Salvini: "E' stato il mojito, tutta colpa del mojito, Mi sono ubriacato e ho creduto che andando ad elezioni mi sarei preso il governo…
Nata a Roma nel 1946. Ha pubblicato "Normalità Apparente" nel 2006 e "Il Romanzo dell'Università" nel 2007 per i tipi dell'Editore MEF-Firenze; "L'Uomo Cane" nel 2010 e "Mostri e Ritratti" nel 2011 per i tipi dell'Editore Universitalia di Onorati S.r.l.-Roma. Una sua poesia è stata pubblicata nell'Antologia "Fili di Parole " di Giulio Perrone Editore S.r.l.-Roma nel 2008.
Cliccando sul link appare la via dove Liliana Resinovich abitava con il marito.
Il palazzo che si intravede in fondo è quello da cui è uscita per non fare più ritorno il 14 dicembre 2021.
Il Procuratore capo Antonio De Nicolo all'Ansa ha ribadito il concetto secondo cui "Prima di parlare gli accertamenti tecnici dovrebbero essere come sempre la regola. Gli investigatori devono avere la pazienza di far bene il loro lavoro e di esercitare il dovere del silenzio. Quando avremo i dati tecnici disponibili, dopo esserci fatti noi le idee chiare, sicuramente parleremo."
E ancora: "Le idee chiare ci sono sempre ma non posso trascinare la Procura della Repubblica o le forze dell'ordine in una competizione con giallisti, tuttologi e vari personaggi che vogliono dire la loro. E' giusto che l'opinione possa esercitarsi a chiedersi cosa è accaduto, noi abbiamo il dovere del riserbo fino a quando non sappiamo veramente cosa è accaduto”.
Onore alla prudenza e alla serietà del Procuratore di Trieste.
Via via che vengono fuori particolari ci si rende conto che questi, uniti ai rilievi tecnici ben fatti, fanno la differenza e idee fino a quel momento affacciatesi alla mente debbono necessariamente mutare.
Per questo ad ogni caso giallo non risolto (vedi il caso tragico di Mario Biondo) si deve ribadire che la scena del crimine va congelata, che le foto e i video di tale scena sono importantissimi, che certi oggetti vanno subito sequestrati... Eppure sentiamo il ripetersi sempre degli stessi errori.
Apprendiamo che i cellulari della povera Liliana non sono stati sequestrati dopo la denuncia di scomparsa dato che lei li aveva lasciati a casa...
Ancora più grave fu il mancato sequestro del PC di Mario Biondo, dove la moglie e un suo cugino informatico poterono mettere le mani...
Serve l'intelligenza di chi conduce le indagini ma anche la serietà che, nel caso di Mario Biondo, non si è vista nei magistrati spagnoli che, nell'immediato, ebbero in mano l'inchiesta.
Tornando a Liliana trovo un po' troppo sopra le righe Roberta Bruzzone con la sua prorompente personalità, che a me piaceva molto, la quale si getta un po' troppo precipitosamente su ipotesi che poi vengono smentite da nuovi particolari che emergono di giorno in giorno: un esempio la fruttivendola che dice di aver visto passare Liliana quel giorno e che Bruzzone aveva inteso minimizzare con il fatto che a volte si è sicuri di un giorno ma poi si rivela che era un altro, sbagliando in buonafede. Ora la Procura fa trapelare che una telecamera ha ripreso Liliana mentre passava poco più avanti dal punto in cui la fruttivendola dice di averla vista passare. Dunque è vero che ella è uscita di casa con le sue gambe e questo esclude possibili ipotesi che il marito, sospettato da tutti ma non dalla Procura che tace e lavora, possa averla eliminata in casa per poi disfarsi in seguito del suo corpo nel boschetto dove è stato ritrovato.
Avessero avuto la stessa serietà gli inquirenti spagnoli, prendendo in esame anche l'ipotesi dell'omicidio di Mario Biondo, oltre quella subito sposata del suicidio, oggi la sua famiglia non starebbe a tormentarsi senza vera giustizia.
Ben venga dunque il lavoro serio e silenzioso della Procura di Trieste.
| Il luogo del ritrovamento del cadavere di Liliana Resinovich visto dall'esterno |
Nata a Roma nel 1946. Ha pubblicato "Normalità Apparente" nel 2006 e "Il Romanzo dell'Università" nel 2007 per i tipi dell'Editore MEF-Firenze; "L'Uomo Cane" nel 2010 e "Mostri e Ritratti" nel 2011 per i tipi dell'Editore Universitalia di Onorati S.r.l.-Roma. Una sua poesia è stata pubblicata nell'Antologia "Fili di Parole " di Giulio Perrone Editore S.r.l.-Roma nel 2008.
Da dove iniziare?
Dalla Liguria dove una persona amica mi dice che con un sospetto tumore la Sanità non può assicurare quanto scritto nell'impegnativa: cioè la lettera B che significa Urgenza (la più grave e che deve essere assicurata nei tempi più brevi è la U).
Ma in Liguria non riescono nella ASL a dare la prestazione nei tempi stabiliti dalla lettera B. L'esame viene eseguito dunque oltre i termini richiesti nell'impegnativa del Medico curante... Per certi problemi di salute si sa... intervenire in tempo è fondamentale!
Allora ecco che uno dei parametri che il Sistema Sanitario si è dato non c'è...
La regola che non viene rispettata non è più regola. Non c'è. Non esiste. Non può esserci a volte e a volte no... Tutto diventa incerto, non ci si può contare.
