sabato 3 ottobre 2015

Casti si può vivere

Da: LA STAMPA - Vatican Insider

3/10/2015 

Il monsignore dell'ex Sant'Uffizio fa coming out


Krzysztof Charamsa, officiale della Congregazione per la dottrina della fede e secondo segretario della Commissione teologica internazionale, ha rivelato ieri sera alla stampa polacca di essere omosessuale e di avere un compagno. Lombardi: «Scelta grave e non responsabile alla vigilia del Sinodo, non potrà continuare a lavorare in Vaticano»

ANDREA TORNIELLICITTÀ DEL VATICANO


Tra poche ore inizia il Sinodo dei vescovi sulla famiglia, e con un timing  non certo casuale la questione omosessuale è al centro dell'attenzione mediatica, con il clamoroso coming out di un monsignore polacco, Krzysztof Charamsa, officiale della Congregazione per la dottrina della fede e secondo segretario della Commissione teologica internazionale, il quale ha rivelato ieri sera ai media polacchi di essere gay e di avere un compagno. La sua iniziativa è stata definita «grave» e «non responsabile» dal portavoce vaticano padre Federico Lombardi: Charamsa non potrà continuare a lavorare in Vaticano e quella che ha compiuto viene considerata una «indebita pressione» sul Sinodo.

«Sono gay, ho deciso di renderlo pubblico, non posso più nascondermi, ho un compagno». Charamsa ha scelto con attenzione i tempi, dato che oggi sarà presente a Roma alla prima assemblea internazionale dei cattolici LGBT organizzata dal Global Network of Rainbow Catholics alla vigilia del Sinodo sulla famiglia.

Charamsa ha spiegato di non potersi più nascondere e di non voler più agire da «fariseo». Ha detto che l'essersi innamorato di un uomo lo ha fatto sentire meglio anche come sacerdote. Ha anche criticato fortemente l'atteggiamento della Chiesa nei confronti dell'omosessualità.

Padre Lombardi questa mattina ha dichiarato: «A proposito delle dichiarazioni e interviste rilasciate da Mons. Krzystof Charamsa si deve osservare che - nonostante il rispetto che meritano le vicende e le situazioni personali e le riflessioni su di esse -, la scelta di operare una manifestazione così clamorosa alla vigilia dell’apertura del Sinodo appare molto grave e non responsabile, poiché mira a sottoporre l’assemblea sinodale a una indebita pressione mediatica. Certamente mons. Charamsa non potrà continuare a svolgere i compiti precedenti presso la Congregazione per la dottrina della fede e le università pontificie, mentre gli altri aspetti della sua situazione sono di competenza del suo ordinario diocesano».

Poco dopo è arrivato un commento di Charamsa: «Cercherò lavoro». Il Prelato aggiunge che «è pronto per la stampa, in italiano e in polacco, un libro in cui metto la mia esperienza a nudo».

Meglio la sincerità che vivere nella menzogna, soprattutto se si rappresenta un valore morale come quello della religione e della fede in Dio.

Però questo sacerdote ha fatto voto di castità e dunque poteva essere omosessuale o eterosessuale, non fa differenza, sempre casto doveva rimanere.
Questo e solo questo a mio avviso è il punto.
Egli è venuto meno al voto fatto.
E questo vale anche per i sacerdoti eterosessuali.
Se l'attrazione sentimental-sessuale verso una persona non si traduce in atti sessuali il peccato si limita ai pensieri, diverso è se si vive la propria tendenza sessuale.
Quindi questo sacerdote fa bene a cercarsi un lavoro perché non può più fare il curatore di anime, la guida morale, non tanto, sempre a mio modesto avviso, perché è omosessuale, quanto perché non è più casto.
Krzystof Charamsa con il suo compagno
 

venerdì 2 ottobre 2015

Delitto e castigo

Da: Il Fatto Quotidiano

Usa: giustiziato Alfred Prieto, killer con problemi mentali. Inutile appello del Papa



L'esecuzione dell'uomo, condannato per una serie di omicidi avvenuti tra il 1988 e il 1992, è stata eseguita tramite iniezione letale. Come nel caso di Kelly Renee Gissendaner, è rimasta inascoltata la richiesta del pontefice che con una lettera aveva invitato il governatore dello Stato a commutare la pena

Non dimentichiamo Domenico

Da: Milano.Fanpage.it 10 settembre 2015
di Francesco Loiacono
Quattro mesi fa moriva Domenico Maurantonio: un mistero ancora irrisolto
Quattro mesi fa veniva trovato morto il 19enne Domenico Maurantonio, studente padovano in gita a Milano. Da allora la sua vicenda è avvolta dal mistero. Il legale di famiglia, Eraldo Stefani, preannuncia novità a giorni: il rischio è che sulla vicenda cali l'oblìo.

