lunedì 13 marzo 2023

“Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, e nello spazio e nel tempo d’un sogno è raccolta la nostra breve vita” (W. Shakespeare, La tempesta, atto IV, scena I)

 Capitolo IX

Nelle ore passate nel letto, fra un'interruzione e l'altra delle giovani infermiere e di un paio di giovani uomini infermieri che le portavano pillole da ingoiare o le mettevano aghi per effettuare i prelievi ematici, o controllavano che tenesse bene il tubicino dell'ossigeno, Elena pensava: la Morte l'aveva visitata, e quegli attimi in cui all'improvviso il respiro si era quasi del tutto interrotto, riducendola ad una marionetta ancora pensante e cosciente che si trattava di un evento fatale ma che non poteva chiamare aiuto né camminare, le tornavano lucidissimi nella mente.

Il suo corpo aveva accumulato grasso nelle arterie in quei 76 anni tanto da non irrorare più il cuore che si era quasi fermato, poi si era ripreso ma non sarebbe durato a lungo se non si fosse sottoposta a quel lavoro di alta macelleria. Da una gamba, dove era una lunga fasciatura, avevano prelevato un pezzo del suo corpo per usarlo per irrorare il cuore, creando una via artificiale... Ma per la Natura lei doveva essere morta: quindi la sua fine naturale era a 76 anni. Come sua nonna Giulia che era morta di botto proprio a quell'età. Nessuna medicina, nessun controllo in quei 76 anni... Quando era morta Elena aveva 4 anni. Era il 1950. Una donna nata alla fine dell'ottocento in un piccolo paese rurale, senza cure di nessun tipo, era stata forte a giungere a quell'età... Elena invece aveva fatto controlli, preso medicine... Eppure.. 

Pensava ai due cardiologi, un uomo ed una donna, che l'avevano visitata a giugno di quell'anno... Avevano fatto l'Elettrocardiogramma: all'uomo lei aveva detto che aveva una gamba gonfia, lui restando seduto dietro la scrivania aveva gettato un'occhiata alla sua gamba e aveva detto che doveva farla vedere ad un Angiologo... Elena pensava che potesse dipendere dalle pastiglie che prendeva per la pressione arteriosa alta... Sapeva che potevano dare di questi disturbi: era accaduto quando le avevano cambiato farmaco. Poi era passata alla stanza accanto. La visita Cardiologica di controllo l'aveva prenotata tramite il Centro Regionale del Servizio Sanitario Nazionale e, non si sa perché, nella Casa della Salute della sua zona l'avevano data divisa fra due cardiologi... La donna per tutto il tempo della visita parlò con l'infermiera: entrambe avevano modi sciatti e svogliati. Si davano del tu e l'infermiera era una donna rozza e sussiegosa. La Cardiologa consigliò di fare un ecocardiogramma, e fu tutto.

Elena aveva pensato che è triste ridursi così dopo tanto studio.. Non amare più il proprio lavoro. Dal 26 giugno, giorno di quell'inutile spreco di denaro del Servizio Sanitario, al 31 ottobre, giorno della sincope, erano trascorsi solo 4 mesi...

Questi erano i suoi pensieri: lucidi e in fondo sereni, perché la vita per la donna era accettazione ormai.

Una sera sentì un gran correre in corridoio, poi un nome: "Frassinetti si è collassato!" Capì che qualcuno doveva essersi sentito male in Terapia Subintensiva. Più tardi chiese all'infermiera che era entrata per le terapie, e quella con triste pudore ammise che Frassinetti era morto. Non tutti ce la facevano in Subintensiva...

Da una stanza vicina arrivava una voce d'uomo che chiamava con tono perentorio: "Antonio!!"  Lo faceva ogni 5 minuti, in modo ossessivo. Dapprima Elena pensò che chiamasse un infermiere, ma poi capì che chiamava qualcuno che era solo nella sua mente. Nei giorni successivi cambiò nomi, anche uno di donna, ma sempre gli stessi e Antonio era sempre presente. Qualche voce provò a tacerlo bonariamente, forse infermieri, ma senza troppa convinzione essendo evidente che l'uomo era fuori di testa.

Come promesso le arrivò sul cellulare il messaggio di Lina: era risalita dalla Sala Operatoria e dopo una breve sosta in Terapia Intensiva era in Subintensiva. Elena le rispose che era felice. Capiva perfettamente quello che provava: il sollievo di essersi risvegliata perché tutti hanno il timore che questo non avvenga.

