione così importante era stato il suo accanito vizio del fumo. Temeva di non riuscire a debellarlo una volta uscito di lì tanto doveva averlo condizionato.
Adriano veniva ogni giorno all'ora delle visite. La loro casa era molto vicina a quel bellissimo Ospedale e questo era confortante per la malata dato che Adriano, anche se non dimostrava i suoi anni, li aveva e fare un viaggio per vederla ogni giorno, come Elena vedeva fare al marito di Lina ad esempio, anche lei ritrovata lì perché non aveva un simile ospedale nella città dove viveva, il quale ogni giorno faceva in auto 100 km. per abbracciare la moglie, sarebbe stato per lei angosciante.
Una sera incrociò in corridoio l'uomo dall'aspetto molto giovanile con la moglie in visita. Si salutarono. Le apparve meno anziana abbigliata in modo diverso da quando l'aveva vista la prima volta, ma ugualmente lui sembrava molto più giovane anche avendo subito un intervento così pesante.
La sera molti passeggiavano nei bei corridoi e si fermavano in una specie di veranda dove i cellulari potevano avere un buon segnale. Scambiavano qualche educata confidenza ed Elena apprese così che persone di 62, 64 anni avevano dovuto subire interventi come il suo.. Alcuni dimostravano molti più anni dell'età svelata e la donna se ne stupì ... Si disse che non aveva dunque di che lamentarsi visto quello che le si stava disvelando in quella esperienza che stava facendo in quel posto.

La notte era lunga e non era facile dormire senza poter stare su un fianco ma solo ed esclusivamente supini. Motivo: sempre la precarietà dello sterno tagliato. I pensieri erano tanti. Il suo carattere quieto e riflessivo sopportava bene quanto le era accaduto. Senza quell'esperienza dolorosa che aveva richiesto coraggio lei sarebbe morta. La vita era dietro le spalle. Senza quella "riparazione" il suo corpo avrebbe finito di lì a poco il suo cammino.
Dunque era tutto qui. Il bene e il male della sua vita le scorrevano davanti.



giovedì 23 marzo 2023

“Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, e nello spazio e nel tempo d’un sogno è raccolta la nostra breve vita” (W. Shakespeare, La tempesta, atto IV, scena I)

  Capitolo X

Nei colloqui che Elena aveva avuto con lo Specializzando in Cardiochirurgia a cui il grande Cardiochirurgo, che l'aveva poi operata, l'aveva affidata, avevano parlato della circolazione extracorporea.

"Non dura tutto il tempo dell'intervento, - disse il giovane Medico - no, al massimo mezz' ora.."  L'intervento era durato 6 ore. Il suo cervello aveva registrato qualcosa: il ricordo di un'immagine di sofferenza. Può una parte del cervello registrare qualcosa nonostante la sedazione profonda? Elena non lo sapeva, ma l'immagine era nitida e la sensazione di dolore, tutto mentale freddo e disumano, un ricordo preciso.

Ne avrebbe parlato a suo marito quando fosse uscita da quel percorso di dolore. Doveva arrivare ad un momento in cui si fosse trovata in pace e calma senza più essere un corpo con tubi, aghi, sensori applicati al corpo, ferite.

E venne il giorno delle dimissioni. Queste non potevano avvenire se non con l'ambulanza che l'avrebbe trasferita dall'Ospedale dove era stata operata a quello dove sarebbe avvenuta la riabilitazione. 

L'autista-infermiere dell'ambulanza era un giovane uomo dai modi sicuri che vinse la sua incertezza a sdraiare il suo corpo fragile e dolente sulla stretta e alta barella. Lo accompagnava una giovane volontaria bella come un'attrice del cinema.

Un bravo Operarore Socio Sanitario che l'aveva assistita in una spiacevole circostanza, andando oltre il suo orario di lavoro, l'aiutò a completare la valigia. Come era grata a tutte quelle persone così professionali... E allo stesso tempo umane e gentili. Era della professionalità di cui si aveva bisogno, soprattutto in quei frangenti in cui non si era più padroni del proprio corpo.. Non delle suonatrici che erano entrate in Terapia Subintensiva pensando di sollevare dei quasi zombi dalla loro sofferenza, né di preti, né di pie donne che facevano volontariato negli ospedali chiedendo ai malati se avevano bisogno di compagnia... Erano i gesti di gente addestrata e professionale che sollevavano dal dolore, che confortavano nel malessere... Non altro.

