domenica 20 ottobre 2013

Giustizia folle

Da: La Repubblica.it
(08 maggio 2013)


Equitalia alla Comunità ebraica
"Priebke nullatente, pagate le spese legali"

Al presidente della Comunità ebraica romana e al giornalista del Tg2 Walter Vecellio recapitata una cartella esattoriale da 316,05 euro anche se erano risultati innocenti rispetto alle accuse mosse l'ex ufficiale delle SS condannato all'ergastolo per l'eccidio delle Fosse Ardeatine. Il boia delle Fosse Ardeatine, che a luglio compierà 100 anni, non ha beni intestati

di GABRIELE ISMAN
Sono risultati innocenti rispetto alle accuse di sequestro di persona e ingiurie nei confronti di Erick Priebke, boia delle Fosse Ardeatine, ma dovranno pagare le spese perchè il capitano delle Ss all'ergastolo risulta nullatenente. A ricevere la cartella esattoriale sono stati il Presidente della Comunità ebraica romana Riccardo Pacifici e il giornalista del Tg2 Walter Vecellio, entrambi accusati da Priebke di sequestro di persona e ingiurie. A denunciare la vicenda è stato Giuseppe Giulietti, portavoce dell'associazione Articolo 21.
"Non ricordo neppure di aver ricevuto la cartella, in questo caso Equitalia è soltanto agente di pagamento, forse non ha colpe. L'anomalia, la mostruosità giuridica sta nel fatto che a pagare debba essere chi è risultato innocente in tre gradi di giudizio perché l'imputato Priebke non ha beni pignorabili. Comunque non pagherò" dice Pacifici che poi rincara: "È demenziale che se 10mila persone nullatenenti denunciano un innocente e poi non possono pagare, l'innocente finisce sul lastrico perché deve pagare per loro". 

Vecellio invece ha mostrato la cartella Equitalia al Tg2: "I trecento euro li pago senza problemi, il meccanismo prevede che la registrazione della notifica della sentenza sia a carico del soccombente, ma se  questo non paga, perché nullatenente, scatta il pagamento a carico delle altre parti. Questa è la legge: il meccanismo a parte, in questo caso è offensivo che si parli di un nazista che querela il mondo perché comunque non ha nulla da perdere".


La denuncia risale al 1996: la sera del 1 agosto il tribunale militare ritenne di non doversi procedere contro Priebke per la strage delle Fosse Ardeatine. Vi furono dei tumulti in aula, l'ex capitano Ss fu riarrestato per ordine dell'allora ministro della Giustizia Flick e la condanna definitiva all'ergastolo arrivò solo nel marzo 1998. Per i fatti di quella notte Priebke denunciò Pacifici e Vecellio: "Casualmente  -  nota il primo  -  tra tanti giornalisti presenti Priebke se la prese soltanto con l'unico chiaramente ebreo". Nei tre gradi di giudizio gli imputati sono sempre stati riconosciuti innocenti, e Priebke è stato anche condannato a pagare i loro avvocati, spese processuali, e anche dei risarcimenti. 
"Non voglio nulla da lui" dice il giornalista. "Trovo curioso  -  aggiunge Pacifici  -  che l'ex nazista sia stato arrestato dopo aver concesso un'intervista alla Rai per cui doveva incassare 50 milioni di lire. Quei soldi furono poi bloccati, ma il nullatenente Priebke fece una lunga causa alla Rai e li ottenne quattro o cinque anni fa, con tanto di interessi. Noi provammo, con la collaborazione della Rai, a bloccare quei conti, ma i soldi erano già scomparsi".

Peraltro due mesi fa la Cassazione aveva giudicato ammissibile la richiesta di processo in sede civile per Priebke - 100 anni nel luglio prossimo - che però, essendo nullatenente, non potrà mai risarcire i familiare delle vittime delle Fosse Ardeatine. 
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Si può ben dire che il Male vince sempre e comunque e si beffa delle vittime.I soldi pagati dalla RAI sono soldi di chi paga il cosiddetto "canone" che canone non è, ma una imposta sul possesso dell'apparecchio televisivo.Ho cercato informazioni su chi pagasse la badante e la casa che ospitava Priebke per stare agli arresti domiciliari: non ho trovato nulla, in compenso ho trovato questa notizia di maggio 2013.I funerali di un detenuto che muore li debbono pagare i suoi discendenti, questo nazista ha dei figli: un figlio che vive in Argentina ha dichiarato che lui non ha i soldi per venire al funerale del padre, ma avrà pagato le spese dei vari trasporti ad Albano Laziale e Pratica di Mare? 

Burocrazia = Follia

Dal Blog di Beppe Grillo
Un commento di una donna sotto il post "Cronache Marziane"

Ogni giorno corro e mi do da fare per sbrogliare pratiche complicate che sembrano non aver mai fine e sempre incontro persone surreali che mi mettono i bastoni tra le ruote o sembrano divertirsi solo a crearmi delle complicazioni o fanno male il loro lavoro. 
Credo che sia un grandissimo male la malvagità, credo che sia pessima la corruzione, credo che sia stressante e infinita l'ignoranza, ma la cosa peggiore di questo Paese è la burocrazia, la stupidità maligna delle leggi e la cialtronaggine degli infiniti impiegati che si incontrano ogni giorno e che fanno male il loro lavoro doppiando la cattiveria insulsa e dannosa dei politici e operando solo contro i cittadini. E mai una volta che stiano dalla loro parte!
Queste due classi di boriosi, inefficienti e maligni rappresentanti del potere, dall'alto dello scranno al basso infimo dello sportello, sono una vera piaga nazionale.
Ogni giorno di più capisco e apprezzo le battaglie che mio marito faceva quotidianamente arrabbiandosi e lottando contro i mulini a vento di un Paese impossibile. Ogni giorno apprezzo di più la frase della cameriera italiana a Berlino che non voleva tornare in Italia, perché, diceva: "Qua non devo difendermi da nessuno!".
Viviana Vi, bologna Commentatore certificato 20.10.13 09:32| 


Da questo blog: post del 10/10/2013

Eccessiva burocrazia = paralisi e oppressione del cittadino

Latina, 21 mag. 2012 - (Adnkronos) - 

Lazio: audizione alla Pisana su tutela fasce frangivento


Se volete leggere l'allucinante esempio di follia burocratica basta andare in "Archivio" e cercarlo tramite la data. E' solo un esempio di come ci rendono la vita impossibile facendoci girare come trottole, facendoci spendere soldi e tempo... Per avere un DIRITTO!
Per contro vediamo innumerevoli abusi intorno a noi: tanti folli controlli, pezzi di carta, bolli e marche da bollo... e poi nessun Paese registra tanto abusivismo sotto gli occhi di tutti come in Italia.
Ne consegue che coloro che vogliono rispettare le leggi e seguire le regole vengono definiti nel pensiero più diffuso e comune: "CRETINI".
Non mi riferisco solo alle pratiche burocratiche cui deve assolvere chi vuole un immobile in regola con tutti i permessi... Ma pensate a chi deve esercitare un'attività commerciale! E per le strade, sulle spiagge, ovunque, si vedono centinaia di venditori ambulanti (extracomunitari) senza alcuna licenza di ambulante.... 