continua su: http://milano.fanpage.it/quattro-mesi-fa-moriva-domenico-maurantonio-un-mistero-ancora-irrisolto/
http://milano.fanpage.it/
Esattamente quattro mesi fa, il 10 maggio, il corpo senza vita di Domenico Maurantonio, studente padovano al quinto anno delle superiori, veniva trovato ai piedi di una scala antincendio di un hotel di Bruzzano, a nord di Milano. Da allora, tanto si è detto e scritto sulle cause della sua morte: si sono chiamati in causa i compagni, i clienti dell'hotel, si sono ipotizzati scherzi finiti tragicamente, malesseri e volontà suicide mai confermate. La realtà è che, a quattro mesi dalla tragedia, la morte di Domenico continua a essere avvolta dal mistero. E, complice le ferie estive che hanno rallentato il lavoro dei magistrati, la vicenda del ragazzo, che ha emozionato l'opinione pubblica, rischia di perdersi nell'oblìo e di andare a posizionarsi accanto ai tanti misteri all'italiana di cui la storia del nostro Paese è piena.
A opporsi a questo destino restano i familiari di Domenico, papà Brunomamma Antonia, e l'avvocato che segue la famiglia, Eraldo Stefani. Proprio quest'ultimo, contattato da Fanpage, ha fatto il punto sulle indagini: "Siamo in attesa degli esiti delle consulenze disposte dal tribunale e di quelle di parte", ha spiegato, preannunciando a giorni qualche novità. La lunga pausa estiva non ha certo aiutato. Sul destino di Domenico sembra essere calata una cortina che, in qualche modo, lo uccide una seconda volta. I genitori del ragazzo d'altronde hanno già detto di essere stati in qualche modo abbandonati da amici e compagni di scuola del 19enne. Hanno affrontato gli esami di maturità, gli stessi ai quali anche Domenico era stato ammesso, e ora saranno impegnati nei loro percorsi universitari. Chissà lui, Domenico, quale Facoltà avrebbe scelto.




Quanto è difficile avere Giustizia, guardate il caso di Roberta Ragusa... Tutto fa capire come sono andate le cose, ma senza prove certe, senza una confessione, il tempo passa senza che chi è morto in modo anomalo, palesemente anomalo, possa avere Giustizia.

Domenico doveva tornare all'Expo anche il giorno dopo e invece è precipitato dal quinto piano, lontano dalla camera dove si era trasferito per stare con i compagni, ma vicino a quella che gli era stata assegnata... Senza mutande, con evidenti segni di bisogno urgente di un bagno che forse stava disperatamente cercando, tenendo in mano calzoncini e mutandine...
Perché se li era tolti? Non era meglio farsi sotto le feci piuttosto che spargerle in giro? Perché era lì e non nel bagno della stanza dove aveva scelto di stare pur di stare in compagnia? Perché nessuno ha sentito il tonfo del suo corpo caduto da 5 piani? E' un giallo e non un suicidio.
Gli esami tossicologici, che usciranno a breve, non potranno chiarire molto di più. Fino ad ora si sa che l'alcool bevuto insieme con i compagni l'aveva ancora in gran parte nello stomaco: quindi aveva finito di bere da poco. Subito dopo i suoi compagni dicono di essere caduti in un sonno così profondo, tutti e tre, che non gli ha consentito di sapere più nulla di Domenico...
Alle 7 del mattino un operaio, aprendo la porta del chiostrino perché doveva eseguire dei lavori, si è trovato davanti il corpo esanime del giovane in una pozza di sangue... e... un poco discosti... i suoi indumenti. E' l'immagine di un giallo.

Da: Corriere del Veneto 18 agosto 2015
di Andrea Priante
Cento giorni senza Domenico

Il dolore del padre: «Ora la verità»

Bruno Maurantonio: «Io so che mio figlio non si è suicidato, la dinamica di quella notte presenta ancora troppi punti oscuri»

PADOVA Il letto è stato rifatto e i mobili spolverati. I libri, sugli scaffali, impilati con ordine, quelli scolastici e non solo. Ci sono i quaderni, a raccontare di un esame di Maturità che, in realtà, non c’è mai stato. Potrebbe essere la cameretta di un qualsiasi adolescente, anche se tra quelle lenzuola nessuno dorme più da ormai quattordici settimane. È la stanza di Domenico Maurantonio, il diciannovenne padovano morto il 10 maggio precipitando da una finestra dell’hotel di Milano in cui alloggiava con i suoi compagni del liceo «Ippolito Nievo». Per le due classi quinte, doveva essere una visita d’istruzione all’Expo, l’ultima prima degli esami. E invece si è trasformata in un giallo che per settimane ha tenuto l’intera scuola sotto i riflettori, tra sospetti e veleni. Poi, come capita spesso, il circo mediatico si è spostato in altre città, a caccia di nuove storie. E a Padova, a fare i conti con un dolore immenso, sono rimasti Bruno Maurantonio e sua moglie Antonia. «Nella camera di Domenico è rimasto tutto com’era» confida il papà. «A dire il vero l’ho dovuta un po’ rassettare, mio figlio ogni tanto era un po’ disordinato... ».
Oggi sono cento giorni esatti da quel 10 maggio. «Ah sì? Non ci ho pensato, ma che siano cento o mille non cambia molto e di certo non sono sufficienti a cancellare il dolore. Non basterebbe una vita... ».
Non sono bastati neppure per conoscere la verità.«Non ci sono novità sotto il profilo investigativo, per quanto ne sappiamo l’inchiesta va avanti. I giorni passano, ci hanno detto che è normale che d’estate l’attività delle procure rallenti. E quindi non ci resta che aspettare con fiducia: gli inquirenti hanno promesso a me e a mia moglie che avrebbero indagato a fondo per scoprire in che modo è morto nostro figlio. E non ho motivo per dubitarne. Spero soltanto che si arrivi alla verità».
A distanza di mesi ha qualche certezza in più su quella notte? «Io so che Domenico non si è suicidato. Ho voluto affrontare l’argomento anche con i suoi amici, ho deciso di confrontarmi con loro perché ci sono aspetti della vita di un adolescente che i genitori non possono conoscere. Ma anche loro trovano ridicola l’ipotesi che possa essersi ucciso. Domenico era sereno: non si è ammazzato. E questa è la nostra principale certezza».
Resta l’ipotesi che qualcuno abbia assistito all’incidente, magari con un «ruolo attivo » nella caduta. All’inizio i sospetti convergevano sui compagni... «Io e mia moglie non li abbiamo mai accusati, ci siamo limitati a osservare come non siano emerse circostanze che lascino pensare alla presenza di estranei nel corridoio. E la dinamica di quella notte presenta ancora troppi punti oscuri. Domenico non poteva essere da solo: se stava male avrebbe chiesto aiuto, avrebbe cercato di tornare nella sua stanza…».
La polizia ha interrogato decine di persone, studenti compresi. Crede che qualcuno nasconda la verità? «I compagni di stanza di Domenico mi hanno detto di non sapere cosa sia accaduto a mio figlio e non ho elementi per dire che mentano. Penso solo che se qualcuno sta tacendo ciò che sa, da cento giorni si ritrova a fare i conti con un peso immenso sulla coscienza».
Poveri genitori che hanno perso l'unico bene, l'unico figlio.
Non sapere uccide ancora di più, aumenta il buio dello smarrimento.

