domenica 19 novembre 2023

Giulia Cecchettin

 Saggio breve su un fatto che ha sconvolto tutta l'Italia

Da anni in Italia si registrano uccisioni di donne per mano di uomini a loro vicini in forma di amici, fidanzati, amanti, conviventi o mariti.
Ho letto commenti farneticanti sul social facebook sia da parte di un uomo che da parte di una donna:
Mario Giannetti
Spesso le donne ti uccidono con le parole o con il modo di fare
Se la ragazza fosse stata più intelligente da farle capire che non c'era più amore e che si poteva restare amici, forse non sarebbe successo
Ci sono menti come questa che pur avendo ascoltato, come quasi tutta Italia, i resoconti sulla tragica storia di Giulia Cecchettin tendono a giustificare l'ingiustificabile, sorvolando anche sul fatto che la povera ragazza ha fatto proprio quello che lui suggerisce: dare la propria amicizia al suo assassino. Cosa che a mio modesto avviso invece proprio non doveva fare, non avendo con costui più alcuna frequentazione dopo i segnali di anomalia che egli aveva dato.
La prima parte del commento, incredibile ma vero, tende a dare una possibile spiegazione di un omicidio violentissimo e brutale con "le donne ti uccidono con le parole o con il modo di fare ", equiparando l'uccisione fisica con la frustrazione profonda conseguente da parole e modo di fare che può ferire.
Ed è proprio quello il sentimento malato dell'assassino di Giulia.
Persone dall'"Io" fragile, malato, che non sanno sopportare le frustrazioni della vita, fra queste la fine di una storia sentimentale.
La storia della povera Giulia con il suo assassino non era annosa, era una storia come tante fra giovani che avrebbe potuto sfociare in un matrimonio o estinguersi con la maturazione di due persone giovani in evoluzione.
Ma per il suo assassino era una questione di vita o di morte.
E già questo la dice lunga sull'anomalia di questo Filippo Turetta.
Pare che avesse minacciato di uccidersi, che abbia detto alla povera ragazza che lui era solo se lei andava a studiare fuori città durante la settimana (si badi: tornando a casa per i fine settimana)...
E qui è stato l'errore della vittima: cedere al ricatto morale e non avvertirne l'anomalia avendone paura e prendendone le distanze.
Ha assecondato il delirio di questo bruto che piangeva su sé stesso facendo la vittima fino a farlo partecipare alla visita al ristorante dove suo padre già aveva dato l'anticipo per la sua festa di laurea. Dopo i tragici fatti il gestore ha riferito, con sconvolta meraviglia, che questo giovane alto e magrissimo, che accompagnava Giulia, si comportava come se fosse il fidanzato da come parlava e dava suggerimenti e prendeva decisioni sul ricevimento, e che lei lo assecondava annuendo.
A mio modesto avviso questi particolari non sono di secondaria importanza: il soggetto si comportava come se Giulia non l'avesse lasciato da agosto 2023, dimostrando palesemente di recitare una parte che non gli spettava, ma che Giulia purtroppo assecondava...
E' questo il punto: mai assecondare una palese deformazione della realtà dei fatti partecipando a quello che è un comportamento delirante. 
Sotto il commento che ho sopra riportato ce n'è un altro di una donna: 
GIULIA CECCHETTIN E' MORTA
Segue da QUI
Non per nulla nei casi di Pamela Mastropietro e Desiree Mariottini, dove gli assassini erano maschi e africani immigrati (e quindi non bianchi), non s'è sentita volare mosca riguardo la parola femminicidio.
Anzi a sfregio delle vittime sono scesi in piazza "contro il razzismo" e de facto in difesa degli assassini.
Vomitevoli.
I moventi dell'omicidio alla fine sono sempre gli stessi; futili motivi, come conseguenza di altro reato, movente politico, movente economico e movente passonale che include gelosia, vendetta, ira e tutte quelle forme di omicidio non legate ad una motivazione razionale e/o concreta in termini materiali.
Nel 2021 su 303 omicidi in 184 casi le vittime sono uomini e in 119 sono donne (Istat).
Non si può quindi dire che le donne vengano uccise più degli uomini.
A seconda della tipologia di movente sono predominanti le vittime maschili o femminili.
E' innegabile che fra i vari moventi passionali prevalgano le vittime femminili ma nella globalità delle statistiche non si può parlare di un fenomeno o un'emergenza "omicidio di donne" perché i dati ci dicono che muoiono di più gli uomini ma ci pare chiaro che l'omicidio di un uomo non conti nulla, non è meritorio di avere risonanza mediatica e politica
Quindi questa del femminicidio è una pura speculazione politica, diremmo una "speculazione di genere", atta a portare avanti la narrazione dominante sul maschio etero bianco tossico e assassino che va represso, ridimensionato, colpevolizzato e umiliato (ma ricordate, se a uccidere è il maschio immigrato si glissa senza problemi e si fa finta di niente, anzi, rasìsti!).
Ci chiediamo, nel frattempo, come possa essere catalogato il movente dell'omicidio di Saman Abbas, ammazzata da una famiglia veramente retrograda e maschilista ma attenzione, pachistana e immigrata, quindi la parola magica non s'è sentita.
Siamo disgustati da questa rivoltante ipocrisia sulla pelle delle vittime, siano esse donne o uomini, italiani o stranieri.
Per tornare alla povera Giulia Cecchettin possiamo solo esprimere il nostro disprezzo per quell'infame omuncolo ma fermamente respingiamo la "propaganda femminicidiaria" che arriverà a valanga nei prossimi giorni con tutta la sua ributtante retorica e tutte le sue mosche cocchiere.
La morte di una donna per mano di un uomo di merda è sempre particolarmente irritante, spregevole e disturbante pure per gli uomini ma rimanendo razionali pensiamo anche che non ci sia un modo più o meno giustificato per essere ammazzati: qualunque siano il movente e la gravità del crimine sempre e comunque viene tolta la vita ad una persona e non c'è una vita che ne vale più di un'altra.
E' infatti offensivo per migliaia di vittime fare distinzioni e considerare più grave un delitto piuttosto che un'altro solo perché questo ha un ritorno politico utile alla narrativa (quella sì, tossica e infame) per la solita fazione moralista, presuntuosa e pretestuosa.
Il cordoglio e la rabbia sono gli stessi che si tratti di Pamela, Giulia, Desiree, De Donno, Monteiro o, sconosciuto alle cronache, Russo (quest'ultimo conosciuto di persona e ucciso dalla moglie per motivi passionali ma ehi, il maschicidio non vale).
Speriamo che l'assassino venga presto preso e condannato duramente.
Alla famiglia di Giulia vanno le condoglianze del canale e (vanamente) la speranza che condor, iene e avvoltoi non pasteggino sul corpo della povera ragazza.
Che la lascino riposare in pace.
SIC SEMPER TYRANNIS
Ecco! Uno sproloquio in cui c'è di tutto e che confonde la realtà del fatto tragico mischiandolo agli omicidi per i motivi più diversi e mischiando le vittime uomini e donne, riportando il numero degli omicidi in cui le vittime sono uomini, che ad avviso di questa donna sono molti di più. Poi misura anche l'indignazione a suo avviso maggiore se gli assassini sono "bianchi" o "neri" e immigrati i quali, secondi, godrebbero di una minore indignazione dell'opinione pubblica e dei media.
Purtroppo, come per fatti di politica e di guerre, ci si imbatte sempre in menti che lasciano esterrefatti per la debolezza dell'analisi della realtà, o per difetto di capacità analitica o per una summa di idee che costituiscono pregiudizio, quindi incapacità ad accettare la semplice nuda realtà.
E la semplice nuda realtà io l'avvertii già anni fa e ne scrissi su questo blog: 
Ora questo ennesimo orrido brutale assassinio che ha colpito più di altri per l'innocenza entusiasta della vita di Giulia Cecchettin nonostante toccata da un recente e profondo dolore, la perdita della mamma dopo sette anni di lotta con un tumore, ha coinvolto le coscienze del Paese scuotendo a livello politico idee di rimedi idioti: il primo è gettare anche questo problema educativo delle menti maschili fragili sulla Scuola!
La Scuola è il capro espiatorio di tutto!
Buttiamo tutto sulla Scuola così avremo qualcosa e qualcuno con cui prendersela!
Non si può continuare a risolvere i guai con l'ipocrisia!
Essa è il contrario della verità e della realtà.
L'educazione, tutta, in particolare quella emotiva, viene dalla famiglia!
Quello che fa male è pensare a come Giulia poteva essere salvata: prima di tutto non accettando di uscire con il suo assassino ma, una volta che l'aveva riaccompagnata a casa perché litigarci? Era a pochi passi da casa sua quando il benemerito signore che ha sentito le voci concitate, soprattutto la sua, ha fatto un atto di grande civiltà: ha chiamato i Carabinieri. 
Perché litigava con il Turetta Giulia? Un litigio animato lo si comprende solo se si è emotivamente coinvolti con la persona con cui si discute. Lei aveva preso le distanze emotive da quel giovane, usciva con lui "da amici" per pietà del suo stato depressivo, non avrebbe dovuto farla arrabbiare, qualsiasi cosa egli avesse detto o fatto. L'auto era ferma, la casa vicina, con un po' di intelligenza poteva prendere la busta dei suoi acquisti, salutarlo con un sorriso gentile ed affrettarsi verso casa dicendo: "E' tardi."
Invece il litigio. Perché? E' uscita in pieno litigio e lui l'ha riacchiappata spingendola in auto e ripartendo allontanandosi dalla casa di lei... I Carabinieri quando sono arrivati non hanno trovato nessuno... La targa non l'avevano, il testimone non era riuscito a prenderla...
Un altro aspetto doloroso nella mia riflessione è perché solo al mattino a casa di Giulia hanno preso coscienza che non era rientrata?
Stessa cosa a casa del Turetta.
Erano usciti per acquisti al Centro Commerciale, una breve cena al fast-food... A mezzanotte nessuna delle due famiglie si è chiesta dove fossero? Non hanno pensato ad un incidente? Se non rispondevano ai cellulari potevano chiedere ai Carabinieri notizie di eventuali incidenti stradali... Di sabato sera è facile pensarlo. Avrebbero fornito informazioni sull'auto... I Carabinieri avrebbero potuto mettere in relazione un mancato rientro con la segnalazione del testimone...