Ma c'era nella mente di Elena un ricordo nitido e drammatico di cui non parlò con nessuno: voleva parlarne solo con suo marito perché, oltre il loro legame, c'era la consapevolezza che lui solo avrebbe potuto avvicinarsi ad una spiegazione, dato che suo marito era un uomo che della scienza aveva fatto il suo lavoro e la sua passione nella vita.

Intanto la sua voce era sempre azzerata e i giovani Medici Specializzandi in Cardiochirurgia vennero a toglierle i drenaggi:  "Faccia un bel respiro signora e lo trattenga che facciamo presto presto!"  E lei lo fece, mentre risolutamente ed in modo energico il dottore estrasse dal suo corpo i tubi che lo attraversavano dalla sede cardiaca fino sotto il seno. Fu rapido e così il dolore. Dopo sotto i seni ebbe a lungo delle ferite che venivano giornalmente medicate.

Con l'estrazione dei drenaggi si avvicinava sempre più la data delle dimissioni ed il suo trasferimento nell'Ospedale dove sarebbe avvenuta la riabilitazione.

Lo stesso gentile Medico palestinese, che aveva scritto la richiesta per la consulenza Otorinolaringoiatrica per la sua voce scomparsa, venne al suo capezzale per chiederle in quale Ospedale voleva andare per la riabilitazione. Ne suggerì due lontanissimi dalla sua abitazione ed Elena pensò a suo marito, sempre efficiente ma con tanti anni sulle spalle... Uno dei due Ospedali faceva parte di una catena di Cliniche Private Convenzionate con il Servizio Sanitario Pubblico ed una sua sede era vicinissima a casa sua. Propose quella.



venerdì 10 marzo 2023

“Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, e nello spazio e nel tempo d’un sogno è raccolta la nostra breve vita” (W. Shakespeare, La tempesta, atto IV, scena I)

 Capitolo VIII

Forse si era anche pentita di quello squarcio che aveva aperto sul suo dolore, sui drammi della sua difficile vita, perché quando la portarono via dalla stanza, perché finalmente l'avrebbero operata, Rosa Lucarelli non rispose al saluto che, soffiando con fatica, Elena cercò di darle. Tenne gli occhi serrati per non scambiare neppure uno sguardo...

Ed arrivò animosamente un'ennesima compagna. Animosamente nonostante fosse stata operata al cuore come Elena: la stessa pesante apertura del torace, ma a lei avevano solo sostituita una valvola che non reggeva più... Ciò nonostante era provvista dell'energia necessaria per protestare contro le infermiere della Terapia Subintensiva da cui proveniva. Una bella donna nonostante gli ottanta anni che non dimostrava affatto. 

"E' una professoressa". Si disse Elena con l'intuito sensibile che faceva parte di lei. Di tutte le compagne di stanza che aveva avuto da quando era stata ricoverata questa era la più fine nei tratti del viso e nei modi. E professoressa lo era veramente. Una donna energica con le sue fragilità.. Come in seguito Elena ebbe modo di scoprire..

Si piacquero perché di simile educazione e cultura.

Elena ripensò alla sua amica Giovanna... Professoressa di latino e greco nei licei, grande lettrice di letteratura e amante del Teatro. Diversa da lei, eppure vicina per interessi culturali.. Giovanna che non c'era  più. Se ne era andata a 69 anni sapendolo, perché sei mesi prima della sua scomparsa proprio suo figlio le aveva diagnosticato un tumore che da dentro, solo con qualche dolore non devastante, la stava uccidendo. 

"Ho sempre dei dolori alla schiena..."  Si lamentava. Ma furono i suoi figli, tornati in ferie dall'estero dove lavoravano, a rivolgersi al loro compagno d'infanzia Marco, il figlio Chirurgo di Elena, perché visitasse Giovanna che l'aveva visto crescere: e lui dovette dare loro la sentenza. Ascoltatala chiesero quanto tempo avesse: "Sei mesi."  Disse Marco, e sei mesi furono.

In quei sei mesi Giovanna non fece trapelare nessun tormento, paura o smarrimento per quella morte così vicina che l'attendeva. Eppure era così giovane nei suoi 69 anni affatto dimostrati. Alta, bella, elegante, con quegli occhi che facevano pensare a laghetti di montagna e il bel sorriso. Pranzarono insieme tutti invitati a casa di Marco... Lei sorrideva. Poi nella villa di campagna di Elena: quel giorno portava un tailleur bianco che le stava benissimo. Ai saluti, fuori del cancello, si scostò appena la camicetta sul petto e con un velo di tristezza le disse: "Vedi: questo è il port."  Ad Elena sembrava tutto irreale... Ed invece era terribilmente vero e dopo un po' Giovanna non riuscì più a reggere i dolori con i farmaci che prendeva e chiese di essere ricoverata. Da quel momento in poi Elena la sentì solo per telefono poche volte e non la vide più.