giovedì 1 ottobre 2015

Pentimento falso e di comodo

Dal sito della trasmissione "Chi l'ha visto?"

Gilberta Palleschi: Ecco la lettera dell’assassino, sit-in alla prima udienza del processo

Sora (Frosinone), 1/10/2015 - Circa 200 persone, arrivate questa mattina da Sora, hanno manifestato con un sit-in davanti al Tribunale di Cassino, dove si è tenuta la prima udienza del processo per omicidio, occultamento e vilipendio di cadavere contro l’assassino reo confesso di Gilberta Palleschi. Familiari e amici della professoressa uccisa e gettata in un burrone a Broccostella il primo novembre 2014, chiedono una pena esemplare per l’imputato, Antonio Palleschi (soltanto omonimo), perché temono che possa godere di uno sconto di pena grazie alla concessione del rito abbreviato. Due giorni prima del processo, attraverso la Procura della Repubblica di Cassino, l’uomo ha indirizzato una lettera alla madre della sua vittima, la signora Elia: “Non o mai oltraggiato il corpo della vostra cara congiunta”, ha scritto. La parziale ritrattazione, contraddetta dalle tracce biologiche trovate sul corpo della povera Gilberta, era accompagnata da richieste di perdono ed espressioni di pentimento. 

E' evidente che su consiglio del suo avvocato questo immondo assassino ha scritto la sgrammaticata lettera di scuse contenente un'ennesima falsità, smentita da prova certa: l'esame autoptico del corpo della sfortunata vittima.

Gli assassini di solito fingono per salvare sé stessi fino allo stremo, negano anche l'evidenza, ma trovo schifoso che questo bruto, nel calcolato tentativo di attenuarsi la pena, prima del processo scriva questa pantomima di pentimento corredata da menzogna.
I magistrati la dovrebbero prendere come un'aggravante, una presa in giro della povera madre della professoressa, uccisa e violata anche da morta, proprio per la negazione della prova contenuta in essa. 

Rita Coltellese *** Scrivere: Ma che bestie immonde girano?

IDI, inchiesta chiusa a marzo 2015 per bancarotta fraudolenta

Da: Il Fatto Quotidiano

Scandalo Idi, pm Roma chiude indagini: 40 indagati e 144 capi di imputazione

Ottocentocinquanta milioni è la cifra indicata nella chiusura dell’inchiesta sulla scandalo romano della sanità cattolica. Il gruppo fu gestito - per i magistrati - da un manipolo di manager abili nel far sparire i soldi che la Regione Lazio erogava con cifre a sei, sette zeri ogni anno
di  | 4 marzo 2015