Salutò la professoressa che era stata sua ultima compagna di stanza e si affidò all'autista-infermiere dell'ambulanza. I suoi modi sicuri la confortavano. Una volta dentro rimase sola con la bellissima volontaria. Parlarono pochissimo durante il tragitto di circa mezz'ora fino all'Ospedale Specializzato per la Riabilitazione, e quel poco fu stimolato dalla giovane con poche domande che facevano parte dell'aspetto psicologico di assistenza verso il malato. Elena rispose volentieri e sinceramente al suo cortese interessamento.

L'Ospedale era in una zona collinare che Elena conosceva benissimo, dato che da 40 anni aveva scelto quelle colline intorno alla sua città per vivere fuori dal caos e dal degrado in cui l'involuzione dei tempi l'avevano gettata.

Fu accolta, fatto subito un elettrocardiogramma, e assegnata al Reparto. Tutto era pulitissimo, tranquillo e il personale gentile ed efficiente. Dapprima le fu assegnata un'ampia stanza singola con bagno. Elena sapeva che tutto questo era pagato dal Servizio Sanitario Nazionale ma si stupì di tanta comodità chiedendosi se per caso non ci fosse un supplemento da pagare. Poi si disse che lei non aveva chiesto nulla e dunque l'Ospedale avrebbe dovuto informarla se c'era una scelta e conseguentemente un supplemento. Ne parlò con suo marito quando giunse in visita nel pomeriggio, ma anche lui escluse che la stanza fosse a pagamento. Avere un bagno tutto per sé era molto confortante, anche se nell'Ospedale da dove proveniva era stata molto fortunata a dividerlo con due compagne, Lina prima e la professoressa dopo, di grande pulizia e civiltà. Rosa, la donna sfinita dai problemi respiratori, non aveva mai potuto usufruirne dato il suo stato di salute: la poveretta era stata sempre a letto con il catetere finché non l'avevano portata via per operarla.

Il giorno dopo ricevette la visita del Medico del Reparto di Riabilitazione Cardiologica. Come nell'Ospedale dove l'avevano operata aveva potuto apprezzare la professionalità di un Medico palestinese, qui apprezzò la simpatia e disponibilità del Cardiologo croato.

Era questi un omone alto, sempre intelligentemente ironico. Facendole l'intervista iniziale apprese che Elena all'Università aveva lavorato con un Professore di Cardiologia che aveva impostato quel Reparto di Riabilitazione Cardiologica, praticamente creandolo. Lo disse a tutto il resto del personale come se quel fatto fosse una investitura di stima che rendesse Elena speciale.

L'ambiente in cui Elena doveva soggiornare almeno un mese si rivelava quanto mai umanamente piacevole e questo era un sollievo in più.

Gli infermieri erano tutti giovani, bravi, addirittura affettuosi, sia le infermiere che i giovani uomini. Le medicazioni non altrettanto piacevoli.




GOCCE DI VITA - La vendetta del "monnezzaro"

