Chi mi legge sa che la fede in un Dio trascendente che abbia fatto l'uomo a sua immagine e somiglianza per me non ha retto allo scorrere della realtà davanti ai miei occhi. Pubblico dunque queste notizie sul Papa solo per correttezza, per controbilanciare quanto ho già pubblicato, ripreso dalla stampa, su di lui in chiave negativa.
Questo articolo ci arriva da padri salesiani con cui abbiamo rapporti di amicizia, affetto e stima:
Da LA BUSSOLA: 15/03/2013
La macchina del
fango
contro Papa
Francesco
Di Massimo Introvigne
Tutto va ormai alla velocità della
luce, diceva Bill Gates. Un tempo perché la macchina del fango cominciasse a
lavorare conto un Pontefice ci voleva qualche mese. Ora è bastata qualche ora.
Dopo - anzi, mentre è ancora in corso - un maldestro tentativo di arruolare il
Papa tra i progressisti, prima di scoprire la sua apologia del celibato
sacerdotale e la denuncia delle leggi sul matrimonio omosessuale come frutto
dell'invidia del Demonio per l'uomo creato a immagine di Dio, è partito il
contrordine compagni. Non è un progressista, è stato un fascista, non ha
condannato la dittatura militare argentina quando c'era, salvo chiedere scusa
dopo. Anzi, ha collaborato con la dittatura. Anzi, ha personalmente consegnato
due gesuiti ai torturatori. Anzi...
Ci sono due
versioni. Quella rozza del «Fatto» di Marco Travaglio che spara a zero
sul Papa, e quella in stile avvertimento mafioso di «Repubblica», sulle cui
colonne già prima del Conclave Enzo Bianchi aveva avvertito che i cattolici
adulti prendono sempre i Pontefici con «spirito critico». E dove da una parte
Hans Küng e Vito Mancuso continuano l'operazione di arruolamento di Papa
Bergoglio tra i progressisti, dall'altra il direttore Ezio Mauro spiega al
Pontefice argentino che cosa gli succederà se darà fastidio: gli sarà chiesta
«piena trasparenza sui suoi rapporti con la dittatura militare argentina, sugli
scandali di compromissione che lo hanno chiamato in causa come gesuita in
vicende mai chiarite».
E invece non c'è nulla da
chiarire. Tutto è già stato sviscerato in libri e contro-libri in
Argentina, e non c'è appunto o documento minore o insignificante che non sia
stato pubblicato. Il caso è chiuso. Mi sono occupato della questione in un lungo
articolo del 2010 sul pensatore cattolico francese Jean Ousset (1914-1994). Che
c'entra Ousset con il nuovo Papa? Non molto, se non fosse che il libro da cui
tutti fanno copia e incolla sui rapporti fra il nuovo Papa e la dittatura
argentina li chiama in causa insieme. Si tratta de «L'isola del silenzio» del
giornalista di sinistra Horacio Verbitsky, tradotto anche in italiano nel 2006.
In Europa i voluminosi scritti di Verbitsky, che ha prodotto anche altri volumi
destinati soprattutto al pubblico argentino, sono stati volgarizzati dalle
inchieste della giornalista francese, di analoghe idee politiche, Marie-Monique
Robin e trasformati in un romanzo, «Per vendetta», dallo scrittore torinese
Alessandro Perissinotto nel 2009.
Che cosa raccontano questi
autori? Che la dittatura militare argentina, dopo avere conquistato con
il colpo di Stato del 1976 il potere - lo terrà fino al 1983 - si trovò a dovere
fronteggiare una forte opposizione, talora con connotati di guerriglia e
terroristici. Senza esperienza specifica in questo tipo di «guerra sporca»,
decise d'importare in Argentina militari francesi che avevano combattuto con
tutti i mezzi - tortura compresa - il movimento per l'indipendenza dell'Algeria
e che a loro volta si trovavano nella necessità di cambiare aria perché in
Francia avevano cercato di rovesciare il governo del generale Charles de Gaulle
(1890-1970) e rischiavano la corte marziale.
Per organizzare lo
sbarco di questi ufficiali francesi in Argentina la dittatura si
rivolse alla Chiesa Cattolica - rappresentata dai vescovi ma anche dall'Opus Dei
e dai potenti Gesuiti, il cui provinciale era Bergoglio -, la quale collaborò
con l'associazione di Jean Ousset, La Cité Catholique, che aveva una branca
argentina e di cui alcuni dei militari che avevano combattuto in Algeria
facevano parte. Così le tecniche di contro-insurrezione piuttosto manesche, e
comprensive di tortura, sperimentate in Algeria furono trasferite in Argentina.