Peggio di ogni previsione. Tre e mezzo anni fa – quando scoppiò lo scandalo dell’Idi di Roma, l’ospedale dermatologico gestito dalla potente Congregazione dei figli dell’Immacolata - qualcuno azzardava un buco di seicento milioni di euro. “Una cifra che non esiste”, tuonava l’allora amministratore delegato Domenico Temperini. E infatti il “passivo patrimoniale” era molto, molto più alto. Ottocentocinquanta milioni, quasi un miliardo di euro è la cifra che la Procura di Roma indica nella chiusura dell’inchiesta sulla scandalo romano della sanità cattolica. Una cifra che accompagna l’elenco dei quaranta indagati e dei 144 capi d’imputazione. Una galleria degli orrori che va aldilà di ogni immaginazione, con reati finanziari pesantissimi: false fatturazioni, infedele dichiarazione, occultamento e distruzione della contabilità,bancarotta fraudolenta, appropriazione indebita aggravata,riciclaggio, false comunicazioni sociali ed indebito utilizzo di fondi pubblici. Il gruppo Idi-San Carlo è stato gestito – per i magistrati – da un manipolo di manager abili nel far sparire i soldi che la Regione Lazio erogava con cifre a sei, sette zeri ogni annoUn sistema ideato da padre Franco Decaminada, il prete che dalla vicenda aveva ricavato un lussuosa villa in piena Maremma, gestito dai suoi stretti e fedelissimi collaboratori Domenico Temperini – manager con un passato in An – e Antonio Nicolella. Un nome questo che apre un capitolo ancora oggi oscuro, da vera e propria spy story.
Dal Sismi al Congo, passando per Roma
Come il Fatto quotidiano aveva ricostruito in un inchiesta del 9 dicembre 2011, dietro la vicenda del crack del gruppo Idi-San Carlo ci celava, tra i tanti punti oscuri, un intrigotutto africano, una sorta di spy story in pieno stile Dan Brown. Il protagonista era un ex agente del Sismi,Antonio Nicolella, proveniente dagli incursori della Marina, con un passato nel gruppo K della settima divisione, ovvero quel manipolo di 007 addestrato dall’ex capo di Gladio Inzerilli per operazioni speciali. Fino al 2006 era ancora in servizio a Palazzo Chigi, sotto l’ala tutelare di Gianni Letta; arrivata la pensione entra nell’Idi per occuparsi, ufficialmente, di gestione del personale e di logistica. Nel 2011 nella prestigiosa sede dell’Idi in via della Conciliazione – stesso edificio del “ministero della salute” del Vaticano – appare una curiosa targa, Objectiv Congo. Uffici inavvicinabili, regola del silenzio, nessuna notizia sulla rete. La sigla della strana Ong era legata anche ad una società Lussemburghese, con diramazioni in Congo, amministrata da Nicolella, la Ibos II e gestita nel paese africano da un uomo dei servizi congolesi legato a Kabilia. Scopo sociale? Nulla di umanitario, il loro obiettivo eramettere le mani sul petrolio. Un operazione che – secondo alcune pubblicazioni specializzate – aveva visto l’arrivo a Roma di delegazioni di alto livello dal Congo, mentre il sito della Ibos II vantava anche la partecipazione – poi smentita dagli interessati – dell’Eni. La Guardia di Finanza di Roma – che ha seguito le indagini su delega del pm Cascini – ha cercato di capire di più attraverso alcune rogatorie. Per ora quel poco che è emerso riguarda una distrazione di fondi dall’Idi alla Ibos, per 800 mila euro. Su questo fronte ancora oggi le bocche rimangono cucite.
La “Cernobbio” sul Tevere
Quando i conti dell’Idi stavano iniziando a crollare, l’allora amministratore delegato Domenico Temperini – poi finito ai domiciliari – sognava, insieme a Decaminada, di creare una sorta di Cernobbio, tra il Vaticano e il Tevere. Un luogo d’incontro per discutere di grandi strategie, con tavoli bipartisan. Nelle sale di via della Conciliazione passavano tutti: i ministri Franco Frattini e Giulio TremontiMarco Tronchetti Proveramonsignor Rino Fisichella e persino Pier Luigi Bersani, all’epoca leader dell’opposizione. Tutti insieme appassionatamente, senza che nessuno si accorgesse dell’uragano in arrivo. Intanto le crepe iniziavano a far scricchiolare quel gruppo considerato un’eccellenza nel mondo della sanità cattolica romana. Mentre Temperini e Decaminada si affannano per promuovere i lussuosi incontri sulla riva del Tevere gli stipendi iniziano ad arrivare in ritardo, la liquidità crolla, i fornitori soffocano.
Il crollo
I dipendenti nel corso del 2012 iniziano a protestare duramente.Fiaccolate davanti al Vaticano, catene umane, scioperi della fame, occupazione degli ambulatori, mantenendo, però, sempre attivo il servizio. Gli ingressi dell’Idi e dal San Carlo di Roma per mesi rimangono presidiati dai rappresentanti dei lavoratori. Chiedono l’intervento del Vaticano – sempre più in imbarazzo – e del presidente della Repubblica, puntano a salvare quell’ospedale ritenuto un gioiello dal punto di vista sanitario. Padre Franco Decaminada e Domenico Temperini vengono allontanati dalla stessa congregazione, cercando di salvare il salvabile. Ma la bufera non è finita. Mentre la Procura di Roma inizia a raccogliere le prove sul dissesto, ai vertici arriva, nel giugno del 2012, un nuovo manager, il napoletano Giuseppe Incarnato. Proviene dal mondo della finanza, ed ha una missione chiara: trovare soldi freschi per pagare gli stipendi e i fornitori. Farà ben altro, secondo i magistrati. A ilfattoquotidiano.it Incarnato raccontò della “presenza della ‘ndrangheta”, spiegando di temere per la sua incolumità: “Mi hanno detto che mi sparano”, spiegò. Oggi anche lui è indagato dalla Procura di Roma, con le accuse di aver distratto dei fondi verso società a lui riconducibili e di aver emesso fatture per operazioni inesistenti per consentire all’Idi di risparmiare sulle imposte da versare allo Stato. E con l’ipotesi di una sua partecipazione allabancarotta fraudolenta, insieme ai vecchi vertici dell’Idi.
La bancarotta
L’ipotesi di reato che apre la lunga lista contenuta nella cinquanta pagine dell’avviso di chiusura inchiesta – atto che precede l’eventuale richiesta di rinvio a giudizio – è la bancarotta fraudolenta, derivata dal fallimento del gruppo. Un atto di depredazione che vede coinvolti – a vario titolo – praticamente tutti i protagonisti della vicenda: oltre ai citati padre Decaminada – considerato il dominus -, Franco Temperini e Giuseppe Incarnato, tra gli indagati ci sono Aleandro Paritanti, sacerdote ai vertici della Congregazione, l’ex direttore amministrativo Piero NicolaiAurelio Mozzetta, superiore della congregazione,Eugenio Luchetta, altro sacerdote ai vertici dell’Idi, Terenzio D’Ortenzio, religioso, già direttore dell’Idi di Viterbo, Natalino Poggi, già responsabile legale della Curia generalizia della Congregazione dei figli dell’Immacolata concezione, il superiore generale, all’epoca dei fatti, Ruggero Valentini, Bruno, Paolo e Cristiana Morroni, famiglia di consulenti finanziari vicini all’Idi. In sostanza è l’intera congregazione ad essere indagata, per una gestione durata dieci anni. Tanto è durata la depredazione del gioiello della sanità cattolica. Con quali coperture? La risposta, al momento, ancora non c’è.