GOCCE DI VITA 

Argomento: Giustizia

Suonò al cancello della villa un omino di mezza età, disse di essere il responsabile della Ditta Pollai addetta al ritiro della mondezza. La signora fu gentilissima, non lo tenne sul cancello, ma lo fece accomodare e gli chiese anche se gradiva una bibita, un caffè. Lui rifiutò stupito da tanta cortesia e con cautela iniziò una spiegazione su come dovevano essere conferiti i rifiuti organici: 
"Lei può mettere anche dell'erba nei sacchetti, ma poca.." 
"Ma non ci penso affatto, - disse la donna stupita - io metto l'erba del giardino in sacchi neri che compero e quando sono pieni vi telefono e prenoto il ritiro come da vostre indicazioni. Così è scritto nel vostro sito, queste sono le vostre indicazioni."
A questo punto la donna capì l'equivoco in cui era incorso l'omino a causa della dabbenaggine dei suoi operai: nel giorno del ritiro settimanale dell'organico, che lei metteva in sacchetti dentro un bidoncino dato in dotazione dalla Ditta Pollai, aveva visto che erano spariti anche i sacchi neri degli sfalci di cui lei aveva prenotato il ritiro che, al telefono, le avevano assegnato per quel giorno. 
L'omino, invece di rimproverare i tonti, aveva creduto che la donna avesse esposto quei sacchi come organico.
L'eccessiva delicatezza della signora le impedì di dirgli schiettamente che quei sacchi erano prenotati per altra via, peraltro indicata nelle loro istruzioni. Sperò però che dalla sua risposta molto educata colui avesse capito che c'era stato un equivoco.
Suo padre l'aveva educata, anche con l'esempio, al rispetto di chi svolgeva un lavoro umile. Si lasciarono con l'omino che cerimoniosamente volle darle il suo nome e numero di telefono: per qualsiasi cosa era a sua disposizione. Lei lo ringraziò ma non aveva bisogno di niente sotto quell'aspetto essendo una ambientalista e persona precisa e pignola nel rispettare le regole.  
Molto tempo dopo iniziarono dei pesanti disservizi da parte della Ditta Pollai: si era in un periodo festivo, Feste di Natale, ed era importante pulire bene il giardino, ma al telefono della Pollai non rispondeva nessuno: come fare per far portare via i residui degli sfalci?
Chiamò l'Ufficio del Comune preposto al controllo dell'operato della Ditta appaltatrice del Servizio Ritiro Rifiuti e segnalò l'impossibilità di contattare tale Servizio. Evidentemente il Comune fece il suo dovere richiamando la Ditta, ma la signora scoprì che l'omino responsabile della zona non era solo incapace di capire quello che combinavano i suoi operai sbagliando i ritiri, ma era privo dell'umiltà di riconoscere quello che nella sua organizzazione non andava. Invece di giustificarsi aggredì la signora via telefono inalberando scuse che non stavano in piedi e addebitando l'assenza per quindici giorni del Servizio telefonico al fatto che "lei aveva sbagliato numero"!
"Ma come può dire una simile sciocchezza?! Si indignò la donna. "Per quindici giorni di fila sbaglio numero? Un numero fatto tante volte?"
Ma siccome quello insisteva con molta maleducazione aggressiva la signora gli fece notare che molta gente si lamentava del disservizio anche se non tutti segnalavano al Comune non essendo precisi e accurati come lei.
Intanto la Ditta Pollai proprio in quel periodo aveva saputo di aver perso l'appalto anche se continuava per il momento ad assicurare il Servizio, in attesa di passare la mano alla Ditta subentrante.
Forse per questo non era stata più in grado di dare lavoro alla signora che rispondeva al telefono tenendo l'agenda dei ritiri?
La donna ambientalista della villa non lo sapeva e dopo questo episodio, dovendo un suo parente, che abitava nell'altra parte della bifamiliare, smaltire dei mobili vecchi, telefonò al Comune all'Ufficio preposto per chiedere se quel Servizio fosse attivo e se quel tipo di rifiuto ingombrante fosse smaltibile: l'impiegata rispose di si su tutto e disse che però l'agenda dei ritiri l'aveva la Ditta Pollai che ancora per un po' avrebbe assicurato quel Servizio.
La donna telefonò, i rifiuti furono esposti in uno spazio privato esterno della villa accessibile ai mondezzai che avrebbero operato il ritiro.
Passarono mesi. La signora, evidentemente abbiente, possedeva un'altra villa in un altro Comune e fu in questa che, con sua sorpresa, i Vigili Urbani del posto  le consegnarono una multa indirizzata  a suo marito, emessa dai Vigili Urbani del Comune dove era la Ditta Pollai per violazione amministrativa del conferimento rifiuti.
Suo marito era il titolare della loro cartella TARI in quel Comune dove era la villa bifamiliare ed ivi aveva la residenza.
Prima stranezza: perché tale notifica l'avevano indirizzata dove lei aveva la residenza e non suo marito?
Ma non fu quella l'unica anomalia che lessero su quel verbale corredato di foto fatte in giorni diversi all'ingresso della villa, ciascuna foto interpretata in modo scorretto, in particolare quella che mostrava i rifiuti ingombranti, il cui ritiro era stato prenotato dalla signora ma per il suo parente abitante allo stesso indirizzo e titolare di una sua cartella TARI. A tal proposito il "monnezzaro" responsabile dichiarava alla vigilessa che aveva firmato il verbale che erano stati esposti senza prenotazione!
La signora e suo marito si indignarono e dato che in tale verbale era ammesso ricorso solo al Sindaco esposero i fatti veri e lo presentarono.
Inoltre, dato che era ammesso essere ricevuti dal Sindaco, il marito della signora chiese di esserlo e fu ricevuto.
In esso scrissero anche delle aggressioni telefoniche avute dal soggetto a seguito delle loro lamentele per il disservizio e delle assurdità che tale soggetto si era permesso di millantare arrivando a dire che "loro non abitavano in tale villa" per questo lasciavano la mondezza quando capitava...
Il Sindaco non procedette all'ingiunzione e tutto sembrava finito lì.
Ma il Sindaco si dovette dimettere per alcune denunce e ci furono nuove elezioni.
La signora e famiglia appoggiarono una persona che era già stato Sindaco e che stimavano, ma la campagna elettorale prese una piega triste con accuse e sfottò anche nei riguardi di chi sponsorizzava l'ex Sindaco, soprattutto da parte di un individuo rancoroso e vendicativo come il "monnezzaro". Costui appoggiava un personaggio del tutto nuovo per quel Comune, il quale vinse e di lui fece il Vicesindaco. 
Voci sui social misero in risalto l'ostilità della nuova amministrazione nei riguardi di chiunque non avesse appoggiato il nuovo Sindaco e là dove si poteva iniziarono le vendette.
Fu così che, dopo tre anni, il verbale del "monnezzaro" bugiardo e vendicativo venne rispolverato, venne scritto che, in pratica, tutto quello che il marito della signora aveva dichiarato nel suo ricorso erano balle e che doveva pagare la multa maggiorata.
La vendetta del "monnezzaro" era compiuta.