Non lo vuole nessuno

Da: AGORA VOX
diAldo Giannuli

Priebke: dove seppellirlo?

Non c’è molto da dire su un personaggio come Priebke o sul suo complice Karl Haas, morto anche lui in tardissima età, nel 2004. A differenza del secondo, che collaborò con i servizi segreti americani e (anche se nessuno lo ricorda) con l’Ufficio Affari riservati del nostro Ministero dell’Interno, Priebke si limitò a collaborare con Odessa (l’organizzazione di solidarietà degli ex ufficiali delle Ss), ma non sembra che abbia mai offerto la sua opera a qualche servizio segreto.
La Chiesa (che ha qualcosa da farsi perdonare in tema di salvataggio di criminali di guerra nazisti) ha giustamente rifiutato le esequie in uno dei suoi ambienti, trattandosi di persona che non ha mai espresso alcun pentimento per quel che ha fatto. Ora si pone il problema di dove seppellirlo.

La comunità ebraica romana non lo vuole a Roma, comprensibilmente, ritenendo offensiva una sua tomba qui dove ha partecipato tanto alla retata dell’ottobre 1943 quanto al massacro delle Ardeatine.L’Argentina, in un tardivo sussulto di dignità, non vuol saperne di riaverlo; non sappiamo che ne pensano inGermania.
Credo che la cosa vada vista da un’angolatura diversa e si debba riflettere su una scelta del tutto oppostaa quella che istintivamente è quella di ogni ebreo e di ogni antifascista: e se lo seppellissimo proprio a Roma, presso le Fosse Ardeatine a perenne ricordo del crimine cui ha preso parte? E con una lapide adeguata, che lo qualifichi esattamente per quel che è stato tecnicamente: il boia delle Ardeatine, mai pentito. Un monumento al suo perenne disonore di uomo e di soldato.
Ovviamente, occorrerebbe studiare una sistemazione che eviti fisicamente che possa trasformarsi in un luogo di pellegrinaggio dei nazisti (ci mancherebbe!). Perché non prendere in considerazione questa idea? Poi, forse, sarebbe meglio regolarsi diversamente, ma perché non pensarci un attimo?
Ovviamente, questo richiede che la cosa non sia sentita come una profanazione di un luogo sacronon solo alla memoria della comunità ebraica romana, ma di tutti gli antifascisti italiani, ma, al contrario, come un modo di rafforzare l’impatto emotivo in chi visita le Fosse Ardeatine.
Ai fini dell’effetto educativo e di conservazione della memoria, il risultato potrebbe essere anche maggiore di quel che non sia oggi.
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Ho scelto questo articolo perché, ora che i telegiornali ci dicono ad ogni ora che il cadavere del boia delle Fosse Ardeatine NON LO VUOLE NEPPURE LA SUA GERMANIA, mi è venuto un pensiero estremo, che ora vedo scritto già il 16 ottobre da questo discusso storico, Aldo Giannuli.
Il pensiero estremo che mi era venuto era di seppellirlo in un cantuccio all'esterno del Sacrario delle Fosse Ardeatine, con una lapide spoglia che lo ricordi come uno degli autori di quella storica atrocità: monito ed esempio di vergogna della Storia. 
Forse questo pensiero non lo avrei mai espresso se ora non l'avessi visto scritto da uno che scrive anche sull'Unità, quindi al di sopra di ogni sospetto.
Non è dunque un pensiero tanto azzardato: "Qui giace l'assassino mai pentito, esempio di vergogna della Storia".
Quali nazisti folli oserebbero rendergli omaggio in tale luogo senza finire immediatamente ingabbiati?!
Invece, l'ingombrante fardello che nessuno vuole, ora si dice che vogliano tumularlo in un luogo segreto!
Eh no!!!! Il popolo vuole saperlo! Ne ha il diritto! Non vogliamo ritrovarcelo fra i piedi chissà dove! E, soprattutto, non vogliamo che i folli che girano con le svastiche e le croci uncinate trovino dove lo vogliono mettere "segretamente" e ne facciano un luogo di lugubri pellegrinaggi!

sabato 19 ottobre 2013

Ipocrisia

Papa Francesco: “L'ipocrisia è il linguaggio dei corrotti”

"Dobbiamo avere il coraggio della verità perché l'ipocrisia è il linguaggio della corruzione”, sono le parole di Papa Francesco.

E' un forte richiamo all'uso della verità che tanto diffusamente è evitata dalla gente. Perché? Perché a molti fa più comodo così.
Agire a viso aperto, senza fingere, con lealtà, è scomodo per quelle persone che non vogliono palesare i loro veri scopi che, evidentemente, loro sanno non essere corretti né leali nei riguardi delle persone con cui usano la maschera dell'ipocrisia.

Italo Calvino, da “Le città invisibili”
« L'inferno dei viventi [...] che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne.
Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più.
Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio».





venerdì 18 ottobre 2013

Mi sono ammazzata dalle risate: e voi?

Dal blog di Beppe Grillo:

Se potessi avere quattordici euro al mese/ farei tante spese, comprerei fra tante cose/ le più belle che vuoi tu!/Una casettina su cui pagare il TRISE/ ed un conto in banca per poter alfin pagare/ tutta la patrimonial...”.
"Ho proposto a mia figlia di 15 anni un aumento di 14 euro, ispirato da Enrico Letta, della sua paghetta mensile e mi ha mandato affanculo. Eppure tanta ingratitudine non la capisco, perché di cose con 14 euro al mese se ne possono fare davvero tante.
Ad esempio:
- saldare il mutuo della casa della Barbie
- votare 3 volte alle primarie del PD (menoelle)
- comprare la Grecia
- andare da fruttivendolo di Berlusconi e comprare 112 grammi di fagiolini
- diventare azionista di maggioranza in Telecom
- salvare Alitalia
- andare al supermercato e entrarci con 14 carrelli contemporaneamente
- cambiarli in monete da un centesimo e tirarli ad un politico qualunque
- aprire un conto corrente e pagare 1,4 euro di tassa
- comprarci 27.107,78 Lire
- pagare circa 4 minuti dello stipendio di Fazio
Oppure un investimento per il futuro: comprare una ricotta, rivendendo la quale si può comprare una gallina. La gallina farà molte uova, dal cui ricavato si otterrà un coniglio, ingrassato il quale si potrà vendere e comprarci una mucca. Rivendendola sarà possibile comprare una casa sulla quale pagare TIRSE, TARI e TATI."
Ps: Perciò, siamo seri, chiamare quei 14 euro 'minibonus' è come chiamare 'escort' una troia o capelli quelli di Conte. Certo, tutto torna utile, anche la carità; con 14 euro al mese potresti persino fare una cena a lume di candela. Sì, ma solo perché ti hanno tagliato la corrente.
DALLA rete ;) segnalato da Mr Worf, di Kotiomkin

mercoledì 16 ottobre 2013

Non c'è molto da aggiungere

Dal blog di Beppe Grillo:

Il programma "Che tempo fa" di Fazio, lo stuoino del pdmenoelle, è prodotto da Endemol di proprietà al 33% (fino ad aprile 2012) di Mediaset. La RAI ha comprato il suo programma da Berlusconi invece di produrlo internamente. Non ci vorrebbe molto a farlo da parte dell'emittente pubblica, la RAI ha 10.476 dipendenti. Quando Fazio afferma "Io faccio guadagnare la mia azienda", a chi si riferisce? A Endemol? Fazio dice che lui si guadagna i suoi soldi: "Questo programma è interamente pagato interamente dalla pubblicità". Il suo contratto è stato rinnovato per tre anni per un importo di 5.400.000 euro, pari a 1.800.000 all'anno. Fazio di che parla? Quali guadagni si attribuisce? La RAI è tecnicamente fallita, nel 2012 ha perso 245,7 milioni di euro e le previsioni per il 2013 sono di una perdita superiore a 400 milioni. Gubitosi e la Tarantola dove trovano i soldi da dare a Fazio? Come giustificano un contratto che è un insulto alla condizione del Paese e ai lavoratori della RAI? Con che faccia? I ricavi della RAI sono di 1.748 milioni, dalla pubblicità entrano 675 mil. Nel 2012 gli incassi pubblicitari sono diminuiti di 209 mil e quest'anno forse ne perderà il doppio. In questa situazione cosa farebbe un qualunque amministratore, con un organico pletorico e conti in rosso? Si affiderebbe alle professionalità interne e diminuirebbe i costi dei programmi acquistati all'esterno. Invece la coppia Tarantola&Gubitosi fa esattamente il contrario. La RAI ha incassato lo scorso anno 2.683 milioni e ne ha speso il 60% "per consumi di beni e servizi esterni", un'allucinante cifra di 1.612,6 milioni. La RAI è pagata dal canone e le sue perdite sono ripianate con le tasse, è un'azienda pubblica, deve essere trasparente come una casa di vetro. Fazio la pensa diversamente "Credo che la RAI debba essere tutelata. E' un'azienda sul mercato (?). Credo che rivelare continuamente conti, soldi, scelte non faccia bene a questa azienda". Invece la RAI farebbe molto bene a fornire i dati sulle spese, in particolare quelle esterne anche se questo dispiace (e ti credo!) a Fazio "Io non posso dire quanto guadagno. L'azienda mi vincola alla riservatezza. Non vado contro la mia azienda".

Non c'è molto da aggiungere a quanto scrive Grillo: come ho già riportato in un mio precedente post in questo la pensiamo allo stesso modo! 

martedì 15 ottobre 2013

Piero Chiara

Dal Sito:

La vitatratto da Federico Ronconi, Piero Chiara. La vita e le opere, Nicolini, Varese, 2005