L'elenco dei religiosi con varie cariche coinvolto in questo saccheggio è lungo.
Una voragine: come il S.Raffaele di Milano.
La Regione pagava e i soldi sparivano.
Cattolici che se ne infischiavano del Comandamento NON RUBARE.
Visto che hanno fatto sparire i soldi che erogava la Regione alla Sanità Privata, in base alle Convenzioni che altro non sono che un modo ipocrita di svuotare la Casse pubbliche, hanno rubato ai contribuenti italiani, come sempre e come al solito. 
Le Congregazioni Religiose vogliono avere Cliniche ed Ospedali? Chi vuole curarsi presso di loro paghi di tasca propria.
Perché deve esserci la Convenzione con la motivazione, IPOCRITA, che danno un servizio?
Lo dessero a chi vuole e chi vuole paga.
I soldi per gli Ospedali Pubblici allora non mancherebbero. La VERA Sanità Pubblica non dovrebbe subire tagli e offese per ripianare i buchi, le voragini di una sanità privata mantenuta con soldi pubblici poi fatti sparire.
Insomma è un carrozzone di ipocrisia economica che. con la complicità dei nostri inqualificabili politici, vede sparire nelle fauci di una sanità privata, che non serve a noi cittadini ma serve a sé stessa, un fiume di fondi pubblici, lasciando la VERA Sanità Pubblica svuotata di risorse.
Quindi è tutto da riformare.
I soldi delle nostre tasse agli Ospedali dello Stato Italiano!!
Avremo allora più reparti, più ambulatori. Invece manteniamo gli Ospedali del Vaticano a discapito dei nostri.

mercoledì 30 settembre 2015

Ignazio Marino, il Papa, il Sindaco di Philadelphia... scava, scava ecco la verità!

Da: Il Tempo.it
L’Università: "La verità sulle spese di Marino negli Stati Uniti"

L’ateneo di Philadelphia a Il Tempo: pagato solo il volo al sindaco e all’assistente. Giallo sull’albergo e sugli altri due accompagnatori.

L’ultima versione del sindaco Marino è che il viaggio a Philadelphia è stato pagato dalla Temple University.

Da: Il Giornale.it

Un "finto Renzi" strappa la verità su Marino. Mons. Paglia: si è imbucato

Intanto risposte arrivano anche da Philadelphia. Il portavoce del sindaco, Mark McDonald, ha chiarito che "la municipalità non ha sostenuto alcuna spesa" e che risulta che i costi della trasferta siano stati coperti dalla Temple University.

Da: La Repubblica.it (tratto dall'articolo di Giovanna Vitale)
Polemica sul viaggio di Marino in Usa: i costi sarebbero stati coperti dal Campidoglio e dalla Temple University

ROMA - Chi ha pagato il viaggio del sindaco di Roma sulla East costa degli Stati uniti, dove “Marino l’americano” torna ogni volta che può? Questa è stata la settima trasferta in Usa in due anni. Chi si è fatto carico della trasvolata in business class per quattro persone fino a New York, dei trasferimenti in treno per raggiungere la Pennsylvania, di cinque notti in albergo (che moltiplicate per quattro fanno 20) in categoria superior?
«Domande inutili e di bassissimo livello», taglia corto il portavoce di Palazzo Senatorio. «Per il sindaco e la sua addetta stampa il Comune di Filadelfia ha fatto fronte a tutto, tranne che la notte a New York pagata da noi. Per il capo del cerimoniale Francesco Piazza e per la sua assistente dottoressa Coniglio ha invece provveduto il Campidoglio». Versione corretta poi in serata: «Ha pagato la Temple University, non Filadelfia». Fine dei dettagli. Perché sugli spostamenti del chirurgo dem, su chi ha visto e chi incontrato, dove e quando, a parte gli appuntamenti ufficiali, resta il più fitto mistero. «Per ragioni di sicurezza», tagliano corto gli uomini dello staff.
Il fatto è però che se la Temple University, dove mercoledì scorso Ignazio Marino è stato invitato a tenere una conferenza dal titolo bizzarro (“Il trapianto: dalla chirurgia alla rianimazione della città eterna”) conferma di aver sostenuto le spese per l’arrivo e il soggiorno di Marino e della sua assistente a Filadelfia, nulla dice sugli altri due dirigenti capitolini al seguito. Che dunque hanno goduto dello stesso trattamento — volo in business e hotel a 5 stelle — a carico però dei contribuenti romani. Esattamente quello che Marino, in un piccato messaggio su Facebook postato il 22 settembre per replicare alle critiche sulla sua ennesima «inutile missione », negava. Scrivendo, testuale: «Io sarò ospite, dunque i romani non pagheranno un euro per la mia trasferta.