lunedì 13 marzo 2023

“Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, e nello spazio e nel tempo d’un sogno è raccolta la nostra breve vita” (W. Shakespeare, La tempesta, atto IV, scena I)

 Capitolo IX

Nelle ore passate nel letto, fra un'interruzione e l'altra delle giovani infermiere e di un paio di giovani uomini infermieri che le portavano pillole da ingoiare o le mettevano aghi per effettuare i prelievi ematici, o controllavano che tenesse bene il tubicino dell'ossigeno, Elena pensava: la Morte l'aveva visitata, e quegli attimi in cui all'improvviso il respiro si era quasi del tutto interrotto, riducendola ad una marionetta ancora pensante e cosciente che si trattava di un evento fatale ma che non poteva chiamare aiuto né camminare, le tornavano lucidissimi nella mente.

Il suo corpo aveva accumulato grasso nelle arterie in quei 76 anni tanto da non irrorare più il cuore che si era quasi fermato, poi si era ripreso ma non sarebbe durato a lungo se non si fosse sottoposta a quel lavoro di alta macelleria. Da una gamba, dove era una lunga fasciatura, avevano prelevato un pezzo del suo corpo per usarlo per irrorare il cuore, creando una via artificiale... Ma per la Natura lei doveva essere morta: quindi la sua fine naturale era a 76 anni. Come sua nonna Giulia che era morta di botto proprio a quell'età. Nessuna medicina, nessun controllo in quei 76 anni... Quando era morta Elena aveva 4 anni. Era il 1950. Una donna nata alla fine dell'ottocento in un piccolo paese rurale, senza cure di nessun tipo, era stata forte a giungere a quell'età... Elena invece aveva fatto controlli, preso medicine... Eppure.. 