per l'Associazione Amici di Piero Chiara
"Ho assistito alla vita qualche volta da seduto, qualche volta in piedi, partecipando al banchetto o rimanendo a bocca asciutta, ma sempre con grande piacere".
PIERO CHIARA
Piero - per l'anagrafe Pierino - Chiara nasce il 23 marzo 1913, a Luino, sulla riva lombarda del lago Maggiore.
Suo padre Eugenio, siciliano, si era stabilito a Luino nel 1908, come impiegato delle Regie Dogane.
La madre, Virginia Maffei, era nata a Comnago, sopra Lesa, sempre sul lago Maggiore. Ad entrambi i genitori, che l’ebbero unico figlio, Chiara resterà sempre legato: come scrittore, rievocherà le loro figure in pagine piene di affettuoso rispetto. Al padre, in particolare, sobrio e taciturno, ma acuto raccontatore di “fatti”, riconoscerà di essere debitore di buona parte del suo talento di narratore.
Fin dall’inizio, la vita di Chiara appare quale sarà poi sempre: una vita vissuta, al di là di ogni pregiudizio, in piena libertà, con una totale disponibilità ad ogni tipo di esperienza e soprattutto con un sostanziale rifiuto di ogni forma di costrizione.
Non a caso si considererà un “libertino”, come i filosofi del Settecento, ma non senza autoironiche allusioni al significato che il termine ha nell’uso popolare. E un “liberale storico” di fatto egli fu sempre, in campo ideologico come in quello politico.
Così, in linea con questo innato spirito di libertà, fin dai primi anni dell’adolescenza è un discolo “rotto a tutte le avventure”, perso nella “peggior compagnia di tutto il paese, figli di facchini, di barcaioli e di contrabbandieri”, e trae più giovamento dall’ascolto delle storie che il padre gli racconta e dall’osservazione della realtà di quel suo piccolo mondo paesano, che non dagli studi regolari o da una sistematica applicazione. Anzi, il suo contatto con l’istituzione scolastica non è tra i più felici. Superate a fatica la prima e la seconda elementare, in cui ha come compagno di classe Vittorio Sereni, Chiara ripete la terza. Rinviato a ottobre, viene promosso solo in seguito alla promessa del padre di toglierlo da quella scuola.
Viene quindi mandato a studiare nel Collegio Salesiano San Luigi di Intra, dove frequenta la quarta e la quinta, e nel 1925 viene ammesso nel Collegio De Filippi di Arona, dove frequenta, con scarso impegno e nessun profitto, la prima e la seconda ginnasio.
Tra tanti insuccessi scolastici,
“L’unico successo pieno, ricorderà lo scrittore, e non senza civetteria,
fu un tema su Luino, che gli valse un bel dieci e che sancisce a posteriori
una vocazione e un legame”
G. TESIO
La vita di quegli anni di scuola e di collegio, ad ogni buon conto, tornerà di frequente nelle sue pagine di scrittore, recuperata e accarezzata sul filo di una sottile ironia, specialmente nei confronti di un’educazione tanto rigida quanto culturalmente e formativamente inesistente.
Al centro del suo recupero memoriale di quel periodo ci sono però soprattutto le avventure di Pierino tra i banchi del mercato di Luino, la riva del lago e la via dei Mercanti, avventure che negli anni della maturità racconterà, senza mitizzarle, in libri per ragazzi di grande successo.
Durante l’estate, a cominciare dal 1925 e poi per alcuni anni, Chiara soggiorna in Sicilia, a Resuttano, in provincia di Caltanissetta, il paese del padre: un’esperienza con cui si confronterà parecchi anni dopo in occasione di un “ritorno” in quei luoghi e che rievocherà nella prosa Con la faccia per terra, scritta nel 1961 e pubblicata nel 1965, l’indomani della morte del padre.
Nel 1927, quattordicenne, Chiara viene sonoramente bocciato e lascia gli studi. Per qualche tempo, secondando soltanto il suo estro, lavora a Luino, come apprendista presso un fotografo.
Poi, per accontentare i genitori, riprende gli studi a Novara, dove frequenta, come allievo esterno del locale Collegio dei Salesiani, l’Istituto Omar. In capo a pochi mesi, però, li interrompe di nuovo, in quanto trova “più piacevole” e più consono al suo spirito indipendente e curioso di tutto, vagare per le strade della città in mezzo alla gente.
Il diploma di “licenza complementare” arriva soltanto nel giugno del 1929, dopo un esame da privatista.
Nel corso di quella che poi definirà la sua “non studiosa adolescenza”, Chiara non trascura per altro di darsi, costruendola in modo discontinuo e irregolare ma già precisamente orientato, una libera, ampia e profonda cultura letteraria.
La sua prima lettura, a quel che ebbe poi a raccontare, fu Collodi e poi, durante la quarta elementare al collegio di Intra, oltre a una serie di “libri edificanti”, lesse un libro di avventure – Nelle Montagne Rocciose – di Ugo Mioni, un emulo cattolico di Salgari, scopiazzatore di Karl May, che lo entusiasmò al punto di leggerlo e rileggerlo più volte e di trascriverlo, a mente, quasi “parola per parola”, in sette quaderni, per averlo sempre a disposizione: un “fatto” che Chiara avrebbe poi raccontato spesso, ripensando con tenerezza a quella ingenua “prova di scrittura”.
Quindi, negli anni dell’adolescenza e della prima giovinezza, Chiara prende a leggere gli autori italiani e stranieri che trova nella piccola biblioteca di Luino. Legge di tutto, disordinatamente: da Salgari a Verne, da Manzoni a Zuccoli, da Fogazzaro a Pirandello, da London a Stevenson, da Melville a Dostoewskij. Fondamentali, per le tracce che lasceranno poi nel suo modo di raccontare, risultano soprattutto, oltre al Manzoni dei Promessi sposi e a Dostoewskij, il contatto con Boccaccio e la lettura del Lazarillo de Tormes, il romanzo picaresco spagnolo, tutti accostati prima dei vent’anni e poi continuamente riletti. Quanto a Manzoni e a Boccaccio, anzi, Chiara attribuirà loro il suo carattere di narratore “tradizionalista”, che ama cominciare un racconto ambientandolo in un luogo e in tempi precisi. In proposito, scriverà molti anni dopo in quella che si può considerare una dichiarazione di poetica: “Boccaccio, Manzoni, Wilder, Tostoj, Melville, perfino la Invernizio e un ignoto qualsiasi, preceduti e seguiti da chissà quanti altri, incominciano i loro romanzi con l’indicazione del luogo e del tempo in cui si svolgerà l’azione. Ed è una garanzia, offerta all’inizio, d’aver dei ‘fatti da raccontare’, come al vero narratore s’appartiene, e non delle introspezioni buone solo per l’autore, o peggio ancora delle acrobazie linguistiche, buone per quei lettori che temono, non orecchiandole, di passare per degli incolti”.
Tra i poeti, le sue preferenze vanno a Leopardi, autore che fu, a suo dire, “il dominatore della sua passione per la poesia”, a Dante, Petrarca e Pascoli. Non prova invece particolare simpatia per Carducci e nemmeno per d’Annunzio, nei confronti del quale anzi sviluppa un senso di distacco critico che gli permetterà di scrivere, di là a molti anni, un’ampia biografia del poeta.
Insieme a questo vero e proprio tirocinio letterario sugli autori che gli saranno poi sempre cari, Chiara compie anche, in quegli stessi anni, un non meno proficuo e formativo tirocinio sentimentale frequentando, senza porsi limiti di sorta, ogni tipo di ambiente e ogni specie di umanità e scoprendo, con precoce istinto, l’universo femminile.
Dopo il diploma, Chiara lavora per qualche tempo in un laboratorio fotografico, a Milano, e poi trascorre quasi due anni a viaggiare: è a Roma e a Napoli, dove soggiorna per alcuni mesi, quindi in Francia, dove trascorre più di un anno. A spingerlo a compiere, “senza un soldo in tasca”, quella che chiamerà “l’avventura francese” è, insieme al bisogno di uscire dai confini di un mondo provinciale che solo poi scoprirà essere il microcosmo in cui è riflesso tutto il mondo, il desiderio di rivivere di persona le esperienze dei suoi compaesani che sono andati a “cercar fortuna” in Francia e che sono tornati a Luino senza soldi, ma ricchi di strabilianti “fatti” da raccontare. È a Nizza, a Parigi e a Lione. Per procurarsi da vivere si dedica a vari mestieri: esattore di affitti, scrivano, aiutante cuoco e fattorino. Nel tempo libero, quando non passeggia senza meta per le strade, legge i grandi autori francesi, di cui compra le opere sulle bancarelle: Villon, Rabelais, Molière, Choderlos de Laclos, Voltaire, Balzac, Flaubert e l’amatissimo Maupassant, Baudelaire, Rimbaud, Verlaine e i contemporanei.
Nel 1932, è di ritorno in Italia. Per accontentare la madre, che vorrebbe vederlo sistemato in un impiego “statale”, partecipa a un concorso bandito dal Ministero di Grazia e Giustizia e vince, piazzandosi centodiciottesimo su centodiciannove, un posto di “aiutante di cancelleria” ed entra come soprannumerario nell’“amministrazione della giustizia”. Inizia la sua carriera alla pretura di Pontebbia nell’Alta Carnia e viene poi trasferito a Aidussina, allora in provincia di Gorizia e ora in Slovenia, e a Cividale. Dopo pochi mesi di lavoro a Cividale, chiede, in seguito a una serie di vicissitudini rielaborate narrativamente, a distanza di oltre quarant’anni, nel romanzo Vedrò Singapore? (1981), un anno di aspettativa per motivi di salute, che trascorre tra Trieste, Venezia, dove, oltre a stringere, secondo quella che sarà una costante della sua vita, brevi ma intense e mai rinnegate relazioni sentimentali, frequenta la Biblioteca “Marciana” – risale a quell’epoca il suo incontro con Giacomo Casanova – e Luino e, infine, ottiene il trasferimento a Varese.
Il lavoro nell’ambito della “giustizia” non lo entusiasma, ma non lo impegna. L’Italia, in quegli anni intorno al 1935, è ormai sotto la dittatura fascista. Chiara, che da tempo, per il suo spirito aperto e liberale, ha fama di antifascista, subisce intimidazioni e vessazioni e viene espulso dal Partito, cui era stato iscritto d’autorità in quanto dipendente statale, con grave pregiudizio per la sua carriera. Viene infatti “congelato nel grado e nello stipendio”.
Comunque, proprio in quegli anni, approfittando della stessa situazione politica che, alla fin fine, gli consente di chiudersi in se stesso e,
“nei limiti, di pensare e di agire a suo modo”
L. BALDACCI
Chiara sviluppa e approfondisce la sua “lunga e segreta formazione” di uomo e di intellettuale: una formazione che una volta di più