D'accordo, Marino con la Mafia Carminati-Buzzi non c'entra, Marino è onesto.
Ma quanto onesto? Da quel che si evince DAI FATTI egli è un bugiardo, un piccolo profittatore di fondi pubblici... insomma un pidocchio.
Oggi un telegiornale RAI l'ha detto a chiare lettere: il codazzo che si è portato dietro l'hanno pagato i contribuenti e come!!!
La miserabile figura che ha fatto nascondendosi dietro bugie e mezze verità per coprire questo suo incongruo viaggio a cui NESSUNO, riguardante il viaggio del Papa, l'aveva invitato, da un aspetto miserevole alla sua figura... 
L'Università l'aveva invitato per una conferenza e gli ha pagato il viaggio e il soggiorno a Philadelphia, sembra anche alla sua accompagnatrice, ma nulla c'entra con il Papa! Perché l'ha detto allora? Alla sua età e con la sua carica ha di queste debolezze? Mente infilandosi in una cosa più grande di lui per darsi importanza e si industria a dire balle degne di Oscar Giannino?
Roma non merita un Sindaco così!! Dov'è il rigore dell'onestà che sfida i profittatori della Città Eterna? Non può essere questo piccolo figuro che ha abbandonato il tavolo operatorio per essere un politico di mezza tacca!
Il balletto di chi ha pagato e per chi da costa a costa dell'Atlantico è ridicolo! Si è coperto di ridicolo!
Un uomo con la schiena dritta doveva dire che andava per una conferenza in una Università americana che nulla ci entrava con il grande avvenimento papale; doveva dire che gli pagavano, come avviene sempre quando si è invitati a fare conferenze in un Ateneo, le spese di soggiorno e viaggio; doveva chiarire che TUTTE le altre spese, riguardanti sé e il codazzo che si era portato dietro, erano a carico dei contribuenti italiani e stop!!! 
Oscar Giannino

Ignazio Marino

Degrado e inciviltà

Da: La Repubblica.it  30 settembre 2015

"Devo scendere, cambia percorso" e spacca vetro del bus: un altro autista Tpl aggredito a Roma

La richiesta del passeggero al conducente del 051 di fare un'altra strada e con un pugno ha distrutto la porta ferendolo. Ai domiciliari
Ennesima aggressione a un conducente di un mezzo pubblico. Ieri pomeriggio intorno alle 18.45 in via Primo Mazzolari, in zona Ponte di Nona, sulla linea 051 della Roma Tpl un passeggero pretendeva che l'autista, un romano di 38 anni, cambiasse il percorso previsto. Al rifiuto del conducente, il passeggero, un romano di 32 anni, si è scagliato con un pugno contro la porta che separa l'autista dai passeggeri. Infranto il vetro della porta, il 38enne è rimasto ferito al volto e ha fermato il mezzo.

Aperte le porte, l'aggressore è scappato. Allertate le forze dell'ordine, i carabinieri della stazione Settecamini, raccolta la descrizione del 32enne, sono riusicti a identificarlo e bloccarlo vicino la sua abitazione in serata, verso le 22, mentre stava rientrando.

Arrestato con le accuse di interruzione di pubblico servizio, lesioni personali, danneggiamento, il 32enne è stato posto agli arresti domiciliari in attesa di essere giudicato con rito direttissimo. L'autista è stato medicato sul posto per le lievi escoriazioni riportate dal personale del 118. I passeggeri del bus sono invece rimasti bloccati per trenta minuti in attesa che arrivasse un mezzo sostitutivo.
Intanto, è finito in procura l'aggressore ai danni di Giovanni Ardovini, il conducente della Roma Tpl picchiato a sangue giovedì sera a La Rustica per aver suonato il clacson e chiesto a un automobilista di spostare la vettura abbandonata in seconda fila. I quattro aggressori (una coppia di fidanzati e i genitori di lei) sono stati denunciati per i reati di lesioni, minacce a incaricato di pubblico servizio, danneggiamento aggravato ed interruzione di un servizio pubblico.
Il degrado della vita civile prosegue nella sua discesa.
Lo verifichiamo ogni giorno uscendo di casa e, soprattutto, guidando l'automobile: gente che platealmente non rispetta il Codice della Strada e reagisce con aggressività verbale e gestuale alla protesta di chi suona il clackson per ricordare il rispetto della precedenza.
Ci si chiede perché una persona, che dovrebbe conoscere le regole e non le rispetta, pretenda irragionevolmente di avere ragione esprimendosi con tale violenza contro chi protesta.
Sembra vera pazzia essendo il contrario della ragionevolezza...
La violenza nei riguardi degli autisti dei mezzi pubblici, le assurde ed egocentriche pretese, sembrano anch'esse una espressione di una follia generalizzata, di una protervia che vuole imporsi su tutto e su tutti con le proprie strampalate esigenze personali.
A tutto questo non c'è che un rimedio: il rigore della Legge, punizioni esemplari, far pagare i danni alle cose pubbliche e alle persone!
Speriamo che i magistrati lo capiscano, altrimenti la gente che si comporta bene finirà in balia di pazzi incivili che pensano di farla franca.
Roma è una città impraticabile quanto a traffico e mi chiedo sempre come facciano i poveri autisti a districarvisi guidando i grossi autobus: a loro va tutta la mia solidarietà.

domenica 27 settembre 2015

Pietro Ingrao

Da: Il Messaggero

Roma, morto Pietro Ingrao: storico esponente del Pci aveva 100 anni


A 100 anni è morto Pietro Ingrao, leader storico della sinistra, voce critica del Pci, presidente della Camera durante gli anni di piombo. Ingrao era da tempo malato e aveva da diversi anni rinunciato ad apparire in pubblico. 
È morto nella sua casa di Roma, in via Ugo Balzani, nel quartiere vicino piazza Bologna. La sua scomparsa ha suscitato una forte emozione nella sinistra italiana. Il premier Renzi, tra i primi a esprimere il suo cordoglio per la morte dell'anziano leader, ha ricordato il suo ruolo di protagonista nella storia della sinistra italiana: «A tutti noi - ha detto Renzi - mancherà la sua passione, la sua sobrietà, il suo sguardo, la sua inquietudine che ne ha fatto uno dei testimoni più scomodi e lucidi del Novecento, della sinistra, del nostro Paese».