Pensava ai due cardiologi, un uomo ed una donna, che l'avevano visitata a giugno di quell'anno... Avevano fatto l'Elettrocardiogramma: all'uomo lei aveva detto che aveva una gamba gonfia, lui restando seduto dietro la scrivania aveva gettato un'occhiata alla sua gamba e aveva detto che doveva farla vedere ad un Angiologo... Elena pensava che potesse dipendere dalle pastiglie che prendeva per la pressione arteriosa alta... Sapeva che potevano dare di questi disturbi: era accaduto quando le avevano cambiato farmaco. Poi era passata alla stanza accanto. La visita Cardiologica di controllo l'aveva prenotata tramite il Centro Regionale del Servizio Sanitario Nazionale e, non si sa perché, nella Casa della Salute della sua zona l'avevano data divisa fra due cardiologi... La donna per tutto il tempo della visita parlò con l'infermiera: entrambe avevano modi sciatti e svogliati. Si davano del tu e l'infermiera era una donna rozza e sussiegosa. La Cardiologa consigliò di fare un ecocardiogramma, e fu tutto.

Elena aveva pensato che è triste ridursi così dopo tanto studio.. Non amare più il proprio lavoro. Dal 26 giugno, giorno di quell'inutile spreco di denaro del Servizio Sanitario, al 31 ottobre, giorno della sincope, erano trascorsi solo 4 mesi...

Questi erano i suoi pensieri: lucidi e in fondo sereni, perché la vita per la donna era accettazione ormai.

Una sera sentì un gran correre in corridoio, poi un nome: "Frassinetti si è collassato!" Capì che qualcuno doveva essersi sentito male in Terapia Subintensiva. Più tardi chiese all'infermiera che era entrata per le terapie, e quella con triste pudore ammise che Frassinetti era morto. Non tutti ce la facevano in Subintensiva...

Da una stanza vicina arrivava una voce d'uomo che chiamava con tono perentorio: "Antonio!!"  Lo faceva ogni 5 minuti, in modo ossessivo. Dapprima Elena pensò che chiamasse un infermiere, ma poi capì che chiamava qualcuno che era solo nella sua mente. Nei giorni successivi cambiò nomi, anche uno di donna, ma sempre gli stessi e Antonio era sempre presente. Qualche voce provò a tacerlo bonariamente, forse infermieri, ma senza troppa convinzione essendo evidente che l'uomo era fuori di testa.

Come promesso le arrivò sul cellulare il messaggio di Lina: era risalita dalla Sala Operatoria e dopo una breve sosta in Terapia Intensiva era in Subintensiva. Elena le rispose che era felice. Capiva perfettamente quello che provava: il sollievo di essersi risvegliata perché tutti hanno il timore che questo non avvenga.

Ma c'era nella mente di Elena un ricordo nitido e drammatico di cui non parlò con nessuno: voleva parlarne solo con suo marito perché, oltre il loro legame, c'era la consapevolezza che lui solo avrebbe potuto avvicinarsi ad una spiegazione, dato che suo marito era un uomo che della scienza aveva fatto il suo lavoro e la sua passione nella vita.

Intanto la sua voce era sempre azzerata e i giovani Medici Specializzandi in Cardiochirurgia vennero a toglierle i drenaggi:  "Faccia un bel respiro signora e lo trattenga che facciamo presto presto!"  E lei lo fece, mentre risolutamente ed in modo energico il dottore estrasse dal suo corpo i tubi che lo attraversavano dalla sede cardiaca fino sotto il seno. Fu rapido e così il dolore. Dopo sotto i seni ebbe a lungo delle ferite che venivano giornalmente medicate.

Con l'estrazione dei drenaggi si avvicinava sempre più la data delle dimissioni ed il suo trasferimento nell'Ospedale dove sarebbe avvenuta la riabilitazione.

Lo stesso gentile Medico palestinese, che aveva scritto la richiesta per la consulenza Otorinolaringoiatrica per la sua voce scomparsa, venne al suo capezzale per chiederle in quale Ospedale voleva andare per la riabilitazione. Ne suggerì due lontanissimi dalla sua abitazione ed Elena pensò a suo marito, sempre efficiente ma con tanti anni sulle spalle... Uno dei due Ospedali faceva parte di una catena di Cliniche Private Convenzionate con il Servizio Sanitario Pubblico ed una sua sede era vicinissima a casa sua. Propose quella.



venerdì 10 marzo 2023

“Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, e nello spazio e nel tempo d’un sogno è raccolta la nostra breve vita” (W. Shakespeare, La tempesta, atto IV, scena I)

 Capitolo VIII

Forse si era anche pentita di quello squarcio che aveva aperto sul suo dolore, sui drammi della sua difficile vita, perché quando la portarono via dalla stanza, perché finalmente l'avrebbero operata, Rosa Lucarelli non rispose al saluto che, soffiando con fatica, Elena cercò di darle. Tenne gli occhi serrati per non scambiare neppure uno sguardo...