“non è affidata solo ad intense letture, ma all’esperienza vissuta, giorno dopo giorno, dei moeurs de province, di ambienti, di situazioni, di personaggi”
E. GHIDETTI
Insomma, la stessa vita apparentemente inutile e dispersiva che, impossibilitato a fare altro, conduce trascorrendo i pomeriggi e le serate al caffè, giocando a carte o a biliardo, ascoltando i racconti di persone di passaggio, inventando scherzi e intrecciando varie storie d’amore, contribuisce, non meno delle sue letture di autori classici e moderni, ad arricchirlo di esperienze destinate a dare un giorno i loro frutti sulla pagina scritta. Tra l’altro, è a partire da quegli anni che i suoi interessi culturali si aprono all’arte, con particolare riferimento all’attività degli artisti del Varesotto tra il Seicento e l’Ottocento.
Nel 1936, ventitreenne, Chiara conosce e sposa Jula Scherb, una svizzera-tedesca, figlia del responsabile di un istituto ortopedico di Zurigo. Trascorre lunghi periodi a Losanna, a Ginevra e a Zurigo, ma con la giovane moglie ha una convivenza irregolare, nonostante la nascita, a Zurigo nel 1937, di un figlio, Marco. Verso la fine del 1938, di fronte al dissolversi del matrimonio e per sottrarsi alla cupa tensione che domina l’Europa ormai alle soglie di una nuova guerra, decide di partire per la Bolivia. Ma l’invasione tedesca della Polonia, nel settembre del 1939, lo induce a desistere dal viaggio. Da Zurigo, dove è in attesa di raggiungere il porto francese di La Rochelle per imbarcarsi, torna in Italia.
Nell’aprile del 1940, poco prima dell’entrata in guerra dell’Italia, viene richiamato alle armi per un periodo di istruzione e assegnato al 67° Fanteria di stanza a Como. Risale a quell’aprile e al maggio seguente il Diario del ’40, mentre è del periodo tra il luglio e l’agosto un altro testo in forma diaristica, una forma in cui Chiara prende le misure per imparare a fare l’ “io narrante” di un racconto: il Diario per Marco. Nell’ottobre Chiara viene congedato – “dispensato dal compiere il servizio perché sedentario”, scriverà il 25 ottobre 1944 nel Questionario che gli viene fatto compilare a Bellinzona dalla Divisione della polizia, appena giunto in Svizzera – e ritorna a vivere a Varese, al solito impiego. Lo scoppio della guerra segna una svolta decisiva anche per lui.
La guerra, infatti, non solo viene a sconvolgere la pigra vita di provincia in cui Chiara si è ritagliato il suo rifugio e a disperdere, spesso per sempre, gli amici con cui, negli ultimi anni, aveva compiuto le sue esperienze, tra carte, donne e letture, ma, con i suoi orrori, suona come un invito a non rimanere inattivi. Non è certo casuale che Chiara, durante i primi anni del conflitto, venga sempre più accostandosi agli ambienti antifascisti e che su di lui piovano continuamente segnalazioni anonime che lo qualificano come sobillatore, più, a suo dire, per i suoi comportamenti “libertini” che per i suoi discorsi che, quando non suonano disfattisti, risultano anch’essi “immorali”. Non mancano neppure denunce che lo propongono per il confino, ma è a lungo salvato
“dall’intervento di autorevoli fascisti bonaccioni di provincia che divertiva con le sue frottole o che aveva compagni al tavolo di gioco”.
PIERO CHIARA
Da ultimo, però, il 23 gennaio 1944, per sottrarsi a un ordine di arresto emesso il 21 gennaio dal Tribunale speciale provinciale di Varese “per atti di ostilità verso il Partito Fascista Repubblicano”, è costretto ad attraversare clandestinamente il confine dalla valle della Tresa e a cercare riparo in Svizzera.
Il 24 gennaio si presenta alle autorità di Lugano, che avviano le pratiche per riconoscergli lo stato di rifugiato politico. Dal verbale di interrogatorio redatto in francese l’indomani, a Bellinzona, risultano quelle che sono le “colpe” di cui si è macchiato. Nel verbale, infatti, Chiara, dopo aver dichiarato di avere sempre nutrito sentimenti antifascisti, afferma, tra le altre cose, che dopo la caduta del fascismo si è impegnato, in quanto cancelliere, a “far sparire dal Tribunale di Giustizia di Varese tutti i ritratti di Mussolini” e di aver preso posizione contro “il giudice Michele Poddighe, membro del Tribunale fascista provinciale”. Pochi giorni dopo, grazie all’intervento del vescovo di Lugano, Chiara viene accettato come rifugiato dalla Confederazione. Ai primi di febbraio viene trasferito a Lugano, poi, il 24 febbraio nel campo di Büsserach, nella Svizzera tedesca e, nel marzo, in quello di Tramelan, nella Svizzera francese: è lì quando apprende che il Tribunale speciale di Varese l’ha condannato, in contumacia, a 15 anni di reclusione, “per aver, in epoca successiva al 26 luglio 1943, messo il ritratto del Duce nella gabbia degli imputati del Tribunale di Varese, esponendolo alla berlina, derisione e furore popolare”. Nell’agosto, riconosciuto colpevole di aver promosso uno sciopero dalle attività lavorative tra gli internati, viene assegnato al campo di punizione di Granges-Lens. Nel settembre, scontata la pena, passa nella casa per rifugiati di Loverciano, ma ottenuta la liberazione, nel febbraio 1945, va a Zug, al Knaben-Institut Montana, a sostituire l’amico Giancarlo Vigorelli, come insegnante di lettere. Alla fine di agosto del 1945 ritorna in Italia.
Gli anni trascorsi in Svizzera, noti in tutti i particolari attraverso i documenti ufficiali della Confederazione e attraverso un Diario inedito, sono anni importanti per Chiara, che li ricorderà in numerosi racconti e in vari intervent pubblici, colmi di gratitudine per il paese che lo ha accolto e aiutato. Proprio in quegli anni, in Svizzera, dove godette di una sostanziale libertà di movimento che gli permise, tra le altre cose, di andare a Zurigo a far visita al figlio Marco che non vedeva da due anni, Chiara avviò quegli stretti rapporti con gli intellettuali ticinesi e grigionesi che sono alla base del suo esordio letterario e che dureranno fino alla sua morte.
Di fatto, in Svizzera, a Poschiavo, nella collana L’oca d’oro di Felice Menghini, nel 1945, pubblica, grazie alla presentazione di Vigorelli, la raccolta di liriche Incantavi, nate sull’onda di una passione per la poesia – alcune risalgono al 1940 e al 1942, anno in cui apparvero sulla rivista Maestrale di Roma –, che il futuro narratore giudica allora dominante, al punto di dichiarare ripetutamente che il suo destino letterario si muoverà in quella direzione.
E in Svizzera Chiara piazza anche i suoi primi lavori “giornalistici”, dopo i lontani interventi su La Provincia di Varese (1932-1936): sulla pagina letteraria del Giornale del Popolo di Lugano di don Alfredo Leber, in cui verrà pubblicando, oltre ad articoli di carattere culturale, prose di carattere personale, cronache di viaggi e recensioni di opere di poeti e scrittori italiani e, più tardi, sui Quaderni grigionesi, in cui, tra le altre cose, pubblicherà ampie rassegne annuali sulla narrativa e sulla poesia italiane contemporanee.
Rientrato in Italia, Chiara lavora per un po’ come rappresentante a Milano di una conceria di Verolanuova (Brescia) e per qualche tempo si dedica “al commercio di olio e di altre derrate alimentari” che va a comperare al Sud e rivende al Nord. Viene quindi riammesso nell’Amministrazione della Giustizia e riassegnato a Varese. Il lavoro in cancelleria, in cui si destreggia “volonterosamente” tra pratiche e aule giudiziarie, è per lui, ricorderà poi, una preziosa occasione di incontro con “personaggi di ogni tipo” che stimolano la sua fantasia. Nel tempo libero – e di tempo libero ne ha molto – conduce, per sua stessa ammissione, “una gran bella vita da scapolo”, tra avventure sentimentali, serate al caffè ed estati in barca sul lago Maggiore, ma si dedica anche con crescente entusiasmo alla scrittura.
A cavallo tra gli anni Quaranta e Cinquanta, inizia infatti a collaborare con una certa continuità, con recensioni, articoli di costume e cronache di viaggi, a vari quotidiani – soprattutto L’Italia di Milano, su cui spesso ricicla gli articoli scritti per Il Giornale del Popolo e viceversa – e periodici letterari. Nel 1950 pubblica, sempre in Svizzera, per le Edizioni del Giornale del Popolo, le prose di Itinerario svizzero, ancora oscillanti tra lirismo e narrativa.
Tra il ’50 e il ’53 compie frequenti viaggi e lunghi soggiorni all’estero, in Spagna e in Francia, a Parigi, dove vivono i suoi amici artisti. Nel 1952 compare tra i poeti della Linea lombarda nell’antologia curata da Luciano Anceschi e, nel 1954, dopo un lungo lavoro di selezione, pubblica in collaborazione con Luciano Erba l’antologia Quarta generazione. La giovane poesia 1945-1950. A conferma che i suoi interessi in quegli anni si collocano nell’ambito della poesia, nel 1951 traduce e pubblica Come in sé si prega di Géo Libbrecht e nel 1955 i Sonetti funebri di Luis de Góngora y Argote. Nello stesso annoconosce Mimma Buzzetti, che sarà la sua compagna e che agli inizi degli anni Ottanta sposerà. Nel 1957 si congeda dal Ministero di Grazia e Giustizia e va in pensione con “ventisette anni di servizio” e la qualità di “Cancelliere di 2a classe”, come risulta dal certificato d’iscrizione di pensione. L’idea, racconterà, è quella di “dedicarsi liberamente e compiutamente alla letteratura”.
Nel 1959 Chiara pubblica, da Rebellato, a Padova, le prose di memoria Dolore del tempo, sotto il cui lirismo traspaiono già i germi della narrativa. Ormai, egli ha maturato la sua “consapevolezza di narratore” ed è pronto per il contatto con il grande pubblico dei lettori. Un suo pubblico lo ha sempre avuto, ma solo di ascoltatori, perché le sue “storie” le ha soltanto raccontate, procurandosi presso gli amici la fama di impagabile narratore orale. Così, nel 1959, grazie all’interessamento di Vittorio Sereni pubblica su Il Caffè di G.B. Vicari le prime pagine di quello che nel 1962 sarà Il piatto piange, il romanzo che si vuole sia stato messo per iscritto da Chiara per effetto delle insistenze degli amici (in particolare proprio di Sereni) affascinati dal suo talento di narratore orale. Il romanzo, che segna non tanto un esordio – Chiara ha ormai alle spalle un’intensa attività di saggista e di critico – quanto l’approdo di una ricerca letteraria più o meno consapevolmente orientata da sempre verso la narrativa, esce nel marzo 1962 da Mondadori – da allora suo editore di riferimento – e ottiene uno strepitoso successo di pubblico e di critica. Il piatto piange, di fatto, con la sua assoluta libertà narrativa, con la sua “forma aperta” (L. Baldacci), è un libro raro nel panorama della letteratura contemporanea.