Dal Quirinale il presidente della Repubblica ha parlato della passione politica di Ingrao sostenendo che essa «resterà un patrimonio del Paese», mentre «la sua libertà interiore è un esempio per le giovani generazioni».

Se ne va una persona perbene, un politico perbene.
Non l'ho conosciuto di persona, ma ho avuto il piacere di conoscere e frequentare per un breve periodo sua figlia Celeste con suo marito.
I figli sono lo specchio di una educazione e su Celeste e suo marito ho visto i segni di valori rari, soprattutto su persone provenienti da ambienti importanti della Politica Italiana, anche dello stesso partito di Ingrao.
Ho visto persone realmente e sentitamente di sinistra, come io non sono totalmente, ma rispetto chi come loro lo è senza ipocrisie di comodo, con coerenza specchiata.
Una amica comune ricordava sorridendo quando Celeste doveva andare alla Camera dei Deputati a sentire il discorso del padre, Pietro Ingrao, eletto Presidente e doveva comperarsi un vestito che non aveva per l'occasione: entrò alla Standa e comperò un vestito lì.
Questa è Celeste: semplice, vera, come suo padre.
Debbo dire che quando mi sono seduta a tavola a mangiare con lei e suo marito a casa della nostra amica comune di allora, pensai a mio padre, a come sarebbe stato orgoglioso di questo mio incontro con la figlia di un Grande Uomo come Pietro Ingrao, lui che era un uomo di sinistra.  

Pidocchiopoli - "Pidocchio all'inglese"

PIDOCCHIOPOLI


INTRODUZIONE

Pidocchiopoli è un luogo inventato, come Paperopoli, solo che Paperopoli, città immaginaria creata da Walt Disney, è collocata in un posto preciso, anche se immaginario, Pidocchiopoli no, Pidocchiopoli è ovunque, ovunque ci sia un personaggio umano pidocchio.