Ed arrivò animosamente un'ennesima compagna. Animosamente nonostante fosse stata operata al cuore come Elena: la stessa pesante apertura del torace, ma a lei avevano solo sostituita una valvola che non reggeva più... Ciò nonostante era provvista dell'energia necessaria per protestare contro le infermiere della Terapia Subintensiva da cui proveniva. Una bella donna nonostante gli ottanta anni che non dimostrava affatto. 

"E' una professoressa". Si disse Elena con l'intuito sensibile che faceva parte di lei. Di tutte le compagne di stanza che aveva avuto da quando era stata ricoverata questa era la più fine nei tratti del viso e nei modi. E professoressa lo era veramente. Una donna energica con le sue fragilità.. Come in seguito Elena ebbe modo di scoprire..

Si piacquero perché di simile educazione e cultura.

Elena ripensò alla sua amica Giovanna... Professoressa di latino e greco nei licei, grande lettrice di letteratura e amante del Teatro. Diversa da lei, eppure vicina per interessi culturali.. Giovanna che non c'era  più. Se ne era andata a 69 anni sapendolo, perché sei mesi prima della sua scomparsa proprio suo figlio le aveva diagnosticato un tumore che da dentro, solo con qualche dolore non devastante, la stava uccidendo. 

"Ho sempre dei dolori alla schiena..."  Si lamentava. Ma furono i suoi figli, tornati in ferie dall'estero dove lavoravano, a rivolgersi al loro compagno d'infanzia Marco, il figlio Chirurgo di Elena, perché visitasse Giovanna che l'aveva visto crescere: e lui dovette dare loro la sentenza. Ascoltatala chiesero quanto tempo avesse: "Sei mesi."  Disse Marco, e sei mesi furono.

In quei sei mesi Giovanna non fece trapelare nessun tormento, paura o smarrimento per quella morte così vicina che l'attendeva. Eppure era così giovane nei suoi 69 anni affatto dimostrati. Alta, bella, elegante, con quegli occhi che facevano pensare a laghetti di montagna e il bel sorriso. Pranzarono insieme tutti invitati a casa di Marco... Lei sorrideva. Poi nella villa di campagna di Elena: quel giorno portava un tailleur bianco che le stava benissimo. Ai saluti, fuori del cancello, si scostò appena la camicetta sul petto e con un velo di tristezza le disse: "Vedi: questo è il port."  Ad Elena sembrava tutto irreale... Ed invece era terribilmente vero e dopo un po' Giovanna non riuscì più a reggere i dolori con i farmaci che prendeva e chiese di essere ricoverata. Da quel momento in poi Elena la sentì solo per telefono poche volte e non la vide più.

"Stanno discutendo fra i Perfusionisti e i Chirurghi: i Perfusionisti vorrebbero siringarlo, i Chirurghi operare e toglierlo.."  Elena ascoltava smarrita la bella voce della sua amica ormai alterata dal dolore, non osando fare domande. Chiese poi a suo figlio cosa intendessero fare e le fu risposto che qualcuno del Reparto dove era ricoverata aveva ipotizzato di siringare il rene ormai invaso dal cancro, ma era azione rischiosa di complicanze essendo l'organo gonfio di urina. Il fatto era che, essendo il cancro in fase avanzata, non voleva toccarla nessuno per il rischio di morte sul tavolo operatorio, cosa che i Chirurghi rifuggono. Seppe poi che suo figlio si era deciso a farlo lui. Temendo per suo figlio pose alla sua amica la domanda: "Ma sei sicura di volere che te lo tolga il rene? Te lo ha proposto lui oppure...?"

"No, gliel'ho chiesto io di togliermelo.. Non ce la faccio più.."  Aveva risposto la voce sofferente della sua amica.

Seppe poi, dal coraggioso Chirurgo che aveva liberato Giovanna da quel dolore restando colpito lui stesso, che "Era grande come un pallone da calcio e le metastasi al fegato, alcune necrotizzate dalla chemio, erano grandi come palle da tennis...".