"Stanno discutendo fra i Perfusionisti e i Chirurghi: i Perfusionisti vorrebbero siringarlo, i Chirurghi operare e toglierlo.."  Elena ascoltava smarrita la bella voce della sua amica ormai alterata dal dolore, non osando fare domande. Chiese poi a suo figlio cosa intendessero fare e le fu risposto che qualcuno del Reparto dove era ricoverata aveva ipotizzato di siringare il rene ormai invaso dal cancro, ma era azione rischiosa di complicanze essendo l'organo gonfio di urina. Il fatto era che, essendo il cancro in fase avanzata, non voleva toccarla nessuno per il rischio di morte sul tavolo operatorio, cosa che i Chirurghi rifuggono. Seppe poi che suo figlio si era deciso a farlo lui. Temendo per suo figlio pose alla sua amica la domanda: "Ma sei sicura di volere che te lo tolga il rene? Te lo ha proposto lui oppure...?"

"No, gliel'ho chiesto io di togliermelo.. Non ce la faccio più.."  Aveva risposto la voce sofferente della sua amica.

Seppe poi, dal coraggioso Chirurgo che aveva liberato Giovanna da quel dolore restando colpito lui stesso, che "Era grande come un pallone da calcio e le metastasi al fegato, alcune necrotizzate dalla chemio, erano grandi come palle da tennis...".

Dopo un po', come da prassi, il Chirurgo volle che si alzasse:"Bisogna alzarsi dopo ogni intervento chirurgico."  

"Ho dolore come metto i piedi in terra... Dicono che è fessurato l'osso pubico.."  Forse fu l'ultima telefonata che Elena le fece. Giovanna aveva risposto alla sua chiamata obnubilata dal dolore, credendo che fosse suo figlio che la chiamava: "Vincenzo..."  Aveva proferito la sua flebile voce incrinata dal dolore, e ad Elena era dispiaciuto dirle che invece era lei, Elena... Chiese poi spiegazioni a suo figlio su quel dolore all'osso pubico: "E' andato in metastasi ossea..."  Rispose lui con le labbra piegate all'ingiù in una smorfia. Pur conoscendo la prognosi aveva fatto il possibile per aiutarla, ma sentiva l'amarezza della sconfitta del Medico che subisce la potenza della Morte.



lunedì 6 marzo 2023

“Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, e nello spazio e nel tempo d’un sogno è raccolta la nostra breve vita” (W. Shakespeare, La tempesta, atto IV, scena I)

  Capitolo VII

Non aveva peli sulla lingua il figlio di Elena: "Una simile afonia totale è dovuta al fatto che ti hanno toccato il nervo ricorrente... Speriamo che l'abbiano solo toccato e non leso."  Chiese ed ottenne una visita specialistica otorinolaringoiatrica che evidenziò la paralisi della corda vocale di sinistra. Tutto fu scritto in cartella clinica. Se la voce non fosse ritornata c'era da chiedere i danni. Gli specializzandi di Cardiochirurgia tendevano a minimizzare e ad addebitare il fenomeno all'anestesia e dicevano che era un fatto transitorio, che la voce sarebbe tornata presto.

La mattina si presentava un prete. Era un uomo di mezz'età. Elena rifiutò la Comunione dicendo che non era più credente. Il prete volle indagarne la ragione ed Elena la disse con amare lacrime, dovute anche alla debolezza e al dolore in cui era immersa, ma pure perché era una ferita che per lei non poteva guarire: a causa della malvagità di persone odiose si era trovata in condizioni economiche difficili e proprio in quel momento era arrivato un figlio a cui si era vista costretta a rinunciare. Era stata l'ultima volta in cui si era rivolta a Dio, che le desse un segno della sua presenza e lei avrebbe avuto la forza di fare quel salto nel buio: mettere al mondo un altro essere umano in una situazione economica difficilissima.