E vescovi e alti gradi dell'Opus Dei e dei Gesuiti fecero anche di peggio,
perché denunciarono ai militari i sacerdoti e laici vicini alla «teologia della
liberazione» d'impronta marxista che si opponevano al regime, alcuni dei quali
furono incarcerati. E non tutti tornarono vivi dal
carcere.
Questa ricostruzione, però, è ampiamente
fantasiosa. Verbitsky - forse anche grazie al fatto che gli ultimi
governi argentini dei coniugi Kirchner si sono scontrati duramente con la
Chiesa, guidata dal cardinale Bergoglio, su questioni come il matrimonio
omosessuale (introdotto in Argentina nel 2010) e la politica economica - ha
potuto avere ampio accesso ai documenti dei ministeri e della polizia.
Informatissimo sul dettaglio, il trio Verbitsky- Robin-Perissinotto è però
debolissimo e poco credibile sul quadro generale. Descrive il mondo cattolico
degli anni 1979 come un monolito, mentre era percorso da fortissime tensioni.
Arriva a sostenere che grazie all'opera di mediazione del nunzio in Argentina e
poi cardinale Pio Laghi (1922-2009), descritto come un autentico malfattore, i
seguaci argentini di monsignor Marcel Lefebvre (1905-1991) e i vescovi, molti
dei quali progressisti, cooperavano tutti a uno stesso disegno: sostenere la
dittatura fingendo di criticarla.
Del resto, come riassume
Perissinotto, monsignor Lefebvre e il venerabile Papa Paolo VI
(1897-1978) sarebbero stati «divisi sulle questioni di fondo, ma non nella
sostanza». Quanto all'Opus Dei, è esplicitamente citato come fonte autorevole
per conoscerla «Il Codice da Vinci» di Dan Brown.
Con queste
premesse non sarebbero da prendere neppure troppo sul serio i dettagli
di questa letteratura, ma è falsa anche la sua tesi di fondo. La dittatura
militare argentina è dipinta per tutto il periodo del suo governo - dal 1976 al
1983 - come un impero del male, un'accolta di sadici e di torturatori che quasi
agivano per pura malvagità.
Come sempre nella storia,
che non è mai un film in bianco e nero, le cose sono più complicate. Il
precedente governo peronista aveva portato il Paese al caos economico e sociale.
I terroristi c'erano davvero. Il rischio di una deriva comunista alla cubana non
era ipotetico, Gli stessi cattolici pagavano un prezzo molto duro. Basterebbe
citare l'assassinio dell'avvocato e filosofo cattolico neo-tomista Carlos
Alberto Sacheri (1933-1974) da parte del gruppo terroristico ERP, l’Ejército
Revolucionario del Pueblo, il 22 dicembre 1974, che lo uccise di fronte
alla sua famiglia mentre tornava a casa dalla Messa.
Nei primi
mesi della dittatura, l'idea che i militari potessero mettere ordine e
dare ossigeno a un'economia moribonda fu salutata con favore anche da esponenti
della sinistra politica argentina. In seguito le cose cambiarono. Il regime
militare argentino non mantenne le promesse di formulare un progetto coerente
per l'identità e la riconciliazione nazionale, si lanciò nella disastrosa
avventura della guerra delle Isole Falkland con la Gran Bretagna e - a fronte di
una crescente opposizione - ricorse a strategie repressive che comportavano
gravissime violazioni dei diritti umani e autentici
crimini.
Bisogna dunque distinguere fra i giudizi sulla
giunta militare argentina formulati da esponenti cattolici nei primi mesi della
sua attività o negli anni successivi. Come ha scritto lo stesso cardinale
Bergoglio, la Chiesa «venne a conoscere a poco a poco quello che stava
succedendo [le violazioni dei diritti umani]. All'inizio, ne sapeva poco o
nulla».
Non si possono dunque mescolare in un unico
calderone, come fanno Verbitsky e i suoi seguaci, dichiarazioni di
esponenti della gerarchia ecclesiastica del 1976 o 1977, che esprimevano un
cauto appoggio - mai senza riserve - al nuovo governo militare, e apologie del
regime degli anni 1980, riferibili a esponenti cattolici - fra cui alcuni
vescovi - decisamente minoritari rispetto a una Conferenza Episcopale le cui
dichiarazioni assumevano un tono sempre più critico e di
denuncia.