Dopo un po', come da prassi, il Chirurgo volle che si alzasse:"Bisogna alzarsi dopo ogni intervento chirurgico."  

"Ho dolore come metto i piedi in terra... Dicono che è fessurato l'osso pubico.."  Forse fu l'ultima telefonata che Elena le fece. Giovanna aveva risposto alla sua chiamata obnubilata dal dolore, credendo che fosse suo figlio che la chiamava: "Vincenzo..."  Aveva proferito la sua flebile voce incrinata dal dolore, e ad Elena era dispiaciuto dirle che invece era lei, Elena... Chiese poi spiegazioni a suo figlio su quel dolore all'osso pubico: "E' andato in metastasi ossea..."  Rispose lui con le labbra piegate all'ingiù in una smorfia. Pur conoscendo la prognosi aveva fatto il possibile per aiutarla, ma sentiva l'amarezza della sconfitta del Medico che subisce la potenza della Morte.



lunedì 6 marzo 2023

“Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, e nello spazio e nel tempo d’un sogno è raccolta la nostra breve vita” (W. Shakespeare, La tempesta, atto IV, scena I)

  Capitolo VII

Non aveva peli sulla lingua il figlio di Elena: "Una simile afonia totale è dovuta al fatto che ti hanno toccato il nervo ricorrente... Speriamo che l'abbiano solo toccato e non leso."  Chiese ed ottenne una visita specialistica otorinolaringoiatrica che evidenziò la paralisi della corda vocale di sinistra. Tutto fu scritto in cartella clinica. Se la voce non fosse ritornata c'era da chiedere i danni. Gli specializzandi di Cardiochirurgia tendevano a minimizzare e ad addebitare il fenomeno all'anestesia e dicevano che era un fatto transitorio, che la voce sarebbe tornata presto.

La mattina si presentava un prete. Era un uomo di mezz'età. Elena rifiutò la Comunione dicendo che non era più credente. Il prete volle indagarne la ragione ed Elena la disse con amare lacrime, dovute anche alla debolezza e al dolore in cui era immersa, ma pure perché era una ferita che per lei non poteva guarire: a causa della malvagità di persone odiose si era trovata in condizioni economiche difficili e proprio in quel momento era arrivato un figlio a cui si era vista costretta a rinunciare. Era stata l'ultima volta in cui si era rivolta a Dio, che le desse un segno della sua presenza e lei avrebbe avuto la forza di fare quel salto nel buio: mettere al mondo un altro essere umano in una situazione economica difficilissima.

Ma le aveva risposto il silenzio. Nessun segno, in nessuna forma. La vita non era stata facile per la donna e aveva visto sfumare tutte le cose in cui credeva, incontrato un mare di ingiustizia, disonestà e cattiveria, aveva dunque dubitato che il Dio dei cattolici esistesse: di fronte al muro di un valore per lei irrinunciabile aveva sperato di nuovo... La sua anima nuda era stata come una parabola di un radiotelescopio che attende un segnale... Nulla. Aveva capito che non c'è alcun Essere invisibile che sia collegato all'Uomo. L'Uomo è solo e chi immagina un Dio, che lo chiami Allah o Geova non cambia, si illude perché la solitudine fa paura.

Ma il prete non si arrendeva: "Io la assolvo, perché Dio l'ha perdonata!" Le disse stringendole la mano, preoccupato solo di darle la particola.

"Sono io che non mi perdono."  Gli rispose sincera la donna. Ma il prete non capiva, l'unica sua preoccupazione era recuperare quella pecorella smarrita e l'atto del suo successo era infilarle in bocca l'ostia e legare la sua coscienza al magistero della Chiesa, unica proprietaria delle coscienze private delle loro responsabilità, di esse alleggerite con l'assoluzione, il perdono di Dio che la Chiesa si fregia di amministrare.

La donna comprese che quell'uomo non capiva cosa significa prendere su di sé decisioni amare che creano rimpianto per sempre, inconsolabili perché privazioni di sé, come il navigatore si libera dei suoi beni gettandoli nel mare in tempesta per alleggerire il carico e salvare il natante.