Ma le aveva risposto il silenzio. Nessun segno, in nessuna forma. La vita non era stata facile per la donna e aveva visto sfumare tutte le cose in cui credeva, incontrato un mare di ingiustizia, disonestà e cattiveria, aveva dunque dubitato che il Dio dei cattolici esistesse: di fronte al muro di un valore per lei irrinunciabile aveva sperato di nuovo... La sua anima nuda era stata come una parabola di un radiotelescopio che attende un segnale... Nulla. Aveva capito che non c'è alcun Essere invisibile che sia collegato all'Uomo. L'Uomo è solo e chi immagina un Dio, che lo chiami Allah o Geova non cambia, si illude perché la solitudine fa paura.

Ma il prete non si arrendeva: "Io la assolvo, perché Dio l'ha perdonata!" Le disse stringendole la mano, preoccupato solo di darle la particola.

"Sono io che non mi perdono."  Gli rispose sincera la donna. Ma il prete non capiva, l'unica sua preoccupazione era recuperare quella pecorella smarrita e l'atto del suo successo era infilarle in bocca l'ostia e legare la sua coscienza al magistero della Chiesa, unica proprietaria delle coscienze private delle loro responsabilità, di esse alleggerite con l'assoluzione, il perdono di Dio che la Chiesa si fregia di amministrare.

La donna comprese che quell'uomo non capiva cosa significa prendere su di sé decisioni amare che creano rimpianto per sempre, inconsolabili perché privazioni di sé, come il navigatore si libera dei suoi beni gettandoli nel mare in tempesta per alleggerire il carico e salvare il natante.

L'uomo la deluse. In fondo era un prete poco intelligente poverino, pensò. Quello continuava a tenerle la mano insistendo e scuotendole il braccio, senza rendersi conto che la donna era operata di fresco e le braccia non doveva muoverle per lo sterno segato e ricucito e per i drenaggi che, dall'interno del suo corpo, rimettevano all'esterno i liquidi prodotti dal corpo ferito.

Alla fine egli si arrese e se ne andò. Lei gli disse: "Mi dispiace."  Le dispiaceva veramente di non averlo potuto accontentare, capendo come quello fosse chiuso nel suo mondo semplice di prete che riduceva tutti i guai degli Uomini alla consolazione dei riti.

Nel frattempo alla sua compagna di stanza, con la quale ormai si davano del tu, avevano di nuovo imposto un trasferimento: lei la salutò dicendo che se non l'avessero operata entro l'inizio della settimana se ne sarebbe tornata a casa. Elena capiva la sua esasperata attesa ma, allo stesso tempo si chiedeva cosa mai avrebbe fatto a casa, visto che, come era accaduto a lei, il suo cuore per continuare a vivere doveva per forza sottoporsi all'intervento chirurgico. Si scambiarono i numeri di cellulare per messaggiarsi, visto che Elena non parlava: soffiava.

La nuova compagna era una donna molto anziana, dall'aspetto popolano. Elena pensò che magari aveva la sua stessa età ma, poverina, portava gli anni molto male. Aveva una tosse cavernosa e terribile che faceva sentire quantità di catarro mostruose... Gli infermieri e i medici che l'assistevano parlando fra loro dissero che la donna doveva essere operata al cuore ma in quelle condizioni non era possibile. Elena pensò che di certo era impossibile ripensando al catarro che comunque si forma nell'immobilità post chirurgica. La donna aveva girato vari ospedali che si erano guardati bene dal metterci le mani e fra questi uno famoso, soprattutto per la propaganda che si faceva autoincensando i suoi medici, alcuni di immeritata buona fama.

"La verità è sempre lontana."  Pensava Elena assistendo al gran d'affare di medici e infermieri attorno a quella donna, ridotta in uno stato tale che per operarla serviva davvero un gran coraggio.

Via via che le attente cure del personale sanitario la facevano stare meglio anche questa donna iniziò a parlare. Ma a differenza di Maria e di Lina non dimostrava empatia verso chi l'ascoltava, parlava solo di sé e con una sottaciuta reticenza che la sensibile Elena avvertiva. Le disse che aveva 6 figli e solo molto dopo nel parlare venne fuori che uno era morto, dunque ora ne aveva solo 5, e quello morto non era mai stato bene essendo nato con un ritardo mentale. Era comunque diventato adulto, in qualche modo aveva vissuto... Poi era morto senza diventare vecchio. Poi c'era stato anche un nipote, figlio di un altro dei suoi figli, che era morto anche lui, ma in un'età ancora giovane... Nel fluire doloroso di quegli eventi Elena sentì che il più doloroso era stato proprio la perdita di quel nipote: la donna si avvertiva essere stata una persona che aveva affrontato una vita difficile con forza, ma un dolore duro era pietrificato dentro di lei. Parlarne ad un'estranea in circostanze che scioglievano alle confidenze persone come Maria, Lina ed Elena era un sentimento anche suo, ma troppo doveva essere quello che quella donna aveva sopportato per sciogliersi del tutto nel suo intimo dolore. Quasi parlando a sé stessa vennero fuori particolari spezzettati di quel dramma: il nipote aveva dei problemi comportamentali, ma era buono e le voleva bene, disse, poi era ricoverato in un posto, non si capì bene se ospedale o altro...