Spostiamoci nella Provincia Autonoma di Trento. Hanno l'Autonomia, sono più piccoli di una Regione, quindi tutto dovrebbe essere più facile... E invece no. Un'insegnante vaccinata totalmente e che ha il Green Pass si ammala ugualmente, risulta positiva al covid, guarisce, il tampone risulta negativo ma non le viene restituito il Green Pass e non può tornare a lavorare... Chiama il numero messo a disposizione dal Sistema Sanitario ma risulta eternamente occupato, potrebbe tornare a Scuola ma non può. Il Preside deve attuare una farraginosa procedura di sostituzione, chiamare una supplenza temporanea convocando da una lista vari nominativi, fare il contratto a chi avente titolo si presenta... Per pochi giorni un lavoro enorme di telefonate, mail, scrivere, scrivere, scrivere.. Ed è uno dei tantissimi adempimenti che un Preside deve fare ogni giorno, tutti urgenti, non rinviabili... Ma questo, gente che pretende di fare giornalismo ma non è degno neppure di vendere i giornali all'edicola, non lo sa... Ma questo è un altro capitolo triste di questo povero Paese...
Torniamo all'esempio Sanità della Provincia Autonoma di Trento... La Professoressa segnala l'anomalia su Facebook e.., sarà casuale, la situazione si normalizza: arriva il messaggio e l'insegnante potrà tornare alla sua cattedra: ma ha perso già così 2 gg. di lavoro, e altro ne è stato provocato alla Dirigenza Scolastica della sua Scuola, perché la ASL non ha fatto il proprio dovere.
Andiamo nel Lazio: testimonianza personale. Diabetica senile dai 62 anni, lo sono da 13. Ho il codice esenzione per un Diabete mellito controllato blandamente con un farmaco orale: la Metformina.
Non essendo una fissata della misurazione della glicemia lascio scadere il Piano Terapeutico. Spiego cosa è: un Diabetologo del SSN emette un calendario annuo con precise scadenze in cui il diabetico potrà, previa ricetta del Medico di base, ritirare in Farmacia gratuitamente l'occorrente per misurare la glicemia a casa autonomamente.
Un anno fa con l'impegnativa del Medico di base così scritta: PRIMA VISITA DIABETOLOGICA - PRIMO ACCESSO prenotai attraverso il Recup (Centro di prenotazione regionale) la visita specialistica dal Diabetologo per avere il Piano Terapeutico Annuale. Mi prenotarono alla ASL di Velletri RM.
Avrei voluto invece tornare dove mi avevano diagnosticato il Diabete mellito: Policlinico Tor Vergata, il Centro riprodotto in immagine:
Come si può leggere è un Centro dedicato e per qualche tempo ho potuto riprenotarmi per i controlli annuali semplicemente con la richiesta del Medico di base.
Poi tutto è cambiato e nella prenotazione non mi era più permesso di scegliere il Centro dove ero seguita: dovevo accettare quello che l'impiegato del Recup trovava libero, essendo tale Centro talmente richiesto da sentirmi rispondere dall'addetto "che hanno chiuso le prenotazioni e non si sa quando le riapriranno".
Un anno fa sono finita a Velletri da un Diabetologo che non mi conosceva e che non rivedrò mai più, credo, dato il sistema adesso in auge nella Sanità Regione Lazio. Questo gentile Dottore mi ha misurato la pressione, la glicemia e fatto il Piano Terapeutico. Nel porgermi il foglio che qui pubblico mi ha detto: "Ora non dovrà rifare la visita quando avrà bisogno del Piano Terapeutico, basterà questo foglio per rinnovarlo ogni anno". Oggi ho ricordato quanto mi disse il Dottore che appose la sua firma su questo foglio alla mia Dottoressa di Base, la quale con tono secco mi ha detto che "nessuno può mai avermi detto una cosa simile". Io posso sbagliare, ricordare male, ma poco tempo fa una Farmacista, a cui ho chiesto lumi su questa cosa che mi venne detta un anno fa, ha confermato che: "così era stato deciso per via del Covid-19, per alleggerire le procedure burocratiche già appesantite dalla pandemia, ma queste disposizioni poi le hanno cambiate" . Nello spazio di un anno.
La nuova dottoressa di base mi ha fatto l'impegnativa con la stessa dicitura di quella dell'anno passato, fatta dalla mia precedente Medico di base: PRIMA VISITA DIABETOLOGICA - PRIMO ACCESSO. Il Recup mi ha trovato un posto presso un Policlinico che rispetto alla mia residenza è a Km. 50, andata e ritorno Km. 100. Immagino sia del Vaticano, ma in convenzione con la Regione Lazio, esattamente come il Policlinico Gemelli...
A questi signori l'impegnativa NON è andata bene: non potevano darmi la prestazione anche se vedevano benissimo sul monitor che ho l'esenzione 013250. Motivo: "Il suo Medico di base ha scritto PRIMA VISITA DIABETOLOGICA - PRIMO ACCESSO, invece doveva scrivere CONTROLLO, doveva mettere la parola CONTROLLO. Mi spiace ma così non possiamo darle la prestazione, a meno che non togliamo il codice 013250 e lei paga il ticket come se non avesse l'esenzione. Mio marito che era con me ha detto di pagare e lasciar perdere. Così pur essendo esente ho pagato il ticket. Inutile far notare che l'anno passato con identica dicitura NON avevo pagato il ticket. Certo, essendo diabetica dal 2008 trovavo strano che il Medico di base scrivesse PRIMA VISITA, ma mi fu spiegato che il SSN così voleva per darmi la visita specialistica in esenzione. Adesso invece volevano la parola, in fondo più realistica, CONTROLLO, ma non ho capito ugualmente come hanno fatto a prendere per buona l'impegnativa, di cui pubblico copia, in cui c'è il mio codice esenzione, ignorandone l'aspetto esente e facendomi pagare la prestazione. L'impiegato dell'accettazione del Policlinico intestato al creatore della Caritas mi ha detto: "Chieda spiegazioni al suo Medico di base." Come se fosse colpa di un suo errore.
Ben diversa è stata la spiegazione dell'indignata Medico di base che mi ha spiegato che decidono autonomamente le strutture ospedaliere in cui si viene prenotati: hanno un numero di Prime Visite e un numero di Controlli: hanno deciso loro che non potevano accettare una Prima Visita e l'hanno fatta pagare.