sabato 11 novembre 2023

La Sig.ra Anteri e altre mille vite - Romanzo - Cap. IV

 La Sig.ra Anteri e altre mille vite

Capitolo IV

Si deve scoprire ciò che non ci appartiene. Quello che abbiamo dentro di noi se lo incontriamo nel nostro cammino non ci suscita meraviglia né ci rimane incomprensibile.
E quello che abbiamo dentro di noi in parte è innato e in parte è frutto di ciò che abbiamo ricevuto dal momento della nascita, quando quello che vediamo è da noi incamerato senza critica, assorbendo tutto come un dato di fatto.
Poi inizia la fase della eleborazione nel nostro cervello e, con l'analisi dei dati fin lì immessi, il pensiero critico.
La signora Anteri era stata una bambina straordinariamente precoce in questo. Ricordava molto bene quando, avrà avuto quattro o cinque anni, dormiva saporitamente in braccio a sua madre quando questa iniziò ad agitarsi nel parlare e la svegliò. Disturbata dall'essere tratta da quel sonno così piacevole Giulia vide accanto a sua madre seduta sua nonna, madre di suo padre, che sedeva a sua volta su una sedia accanto alla nonna e di fronte, con una faccia scura, suo zio Alfio, fratello minore di suo padre. Sua madre fu subito zittita da suo padre con un:"Stai zitta tu!" Che a Giulia non piacque, sembrandole irrispettoso verso la sua mamma. E suo padre continuò a parlare con dura sicurezza a suo zio. Giulia capì che parlavano della fidanzata dello zio Alfio e che suo padre lo stava dissuadendo dallo sposarla. Avvertì che sua nonna era d'accordo dall'espressione del viso chiusa come la sua bocca... L'empatia era in quella bambina una dote innata. Ed ella, così piccola, elaborò questo pensiero: "Ma papà non vede l'espressione dello zio? Quando l'avrà sposata e sarà sua moglie lo odierà per quello che gli sta dicendo."
E così fu.
Pur intelligente, come da tutti ritenuto, suo padre dimostrò sempre una strana cecità nell'intuire i sentimenti altrui e le conseguenze di azioni sue o altrui nei rapporti umani.
Un po' come la sua amica Fabrizia. Anche se suo padre era un uomo molto pragmatico e realista e di animo buono, quindi diverso dalla sua amica, ma ugualmente apparentemente cieco sulle conseguenze delle proprie parole.
Ma anche Giulia, pur avendo questa innata sensibilità, pagava il prezzo della non conoscenza di ciò che non le apparteneva, scoprendo aspetti del cosiddetto prossimo che non immaginava neppure lontanamente. Uno di questi era la malvagità gratuita, quella che colpisce senza motivo, con ferocia, sconfinando, pur di colpire, nella menzogna.
Ne fu traumatizzata quando la scoprì, in tutta la sua violenza, in un posto dove le capitò di abitare e dove non si era resa conto di suscitare interesse ed invidia.
Quando cambiò di casa pensava di aver relegato in quel luogo inquinato dall'ignoranza e dal sottosviluppo culturale un'esperienza unica nella sua anomalia. Invece quella era solo la scoperta della realtà umana che è ovunque e da cui lei non si era saputa difendere perché non le era mai capitato prima, finendo così per essere triturata.
A poco a poco iniziò a capire vedendo altrove invidie e rivalità diverse, stupidità, voglia di prevaricare, e imparò a sapersi difendere meglio...
Così, a poco a poco, tutta la vita. Ora sapeva che l'importanza che dava al suo prossimo era in gran parte mal riposta, immotivata, e che l'umanità è in gran parte miserevole.
Ora sapeva che grandi della Letteratura ne avevano scritto, per averlo scoperto prima di lei, avendolo vissuto... Ne "Il Viaggio al termine della notte" Louis Ferdinand Destouches, che ha pubblicato i suoi libri con lo pseudonimo di Céline, nome di sua nonna materna Céline Guillou, a proposito del suo prossimo scrive :
"Con la mia laurea avrei potuto stabilirmi ovunque, è vero... Ma ovunque sarebbe stata la stessa cosa né più né meno... Un po' migliore il posto agli inizi, per forza, che ci vuol sempre un po' di tempo prima che gli altri riescano a conoscervi, e prima che si decidano e trovino il mezzo di nuocervi. Sinché cercano ancora il lato debole dove è più facile farvi del male, s'ha un po' di tranquillità; ma appena l'hanno trovato allora diventa uguale dappertutto. Insomma, il più piacevole è il breve intervallo in cui s'è ancora sconosciuti in ogni nuovo posto. Dopo iniziano le solite carognate. E' nella loro natura."
Non c'è nulla da fare, in ogni tempo, in ogni luogo, la natura umana è questa.
Giulia non si aspettava più nulla. Per questo era serena.
Céline era un Medico, traumatizzato dalla guerra a cui era voluto andare giovanissimo senza sapere cosa fosse... Di sé non da immagini elegiache, si mostra in tutti i suoi difetti, fra cui l'inaccettabile antisemitismo, ma è grande nella sua scrittura perché coglie verità come questa che Giulia aveva scoperto a poco a poco.
Persino all'interno dei rapporti parentali era stato un continuo constatare meschinità e invidie, miste alla stupidità che sempre le accompagna, per lei motivo di tristezza e incomprensibili per qualsiasi logica di convenienza reciproca. Leggendo Zola aveva scoperto che i sentimenti meschini, il cambiare mutevole della gentarella nei comportamenti verso qualcuno senza autocritica, ritegno e consapevolezza delle conseguenze del proprio agire, era nel tempo da lui vissuto, fine ottocento, uguale a quello che faceva parte della sua esperienza di vita.
I personaggi che Zola ha lasciato sono presi dalla sua esperienza di vita: non importa se si tratta della Parigi della seconda parte dell'ottocento, fatta di operai, artigiani di scarsa cultura... Non erano diversi dagli artigiani di "Cronache di poveri amanti" che Vasco Pratolini descrive nel 1946... Quello che viene fuori è che gli esseri umani sono mossi da passioni basse e miserabili, con ogni tanto un poco di bontà e sprazzi di sentimenti nobili che in parte li riscattano.
Un'altra immagine della fidanzata dello zio Alfio, scolpita nella sua memoria, era sempre collocata nel medesimo luogo: un paesino rurale dove passavano l'estate e dove i suoi genitori, lo zio e la futura zia erano nati. 
Il ricordo in cui suo padre parlava a suo fratello, con l'intento di dissuaderlo dallo sposare Filomena con il silenzioso totale assenso di sua nonna, era collocato fuori dalla loro casa paterna, nel piccolo spazio pianeggiante dopo i tre scalini che portavano all'ingresso. Il gruppetto era seduto su delle semplici sedie, tranne Alfio che, cupo in viso, sedeva su uno scalino.
Il ricordo successivo di poco nel tempo e nel luogo era in una casa che veniva subito dopo quella dei nonni paterni, provvista all'entrata di un ampio cortile chiuso in cui Giulia e un gruppo di bambini scatenati come lei giocavano felici; passò tesa, trionfante e felice la giovanissima Filomena che si rivolse a Giulia: "Guarda cosa mi ha regalato tuo zio!" La chiamò distraendola da quei giochi sfrenati e beati allungando la mano verso di lei e mostrandole un anello con una pietra, poi corse via.
Giulia tornò subito a giocare stupita di quel gesto rivolto ad una bambina piccola come lei.
In seguito sentì sempre in quella zia acquisita tensione e malanimo nei suoi confronti, anche se lei nulla mai le aveva fatto di male.