"Quella domenica dovevo andare a trovarlo.. Ma non potei.. Ero sempre andata.. E lui mi telefonò rimproverandomi: "Nonna - disse - Non sei venuta! Mi avevi promesso che venivi!"  ...E quando andai ..non ce lo trovai più..."  Il racconto si fermò qui, il dolore e il rimorso che la donna provava erano sospesi nell'aria e lei era lontana da lì, immemore di chi l'ascoltava. Elena rimase in silenzio e non fece domande.




venerdì 3 marzo 2023

“Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, e nello spazio e nel tempo d’un sogno è raccolta la nostra breve vita” (W. Shakespeare, La tempesta, atto IV, scena I)

 Capitolo VI

La stanza era a due letti, con una grande finestra da cui si vedeva il cielo e le cime di alberi altissimi. Segno che il reparto di Cardiochirurgia si trovava ai piani alti. Elena realizzò dunque che anche la Terapia Subintensiva si trovava in alto, dato che non era lontana da quella stanza dove l'avevano trasferita. Per tutti i giorni che era stata lì non si era resa conto di dove fosse.

La sua compagna di stanza era una donna dolce che le disse di essere in attesa da qualche giorno di essere operata e non ne poteva più di quell'attesa. Le avevano già cambiato più volte stanza e se non l'avessero operata al più presto se ne sarebbe tornata a casa.

Elena pensò che lei era stata fortunata (non c'è mai limite al margine della fortuna) giacché grazie al professore a cui era arrivato suo figlio aveva atteso solo un giorno nel Reparto di Urologia dove aveva conosciuto Maria, la donna rumena operata di cancro allo stomaco.

Pur con l'impedimento dell'assenza totale di voce di Elena, le due donne in due giorni che stettero dentro la stessa stanza si raccontarono tutto. L'una si esprimeva a gesti e fiato emesso con fatica, l'altra capiva tutto e subito. Stessa cosa che era avvenuta con Maria.

Come il dolore estremo avvicina le persone, facendo cadere le convenzioni che le separano! Sono solo esseri umani spogliati di ogni sovrastruttura. Lina era molto più giovane di Elena eppure il suo cuore aveva bisogno di riparazione come quello della donna più anziana, che iniziò a capire con umiltà quanto fosse stata fortunata ad essere arrivata fin lì senza ciò che a Lina era toccato in sorte a sessantaquattro anni. Raccontò infatti che anche lei aveva dovuto firmare per uscire dal Reparto di Cardiologia dove aveva fatto degli accertamenti, perché anche a lei era stato detto che con il cuore in quelle condizioni non si prendevano la responsabilità di dimetterla. L'intervento era inevitabile: un bypass e la valvola aortica.


La donna già operata raccontò che a lei avevano dovuto applicare tre bypass dato che le sue coronarie erano in gran parte chiuse. 

"A me basterà l'arteria mammaria per fare il bypass, mentre a lei hanno dovuto togliere la vena safena dalla gamba per fare gli altri due."  Disse con competenza professionale Lina che era Tecnico di sala operatoria. Elena annuì. Oltre ai drenaggi che le attraversavano il torace e la ferita sternale aveva infatti una lunga ferita alla gamba sinistra che, insieme al resto, faceva parte del quadro del dolore, attenuato solo in parte dagli antidolorifici che le somministravano. Aveva inoltre il catetere con annessa sacca per le urine e l'ossigeno. Quando iniziò a poter alzarsi per andare in bagno doveva portare dietro tutto l'armamentario, bombola d'ossigeno compresa. Tutto con l'aiuto di un carrellino.



Quando le tolsero il catetere poté farlo senza la sacca e, ormai attaccata all'erogatore di ossigeno fisso, bastava sfilarsi il tubicino dal naso per poi reinserirlo quando tornava a letto.