Ebbene, non credo che una Sanità Regionale che consente ciò sia nel lecito.
Nata a Roma nel 1946. Ha pubblicato "Normalità Apparente" nel 2006 e "Il Romanzo dell'Università" nel 2007 per i tipi dell'Editore MEF-Firenze; "L'Uomo Cane" nel 2010 e "Mostri e Ritratti" nel 2011 per i tipi dell'Editore Universitalia di Onorati S.r.l.-Roma. Una sua poesia è stata pubblicata nell'Antologia "Fili di Parole " di Giulio Perrone Editore S.r.l.-Roma nel 2008.
Il caso della signora Liliana Resinovich, ritrovata cadavere a Trieste dentro un folto boschetto facente parte del parco dell'ex Ospedale Psichiatrico, mi ha fatto pensare al tristissimo caso di Mario Biondo a cui ho dedicato già un post su questo Blog.
http://www.ritacoltelleselibripoesie.com/2021/04/blog-post.html
La similitudine sta che nel caso di Liliana, ancora sotto indagine, si parla di possibile suicidio come un Tribunale spagnolo ha invece già decretato che lo sia stato nel caso di Mario Biondo, pur essendo in entrambi i casi due stranissime modalità suicidarie, al limite dell'irreale.
Liliana si sarebbe suicidata andando a piedi da casa sua (giacché non risultano auto parcheggiate nei paraggi che possano essere fatte risalire a lei) al posto dove è stata ritrovata cadavere, percorrendo un tratto di strada che Google Maps da percorribile in circa 22 minuti. Dopo di che, avendo portato con sé l'attrezzatura per il suicidio costituita da due grandi sacchi neri in plastica uso rifiuti e due più piccoli, avrebbe infilato il suo corpo dalle gambe dentro uno dei sacchi neri, avrebbe poi infilato dalla testa il secondo sacco nero tenendo con una mano i due sacchi più piccoli e da dentro questa gabbia in plastica che ne limitava i gesti sarebbe riuscita a calzare in testa i due sacchi più piccoli stringendoseli alla gola fino a morire soffocata.
Il giornalismo ignorante di cui disponiamo in abbondanza scrive che dal risultato dell'autopsia risulta che la causa della morte è da attribuirsi a ‘scompenso cardiaco acuto’.
Il Medico che ho in famiglia mi dice che in ogni morte c'è scompenso cardiaco acuto: aggiunge ironicamente che nel morire il cuore si ferma e questo si chiama scompenso cardiaco acuto.
Dato che aveva ben due sacchetti infilati in testa e fissati al collo gli inquirenti, cautissimi, hanno aggiunto che "forse è morta per soffocamento" e non respirando, aggiungiamo noi pensanti, è intervenuto lo ‘scompenso cardiaco acuto’...
Questo può essere un suicidio?
Con la stessa ipotesi realistica di quello attribuito a Mario Biondo. Non ripeto quanto riportato nel post a lui dedicato di cui ho dato in questo post il link: un uomo del peso di almeno Kg. 80 appeso con una sciarpa senza nodo scorsoio ad una libreria in cui appaiono innumerevoli ninnoli per soprammobili sugli scaffali di cui non ne è caduto nemmeno uno! Per morire impiccati (senza nodo scorsoio (?)) il corpo ha degli spasmi, delle contratture, ma i ninnoli non si sono mossi.
La ricostruzione nel caso di Liliana come in quello di Mario Biondo, se non si vuole passare per pazzi fuori dalla realtà, deve necessariamente essere un'altra e non è nemmeno difficile ricostruire la trama gialla che ha portato chi li ha uccisi a decidere di farlo, sia nel caso dell'una come nel caso dell'altro.
In un caso, quello di Liliana, il lavoretto l'ha fatto in prima persona chi si riteneva da lei danneggiato, nel caso di Mario Biondo qualcuno ha fatto il lavoretto per chi temeva quello che Mario aveva scoperto, qualcosa che avrebbe danneggiato la sua immagine e carriera, qualcuno che aveva relazioni con gente che ne sarebbe stata a sua volta coinvolta e che aveva i mezzi per rendere l'inchiesta sulla morte del giovane ridicola e piena di inspiegabili lacune.
E' tutto così chiaro che sarebbe ottimo materiale per scrivere due realistiche novelle gialle.
https://www.blogsicilia.it/palermo/mario-biondo-madrid-mistero-riaperto/589924/
Nata a Roma nel 1946. Ha pubblicato "Normalità Apparente" nel 2006 e "Il Romanzo dell'Università" nel 2007 per i tipi dell'Editore MEF-Firenze; "L'Uomo Cane" nel 2010 e "Mostri e Ritratti" nel 2011 per i tipi dell'Editore Universitalia di Onorati S.r.l.-Roma. Una sua poesia è stata pubblicata nell'Antologia "Fili di Parole " di Giulio Perrone Editore S.r.l.-Roma nel 2008.