Ma qualche ricordo dolce da quella coppia di zii le era rimasto nel cuore: in una vigna di famiglia dove la lasciarono fare una scorpacciata di uva i cui grappoli pendenti dalle piante le apparivano nel ricordo giganteschi.. Grappoli di uva nera e bianca... E lei prendeva gli acini direttamente da quel bendidìo, felice in mezzo a quella natura generosa mentre i due giovani zii amoreggiavano dimentichi di lei e di una sua eventuale indigestione...
Un'altra volta la portarono al cinema a vedere un film che le piacque tantissimo: "Arrivano i nostri". 
Cosa fosse accaduto dunque oltre il ricordo del viso scuro dello zio Alfio, che precedeva quelli felici con gli zii, Giulia non lo sapeva.
La predizione che aveva fatto la mente della piccola Giulia non poteva essere l'unico motivo di quell'ostilità durata tutta la vita se, successivamente, gli zii erano stati così affettuosi nel suo ricordo.
Forse c'entrava il carattere di suo padre, a volte autoritario e atteggiantesi a fratello maggiore?
Di certo Alfio fu sempre critico verso suo fratello. Anche quando la pecora nera della famiglia, il vero fratello maggiore, ospite in casa dei genitori di Giulia, rubò dei soldi per poi non ripresentarsi a casa.
"E' andato a cercarlo sotto casa di parenti urlando! - Si lamentò Alfio al telefono con la nipote dodicenne. - Per diecimila lire! Che se le vedi perterra nemmeno ti chini a raccoglierle!"
In quel tempo quella cifra costituiva circa un quinto dello stipendio di suo padre.
Perché suo zio parlasse così di suo fratello alla sua bambina dodicenne Giulia se lo chiedeva.
Certo lo zio Narciso era sempre stato un carattere dedito a tutte le debolezze: nessuna voglia di lavorare, sigarette e vino. Ma che avesse rubato in casa mentre era loro ospite la piccola Giulia non lo avrebbe mai immaginato. Chiusa la telefonata con l'aspro zio Alfio pensò che prima di sparire lo zio Narciso tutto elegante, in completo giacca e cravatta, l'aveva presa per mano e le aveva detto: "Andiamo a fare una passeggiata." Le aveva offerto un'aranciata al bar poi l'aveva condotta sulla Cupola della Basilica di S. Pietro pagando il biglietto. A Giulia quella passeggiata era piaciuta tantissimo: di lassù aveva visto la meraviglia perfetta dei Giardini Vaticani... Suo padre non l'aveva mai condotta lì... Sempre giustamente attento ai soldi.. 
Ma lei capiva suo padre: era l'unico in famiglia che si era tolto dalle spese a soli sedici anni andando via di casa a lavorare nella grande città e sempre aveva mandato soldi alla madre per i suoi fratelli che erano rimasti a vivere nella casa paterna.
Dopo di lui era sceso in città dai monti Alfio e aveva trovato accoglienza nella modesta casa in cui i genitori di Giulia, ormai sposati, abitavano.
Un giorno che egli era in giro a cercare lavoro il fratello aprì indiscretamente la sua valigetta ed ebbe la prova di quello che in cuor suo sospettava: "Guarda, - disse con amarezza alla sua timida consorte - quarantamila Lire!" 
Anche la moglie rimase meravigliata: era davvero una grossa cifra nel 1946.
"Mia madre, - disse subito il futuro padre di Giulia - con i soldi che le mandavo io più altri suoi risparmi ha dato questa cifra al figlio prediletto per le prime spese in città. Proprio come me quando venni qui a sedici anni! - Disse con dolore. - Avevo pochi spiccioli nella valigia di cartone insieme alle maglie di lana e alle calze."
Infatti al primo screzio con il fratello più grande, che pretendeva di dargli consigli sul lavoro, Alfio prese la sua valigia e se ne andò a cercarsi un alloggio a pagamento visto che i soldi, grazie a sua madre, li aveva.
Suo fratello, molti anni prima, invece non aveva potuto scegliere, ma era stato ugualmente grato ad una cugina che gli aveva affittato un lettino in un corridoio dove, accanto alla brandina dove dormiva, teneva la sua ordinata valigia di cartone, da cui prendeva quel che gli serviva al buio, per non disturbare i figli della cugina che dormivano nella stanza adiacente, di cui dovevano tenere la porta schiusa per poter respirare dato l'affollamento... 
Alfio fece fortuna e Giulia, come suo padre e sua madre, ne furono felici.
Ma Filomena derideva il lavoro impiegatizio del fratello di suo marito, rivelandosi una donna volgare. Alfio disprezzava la moglie di suo fratello e parlava male dei fratelli di lei definendoli dei pidocchiosi perché svolgevano mestieri umili, come ad esempio l'inserviente negli alberghi, oppure il cameriere di ristorante.
I parenti di Filomena non erano da meno, ma lei se ne circondò dando loro lavoro nell'attività del marito e creandosi così un cuscinetto di parenti grati e servizievoli.
Il suo carattere aspro non smentì il  soprannome che le avevano affibbiato nel comune paesello natìo: la "iena".
Giulia sentiva su di sé con meraviglia quell'asprezza nei rari incontri con quei parenti. Suo zio Alfio non era da meno, ma viveva in lui un residuo del sentimento di consanguineo misto ad un imbarazzo, quasi un senso di colpa.
Ci fu un momentaneo riavvicinamento quando il padre di Giulia morì... Ma durò poco. Giulia sentì, soprattutto nei cugini, un'insanbile frattura.
I casi della vita vollero che abitassero nel medesimo palazzo molto borghese, ad una scala sola, dove abitava un parente del marito di Giulia.
Accadde che per due volte, in visita a questo parente con l'intera sua famiglia, incrociasse una volta la cugina e una volta il cugino: nel piccolo androne non le fu possibile salutarli giacché abbassarono lo sguardo e la testa guardando a terra e sui loro visi avevano un'espressione scostante e dura.
Giulia apprese poi dal parente di suo marito che il cugino era morto prematuramente per un tumore con cui combatteva da tempo e, con grande meraviglia, ricostruì che quando l'aveva incrociato su quel portone già doveva essere malato.
Provò un'immensa pietà per Filomena. La vita l'aveva colpita fortemente. Vedere un figlio morire prima di te madre è il dolore più grande che si possa provare.
Ripensò al suo carattere aspro anche con il figlio maschio quando, bambino irrequieto, si abbandonava in giochi sfrenati d'estate e lei lo richiamava a casa per il pranzo urlando il suo nome  dalle scale, con la voce perforante le orecchie di Giulia che, ragazzina, passava le estati nella casa che suo padre aveva acquistato per le vacanze e che era quasi adiacente a quella natale di Filomena, dove lei tornava con i figli. 
Quando trafelato arrivava Alessio lei continuava a rimproverarlo aspramente e un giorno Giulia la vide stenderlo lì, sulle scale esterne della casa, e picchiarlo selvaggiamente... 
Sua cugina, un po' più grandicella di Alessio, in un raro momento di confidenza le disse che le urla e le scenate fra la madre e il fratello minore avvenivano anche in città... E che lei si vergognava dei vicini che non potevano non sentire quegli strepiti... 
Giulia ora pensava a quella madre così punita dal destino, se mai le tornavano alla mente quei rimproveri che aveva inflitto a quel suo irrequieto figlio maschio... E che sensi di colpa la poveretta poteva avere...

giovedì 26 ottobre 2023

Preghiera per Michele

 Ti prego Michele torna,

sembra che tu dorma...

Dormire ti vediamo,

ma tu sei lontano..

Non vedi le nostre pene,

e ti vogliamo tanto bene...

Il destino in un momento

la tua allegria ha spento.