L'uomo la deluse. In fondo era un prete poco intelligente poverino, pensò. Quello continuava a tenerle la mano insistendo e scuotendole il braccio, senza rendersi conto che la donna era operata di fresco e le braccia non doveva muoverle per lo sterno segato e ricucito e per i drenaggi che, dall'interno del suo corpo, rimettevano all'esterno i liquidi prodotti dal corpo ferito.

Alla fine egli si arrese e se ne andò. Lei gli disse: "Mi dispiace."  Le dispiaceva veramente di non averlo potuto accontentare, capendo come quello fosse chiuso nel suo mondo semplice di prete che riduceva tutti i guai degli Uomini alla consolazione dei riti.

Nel frattempo alla sua compagna di stanza, con la quale ormai si davano del tu, avevano di nuovo imposto un trasferimento: lei la salutò dicendo che se non l'avessero operata entro l'inizio della settimana se ne sarebbe tornata a casa. Elena capiva la sua esasperata attesa ma, allo stesso tempo si chiedeva cosa mai avrebbe fatto a casa, visto che, come era accaduto a lei, il suo cuore per continuare a vivere doveva per forza sottoporsi all'intervento chirurgico. Si scambiarono i numeri di cellulare per messaggiarsi, visto che Elena non parlava: soffiava.

La nuova compagna era una donna molto anziana, dall'aspetto popolano. Elena pensò che magari aveva la sua stessa età ma, poverina, portava gli anni molto male. Aveva una tosse cavernosa e terribile che faceva sentire quantità di catarro mostruose... Gli infermieri e i medici che l'assistevano parlando fra loro dissero che la donna doveva essere operata al cuore ma in quelle condizioni non era possibile. Elena pensò che di certo era impossibile ripensando al catarro che comunque si forma nell'immobilità post chirurgica. La donna aveva girato vari ospedali che si erano guardati bene dal metterci le mani e fra questi uno famoso, soprattutto per la propaganda che si faceva autoincensando i suoi medici, alcuni di immeritata buona fama.

"La verità è sempre lontana."  Pensava Elena assistendo al gran d'affare di medici e infermieri attorno a quella donna, ridotta in uno stato tale che per operarla serviva davvero un gran coraggio.

Via via che le attente cure del personale sanitario la facevano stare meglio anche questa donna iniziò a parlare. Ma a differenza di Maria e di Lina non dimostrava empatia verso chi l'ascoltava, parlava solo di sé e con una sottaciuta reticenza che la sensibile Elena avvertiva. Le disse che aveva 6 figli e solo molto dopo nel parlare venne fuori che uno era morto, dunque ora ne aveva solo 5, e quello morto non era mai stato bene essendo nato con un ritardo mentale. Era comunque diventato adulto, in qualche modo aveva vissuto... Poi era morto senza diventare vecchio. Poi c'era stato anche un nipote, figlio di un altro dei suoi figli, che era morto anche lui, ma in un'età ancora giovane... Nel fluire doloroso di quegli eventi Elena sentì che il più doloroso era stato proprio la perdita di quel nipote: la donna si avvertiva essere stata una persona che aveva affrontato una vita difficile con forza, ma un dolore duro era pietrificato dentro di lei. Parlarne ad un'estranea in circostanze che scioglievano alle confidenze persone come Maria, Lina ed Elena era un sentimento anche suo, ma troppo doveva essere quello che quella donna aveva sopportato per sciogliersi del tutto nel suo intimo dolore. Quasi parlando a sé stessa vennero fuori particolari spezzettati di quel dramma: il nipote aveva dei problemi comportamentali, ma era buono e le voleva bene, disse, poi era ricoverato in un posto, non si capì bene se ospedale o altro...

"Quella domenica dovevo andare a trovarlo.. Ma non potei.. Ero sempre andata.. E lui mi telefonò rimproverandomi: "Nonna - disse - Non sei venuta! Mi avevi promesso che venivi!"  ...E quando andai ..non ce lo trovai più..."  Il racconto si fermò qui, il dolore e il rimorso che la donna provava erano sospesi nell'aria e lei era lontana da lì, immemore di chi l'ascoltava. Elena rimase in silenzio e non fece domande.