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Ma il libro di Ilda Boccassini non è soltanto l'autobiografia dei suoi sentimenti: è molto di più. E' il racconto del suo lavoro impegnativo e coinvolgente che, se vi siete mai interessati a capire i fatti di Mafia, è molto chiarificatore di alcuni aspetti giudiziari di cui lei si è occupata. Si scopre, inoltre, quanto sia difficile "fare Giustizia", come sia facile sbagliare e finire sotto accusa sia magistrati che poliziotti. Si scopre la cattiveria e la meschinità fra colleghi dell'ambiente giudiziario, esattamente come in ogni altro ambiente, senza eccezione, anche se scoprirlo fa paura al pensiero che costoro hanno in mano la vita della gente, come i Medici... Ammiro le scelte fatte da Ilda Boccassini di dedizione totale al suo lavoro. L'ammiro perché le ha fatte consapevolmente sapendo di sacrificare il rapporto con i suoi figli e la sua vita sentimentale. Io ad esempio, non avrei mai potuto allontanarmi dai miei figli, non solo per un fatto affettivo, ma ancor di più per uno spietato senso del dovere verso di loro, per i loro minuti bisogni a cui io mai avrei potuto sottrarmi o deputare ad altri. Il senso di colpa mi avrebbe distrutta, apparendomi, come è sempre stato, il tempo sottratto a loro dai miei studi o per qualsiasi cosa mi riguardasse, un atto egoistico, giacché loro, ogni loro esigenza, veniva prima di ogni cosa. La responsabilità di averli messi al modo mi ha sempre vincolato all'obbligo conseguente di dare loro tutto il possibile di me stessa, senza far mancare mai la mia presenza per ogni loro piccola o grande necessità. Per fare quello che ha fatto Ilda Boccassini ci vuole coraggio. Il coraggio di sopportare i propri sensi di colpa pur di perseguire quella che si sente come una missione: il suo lavoro totalizzante anche se l'ha fatta anche molto soffrire. Quello che mi chiedo e chiedo alla Boccassini, qualora le capitasse di leggere il mio commento al suo libro, è se lei giudice trova giusto quanto riportato dai giornali sull'incidente di cui sua figlia Alice è stata protagonista: avrebbe investito un Medico mentre egli con le buste della spesa in mano attraversava sulle strisce pedonali. Il Medico è morto in seguito per i traumi riportati. Sua figlia era su un motorino. Nell'immediato sembra si sia trovato sul posto (siamo a Milano) il Capo dei Vigili Urbani che sembra lei, Ilda, conoscesse. Sono fra coloro che hanno firmato per due raccolte firme per la Legge sull'Omicidio Stradale e per quanto ne so se si uccide qualcuno non rispettando alcune regole ci sono delle aggravanti. Ma scopro che per le strisce pedonali l'aggravante non c'è: "la reclusione da due a sette anni, a carico di “chiunque” cagioni per colpa la morte di una persona con la violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale. se si investe un pedone che si accinge o sta attraversando le strisce pedonali, non si risponde della fattispecie aggravata, in quanto l’ipotesi aggravata di reato non contempla il fatto di investire un pedone sulle strisce pedonali." Bene, ma il controllo immediato per l'alcool test e per le sostanze che alterano la mente il test si deve fare. Ma a sua figlia sembra che non fu fatto. Le sembra giusto? Infine, visto che il reato prevede la reclusione da due a sette anni come mai a sua figlia Alice sono stati inflitti solo 9 mesi? Il suo libro è molto interessante per i tanti fatti che ci svela, visti dal suo punto di vista che sento sincero, e fra le innumerevoli faccende mi spiace e mi colpisce che per la faccenda Scarantino i giudici che gli hanno creduto sono andati prosciolti da ogni possibile accusa, mentre come al solito "volano gli stracci" e nel 2021 abbiamo ancora tre poliziotti sotto accusa. Pentito Scarantino non ha confermato le accuse ai magistrati |
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di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 5 febbraio 2021
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Nata a Roma nel 1946. Ha pubblicato "Normalità Apparente" nel 2006 e "Il Romanzo dell'Università" nel 2007 per i tipi dell'Editore MEF-Firenze; "L'Uomo Cane" nel 2010 e "Mostri e Ritratti" nel 2011 per i tipi dell'Editore Universitalia di Onorati S.r.l.-Roma. Una sua poesia è stata pubblicata nell'Antologia "Fili di Parole " di Giulio Perrone Editore S.r.l.-Roma nel 2008.
Povera Pazza e la legge del contrappasso
Raccolta "Novelle Nuove"
Capiva con chi stava parlando al telefono da come si esprimeva: distingueva anche con quale dei figli, perché a ciascuno parlava secondo come era quel figlio.
Con la figlia aveva sempre una nota serena, lieta.. Con uno dei
figli maschi era sempre conciliante, essendo il più difficile da prendere per i
mutevoli umori. Con il più piccolo era normale, essendo quel figlio un
carattere sereno e molto preciso.
Ma capiva, da come parlava, anche se all'altro capo del filo c'era
un suo amico e, dagli argomenti, quale amico.
Non che si mettesse ad ascoltare, le bastava sentire passando
oppure poteva trovarsi nella stessa stanza quando qualcuno chiamava al telefono
e lui rispondeva.
Forse erano i tanti anni trascorsi insieme o forse era solo la sua
empatia o entrambi.
Squillò il telefono diretto. Lui rispose. Da come dovette
difendersi dal non essere stato trovato al cellulare o ad altro telefono pensò
fosse il figlio polemico, poi capì.
Cercò di seguire la televisione accesa continuando a mangiare.
Erano a pranzo. Pezzi della breve conversazione le arrivavano lo stesso
nonostante cercasse di non sentire, avendo capito chi fosse.
"Sono vecchio, sì.." Rispondeva lui gentilmente ironico.
"Vai a ballare? Ne sono felice!"
"Dove? In una casa o... Ah, in un locale! Bene,
divertiti!"
"Certo, io sono vecchio, vado a cena da mia figlia.. Cosa
dici? Tu sei giovane? - Rise senza cattiveria - Ma certo, sei
giovane e dunque fai bene ad andare a ballare. Auguri anche a te!"
Chiusa la telefonata rialzò il volume del televisore e guardò
verso di esso riprendendo a mangiare.
Lei lo guardò e con tono neutro ma annosamente comprensivo disse:
"Tua sorella."
"Si, - sorrise lui continuando a seguire con gli occhi lo
schermo televisivo - ha detto che va a ballare perché lei è giovane mentre io
sono vecchio. Certo ho compiuto da poco 80 anni.."
"Ma lei ne ha 76!" Pensò la moglie che ne aveva 73, ma non
disse niente. Come al solito c'era ben poco da dire.