Attendiamo con pazienza

l 'esito e la sentenza.

Ma ti prego Michele

sii più forte del fato crudele...





sabato 21 ottobre 2023

La Sig.ra Anteri e altre mille vite - Romanzo - Cap. III

 La Sig.ra Anteri e altre mille vite

Capitolo III

Fabrizia da due anni aveva chiuso bruscamente e immotivatamente l'amicizia con Giulia Anteri, suscitandone lo stupore, perché nessun motivo contingente spiegava una decisione così drastica e definitiva.
In altri tempi Giulia ne avrebbe sofferto, dato che voleva bene a Fabrizia da quando aveva quindici anni e si erano conosciute sui banchi di scuola, come con Ianira. Ora, ad oltre settanta anni di età, la signora Giulia aveva maturato un pensiero lucido e tranquillo su sé stessa e gli altri che le faceva accettare le decisioni altrui serenamente, avendo sempre vissuto ben presente a sé stessa e alle sue azioni, mai meschine, mai improntate all'invidia, sentimento diffuso anche fra chi si dice amico. Aveva sempre desiderato il bene delle persone che amava e fra queste c'erano anche le amicizie, in particolare quelle annose come con Fabrizia e Ianira, continuate senza interruzione fino ai suoi 75 anni.
Fabrizia era sempre stata una che non rispettava le regole, anche a scuola, e amava fare dispettucci stupidi ai tipetti seri come Giulia. Ma capitò che la loro classe, decimata dalle bocciature, si riducesse di numero e l'anno successivo si trovarono con nuove compagne, oltre le poche dell'anno precedente promosse come loro, e si misero nello stesso banco. 
Così diverse come erano pure si affiatarono e si vollero bene.
Certo Fabrizia aveva a volte battute sadiche che Giulia le perdonava. Un paio di volte la fece piangere. Non capitò mai il contrario. 
Fabrizia aveva una casa bellissima ed elegantemente arredata ai quartieri alti, Giulia l'ammirava, mai invidiava. Nello scorrere delle loro vite notò a volte che Fabrizia non era sempre felice delle cose buone che capitavano alla sua amica come invece accadeva a Giulia. Né era pronta a soffrire per le sue disgrazie, cosa che a Giulia sincerametne capitava.
Quando morì il padre di Giulia Anteri Fabrizia non andò al suo funerale, ma nemmeno stette vicino alla sua amica nei primi mesi dopo tale evento, anche se lei glielo chiese più volte. Stesso comportamento per la morte della madre di Giulia. Ciò nonostante, la Anteri, trovando anomalo il comportamento della sua amica, avrebbe voluto essere vicino ai genitori di lei negli anni della malattia e finali delle loro vite. Ma Fabrizia non volle. 
Il marito di Giulia non capiva come sua moglie potesse sopportare la sua amica e perdonarle tutto.
In realtà Giulia non perdonava perché non aveva nulla da perdonare a Fabrizia, avendola accettata con le sue indubbie stranezze che riguardavano tutta la sua vita di relazione... Soprattutto sul piano sentimentale, e la prima a pagarne le conseguenze era lei.
Giulia, leggendo "Menzogna e sortilegio" di Elsa Morante, trovò nel personaggio della protagonista una similitudine con Fabrizia; la protagonista era innamorata ciecamente di un cugino facente parte del ramo ricco e nobile della famiglia di suo padre da lei idealizzato, mentre lei aveva sposato un impiegato postale che riteneva di modesto ceto, riportandone profonda frustrazione e gonfiando i meriti inesistenti della famiglia di origine di suo padre che, peraltro, li ignorava. Mentre il povero impiegato faceva del tutto per assicurare a lei e a sua madre, rimasta vedova, una tranquilla sicurezza.
Fabrizia era innamorata di un fiacco figlio di papà che idealizzava perché figlio di un Professore Ordinario Direttore di un Istituto di Ricerca. Costui era un ipocrita, iscritto ad un'organizzazione cattolica e in essa praticante, che le faceva prediche morali ma intanto la scopava senza amarla e senza sognarsi di sposarla.
A Giulia raccontava storie fantasiose, finchè l'amica colse senza volerlo una conversazione fra i due in cui lui le chiedeva se per caso non scopasse anche con altri, ben sapendo che la sconsiderata si era data a lui vergine.
Invece di offendersi e lasciarlo con disprezzo, Fabrizia trascinava questo rapporto frustrante facendo la spavalda. Inutile fu che Giulia, capita la situazione, le facesse notare le contraddizioni morali di costui e la sua vigliaccheria. Ma il masochismo di Fabrizia, abbagliata dalla posizione sociale del soggetto come la protagonista del libro della Morante, accettava quella che era un'umiliazione sorridendo e giustificando financo la sorella del giovane, sua amica, che facendo parte della stessa organizzazione cattolica del fratello e sapendo quello che accadeva fra i due diceva che non avrebbero dovuto sposarsi perché troppo diversi.
Giulia faceva notare alla sua amica che la sorella del suo riottoso innamorato aveva la loro stessa età, più o meno, e dall'alto di quale esperienza di vita poteva emettere tale sentenza? Inoltre Fabrizia non si offendeva che una persona che le era amica non fosse felice che sposasse suo fratello?
Ma non c'era nulla da fare, al di là di ogni logica di amor proprio Fabrizia a quei due perdonava tutto.
Nel corso della vita Giulia constatò questa anomalia nella sua amica sempre.
C'erano persone a cui non perdonava nulla, con cui era anche ingiustamente feroce, ed erano persone che magari la tenevano in considerazione, e altre che la umiliavano con il loro modo di fare ma che lei continuava a tenere in grande conto.
Dato che il figlio del Professore Universitario le diceva che faceva male a darsi a lui visto che non le aveva mai detto che voleva farsi un futuro con lei, Fabrizia con una stupidità meschina intese schermirsi calunniando Ianira e Giulia: "Non sono mica la sola sai, lo fanno tutte." Giulia scoprì di essere stata calunniata dalla sua amica quando conobbe colui che poi diventò suo marito, il quale, capito chi era la giovane di cui si era innamorato, le rivelò che l'amante di Fabrizia gli aveva detto che lei era una ragazza da poter facilmente portarsi a letto.
"Ma come ha potuto dire una cosa così grave se nemmeno mi conosce? Io l'ho incontrato una sola volta con Fabrizia!" Disse piangendo la giovane.
Scoperta una simile bassezza da parte di Fabrizia pensò seriamente di terminare ogni rapporto. Poi invece continuò a sentirla e, sia pure sporadicamente, a frequentarla, con grande stupore da parte di suo marito che non comprendeva tanta indulgenza.
Eppure a modo suo Fabrizia voleva bene a Giulia, ed era la sua natura debole, superficiale e invidiosa che la rendeva meschina.
Era attratta da persone un po' folli, dalla vita scombiccherata, con altre, normali, aveva pulsioni sadiche e le offendeva per il gusto di ferirle, senza preoccuparsi dei solchi che scavava fra sé e loro. Sembrava avere incosciamente un odio di sé spingendo certi rapporti al limite della sopportazione da parte dell'altro: che fosse l'uomo che poi sposò, una parente o un'amica. 
Qualche anno prima di troncare di netto ogni rapporto con Giulia iniziò a non farle più gli auguri di compleanno, a rispondere un laconico grazie a Giulia che invece continuò a farglieli, a rispondere con gelidi silenzi, invece dei suoi abituali scoppiettanti commenti, all'ascolto ormai solo telefonico delle belle notizie dei figli di Giulia: la figlia che aveva festeggiato le Nozze d'Argento, il figlio che aveva assegnato la sua prima tesi di laurea ad uno studente portandolo alla Laurea indossando in Commissione la toga...
Eppure Giulia era stata felice di ogni bella notizia riguardasse i figli di Fabrizia che lei, peraltro, aveva criticato continuamente nelle loro scelte, soprattutto sentimentali.
Parlava con spregio del matrimonio e alla fine la sua unica figlia femmina non si era mai sposata né aveva mai desiderato di avere figli.. Per poi accorgersi che la figlia di Giulia aveva vissuto, avuto figli, ed ora festeggiava le nozze d'argento.. Il tempo era passato e ciò che lei spregiava dava frutti, mentre le sue idee sprezzanti e sempre espresse con arroganza avevano condotto la vita di sua figlia nella solitudine.
Forse parlare con Giulia ed apprendere dei suoi risultati pazienti, ottenuti senza presunzione, ma con molta cura, guidando la sua famiglia su binari di valori diversi da quelli che Fabrizia esternava, le diventò di botto insopportabile. Forse si era resa conto di aver sbagliato tutto.
Giulia non le aveva mai fatto mancare i suoi pareri su certe follie, senza presunzione, ma solo perché quel che faceva le appariva sbagliato. Semplicemente glielo diceva educatamente mostrandole quelle che, a suo avviso, potevano essere le conseguenze del suo agire.
Come quando per mesi e di sovente uscì di notte per andare a fare compagnia ad una dottoressa che faceva il turno di notte in ospedale. Suo marito ed i suoi figli non l'arginavano più e la lasciavano fare. Alla fine il marito si prestò anche ad un incontro a tre in cui Fabrizia voleva chiarire a sé stessa se quello che sentiva per quella dottoressa fosse un'amicizia morbosa o un vero e proprio innamoramento.
Giulia cercò di farle capire che questo scavava dei solchi fra sé e suo marito, oltre quelli che già avevano scavato insieme. Per non parlare di quello che dovevano pensare i suoi figli, i quali avevano già assistito alle telefonate che lei faceva all'ex amante, il figlio del Professore ordinario, in loro presenza e del marito.
Fino a che punto voleva portare la sfida contro le regole del buonsenso Fabrizia?
Di certo dentro di sé doveva aver perso codesta sfida.
Giulia e Ianira si sentivano ancora, anche se solo telefonicamente, e non parlarono più di Fabrizia.