Pidocchio all'inglese

E' ovunque. Dunque anche in Gran Bretagna. Non fatevi ingannare dal provincialismo di qualche italiano che attribuisce i difetti soltanto a noi Italiani. Il pidocchio non ha senso civico, si rinchiude in casa e per lui non esiste la cosa comune, l'azione civica comune. Qualcuno dice che in Gran Bretagna si respira un'aria diversa, c'è più senso civico, la condivisione dei problemi comuni... Non è sempre vero: conosco una giovane signora italiana che prende iniziative per tutti quelli che abitano nella sua zona, raccogliendo firme per problemi comuni che riguardano la sua strada... Pur avendo figli da seguire e una madre anziana ella spende il suo tempo per petizioni che poi si prende la briga di portare in Comune, non sempre ha successo ma col tempo qualcosa ottiene... 
Conosco una pidocchietta inglese, al contrario, che non ha proprio il senso civico dei problemi comuni, tanto da essere diffidente anche solo per accogliere l'assemblea condominiale in casa sua.. Una volta che l'ha fatto è stato solo perché l'italiana, che si interessa dei problemi comuni, ha stimolato la faccenda attraverso un'altra condomina pregandola di insistere perché accetasse, almeno una volta, di riunire la poca gente del condominio in casa sua.
Inutile dire che l'italiana l'ha fatto innumerevoli volte e sempre perché le sta a cuore che il condominio venga ben amministrato e ben tenuto.
Per l'inglese, invece, il condominio è qualcosa da sfruttare: facendo raccogliere la potatura delle sue piante al giardiniere pagato dal condominio, oppure pretendendo che si facciano lavori specifici che a lei interessano, altrimenti il suo disinteresse è totale.
Senso civico zero.
La sua spocchia, invece, è inversamente proporzionale al senso civico.
Il proprio meschino interesse direttamente proporzionale alla sua ipocrisia.
Ci sono sintomi, comunque, che fanno capire subito chi è una persona.
Come quando la "louse", o se preferite la "bug", si presentò nel giardino privato di un vicino pretendendo di portare la "merendina" al giardiniere che vi stava lavorando e, nel porgerla senza scendere dall'auto, si rivolse al padrone di casa scambiandolo per uno degli aiutanti del giardiniere medesimo.
Lo stupore del padrone di casa, per il quale il giardiniere quel giorno stava lavorando, ci fu, ma egli, pur essendo italianissimo, ebbe una reazione "english" che si fermò ad una blanda meraviglia.
La scena non era però sfuggita a sua moglie, la quale, come spesso sono le donne, non poté fare a meno di commentare l'episodio nel suo lato ridicolo:
"Porta la merenda al giardiniere che sta lavorando dentro casa nostra? Ma casomai gliela offriamo noi la merenda..."  
"Forse ha pensato che stava lavorando per il condominio.." Provò a spiegarsi la cosa il marito, dotato di una certa indifferenza alle stranezze del prossimo. 
"Ma come fa ad averlo pensato visto che dalle sue finestre ha visto che era qui e dentro le mura del nostro giardino?..." Replicò con logica implacabile la donna.
"Forse perché quando lavora per il condominio a volte lei gli fa raccogliere anche potature del suo giardino?" Azzardò ironicamente il signore poco prima scambiato per aiutante giardiniere.
Si era qualificata, pensò la moglie.
Un altro punto lo segnò quando sparì un cancelletto condominiale che la "bug" aveva detto essere costato troppo caro, insinuando che l'Amministratore ci aveva mangiato su.
Un condomino disse qualcosa su quel cancelletto ad un paio di persone, presente la pidocchiotta inglese, insinuando che non poteva che averlo fatto sparire qualcuno del condominio, visto che era all'interno di uno spazio non frequentabile dall'esterno ed era un periodo in cui il piccolo agglomerato di villette era abitato da poche persone, dunque il tentativo dell'inglese di portare il discorso su un possibile ladro esterno fu subito rintuzzato. L'indomani il cancelletto era miracolosamente ricomparso, sia pure non rimontato ma gettato frettolosamente sull'erba del prato condominiale. 
Poi c'erano stati grandi lavori a casa della pidocchiotta inglese e una betoniera piena di cemento fu da lei mandata a scaricare nella grande grata condominiale che dava accesso alla rete di drenaggio delle acque piovane. Fortunatamente un condomino se ne accorse e, dato che si stava rivestendo dopo aver fatto la doccia, corse mezzo svestito a fermare quell'oltraggio alle cose comuni che avrebbe altrimenti creato un danno enorme. Riuscì a fermare lo scarico di lavaggio del cemento della betoniera ma non poté evitare il danno sulla grata: affondata e storta dal peso dell'enorme mezzo. Non senza fatica si ottenne la riparazione a spese dell'incivile inglese, che comunque lasciò residui dei lavori in mezzo alla via per giorni, con incuria e un atteggiamento offeso come se fosse stata lei a ricevere un danno; allo stesso modo aveva reagito quando un altro condomino aveva protestato perché aveva lasciato le sue potature per oltre un mese sulla strada condominiale in attesa che, passando la manutenzione comune, se le portasse via a spese di tutti.
E che dire del marito della "bug" che si spacciava per cardiochirurgo ed era solo un fornitore di "pacemakers"? 
Una condomina che faceva la poliziotta, probabilmente dietro una scrivania, (giacché un giorno al suono dell'allarme di casa sua, che lei stessa aveva provocato con una errata manovra, era fuggita impaurita in auto con la sua bimba, di corsa sulla neve, mettendosi di traverso e non riuscendo più a muoversi, bloccando così l'ingresso del condominio) disse ad un'altra che "andava a farsi i capelli dalla moglie del cardiochirurgo che faceva la parrucchiera in casa"... Destando lo stupore della signora giacché le parve strano che l'inglese, moglie di un cardiochirurgo, facesse la parrucchiera.
Giusto stupore: infatti lui non era un cardiochirurgo come la sciocca poliziotta si era bevuto, ma un rappresentante di una Società che vendeva pacemakers, mentre lei era sicuramente una parrucchiera.
Si offendeva sempre con un atteggiamento da "Queen Elizabeth" anche quando aveva torto, tacciando gli altri di essere assurdi, pazzi o maleducati!
Come quella volta che, incurante della pericolosità dei suoi pini le cui pigne cadevano sulla strada condominiale, senza fino a quel momento accoppare nessuno o bozzare qualche auto in transito, ci pensò la neve a tirare giù un grosso ramo che, sempre "per fortuna o...altro...", non prese persone o cose, ma impedì a chi doveva uscire per i suoi affari di raggiungere la strada. 
Chi aveva venduto quella villetta all'inglese con tutti i mobili era una donna abbandonata dal marito, stufo della sua psicosi che abbisognava di pastiglie non sufficienti a domarne le stranezze e le fragilità, e quella, presa ad ottenere quanto più possibile dalla vendita in lotta con il marito, si era guardata bene dal dire che rami ne erano già caduti sulla strada ma, bisogna dire, i due figli, sapendola isterica, si erano affrettati ad aiutarla a liberare subito il passaggio. Invece l'inglese, passavano le ore, ma non ebbe cura di chiamare nessuno a liberare la strada suscitando la giusta preoccupazione di chi doveva uscire. Chiamata al telefono "fece l'inglese" dicendo che era sola con i bambini e che il marito non c'era.
"Telefoni a qualcuno e lo faccia intervenire!" Suggerì esasperato il condomino che non poteva passare con l'auto. Esistevano vari uomini di fatica nel circondario e tutti avevano numeri di telefono di giardinieri, trattoristi ed altro, visto che era una zona di campagna: bastava chiamarli e pagarli, naturalmente.
Ma l'inglese uscì e andò a suonare al cancello di chi protestava dicendo che lei non ce la faceva a spostare l'enorme ramo caduto sulla strada condominiale, che aveva provato aiutata dai bambini e che lei aveva anche la febbre... Insomma chi era bloccato in casa se voleva uscire doveva usare lui il telefono e provvedere! Non si capiva perché, avendo la febbre, fosse uscita di casa invece di telefonare cercando qualcuno che avrebbe potuto fare quel lavoro risolvendo la situazione. Una vera follia! O forse perché avrebbe dovuto pagarlo? La gente, furente, dovette rassegnarsi a restare bloccata in casa propria e lei, facendo la vittima, raccontò "della assurda pazzia di chi pretendeva che spostasse un ramo con la febbre e con l'aiuto dei bambini".