Suo marito portava visivamente così bene i suoi 80 anni che quando
li dichiarava suscitava in tutti meraviglia e complimenti.
Pensò che quel dichiararsi giovane a quella tarda età, più che
felicità, esprimeva una reazione ad una inevitabile depressione nel ritrovarsi
sempre da sola nelle Feste principali. Aveva iniziato ormai anziana a cercare
gruppi di aggregazione umana pur di non vivere nel deserto che si era creata
intorno nei rapporti affettivi veri. Li chiamava amici ma erano solo
compagnie superficiali che nulla sapevano di lei, di quello che era stata nella
sua vita.
Anna aveva molti cari amici e amiche. Le veniva naturale legare con le persone.
Era vera, semplice, naturale, curiosa e interessata agli altri, aperta a
parlare di sé, anche dei suoi problemi familiari o di salute, pronta ed
interessata all'ascolto degli altri e dei loro problemi.
Quando conobbe Povera Pazza, che si chiamava Liliana, le sembrò naturale che
diventassero amiche ma si trovò davanti una persona respingente che assumeva
atteggiamenti di superiorità senza ragione alcuna. Si sentì dire: "Ho tre
anni di più, non è possibile essere amiche, tre anni di più è una
generazione!"
Anna era stupita. Aveva un paio di amiche che avevano giusto tre anni più di
lei.
Poi l'aggredì perché si scoprì che covava odio verso chi aveva una cultura che
lei non era stata in grado di raggiungere.
Complessi di inferiorità l'abitavano inducendola ad atteggiamenti di importanza
fondati sul nulla, coadiuvata in questo da una madre profondamente stupida che
credeva Liliana importante perché aveva un lavoro di segretaria in una filiale
di una Società con sede principale a Milano, e diceva che sicuramente il fatto
che avesse la patente di guida doveva suscitare invidia in chi non l'aveva
ancora conseguita, magari solo perché non aveva raggiunto l'età minima di legge
per prenderla...
Anna non aveva mai incontrato persone di così limitata visione della realtà
e meschinità di pensiero.
Nessuno che sia intelligente coltiva complessi di inferiorità. Chi è
intelligente cerca di raggiungere i propri obiettivi, magari con fatica, ma non
si crogiola nei propri limiti odiando chi ritiene possa avere qualità che
vorrebbe per sé, non cerca di porvi rimedio assumendo per reazione
atteggiamenti di superiorità senza basi e senza costrutto.
Anna non pensò subito che fosse malata. Lo capì a poco a poco. Fino alla
diagnosi che venne però molto tempo dopo.
L'atteggiamento verso suo fratello, più grande di lei di quattro anni, così
dotato di volontà da conseguire una laurea in Ingegneria Aerospaziale pur
lavorando in fabbrica per aiutare il bilancio familiare, era stato di orgoglio
finché questi non aveva trovato finalmente l'amore in Anna.
A quel punto era iniziata un'insana gelosia che, se nella madre poteva
spiegarsi con un complesso edipico rovesciato, Anna pensò "Ha
il complesso di Giocasta" scoprendo poi, leggendo
libri di Psicologia, che esisteva realmente, in Liliana si spiegava solo nel
fatto che ormai quel fratello era di quella donna e non più il faro
intellettuale di una famiglia altrimenti senza luce culturale.
Oltre lei anche il fratello minore aveva faticato negli studi.
Attaccava criticamente il fratello su ogni cosa ed era ostile con la sua
fidanzata poi moglie.
Anna assisteva a offese continue nei suoi riguardi e critiche in quelli di suo
marito per lei inaccettabili, ma volendo bene a lui e non volendo creare
lacerazioni non chiese mai a suo marito di troncare quei rapporti umilianti.
Lui non si spiegava quell'atteggiamento né sviluppava un comprensibile rancore.
I suoi genitori, d'altra parte, lungi dal correggere
Anna trovava tutto questo patologico visto che suo marito aveva provveduto ad
aiutare il padre nel mantenimento familiare per diversi anni e si era laureato
spesandosi totalmente per i suoi studi.
I passaggi illogici in Liliana erano la normalità. Tre anni di più
costituivano una generazione di differenza aveva detto, non avendo altra
superiorità da contrapporre ad Anna di cui avvertiva differenze da sé nei modi,
nel linguaggio, nel comportamento, di cui Anna stessa non si rendeva
conto, ma lo capì a poco a poco assistendo a continue sceneggiate recitate
dalla Povera Pazza.
Esempio: desco domenicale a cui suo marito non poteva sottrarsi
per la abnorme suscettibilità della madre.
Liliana rivolta ad Anna: "Tuo marito ti dovrebbe dare lo stipendio di
infermiera, donna di servizio e prostituta, perché una moglie è tutto
questo!" Il tono è sempre di grande sicurezza e superiorità.
Ha da poco lasciato un fidanzato che, si è appreso, le diceva cose umilianti
del tipo: "I miei genitori non possono venire a conoscere i tuoi che non
hanno neppure dei quadri alle pareti!"
"Ma che volgarità! - Pensa Anna per l'uscita della Povera
Pazza, stupefatta sia dalla miseria di un simile pensiero sia dal mancato richiamo
dei genitori.
Poi pensa che lo sfumare di un matrimonio atteso per cinque lunghi anni, con
quello che la madre ritiene un ottimo partito, le ha provocato la sindrome
"della volpe e l'uva": ciò che si vorrebbe ma non si può avere si
disprezza, e a farne le spese è sempre Anna.
"Questa folle perché non dice anche alla madre queste squallide
assurdità? Oppure a Caterina, la moglie del fratello minore..."
Ma Caterina era stata per
Caterina non le provocava le stesse sofferenze mentali dovute
all'invidia, sia per l'aspetto, sia perché compagna del fratello ritenuto meno
intelligente del maggiore.
Iniziarono poi insinuazioni continue sulla fedeltà del marito di Anna, senza
alcun fatto che le alimentasse, se non il desiderio pazzo e malato di Liliana
che così avrebbe voluto che fosse.