domenica 15 ottobre 2023

La Sig.ra Anteri e altre mille vite - Romanzo - Cap. II

 La Sig.ra Anteri e altre mille vite

Capitolo II

Il dolore di sapere chi l'aveva generata aveva accompagnato Ianira per tutta la vita. La leggerezza incosciente di sua madre l'aveva ferita, ma lei aveva continuato ad amarla, come anche colui che nella sua mente per i primi dodici anni della sua vita era stato suo padre. Come cancellare quel fatto?
Infatti, quando ormai vecchio e solo era diventato quasi cieco, chi lo andava a trovare era Ianira.
Chi trovava lavoro a tutti però era lei, la sciagurata madre.
Il giro di lezioni private che dava erano in prevalenza a figli di ricchi, alcuni gente importante, e a loro la donna si rivolgeva raccomandandosi...
Così Ianira andò a fare svogliatamente un lavoretto di segreteria presso la sede di un Partito di destra che era nello stesso palazzo dove abitava Giulia.
Ianira, insieme ad una sua collega, andava a casa di Giulia, che frequentava l'ultimo anno, quello della maturità, che Ianira aveva abbandonato, e l'accoglieva con dolcezza la madre di Giulia. Le due ragazze mangiavano qualcosa lì e poi tornavano nella sede di lavoro.
Giulia apprese da sua madre di questa abitudine e ne fu lieta. Sua madre non mostrava la sua problematica psichica, era contenta di avere un po' di compagnia. Giulia non ne faceva mistero ma le sue amiche non vedevano quello che vedeva lei: quando sua madre rispondeva alle voci che secondo lei la calunniavano aprendo la finestra e dicendo frasi con alcuna attinenza con la realtà. Bastava che Giulia, ancora bambina, la rimproverasse chiudendo la finestra e sua madre tornava normale.
Per questo, anni dopo, avuta finalmente la diagnosi di schizofrenia, Giulia pensò che quella di sua madre era una forma lieve che, qualora trattata in modo diverso da suo padre e curata, poteva rientrare nella assoluta normalità, essendo la schizofrenia un distacco totale dalla realtà che crea assenza di affettività, mentre sua madre le voleva molto bene, come in seguito volle molto bene ai figli di Giulia.
In quel periodo Ianira le disse che aveva un uomo più grande di lei che l'amava e la sera la veniva a prendere alla fine del suo orario di lavoro. Lavorava in televisione nel settore tecnico e voleva sposarla. Una buona cosa per andarsene da quella famiglia disastrata. Ma lei era ancora innamorata di un tipo fascinoso ed egoista che lei capiva che non le avrebbe mai dato nulla. 
Un giorno Giulia seppe che suo padre aveva incontrato davanti al portone la madre di Ianira: "Ma tu mi hai detto che è una professoressa che insegna nella scuola pubblica musica... Sembrava una donna di servizio.. Malvestita e affatto fine." Giulia capì la meraviglia di suo padre. Nonostante la sua debolezza psicologica che lo induceva ad ubriacarsi spesso, egli si riduceva in quello stato solo la sera. Rientrava verso le dieci di sera e non lo vedeva nessuno, solo Giulia, che gli dimostrava tutto il suo biasimo, e sua madre che riacquistava tutta la sua lucidità raccomandandosi a Giulia di non dirgli niente, di non rispondere alle provocazioni che lui rivolgeva verso di lei, mai verso la figlia, rinfacciandole ironicamente le sue ubbìe i suoi vaneggiamenti.
Poi andava a letto dove si buttava tutto vestito. Allora sua madre gli toglieva le scarpe, lo spogliava e gli rimboccava le coperte. Spesso lui vomitava quel vino che gli serviva per sentirsi "allegro", così diceva, e sua madre con la stessa umile abnegazione puliva tutto.
Per il resto del tempo il padre di Giulia era un dignitoso impiegato pubblico benvoluto da tutti, sempre in ordine in giacca  e cravatta.
Una sera Giulia vide sul portone l'innamorato di Ianira che l'aspettava e pensò che non era niente male: spalle ben disegnate, viso dai lineamenti regolari, gambe dritte... Non alto, ma a Giulia gli uomini troppo alti non piacevano.
Quando si sposarono Ianira era bellissima nell'abito da sposa di raso bianco che qualcuno le aveva prestato. C'era anche il padre putativo con il cappello in mano lungo il fianco e la sua alta figura un po' piegata. 
La sorellastra di Ianira, che lei chiamò sempre sorella come Michelangelo, mai con il giusto appellativo, era mezza matta. Laureata in lingue, riuscì negli anni ad inserirsi nella Scuola Pubblica facendo l'insegnante come il fratello, laureato il Lettere. In entrambi i casi la madre fece molto per loro cercando di inserirli dapprima nel giro delle supplenze poi, attraverso i farraginosi canali di accesso all'insegnamento, stabilmente nella Scuola Pubblica.
Solo Ianira non si laureò mai né mai conseguì il Diploma di maturità.
Giulia le voleva bene anche se disapprovava le relazioni extraconiugali che diceva di avere confessandole nei particolari soprattutto a Fabrizia che poi ne riferiva a lei.
Il suo matrimonio era finito, anche se per ragioni economiche continuavano a vivere nella stessa casa in affitto.
C'erano cose di lei che Giulia apprendeva da Fabrizia. Ianira poi ne parlava a Giulia di sfuggita dando per scontato che lei lo sapesse. Come un aborto in anni precedenti la Legge 194 e un conseguente crollo nervoso con tendenze suicide.
Giulia non forzava quel riserbo avvertendo tutta la fragilità psichica della sua amica.
C'erano argomenti che invece provava a toccare per il suo bene, ma il suo modo di vedere le cose era così diverso da quello di Giulia che si offendeva e scandalizzata ne riferiva a Fabrizia che poi lo riportava a lei, Giulia.  
Come quando, morto il marito, ebbe in eredità con i due figli una cospicua somma che costituiva la liquidazione di lavoro di lui. Giulia, sentitane l'entità, la consigliò di investirla in un appartamento per sé e i figli, visto che abitavano tutti in affitto con redditi non molto alti, i due figli, e lei soltanto con la pensione di reversibilità del marito. Reagì dicendo che era un'assurdità. Dette ai figli la loro parte e rimasero tutti in affitto. La figlia in quel momento conviveva con un ragazzo, ragioniere in uno studio privato, che Ianira condusse ai Parioli dove affittavano un appartamento che a suo avviso era elegante e il proprietario gli avrebbe lasciato anche le tende delle finestre: bellissime. Giulia nemmeno provò a farle osservare l'assurdità di una simile scelta senz'altro dispendiosa dato il quartiere, a fronte del lavoro privato della figlia, anche questo trovato dalla scellerata nonna ma sempre accudente sul piano lavorativo, e di quello del giovane ragioniere che, infatti, poco dopo si eclissò e la storia finì: forse spaventato da quelle manie di grandezza a cui non poteva sopperire.
Anche Fabrizia parlando con Giulia non si spiegava le manie del lusso di Ianira, essendo sempre vissuta nella precarietà economica ed avendo avuto un poco di respiro solo grazie al lavoro di suo marito.
Con la sua parte di soldi della liquidazione del marito si comperò un impermeabile foderato di visone. Fabrizia, che era vissuta in una famiglia agiata, pure non aveva nemmeno l'ombra delle smanie di lusso di Ianira. Senza giungere alla frugalità di Giulia era però di parchi desideri e con l'amica commentava gli atteggiamenti da duchessa della comune amica. Come quando acquistava borse costosissime giustificando la spesa con il fatto che "duravano di più e l'anno prossimo così non debbo ricomperarla": invece l'anno dopo ne comperava un'altra costosa "perché di diverso colore e di quel colore non l'aveva".
Quando rimaneva senza soldi provava a farseli dare dalle amiche o direttamente, chiedendoli a Fabrizia, o cercando di raggirare Giulia.
Questa non aveva una pelliccia e Ianira le disse che suo marito gliene aveva regalata una aggiungendo: "Si vede che me la merito". Suscitando il silenzioso stupore di Giulia a conoscenza dei suoi tradimenti coniugali. Quella volta ne rimase ferita, perché Ianira sapeva che Fabrizia le riferiva le sue confidenze su quell'argomento e ne aveva accennato, come al solito di sfuggita, anche a Giulia stessa, dunque che senso aveva dire una cosa simile sapendo poi che Giulia non aveva ricevuto altrettanto in dono da suo marito, pur essendo moglie devota?
Ma non bastò. A corto di denaro anni dopo cercò di vendere quella pelliccia rimessa a modello a Giulia, spacciandola per pelliccia quasi nuova di una sua conoscente, dato che si era messa a vendere abiti usati quasi nuovi in casa.
Giulia declinò l'offerta senza dirle che aveva riconosciuto l'indumento.
Questo ed altro modellò un'amicizia in cui Giulia conservava il suo affetto a Ianira ma non poteva anche stimarla, piuttosto compatirla.