È un piccolo capolavoro. Il lettore vi troverà finalmente un mondo di paese che non sa di letteratura: avrà da leggere senza un attimo di stanchezza e, cosa che non succede quasi mai, arrivato alla fine, sarà preso da un senso di sincero rammarico”.
C. BO
Chiara ha quarantanove anni e da allora si dedicherà con inesausto fervore all’attività narrativa. Le sue opere cominciano infatti a vedere la luce a scadenze regolari, accompagnate sempre da un successo che Giansiro Ferrata ha definito “quasi incredibile”.
Nel 1964, insieme a un’edizione ampliata del Piatto piange, pubblica il romanzo La spartizione, nel 1965 la già citata prosa Con la faccia per terra e i sei brevi racconti Mi fo coragio da me, incentrati sulla figura di suo padre e composti tra il 1950 e il 1963; nel 1967 il romanzo Il Balordo, grazie al quale nel 1968 vince il “Bagutta”, uno dei tanti premi che costelleranno la sua carriera di narratore, e nel 1969 i racconti de L’uovo al cianuro, alcuni dei quali già apparsi in preziosi volumetti fuori commercio o in giornali e riviste. Nel 1970 è la volta del romanzo “giallo” I giovedì della signora Giulia, che Chiara ha scritto e pubblicato a puntate tra il febbraio e il marzo 1962 sul Corriere del Ticino con lo pseudonimo di Nik Inghirami e che ora vede la luce direttamente negli Oscar mondadoriani come “presceneggiatura” dell’originale dallo stesso titolo realizzato dalla Radio televisione italiana e trasmesso in cinque puntate nella primavera di quell’anno. Nel 1973 esce il romanzo Il pretore di Cuvio: 120.000 copie vendute in pochi mesi, 216.379 al marzo 1983, secondo i rendiconti della S.I.A.E.; alla stessa data, Il Piatto piange, avrà venduto 246.885 copie, distribuite in ventun edizioni. Nel 1974 escono i racconti lunghi di Sotto la Sua mano, nel 1976 il romanzo La stanza del Vescovo (317.000 copie alla data del marzo 1983), nel 1977 i racconti de Le corna del diavolo, nel 1978 il romanzo Il cappotto di astrakan (418.000 copie al marzo 1983) e nel 1979 il romanzo Una spina nel cuore (477.000 copie al marzo 1983). Nel 1980 appaiono i racconti de Le avventure di Pierino al mercato di Luino, nel 1981 il romanzo Vedrò Singapore? (467.000 copie al marzo 1983), nel 1982 i racconti di Viva Migliavacca!, nel 1983 le 40 storie di Piero Chiara negli elzeviri del “Corriere”, nel 1984Il “Decameron” raccontato in dieci novelle e nel 1986 i racconti de Il capostazione di Casalino.
Il successo di queste opere è enorme, come dimostrano le altissime tirature. I suoi lettori e ammiratori appartengono a tutte le classi sociali e a tutte le professioni. Alcuni critici, che non possono perdonargli proprio il grande successo, lo considerano “un autore popolare”, definizione che Chiara non ritenne mai sminuente. “Ho in circolazione”, afferma nel 1980 nel corso di una intervista, “quasi tre milioni di copie dei miei libri. Il che vuole dire che sono letto più dagli uomini comuni, che sono gli uomini migliori, che dagli intellettuali, che sono i peggiori”. La maggior parte dei critici, però, sottolinea, oltre alla sua straordinaria abilità di fabulatore di storie di provincia, l’accurato lavoro di scrittura che sta dietro la sua apparente “facilità”. Un riscontro della sua fama e del suo prestigio intellettuale in quegli anni è costituito dalle numerose collaborazioni cui è sempre più spesso chiamato. Nel 1967, Giovanni Spadolini, ammiratore delle sue “storie”, lo invita a collaborare a Il Resto del Carlino di Bologna e poi, nel 1969, al Corriere della Sera di Milano, sul quale i suoi elzeviri uscirono con cadenza regolare fino al 1986. Negli anni precedenti, Chiara aveva collaborato anche alla Prealpina di Varese, alla Gazzetta del Popolo di Torino e al Gazzettino di Venezia. Dai primi anni Settanta, inoltre, venne pubblicando quindicinalmente sul Corriere del Ticino di Lugano, in una rubrica intitolata Sale & Tabacchi, i suoi arguti “appunti di varia umanità e di fortuita amenità”.
Contemporaneamente e parallelamente all’attività di narratore e di giornalista, Chiara svolge una non meno intensa e proficua attività di tipo saggistico, come critico, come traduttore e come studioso di opere classiche, specialmente del Settecento. Particolare importanza riveste il suo paziente lavoro di ricerca e di esegesi su Giacomo Casanova: a lui, che è considerato un’autorità nel quadro degli studi casanoviani, si deve, oltre che la pubblicazione di molte opere minori, la prima edizione integrale, condotta sul manoscritto originale, dell’autobiografia del grande avventuriero del Settecento, la Storia della mia vita (1965 e, nuova edizione completamente rifatta, 1983-1989). Già nel 1960 aveva pubblicato la trascrizione de L’Uccelliera del seicentesco G.P. Olina e la traduzione delle Lettere portoghesi di Mariana Alcoforado, anch’esse seicentesche. Nel 1969, invece, traduce il Satiricon di Petronio, che considerava la “polla originaria della narrativa occidentale”.
Costanti e importanti sono anche i lavori che Chiara produce nel campo della critica d’arte, con saggi su Giovanni Carnovali, Giuseppe Viviani, Mario Tozzi e Franco Gentilini e numerosi, tra gli anni Sessanta e Ottanta, sono i suoi “libri d’arte”: eleganti volumi in cui un suo racconto accompagna l’opera grafica di un artista contemporaneo.
Sempre nell’ambito di un’attività critica aperta su molteplici fronti, fondamentale, per la precisione e l’efficacia della ricostruzione, la suaVita di Gabriele d’Annunzio (1978), che, venduta in oltre 300.000 copie, segna l’avvio di una nuova stagione di studi sul poeta.
Quanto alla vita privata, a partire dalla metà degli anni Sessanta, Chiara vive a Varese, dove lavora, insieme alla segretaria Gigliola Spozio, dapprima in uno studio presso la sede del Partito liberale italiano, di cui è stato a lungo segretario provinciale, in via Bernasconi 1, poi nella mansarda del suo appartamento, in via Metastasio 19. Frequenti viaggi lo portano in giro per vari paesi d’Europa, dove tiene lezioni e conferenze. Nel 1967 e nel 1969 passa alcuni mesi negli U.S.A., fermandosi soprattutto a New York, dove abita il figlio Marco. Necessarie, a suo dire, per il suo stesso “equilibrio sentimentale e fantastico” sono invece le “gite” che compie ogni volta che può – “sempre” il giorno anniversario della sua nascita – a Luino, dove ritrova le sue radici di uomo e narratore.
La sua attività letteraria è tanto ricca quanto varia: oltre alle collaborazioni a quotidiani, riviste – soprattutto Epoca – e periodici letterari, Chiara è spesso chiamato a scrivere le introduzioni ai cataloghi di pittori, incisori e scultori o la presentazione delle loro mostre: i testi composti in queste occasioni sono ora raccolti nel volume I miei amici artisti (1994).
Intensa, come già negli anni Quaranta e Cinquanta, è la sua frequentazione di editori, scrittori, artisti e critici italiani e stranieri: l’epistolario, conservato nella Biblioteca Civica di Varese a disposizione degli studiosi, è una conferma diretta della vasta trama di relazioni da lui intessute con gli intellettuali suoi contemporanei.
Con gli anni Settanta Chiara comincia a lavorare per la televisione, italiana e svizzera, e per il cinema. Alcuni suoi romanzi vengono tradotti in film ad opera di registi famosi (Alberto Lattuada, Dino Risi e Marco Vicario, tra gli altri), spesso con il suo contributo di sceneggiatore e per la televisione produce alcuni originali: oltre a I giovedì della signora Giulia, I capitani, forse, Un uomo curioso e Il ritorno di Casanova. Quello con il cinema, per altro, non fu per Chiara un rapporto facile. A Roberto Gervaso, che nel luglio del 1977, in una intervista gli domandava, provocatoriamente, se quando scriveva un romanzo pensasse più alla letteratura o al cinema, rispose:
“Anche se alcuni critici dicono il contrario, io penso esclusivamente alla letteratura. Il cinema quando viene, viene dopo”.
PIERO CHIARA
E nell’agosto dello stesso anno, a Ernesto Gagliano che in una intervista per “Stampa Sera” di Torino gli chiedeva se fosse contento che i suoi romanzi e i suoi racconti arrivassero sullo schermo, grande o piccolo che fosse, dichiarava:
Guardi, l’unica soddisfazione è di carattere economico. Apprezzo quei registi come Lattuada o Risi che riescono a rispettare abbastanza lo spirito del libro, ma inevitabilmente ci sono cadute nell’erotismo che nelle mie opere non si trovano. Quando un uomo e una donna vanno a letto, io mi fermo fuori della stanza: lascio lì i miei personaggi. Il cinema invece entra nella camera, piazza la macchina da presa e ritrae tutto. Proprio tutto”
PIERO CHIARA
Di fatto, la sua attività principale rimase sempre quella di “narratore”: la sua vera passione fu raccontare “fatti”. Dal 1974, Chiara è tra i dodici componenti della Fondazione francese di studi storici con sede a Venezia e nel 1976 viene insignito dal governo francese del grado di Ufficiale delle Palmes Académiques per il contributo dato alla valorizzazione e alla diffusione delle opere di Giacomo Casanova.
Frequenti e numerosi i premi letterari  che riceve e costante la sua presenza nelle giurie letterarie. Nel marzo del 1983, la casa editrice Mondadori celebra, nella villa Mondadori di Meina, i settant’anni di quello che è uno dei suoi autori di punta.
Nel 1984 Chiara pubblica Il Decameron raccontato in dieci novelle. Nella primavera del 1986, durante un breve periodo di vacanza successivo a una serie di conferenze, Chiara scopre di essere malato di un male incurabile. In quello stesso anno escono i racconti de Il capostazione di Casalino.
Muore a Varese, il 31 dicembre 1986, poco dopo aver corretto le bozze del suo ultimo romanzo, Saluti notturni dal Passo della Cisa, che vedrà la luce nel 1987.
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Quando non ho niente da leggere vado nella mia libreria e tiro fuori un libro letto in gioventù, sperando di non ricordarmelo troppo.