Il lavoro del marito di Anna doveva svolgersi anche di notte per particolari
misure tecnico scientifiche che, peraltro, dovevano avere continuità e dunque
non conoscevano interruzioni di giorni festivi. Questo induceva la
malata Liliana a fare ammiccanti insinuazioni su "chissà cosa invece
faceva di notte suo fratello". Anna era stupefatta non più
dall'evidente volontà di colpire lei calunniando il fratello, quanto
dall'ignoranza di Liliana che, pur essendole nota, non finiva mai di
stupirla. Eppure gente non particolarmente scolarizzata trovava normale
lo svolgersi del lavoro del marito di Anna.
Per contro, del tutto casualmente, scoprì che anche il fratello minore a volte
svolgeva lavoro notturno, pur facendo tutt'altra professione in cui tale evento
appariva meno spiegabile.
Nella mente della povera pazza c'erano due canali di interpretazione della
realtà totalmente separati: gli stessi eventi, che in un fratello venivano
interpretati in senso negativo, in quello ritenuto meno dotato non erano messi
in rilievo.
Quando questi dovette stare due mesi lontano da casa per un lavoro in Svezia
"le svedesi erano diventate tutte brutte", secondo la malata.
Bisogna dire che se Liliana era così i suoi genitori che non la correggevano
non erano da meno.
La madre, quando il suo figlio maggiore dovette stare negli USA per alcuni mesi
per lavoro, teneva su il morale della nuora Anna, incinta e con due bambini
piccoli, dicendole cose dello stesso tenore delle insinuazioni di sua figlia
E che dire del padre: un omino completamente succube di queste due donne senza
opinioni personali.
Eppure Anna non disse mai che era pazzo.
Ma ci pensò Caterina che, pur assecondando per opportunismo quella triste
compagnia che la favoriva, ne vedeva l'anomalia e, un giorno, disse che Liliana
era pazza, malata e il padre pure. Anna pensava che Caterina era
squallida nel suo comportamento verso di lei e verso suo marito, tenuto insieme
al suo altrettanto meschino consorte per compiacere Povera Pazza, che in
cambio elargiva loro aiuto e favori di ogni tipo, oltre alla sconcertante
negazione della realtà negativa che li riguardava, sostituita da lodi per ogni
cosa li riguardasse, ma era ben conscia dello stato di quelle persone pur
servendosene cinicamente.
In quella circostanza il marito di Anna intese difendere solo suo padre dicendo
che lui non era pazzo.
La non reazione del fratello maggiore alle critiche e agli affronti, perché
superiore a quella meschina follia, ma forse anche vile nel non voler
affrontare inevitabili scontri, e la volontà di Anna di non abbassarsi al
livello meschino di quella mente e di coloro che, per interesse, la
assecondavano, fecero sì che Liliana, come una mosca cieca impazzita,
continuasse per una vita intera a mantenere i due canali di interpretazione
della realtà sui due fratelli ben distinti.
Anna a poco a poco prese le distanze dalla Povera Pazza osservandone le scelte
e le follie che diceva, le realtà che negava e quelle che inventava
deformandole per vantare la vita dei componenti della famiglia di quel fratello
che cinicamente la sfruttava. Finché crollò, non riuscendo più, anche per
l'età, a star dietro a tutti i carichi che per quella famiglia si prendeva.
Finì in clinica psichiatrica e la diagnosi fu psicosi e la cura l'elettroshock.
"Per una vita intera ho subito con mio marito questo rapporto
insopportabile con una pazza." Pensò Anna, rendendosi conto che averla
appellata "Povera Pazza" non era cattiveria, ma clinica realtà.
Questa diagnosi però non creò in Anna alcuna compassione.
"Ci sono persone malate che non proferiscono malvagità in continuazione e
sempre verso le stesse persone, non è comunque meritevole di pietà fino al
punto di cancellare un atteggiamento univoco durato una vita intera."
Non reagire mai, assistendo ad una serie infinita di comportamenti ingiusti,
meschini, miserabili e calunniosi era stata una scelta per Anna ma l'aveva resa
indifferente a quella folle persona.
Sempre pronta a criticare ferocemente Anna e suo marito trovò ogni
giustificazione al fatto che il fratello minore, a cui faceva ogni tipo di
servigio, tipo lasciare l'ufficio per andare a preparare il pranzo per la
moglie di lui, che lavorava solo mezza giornata, per poi tornare al lavoro fino
a sera, non si trovò quando il comune padre morì. Mentre il marito di Anna e
uno dei loro figli lo assistettero per tutta l'agonia.
Il giorno del funerale alcuni parenti ignari si rivolsero a quel figlio di Anna
perché accompagnasse a casa
Anna allora, di fronte a quella miserabile vigliaccheria,
disse qualcosa per difendere suo figlio, traumatizzato da un'agonia
urlata, devastante, poche parole trovate al momento per impedire quell'ennesima
ingiustizia.
Lo schifo di quelle finzioni era indimenticabile per Anna.
Ma le parole trovate al momento da Anna risparmiarono a suo figlio
quell'ennesima ingiustizia.
Quando si sposò la figlia di Anna, mentre gli sposi si
allontanavano dal ricevimento di nozze, disse con un maligno sorriso: "Speriamo
nella durata".
La pazza Liliana mise del suo dicendo con un sorriso di superbia
che la nipote, figlia di Caterina, "farà un vero matrimonio",
rivelando così implicitamente che non riteneva un vero matrimonio quello
contratto dalla figlia di Anna essendo Matrimonio Civile, dato che gli sposi
erano entrambi non credenti.
Forse esiste una legge del contrappasso nelle umane cose perché il matrimonio della figlia di
Anna andò benissimo e durò felicemente e a lungo.