sabato 30 settembre 2023

Un bel matrimonio - Romanzo Giallo a puntate - 13^ puntata

Un bel matrimonio 
13^ ed ultima puntata

"Ma perché tutto questo?! - Quasi gridò con la voce strozzata. - E' tutto chiaro! Perché smuovere tutto questo?! Non può che portare altro dolore!"
"Non so come tu  possa accettare il suicidio con tanta certezza Laurie, - rispose il padre angosciato - come tu possa così facilmente metterti l'animo in pace!"
"Ma è così! Era depresso perché era senza un ingaggio. Io mi stavo dando da fare per fargli avere qualcosa ma non è facile!"
"A noi non risulta Laurie. Lui aveva accettato di starti accanto ma di lavoro ne poteva avere ovunque con la sua specializzazione! E poi eravate felici, sposati da poco tempo.. Perché mai avrebbe dovuto farlo?!" 
"Ma chi mai poteva metterlo nella vasca piena d'acqua e tagliargli i polsi?" Insistette con ostinazione la vedova.
"Non lo so!  - Quasi  singhiozzò Luigi Rezzi - Ma vogliamo saperlo! Il nostro perito Medico legale ha detto che ha lividi.. Qualcuno l'ha annegato nella vasca spingendolo con forza con la testa sotto e poi ha messo su la messa in scena del suicidio tagliandogli i polsi... Ci ha spiegato che se avesse avuto il cuore battente nella vasca con i polsi tagliati l'acqua sarebbe stata scura di sangue... Invece è morto prima e di sangue ne è uscito poco per questo." Concluse il padre di Bruno pieno di angoscia.
Laurie dall'altra parte del telefono a quelle parole vedeva la scena reale di come le persone mandate da quell'uomo potente, che aveva usato tutto il suo potere, avevano agito su Bruno e rabbrividì. Pensava che se avesse parlato di tutto quello che sapeva di quel mondo, di quell'ambiente, le avrebbero fatto fare la stessa fine...

"Hai saputo Martin? - Il Commissario Roux non parlava al telefono, aveva preferito sedersi in un caffè all'aperto con il Dott. Julien Martin gustando una bibita e godendosi l'aria dolce del Midi della Francia - "La famiglia di Bruno Rezzi  non ha creduto al suicidio e ha fatto istanza per riaprire l'indagine presentando un dichiarazione Medico legale giurata con molti elementi di dubbio. Chiedono una nuova autopsia, quindi riesumeranno il cadavere."
"Chissà da chi ha saputo Bérnard che nella vasca da bagno avete repertato una lametta..." Rispose pensieroso il medico.
Roux fece una smorfia e disse: "O la soffiata di uno della scientifica, o la vedova, oppure chi l'ha ammazzato."
Martin sorrise sarcasticamente: "Forse l'ha intuito che una lametta doveva esserci per forza se i polsi se li era tagliati. Chi la portava via?! E' rimasta lì per forza.. Avrà detto che glielo avevo detto io per rafforzare la sua intuizione.."
Bevvero le loro bibite e non dissero più nulla.   

giovedì 28 settembre 2023

Un bel matrimonio - Romanzo Giallo a puntate - 12^ puntata

Un bel matrimonio 
12^ puntata

Il Medico incaricato dalla famiglia del povero tecnico del suono, ottenute le foto dall'avvocato italiano che le aveva finalmente ricevute dal Commissario Roux insieme al certificato dell'autopsia, rimase sconvolto. Non poteva formulare un'accusa di omicidio ma parlò subito con l'avvocato italiano di ciò che lo turbava di quelle foto.
All'incontro non partecipò l'avvocato francese che serviva da corrispondente in quel Paese per l'avvocato italiano incaricato dalla famiglia di Bruno.
"Prima di stendere la mia relazione per i suoi assistiti debbo dirle che dall'esame di queste foto si evidenzia il legittimo dubbio che siamo davanti ad un evento difficilmente catalogabile come suicidio a cuor leggero." Disse il Medico con aria grave e preoccupata insieme.
Tornati in Italia l'avvocato insieme al Medico esposero ai genitori e al fratello del defunto la situazione. Di fronte ai dubbi esposti in coscienza dal Medico l'angoscia dei tre aumentò.
"Me lo sentivo, - disse il padre - non è possibile che Bruno si sia suicidato.. Non ne aveva motivo..."
"Ma lei come pensa che possa essere avvenuto?..." Chiese il fratello al massimo della tensione di fronte a qualcosa di ancora più orribile e ignoto.
Il Medico espose gravemente, e anche lui teso, l'ipotesi che i segni sul corpo del giovane gli avevano fatto pensare.
"Non posso avere certezze perché non ho fatto l'autopsia, ma anche il Medico della Morgue che ha fatto l'esame del corpo da esterno, quando è arrivato lo stesso giorno del ritrovamento alla sua attenzione, ha notato i lividi su una spalla e alcuni sulle braccia e questo, insieme a ciò che ha scritto il Medico intervenuto sul posto e... le foto che ho esaminato.. potrebbero far pensare che è stato spinto sotto l'acqua della vasca fino all'arresto del respiro.. Sarebbe interessante sapere quanta acqua aveva nei polmoni ma questo nel referto autoptico non c'è e questo mi rende perplesso... Ma anche nelle foto si vede che il sangue disperso nell'acqua è poco nonostante i profondi tagli netti ai polsi.. Che poi anche quelli sono strani per un suicidio.. In Medicina Legale vediamo tagli plurimi, alcuni più lievi, perché l'istinto di conservazione induce il suicida a non riuscire a farsi subito tagli netti e profondi, quanto a tentare di infliggerseli ripetutamente."
Vedendo la prostrazione della madre di Bruno l'avvocato intervenne premurosamente: "Non so se sia il caso che la signora visioni le foto.. Comunque credo che con la relazione del dottore, vostro Perito di parte, possiamo tentare di far riaprire l'inchiesta chiusa così frettolosamente come suicidio. Abbiamo i certificati di due medici francesi e quello dell'autopsia. Esponiamo i nostri dubbi con una nostra relazione e chiediamo una seconda autopsia."
La famiglia fu d'accordo e l'avvocato si attivò appena ebbe la Relazione Medico Legale giurata del medico italiano.


Quando il padre di Bruno comunicò al telefono a Laurie i dubbi del perito medico da loro incaricato e la volontà di aver dato mandato al loro avvocato per chiedere un'apertuta di un'inchiesta e una nuova autopsia, Laurie sentì come un fuoco scoppiarle nella testa.

sabato 16 settembre 2023

Un bel matrimonio - Romanzo Giallo a puntate - 11^ puntata

Un bel matrimonio 
11^ puntata


Incaricarono un avvocato italiano che disse loro che avrebbe avuto anche un corrispondente in Francia, perché i suoi eventuali viaggi, che prevedeva necessari, in questo modo sarebbero stati in numero minore e il costo per loro anche.
Ma l'avvocato incontrò subito delle difficoltà nel reperire il materiale richiesto, in particolare le foto fatte dalla Polizia sul luogo della morte di Bruno. Alla fine dovette andare in Francia accompagnato da un Medico di fiducia e aiutato dal suo collega francese chiese un colloquio con il Commissario Roux.