Veniamo al regnante Pontefice. Padre Bergoglio
è stato provinciale della Compagnia di Gesù in Argentina dal 1973 al 1979. In
questo periodo ha dovuto fronteggiare la «teologia della liberazione»
d'ispirazione marxista, di cui ha visto per tempo le derive che la Santa Sede
avrebbe poi condannato nel 1984. Alcuni gesuiti, favorevoli alla «teologia della
liberazione» e ostili al provinciale, cominciarono a muoversi in modo sempre più
indipendente rispetto alla Compagnia di Gesù, respingendo al mittente i richiami
del loro superiore. Fra questi c'erano i padri Orlando Yorio (morto nel 2000) e
Francisco Jalics, animatori di una comunità nel quartiere di Bajo Flores a
Buenos Aires.
Nel febbraio 1976, visti inutili i
richiami, il provinciale - cioè l'attuale Pontefice - sciolse la loro
comunità. Il cardinale Bergoglio ha spiegato nella sua autobiografia che Yorio e
Jalics al momento del colpo di Stato avevano già consegnato ai vescovi il
progetto di costituzioni di una nuova congregazione, e che della vicenda
conserva tutta la documentazione. Prima del colpo di Stato, che avvenne il 24
marzo 1976, Yorio e Jalics erano di fatto già usciti dalla Compagnia di Gesù, e
nel maggio 1976 Yorio fu sospeso a divinis su iniziativa non di
Bergoglio ma del cardinale arcivescovo di Buenos Aires Juan Carlos Aramburu
(1912-2004).
Il maggio 1976 la comunità di Bajo Flores è
oggetto di un raid della polizia e Yorio e Jalics sono arrestati, andando a
ingrossare le fila dei cosiddetti «desaparecidos». «Riappaiono» peraltro dopo
sei mesi, in seguito a un negoziato tra la giunta militare e la Conferenza
Episcopale, che ottiene la loro liberazione. I vescovi che condussero il
negoziato hanno sempre riferito che il padre Bergoglio gli diede impulso
dall'inizio alla fine, insistendo perché i due ex gesuiti fossero
scarcerati.
Sia Yorio sia Jalics hanno accusato l'allora
provinciale Bergoglio di averli «denunciati» alla polizia come complici dei
terroristi. Verbitsky si è fatto eco di queste gravi accuse, e ha passato anni a
cercare documenti per sostenerle.
Che cosa ha trovato?
Sostanzialmente nulla, e la minuzia con cui ha frugato negli archivi è
la migliore prova che i documenti non esistono. Alla fine, Verbitsky può esibire
solo un foglietto, l'informativa di un funzionario del governo, addetto
all'Ufficio dei Culti, tale Anselmo Orcoyen - peraltro redatta dopo la
scarcerazione dei due sacerdoti, in occasione del rinnovo del passaporto a
Jalics -, il quale riferiva di avere saputo da Bergoglio che i due ex-gesuiti
avevano cattivi rapporti con le gerarchie, contro cui sobillavano anche alcune
suore, che erano usciti dalla Compagnia di Gesù e che non trovavano nessun
vescovo che li incardinasse.
Verbistky ha scritto pagine e
pagine sul fatto che l'appunto di Orcoyen contiene tre parole:
«sospetto contatto guerriglieri», affermando che anche dopo la scarcerazione
Bergoglio, riferendo a un funzionario pubblico della dittatura di possibili
contatti di Yorio e Jalics con la guerriglia, li esponeva consapevolmente a
rischi gravissimi.
Ma a leggere l'appunto, di cui
Verbitsky pubblica una fotocopia, insistendo sulla frase finale secondo cui
«questi dati sono stati comunicati al signor Orcoyen dallo stesso padre
Bergoglio», si scopre che la frase incriminata - «sospetto contatto
guerriglieri» - fa parte di un paragrafo dove si riferisce che Jalics era stato
per sei mesi in prigione, circostanza che le autorità non avevano bisogno di
apprendere da Bergoglio perché la conoscevano benissimo.
E quel
«sospetto contatto guerriglieri» è la spiegazione del perché i due
erano stati incarcerati. Da parte sua, il cardinale Bergoglio ha scritto in
seguito che ricorda la conversazione, e che si era parlato di sospetti di
contatti con la guerriglia a carico dei due ex religiosi, ma che a Orcoyen aveva
detto che a quei «sospetti di contatti» - che comunque sono diversi dai contatti
accertati - lui personalmente non credeva.