Quando si sposò la figlia di Caterina con un divorziato, con
matrimonio in Chiesa annullato dalla Sacra Rota per la facciata, giacché già
vivevano insieme da anni ed avevano addirittura un figlio grandicello, tutto
normale: nessun commento malevolo, anzi! Quello fu per
Anna fino a quel momento ancora comunicava nel suo modo
trasparente, che usava con tutti anche con quelle persone, non avendo nulla da
nascondere, ed aveva detto della separazione poi seguita da divorzio dei
genitori di suo genero.
Al pidocchioso pranzo di nozze della vantata nipote, Anna vide per
la prima volta i suoceri di lei: per tutto il tempo stettero seduti distanti,
senza scambiarsi nemmeno un segno di conoscenza, ma Liliana non disse nulla su
quella evidente anomalia. I pettegolezzi Povera Pazza li faceva solo da una parte: quella
che riguardava il suo fratello maggiore, inventando ciò che non c'era, mettendo
in cattiva luce realtà come il divorzio dei suoi consuoceri, ma tacendo
sull'evidenza che si rivelò agli occhi di Anna durante quel misero rinfresco.
Misero per taccagneria, come era stato per
Per tutto il tempo dello scarso rinfresco la consuocera di
Caterina la intrattenne vantando la sua gioventù in quello che doveva ritenere
un quartiere altolocato: Ponte Milvio.
Oggi famoso per un film e un amore metallaro fatto di lucchetti,
nella gioventù di quella donna come in quella di Anna, che era cresciuta nel
quartiere Prati, abitare a Ponte Milvio non era propriamente da quartieri alti,
per usare un eufemismo.
Per educazione Anna non lo disse ma dentro di sé ne rise,
ricordando certi commenti che si facevano a scuola su chi abitava in quella
zona, ritenuta un posto inferiore sia a Prati che al quartiere della Vittoria
da cui provenivano la maggior parte dei suoi compagni di scuola.
Anna ascoltava
Inutile fare paragoni con suo genero, Ingegnere che, lasciato
volontariamente un lavoro in una Società di Informatica, ora faceva il
Professore.
Prima di conoscere la famiglia di suo marito Anna non aveva mai
fatto paragoni con nessuno.
Certo, di fronte a tanto, fu inevitabile che ai suoi occhi si
rivelasse il contrario di ciò che la realtà manipolata da Liliana voleva
dimostrare. Se non aveva mai pensato di quanto, all'opposto, le persone,
le cose e i fatti che riguardavano suo marito, fossero di qualità migliore e,
purtroppo per Povera Pazza, superiore alle persone, le cose e i fatti che
riguardavano il suo fratello minore, Anna lo aveva scoperto proprio
grazie ai paragoni della folle.
La madre faceva paragoni fra sua figlia e gli altri supponendo invidie nei riguardi della figlia che lei vedeva bellissima, e che erano proiezioni della sua anima meschina e invidiosa.Da questo esempio con il quale era cresciuta Liliana non aveva saputo evolversi né punto né poco.
Quando conobbe Caterina trovò nell'ascolto che quella le diede, molto
divertita, lo sfogo della sua frustrazione nei riguardi della cultura del
fratello maggiore e della sua adeguata compagna.
Questa poi aveva il difetto di essere molto fine e molto graziosa.
Caterina si prestò volentieri e senza vergogna che si potesse
pensare che la cosa le facesse piacere, fatto che meravigliò Anna la quale,
pensando ad una situazione rovesciata, si sarebbe sentita in grande imbarazzo
ad essere coinvolta nel fare disdicevole della reciproca cognata e che si
potesse lontanamente pensare che la cosa potesse farle piacere, essendo per lei
segno di sentimenti miseri.
Così il teatrino grottesco, Caterina compiacente e assolutamente priva di autocritica, si sviluppò per il resto della vita di Liliana, con Anna spettatrice silenziosa dapprima, stupefatta poi, via via malignamente divertita.
Arrivava a dire a Caterina frasi del tipo "sei la più
bella del mondo", pur essendo la donna quel che si dice "un
tipo" non avendo lineamenti armoniosi.
Per contro cercava il pelo nell'uovo sull'aspetto di Anna: la
derideva dicendo che era troppo magra, mentre lei, Liliana, aveva la tendenza
ad ingrassare.
Non le fece mai un complimento sul suo aspetto e, se qualcuno
vedeva in lei la somiglianza con questa o quell'attrice e lo diceva in sua
presenza, con faccia scura diceva: "Io non ti ci vedo per niente".
Quando Anna dovette ricostruire un dente le disse che si vedeva
che era diverso dagli altri, anche se il dentista aveva fatto invece un ottimo
lavoro, ma tacque sulla dentatura rifatta di Caterina tutt'altro che gradevole.
Quando Anna si fece le mèches disse che non andavano più di moda,
anche se lei stessa erano anni che le faceva...
Caterina a lungo andare o era stata contagiata o per la sua natura
misera ogni tanto imitava la comune cognata. Così, quando Anna si tinse i
capelli di biondo e persone che non l'avevano conosciuta bruna, il suo colore
naturale, apprendendo che era tinta le dicevano che credevano fosse bionda
naturale tanto quel colore le era congeniale, Caterina parlando di una
presentatrice bionda disse: "Non mi piace, tutto quel giallo!"
Spostava, come Povera Pazza, il paragone in via indiretta, ma l'oggetto della
denigrazione si capiva che era sempre lo stesso.
Anna aveva una bella voce e spesso cantava in auto ed era accaduto
che, guidando suo marito e in presenza della sorella di lui, cantasse
canzoni di musica leggera. Suo marito aveva scherzato rivolto alla sorella
dicendo: "Capisci perché non accendo l'autoradio?!" Orgoglioso della
bella voce di sua moglie e inconsapevole, forse volutamente, del rodimento di
Liliana che non disse una parola di commento.
In compenso vantò Caterina che secondo lei cantava bene. Cantava
sì, ma solo in falsetto non avendo note basse...