Roux se l'aspettava e li ricevette con molta pazienza, pena e un po' d'ansia.
"Non ho le foto. - Dovette dire. - Le ha richieste il magistrato che ha in mano l'indagine."
"Ma la scientifica deve avere i negativi. - Obiettò l'avvocato italiano che un po' di francese lo parlava e lo capiva. - Non può ristamparne una copia per la parte colpita dalla disgrazia? Hanno il diritto di sapere..."
Il collega francese si intromise ricordandogli che anche la vedova era parte colpita dalla disgrazia e la richiesta lei non risultava l'avesse fatta. Aveva accettato il responso del Medico Legale nominato dal magistrato e forse sarebbe stato bene informarla di questa loro azione.
L'avvocato italiano insistette affermando che la famiglia d'origine, forse perché il fatto era avvenuto lontano da loro, aveva bisogno di chiarezza per trovare una pace che al momento non poteva avere, dunque chiedeva di visionare tali foto per una perizia di parte. Con loro c'era un Medico Legale venuto appositamente visto che, nonostante ne avessero fatta richiesta, in Italia non era arrivato alcun documento.
Il Commissario Roux disse che avrebbe fatto ristampare le foto ma che ci voleva qualche giorno. Dopo una breve discussione promise di ottenerle in due o tre giorni.
Il Medico che la famiglia di Bruno aveva pagato per andare fino a Nizza chiese se poteva parlare con l'addetto della Morgue che aveva effettuato il  riscontro diagnostico.
"Non abbiamo alcun documento in mano, capisce? La famiglia non ha copia dell'autopsia, né del referto fatto dal Medico accorso in loco.. Se almeno si potesse avere il riscontro fatto dall'Anatomopatologo nell'immediato presso la Morgue.. Non dico copia del documento scritto.. Che spero ci verrà dato con gli altri richiesti quando sarà possibile per voi, ma almeno parlare con qualcuno..Visto che siamo qui e questo per la famiglia della persona deceduta costituisce un costo non indifferente."
Roux capiva, eccome se capiva. Chiamò al telefono il Dott. Martin, glielo chiese come un favore e, ottenutolo, disse ai tre che potevano andare: l'Anatomopatologo che aveva visionato il corpo di Bruno all'arrivo alla Morgue era di servizio.
Martin era teso ma tranquillo dentro la sua coscienza, li ricevette e lesse loro la scheda che aveva compilato, dopo aver chiarito con il collega italiano che quello era solo un ulteriore riscontro di quanto già scritto dal Medico accorso sul luogo del ritrovamento. 
"Noi non abbiamo nemmeno quello." Rispose il Medico italiano con il suo non splendido francese.
E Martin lesse: "Uomo giovane, età apparente 30-35 anni, presenta due profondi tagli netti ai polsi, ipostasi diffuse rosso chiare al viso, alle spalle e alle regioni anteriori del torace..."
L'avvocato francese tradusse qualcosa al medico italiano che aveva chiesto una spiegazione su alcune parole che non gli erano state del tutto chiare. E questi disse: "Ma allora è morto annegato...?"
Martin annuì e proseguì nella sua lettura: "La cute si presenta con aspetto finemente rugoso, bianco opaco. Segni esterni: "fungo schiumoso" alla bocca ed alle narici..."
"Ma è sicuramente morto per annegamento!" Interruppe nuovamente il Madico italiano rivolto all'avvocato italiano. "Molto strano! Sembrerebbe prima annegato con segni così imponenti di annegamento... Ma come ha fatto a tagliarsi le vene così... Non capisco.."
"Chi le dice che sia annegato e poi.. Come fa a dire una cosa del genere? Sa che è impossibile. Si è tagliato le vene e poi ha perso conoscenza ed è annegato." Disse il Dott. Martin guardandolo sorpreso.
"Certo, certo - si affrettò a dire il Medico Legale che doveva fare la perizia per conto della famiglia del morto - ma di solito chi si taglia le vene dentro la vasca da bagno piena lo fa per affrettare la morte e risulta ...Di solito eh? Morto per dissanguamento, mentre i segni che lei ha riscontrato danno conto di un annegamento con imponente ingerimento di acqua.."
Martin non disse che pensava la stessa cosa e proseguì leggendo anche dei lividi sulla spalla e sulle braccia.
"E questi come li spiega? - Esclamò il Medico italiano. 
"Non li spiego, - disse freddamente il Dott. Martin - non sta a me spiegarli ma alla perizia firmata dal perito nominato dal Magistrato."
"Dobbiamo averla!" Esclamò di nuovo il perito di parte rivolto all'avvocato italiano.
L'avvocato aveva assunto un'espressione molto preoccupata e lasciarono la Morgue per tornare all'albergo silenziosi, dopo aver salutato l'avvocato francese.



lunedì 11 settembre 2023

Un bel matrimonio - Romanzo Giallo a puntate - 10^ puntata

Un bel matrimonio 
10^ puntata

"Il cadavere presenta un livido sulla spalla destra, lividi su entrambe le braccia.. L'autopsia deve dire come provocati.. Io posso solo dire che ci sono." E il Dott. Martin tacque guardando significativamente il Commissario negli occhi.
Questi tacque, ben conscio di quali scenari ciò che gli stava dicendo l'Anatomopatologo della Morgue apriva.
"Se lei rileva segni certi o sospetti di un delitto perseguibile d'ufficio deve darne immediata comunicazione all'Autorità Giudiziaria. - Recitò la formula di legge pacatamente e guardando negli occhi allo stesso modo il Medico.
"Lo sto facendo informalmente, come lei comprende, lasciando a chi è stato incaricato dal Giudice questo onere." Disse Martin, con tono amichevole, anche se gravato dalla consapevolezza che entrambi erano coscienti di qualcosa che scottava.
Roux, abbassando la testa mentre varcava l'uscio, rispose: "Lei lo sta dicendo senza ufficialità, senza conclusioni e certezze a me che sono Polizia giudiziaria. Io opero in funzione di disponibilità verso l'Autorità Giudiziaria e questa ha disposto la perizia ufficiale. Aspettiamo la perizia." E andò via.
Mentre tornava verso il Commissariato pensava che, come Martin, era inutile fare l'eroe suscitando un vespaio: si erano mossi dall'alto e allora facessero loro.

Dopo alcuni giorni il luminare incaricato dal Giudice effettuò l'autopsia e davanti allo sconcerto malcelato del Dott. Martin, che vi assistette essendo dipendente della struttura dove l'esame veniva effettuato, il perito incaricato dal Giudice non ebbe dubbi e scrisse suicidio.
Durante l'esame provò con estrema cautela a far notare al Professore come le ipostasi fossero accentuate e diffuse per la fluidità della massa sanguigna, tipica degli annegati. Ma il Professore non negò l'annegamento attribuendolo allo svenimento dovuto alla perdita di sangue dai polsi. Martin lo vide guardare le foto fatte in loco e il referto del collega intervenuto, dove era evidente che la perdita di sangue era stata minima, senza rilevare e considerare tali fatti. Fu per lui imbarazzante vedere come il perito ignorava anche le sue timide note.
Per il Commissario tale conclusione significò tanto lavoro in meno ma tanto disagio interiore. Il Giudice, avuta la perizia, dispose il rilascio della salma per le esequie che Laurie si era affrettata ad organizzare.
I genitori e il fratello del suicida alla fine del mesto rito disposero per riportare Bruno in Italia dove intendevano tumularlo nella tomba di famiglia in Toscana. Con sorpresa si videro chiedere da Laurie i soldi del funerale... Storditi da tutto firmarono un assegno a lei e uno alla Compagnia aerea per il trasporto della salma.