Ho tirato fuori Il cappotto di Astrakan in una edizione di Mondadori stampata nel gennaio 1978.
Non lo ricordavo perché dal momento dell'acquisto non lo avevo più riletto.
Mi è piaciuto. Ho subito notato i segni autobiografici dell'ambientazione nei luoghi dove lui ha vissuto le sue esperienze di vita. Probabilmente anche il materiale umano che usa per animare i suoi personaggi è fatto di gente da lui conosciuta.
Alla faccia di mio marito, unico critico del mio modo di scrivere, che disprezza l'autobiografismo, che pure è di tanti scrittori di narrativa, anche grandissimi.
Ho voluto rileggermi la sua vita e vi ho trovato dei punti insospettati, come i suoi insuccessi scolastici che fanno sorridere al pensiero di quanto una intelligenza possa essere sorprendente e svilupparsi attraverso canali ad  essa congeniali.
Infatti gli era congeniale lo scrivere e citava con civetteria "...unico successo pieno fu un tema su Luino, che mi valse un bel dieci" .
Mi si perdoni l'accostamento ma, pur andando a scuola senza infamia e senza lode, non ero molto amata dalla maestra Lelli che però il giorno che dette un tema, "Storia di una sciarpa di lana", arrivata a leggere il mio tema dopo quelli dei miei compagni, tutti abbastanza piatti nel descrivere come si lavorava ai ferri la sciarpa che portavano e se gliela aveva lavorata la nonna o la mamma, saltò in piedi letteralmente dalla sedia, dove pigramente sedeva dietro la cattedra, con il mio quaderno in mano (e non dimenticherò mai il mio spavento, temendo di aver commesso chissà quale errore) dicendo che avevo scritto un piccolo capolavoro che disse: "Deve leggerlo il Direttore!" E da lui portò il mio quaderno, ed i miei genitori ed io (tutta felice) fummo informati che "il Direttore voleva tenersi quel quaderno per tenerlo fra le glorie della Scuola Luigi Pianciani di Roma". Praticamente avevo iniziato parlando in prima persona come se io fossi la lana e ricordo che più o meno iniziava così: "Ero il vello di una pecora..." E terminavo "ora sono una sciarpa intorno al collo di un bambino".
Non tutti diventiamo grandi scrittori ma certo le stimmate dello Scrivere le ho avute fin da bambina.
Tornando a Piero Chiara mi ha fatto sorridere leggere l'ironia allusiva con cui si definiva un “libertino”... perché ricordo una sua intervista letta tanto tempo fa su un giornale in cui faceva capire che non era molto fedele alla compagna che aveva in quel momento... Sincero perché proprio in quel periodo lo incontrai casualmente in Via Veneto, dove passavo in fretta per qualche commissione in zona, che passeggiava vestito con un cappotto color cammello dando il braccio a una ragazza molto bella con una costosa  e vistosa pelliccia dai colori rossicci sfumati: lei era molto più giovane di lui e truccata sapientemente. Capii subito dall'atteggiamento che rapporto c'era fra i due.
Qualche tempo dopo vidi la ragazza in televisione: faceva la giornalista...     