Alla fine Caterina forse ci aveva preso gusto ad essere vantata
nella sua mediocrità.
Per l'ignorante Liliana Caterina era persona colta, anche se aveva
un diploma quadriennale e vagheggiando di iscriversi all'Università doveva fare
un anno integrativo, cosa che non fece rinunciando.
Anna, iscritta alla Facoltà di Medicina e Chirurgia, abbandonò gli
studi quando i carichi familiari divennero troppo onerosi, ma mai sentì
apprezzamenti sulla sua cultura ma, mentre ancora dava esami, si sentì dire da
Povera Pazza: "Studiare Medicina imbruttisce, imbruttisce molto".
Anna ci pensò un po' senza capire, poi capì che la poveretta forse
voleva dire abbrutire; non disse nulla né
sull'ignoranza linguistica né sul fatto che studiare il corpo umano, le
malattie e il dolore non è abbrutente, tutt'altro.
Anna era abituata dall'educazione familiare al risparmio e sapeva
scegliere abiti graziosi senza gli sprechi continui di denaro di Liliana e
anche di Caterina. Il risultato era che Anna passava per una persona elegante e
riceveva complimenti in tal senso da tutti, anche da persone ignare della
malevolenza delle due cognate a cui facevano i complimenti per l'eleganza della
loro comune cognata senza sospettare di dare loro un dispiacere.
Le due non capivano che non è il costo degli abiti, ma il sapere
scegliere quello che va bene per il proprio aspetto, gli accessori per
valorizzarlo che fanno l'eleganza.
Così, non potendo che accettare il fatto dato che veniva loro
detto da altri, un giorno Anna le sentì dire in sua presenza che la cugina
Maria, una che spendeva anche più di loro, risultava più elegante di loro che
spendevano tanto anche se "spendeva di meno".
"Ma parlate di Maria che spende patrimoni in vestiti?"
Le colse in fallo Anna, molto divertita dall'ennesimo "spostamento"
per non citarla direttamente.
Dato che tutti conoscevano le abitudini di quella parente le due
si confusero, visto che spesso avevano commentato i costosissimi abiti di
Maria. Ridendo dentro di sé Anna non disse: "Chi è dunque che risulta
più elegante di voi pur spendendo meno?"
A 54 anni Caterina si precipitò a farsi togliere delle macchie sul
dorso delle mani per un precoce invecchiamento della pelle.
A 70 si fece fare delle iniezioncine sulle labbra per far sparire
le rughette verticali che vi erano comparse. La modifica della linea del labbro
superiore non sfuggì all'occhio ormai ironico di Anna che, per una strana legge
del contrappasso, contro tutte quelle cattiverie e negazioni della realtà, non
aveva rughe, cosa che con meraviglia veniva rilevata da tutti.
Anna, graziata dalla legge del contrappasso che sembrava farsi
beffe di quelle due signore, vide le prime macchie di pelle sulle mani a 75
anni.
Altri aspetti più che alla legge del contrappasso erano legati
alla stupidità proterva delle due donne: l'una sana ma che si sopravvalutava
anche grazie alle vanterie della malata, l'altra decisamente fuori dalla
realtà.
Pur spendendo molti soldi in abbigliamento, essendo incapaci di
vero buongusto personale ma inseguendo la moda del momento, vestivano in modo
grottesco a volte, visibile soprattutto alla distanza nel tempo quando, nel
rivedere foto di eventi comuni, l'estremismo di certa moda imposta mostrava
l'aspetto caricaturale.
Come le scarpe verdi serpentate con punta lunghissima,
assolutamente antianatomica per il piede, che per un breve periodo la moda
aveva proposto al pubblico e che lo spirito critico ed indipendente di Anna
aveva immediatamente trovate orribili e ridicole, e che invece Caterina aveva
indossate destando la nascosta meraviglia di Anna per l'insopportabile cattivo
gusto.
Per non parlare del cappottone lungo fino ai piedi di Povera
Pazza, costato chissà quanto data la moda del momento, indossato per il
matrimonio del caro fratellino con Caterina e scelto di un color vinaccia,
abbinato ad un altrettanto ridicolo cappellone a larga falda di identico
colore. A rivedere quella mise a distanza di tempo nelle foto,
risaltava l'eccessiva aderenza ad una moda imposta a chi, seguendo senza
autocritica i suoi dettami, risultava quasi una caricatura.
Anna ridendo dentro di sé avrebbe voluto chiederle: "A casa
di lui o a casa di lei?"
Gente che al secondo matrimonio del figlio era stata a larga
distanza, ignorandosi peggio che due estranei, e la cui anomalia non era stata
registrata da Liliana, ora diventava un vago "dai suoceri", a fronte
della chiarissima e mai nascosta situazione dei consuoceri di Anna definita da
Povera Pazza "tutto uno sfascio", i quali però si frequentavano
civilmente con i rispettivi nuovi coniugi nelle circostanze necessarie
riguardanti i figli o la salute di ciascuno...
In fine la malata accennò ad una presunta nobiltà dell'impiegato
cassintegrato per via del cognome preceduto da un "Del". Del
Monte, Del Donno, Del Torrione, Del Castiglio... Quanti
nomi in Italia sono preceduti dalla particella Del, e nessuno si ritiene per
questo di discendenza nobiliare. Ma tant'è... Il cassintegrato, divorziato,
annullato da Sacra Rota si chiama Del Torrione! Vuoi mettere?!
Nata a Roma nel 1946. Ha pubblicato "Normalità Apparente" nel 2006 e "Il Romanzo dell'Università" nel 2007 per i tipi dell'Editore MEF-Firenze; "L'Uomo Cane" nel 2010 e "Mostri e Ritratti" nel 2011 per i tipi dell'Editore Universitalia di Onorati S.r.l.-Roma. Una sua poesia è stata pubblicata nell'Antologia "Fili di Parole " di Giulio Perrone Editore S.r.l.-Roma nel 2008.