Fu mentre volavano verso l'Italia distrutti, con Bruno nella stiva, che iniziarono a diradarsi le nebbie dell'orribile botta che i loro cervelli avevano ricevuto e iniziarono ad affacciarsi le prime nebulose domande.
Alla mente di tutti e tre, insieme alle immagini del meraviglioso matrimonio, pieno di gioia e di orgoglio per il loro bellissimo figlio che sposava una donna bella, importante e famosa nella stupenda cornice  della campagna toscana, iniziarono ad apparire insidiosi ricordi recenti: quando Bruno aveva litigato con la moglie mentre erano loro ospiti in visita e lei in francese aveva pronunciato quelle frasi per loro inspiegabili: "Je ne suis pas une salope!"
Fu quello l'inizio di un coacervo di dubbi, di domande senza risposta che aggravarono il loro stato di prostrazione. Laurie si fece viva solo una volta con una telefonata poi non più. La madre di Bruno la chiamò per un reciproco conforto ma lei fu sfuggente alle sue domande e si disse molto presa dal lavoro che la incalzava nei pensieri e nel tempo.
Sempre più la famiglia di origine del povero tecnico del suono non sapeva spiegarsi quel suicidio e si rivolse ad un Medico di famiglia ponendogli le prime domande. Quello chiese di vedere il referto dell'autopsia per poter dire qualcosa, ma loro non l'avevano e riferirono quello che era stato detto loro: Bruno si era suicidato mettendosi dentro la vasca da bagno e tagliandosi le vene dei polsi. Il Medico per pura comprensione verso quelle persone, che conosceva da tempo, cercò di spiegare come si muore dissanguati, chiese se era stato trovato con la testa dentro o fuori dall'acqua, quanto sangue c'era... Ma i poveretti si resero conto che non sapevano nulla, solo cose vaghe. Allora il Medico li consigliò di rivolgersi ad un avvocato che avrebbe potuto far avere loro la documentazione del tragico evento: referto dell'autopsia e foto... Certo per loro sarà tremendo visionare tali documenti... Sono sicuri di volerli vedere? Li avvertì il Medico affranto.
Ma il bisogno di capire quello che per loro appariva inspiegabile fu più forte.

venerdì 8 settembre 2023

La Sig.ra Anteri e altre mille vite - Romanzo - Cap. I

 La Sig.ra Anteri e altre mille vite
Capitolo I

Stava tranquillamente preparando la cena quando squillò il telefono fisso della bella e comoda villa vicino al mare dove ormai passava gran parte del suo tempo.
"Ciao Ianira!" Salutò la sua antica amica: lei ancora amica nonostante tutto.
Oh, non perché lei, Giulia Anteri, avesse avuto qualcosa da rimproverarsi negli oltre sessanta anni della loro amicizia! Lei era stata sempre leale perché quella era la sua natura. Per quanto possibile, senza ferirla, anche sincera. Perché anche con la sincerità bisogna andarci cauti, non tutti la gradiscono, anche quando è detta a fin di bene nelle intenzioni di chi la dice. E lei aveva sempre cercato di dire qualcosa di saggio alle sue amiche che potesse indirizzarle al meglio. Ma quello che era il meglio per lei, Giulia, non appariva altrettanto per l'amica.
Ciò nonostante Ianira era sempre sua amica, anche se a volte si era dimostrata urtata dai suoi saggi consigli.
L'altra annosa compagna di cammino dai tempi della Scuola Superiore, dove si erano incontrate, da qualche anno aveva interrotto bruscamente ogni rapporto con Giulia, senza un motivo. Ripensandoci Giulia aveva poi ricordato stranezze nel comportamento di Fabrizia nei due o tre anni precedenti quella drastica rottura, stranezze che lei aveva voluto ignorare come molte, troppe cose del comportamento di Fabrizia, accettandola così come era: a volte immotivatamente offensiva.
Ogni giorno aveva insegnato qualcosa a Giulia Anteri e ora nulla più la feriva perché accettava tranquilla quello che gli altri volevano fare, avendo la consapevolezza che verso ciascuno nulla aveva da rimproverarsi.
Molti anni addietro, pur non avendo mai malanimo né slealtà verso nessuno, quando gli altri le dimostravano acredine o ostilità si poneva delle ansiose domande, di dove e cosa poteva aver sbagliato.
Ora non più. La vita, le vite degli altri che l'avevano attraversata, anche solo sfiorata, sorprendendola con i loro effetti speciali, le avevano dato la presente certezza che non avrebbe potuto fare di meglio e di più.

Ianira iniziò la telefonata con tono lieve per poi dirle che un mese prima aveva appreso da un'assistente sociale, che l'aveva contattata tramite telefono, che suo fratello era stato ricoverato in Ospedale, lei, accompagnata da sua figlia, era accorsa , ma nei pochi giorni che lui aveva vissuto lì prima di morire non glielo avevano fatto vedere.
Un mondo di dolore si schiudeva nei suoi ricordi.
Non che lei giovinetta fosse felice con un padre infelice che si ubriacava per non soffrire ed una madre la cui mente, in parte, si era rifugiata in una innocua schizofrenia per sfuggire alla delusione del suo matrimonio, ma la sua famiglia aveva retto grazie alla morale dei suoi genitori che non avevano deragliato dai doveri e dagli obblighi verso il loro nucleo, pur con le debolezze delle loro menti. Ianira le fece scoprire come una famiglia possa finire in frantumi provocando rovina e dolore in tutti i suoi componenti.
Ianira aveva quel nome che evocava la mitologia greca perché l'aveva scelto sua madre, donna colta e musicista suonatrice di violoncello. D'altronde anche al figlio maschio aveva dato un nome che evocava un grande dell'Arte... Michelangelo... Come alla sua sorella maggiore: Manon, in onore dell'Opera Lirica di Puccini.
Eppure questa donna era la causa della deflagrazione di quel nucleo familiare.
Quando Ianira, a metà del quarto anno della Scuola Superiore, si ritirò dagli studi, perché a casa sua era scoppiato un incendio e l'ultimo lavoro scientifico a cui suo padre stava lavorando e su cui contava, quale ultima speranza dopo una serie di accadimenti fallimentari, Giulia Anteri scoprì un mondo in sfacelo.
Ianira pianse per quell'ennesima sciagura che colpiva suo padre e disse a Giulia come a Fabrizia che sarebbe dovuta andare a lavorare data la disastrosa situazione economica della sua famiglia.
Ma cosa era accaduto per arrivare a tanto? La casa dove abitavano, nel quartiere borghese dove sorgeva anche la loro Scuola, era un grande appartamento in affitto le cui finestre davano sugli alberi del viale, ma i mobili, scuri, pesanti, erano sporchi e in abbandono, come tutto il resto della casa. La madre non dormiva con il padre ma in fondo al corridoio, dietro ad uno straccio di tenda appesa ad una corda tesa da una parete all'altra, lì c'era una branda con il letto perennemente sfatto. Michelangelo aveva una sua stanza, piena di libri, ma anche questa trascurata quanto ad ordine e pulizia, e il giovane, ventunenne quando lo conobbe Giulia, era un intellettuale disordinato, esagerato nelle sue espressioni. Fabrizia, che lo aveva conosciuto prima, le riferì che le aveva dato della puttana "perché le donne sono tutte puttane".
Poi si capì lo sconvolgimento psicologico del giovane: fin da piccolo aveva assistito alla caduta inarrestabile del padre, un ingegnere proveniente da una importante famiglia Emiliana, da quando l'uomo molto importante per il quale lavorava sugli idrocarburi morì ucciso.
La frattura fra i genitori avvelenava la vita quotidiana dei tre bambini. La madre insegnava musica nella Scuola Media e dava lezioni private a domicilio, in questo modo manteneva sè stessa e, in parte, i figli. Oltre al maschio frequentava l'università anche Manon. Ma anche questa era stramba non poco. In fondo la più normale era Ianira allora come sempre, anche presentemente, eppure avrebbe dovuto essere lei quella più colpita da quello sfacelo. Aveva diciassette anni quando ci fu l'incendio e la distruzione del lavoro di suo padre per il quale pianse e da cinque anni sapeva che, quello che fino a dodici anni aveva chiamato papà, non era suo padre. Un'ennesima lite fra il fratello e il padre era giunta al punto che Michelangelo, allora un adolescente, brandì un coltello e la piccola Ianira si mise fra il ragazzo e il padre, ma questi la spinse via con queste parole: "E vattene tu che non sei nemmeno mia figlia!" La piccola rimase annichilita da quelle parole e andò dalla madre, la quale le disse che era vero: lei era nata mentre suo marito era in guerra. Il dolore di Ianira, Giulia, che di dolore morale se ne intendeva, non riusciva a immaginarlo, ma doveva essere tanto, tanto più grande del suo.. Grande l'insicurezza e lo stordimento, anche perché alla domanda di chi fosse suo padre la madre fece un sorriso fra l'incosciente e il compiaciuto e disse: "Dicevano fosse un inglese."