Onore al Sindaco di Albano Laziale

Sit in di protesta ad Albano: "Portatelo in discarica"

Il sindaco di Albano: "La bara di Priebke non passa". Ma il prefetto annulla il divieto

Il sindaco Marini firma un'ordinanza per vietare il passaggio della salma, Pecoraro risponde con una contrordinanza con cui revoca il divieto. La salma di Priebke lascia il Gemelli ma i cittadini protestano davanti alla Chiesa. Le esequie previste per le 17.30

In arrivo un treno di neonazisti
Intanto è allarme ad Albano: alle autorità comunali di sicurezza è arrivata la notizia  che è in arrivo un treno regionale a bordo del quale sono segnalati numerosi neonazisti, accorsi presumibilmente a "onorare" l'ex capitano delle SS durante il rito alla confraternita San Pio X. "Siamo molto preoccupati per l'ordine pubblico", riferiscono dal Comune.

Il municipio: siamo sconcertati
"Siamo sconcertati, nessuno ci ha comunicato niente, né la Prefettura né altri organi preposti alla sicurezza". Così il portavoce di Nicola Marini, sindaco di Albano Laziale, commenta la notizia dei funerali di Erich Priebke che si terranno nel pomeriggio proprio nella cittadina alle porte di Roma. "Ci troviamo a gestire una problematica all'improvviso - spiegano dal municipio - con evidenti problemi di ordine pubblico. La Questura ci ha assicurati che sarà una cosa breve e in massima sicurezza, e che tutto è già predisposto, ma il Comune avrebbe preferito essere informato per tempo". 

A me era venuto in mente "bruciatelo in un forno crematorio", ma quella detta dalla gente del sit in di protesta è migliore.
Nel forno crematorio in fondo va tanta gente perbene morta che preferisce questo tipo di esequie e non è certo come i forni crematori in cui i compagni di "ideali" del mostro MAI pentito mettevano le povere persone che, senza motivo e colpa, avevano sequestrato e rinchiuso nei campi di sterminio.