L'appunto
Orcoyen - il quale, lo ripeto, è l'unico documento che dovrebbe
accusare padre Bergoglio - è il tipico documento poliziesco su cose riferite, di
un tipo che conosciamo anche in Italia. E che dimostra che il provinciale, in un
momento politicamente molto difficile, era comunque molto cauto: avrebbe potuto
dire ben di peggio, dal momento che sui due ex religiosi c'erano voci che
coinvolgevano in modo pesante non solo l'attività politica ma anche la moralità
personale.
Bergoglio ha scritto che aveva raccomandato
prudenza agli ex confratelli, e che a chiunque chiedesse notizie di loro
rapporti con il terrorismo aveva sempre risposto che a lui questi rapporti non
risultavano. La gerarchia non li abbandonò dopo l'arresto, tanto che furono
liberati. Ma è vero che ebbero difficoltà a farsi incardinare come sacerdoti
diocesani prima a Buenos Aires, poi a Morón e a Santa Fe, e dovettero
trasferirsi all'estero, Yorio, alla fine, prese un volo per Roma, che peraltro
fu pagato dallo stesso Bergoglio. Verbitsky sostiene che nessun vescovo li
voleva incardinare perché ai vescovi arrivavano cattive informazioni da
Bergoglio e dal nunzio Laghi.
Bergoglio nell'autobiografia
afferma che fece del suo meglio per risolvere la situazione di Yorio e
Jalics trovando loro un vescovo. Ma c'è poi così da stupirsi se, con precedenti
così tormentati, i vescovi argentini erano riluttanti a incardinare i due
ex-religiosi?
Riassumendo: nella crisi della «teologia
della liberazione» degli anni 1970, il provinciale dei Gesuiti si trovò di
fronte a una comunità di base particolarmente radicale, e prese provvedimenti
perfettamente giustificati. Li prese nel febbraio 1976, prima del colpo di
Stato. Dopo il quale non c'è l'ombra di una prova che abbia denunciato i due
responsabili della comunità alla polizia. Quando furono arrestati, operò per la
loro scarcerazione, che fu ottenuta.
In seguito, a chi gli chiese
informazioni sui due, disse la verità su fatti del passato, senza
particolare malanimo. Né risultano dichiarazioni favorevoli del padre Bergoglio
sulla dittatura militare in genere.
Più tardi, come
arcivescovo di Buenos Aires e presidente dei vescovi argentini, promosse una
politica di riconciliazione nazionale e purificazione della memoria, in cui
anche la Chiesa chiedeva perdono per il sostegno di alcuni vescovi e religiosi -
fra cui non c'era stato però Bergoglio - alle politiche repressive della
dittatura.
La macchina del fango, dunque, mente come al
solito. E non c'è nulla da chiarire, perché ogni minuto documento è
stato ritrovato e pubblicato. Infine, occorre sottolineare con vigore che -
prendendo provvedimenti contro la teologia della liberazione e chi la sosteneva
- il provinciale Bergoglio fece solo il suo dovere.
Il 5 dicembre
2009 Benedetto XVI ha ricordato il venticinquesimo anniversario
dell’istruzione «Libertatis nuntius» da lui firmata nel 1984 come
prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede in cui condannava la
teologia della liberazione e l’«assunzione acritica fatta da alcuni teologi di
tesi e metodologie provenienti dal marxismo. Le sue conseguenze più o meno
visibili fatte di ribellione, divisione, dissenso, offesa, anarchia si fanno
sentire ancora oggi creando […] grande sofferenza».
Parlando – e
la circostanza non è poco significativa – a vescovi latino-americani,
l'attuale Papa emerito aggiungeva in quell'occasione: «Supplico quanti in
qualunque modo si sentissero attratti, coinvolti o raggiunti nel loro intimo da
certi principi ingannatori della teologia della liberazione perché si
confrontino nuovamente con la citata Istruzione, accogliendo la luce benigna che
essa offre con la mano tesa; a tutti ricordo che la regola suprema della propria
fede proviene dall'unità che lo Spirito ha posto tra la Sacra Tradizione, la
Sacra Scrittura e il Magistero della Chiesa in una reciprocità tale per cui i
tre non possono sussistere in maniera indipendente».
Parole che valgono anche per il
Magistero del nuovo Papa Francesco. Resistendo fin da ora ai tentativi
della macchina del fango di distoglierci dall'essenziale rimestando vecchie
menzogne.