Intanto chiese soffiando quando le sarebbe tornata la voce. Gli specializzandi di Cardiochirurgia che seguivano i pazienti operati dissero al massimo un mese. La colpa fu ripetuto essere dell'anestesia. Ma suo figlio Chirurgo era terribilmente contrariato da quella conseguenza dell'intervento, ritenendola abbastanza infrequente, e capì subito la causa spiegandola a sua madre.

giovedì 2 marzo 2023

“Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, e nello spazio e nel tempo d’un sogno è raccolta la nostra breve vita” (W. Shakespeare, La tempesta, atto IV, scena I)

 Capitolo V

Nei sotterranei erano le Sale Operatorie. La sua barella fu lasciata in un grande salone disadorno. Di lato a lei, un poco discosta, c'era un'altra barella in attesa di entrare in Sala Operatoria. Elena provò a sbirciare la donna anziana che era come lei in attesa e la vide assorta e insieme assente: Elena pensò all'ansia e paura, che erano anche sue. 

"Si sente ormai rassegnata come un animale che va al macello." Pensò Elena interpretando la sua espressione assente. Un uomo con camice e cappello-fazzoletto calzato in testa, divisa da Sala Chirurgica, uscì da una porta a vetri diversa da quella dove era entrata la sua barella e si avvicinò a lei: "Sono il suo Anestesista."  Si presentò. Le fece alcune domande di tipo medico e si congedò dopo averla rassicurata che tutto sarebbe andato bene. Il resto si svolse per tappe successive in cui lei era ormai un oggetto rassegnato ed inerme.

La Sala Operatoria era un luogo freddo, metallico, superilluminato, in cui figure professionali diverse compivano gesti precisi, ripetitivi e perfetti. Poi fu il buio.

Si risvegliò. E già questo era un successo. Era in una sala piena di monitor, di luci innaturali, senza finestre che facessero intravedere la luce naturale. Tutto era azzurro scuro. Due infermieri, un giovane ed una donna, la lavavano con dei guanti, era nuda e piena di fili. Aveva dolore ma i due addetti a quel compito non se ne preoccupavano, maneggiando il suo corpo ferito con perizia crudele. Quella doveva essere la Terapia intensiva. La passarono quasi subito alla Subintensiva: un grande stanzone dove uomini e donne erano in letti pieni di fili e di monitor, coperti solo di un camice aperto dietro. Alcuni già si alzavano camminando piano per andare in bagno e il camice aperto dietro, tenuto solo da un laccio intorno al collo annodato dietro di esso, lasciava intravedere il sedere. Questa promiscuità sembrò orribile ad Elena. Ma capì che lì si combatteva per restare vivi, essendo tutti in una situazione clinica estrema, dove il pudore ed altri aspetti legati alla formazione culturale non erano più contemplati...

Il dolore, la fatica ad emettere il catarro che si formava nei bronchi  per la stasi, furono i ricordi di quei giorni. Un esercito di infermiere giovanissime si occupava della Subintensiva. Una si chinò sul suo corpo disteso suggerendole di tenersi stretto con le braccia il busto quando tossiva per emettere il catarro, così da proteggere lo sterno che era stato tagliato e ricucito.

Un'altra, con modi sicuri e senza cedimenti alla pietà, la costrinse a scendere dal letto alla sedia per bere il suo primo tè. Era alta, bella e con due grandi occhi scuri. La sua fermezza  professionale si imponeva sulla sua insicurezza e paura. Dopo un giorno o due le mise davanti un carrello e la fece alzare dalla sedia per andare in bagno a lavarsi. Lì le dette dei guanti impregnati di un liquido per lavarsi. Le chiese se ce la faceva da sola. Elena coraggiosamente disse di sì.

Il suo coraggio non c'era sempre. In alcuni momenti in cui l'avevano mossa per esigenze di cura, con tutti i fili a cui era attaccato il suo corpo, aveva emesso dei gemiti di dolore e detto: "Meglio morire!" Questo aveva attirato la dolorosa attenzione di un uomo dall'apparente età di sessanta anni, il quale cercava di reagire all'intervento di cardiochirurgia che aveva subito, e la prostrazione di Elena non gli giovava. 

Anche in Subintensiva erano consentite visite. Suo marito nel vederla in quello stato riportava sul viso tutto il suo dolore smarrito e quasi piangeva. L'uomo dall'apparente età di sessanta anni aveva ricevuto la visita di una donna anziana, con gli occhi pesantemente cerchiati di nero: Elena pensò che avesse qualche strana malattia perché non aveva mai visto occhiaie così impressionanti. L'uomo manifestò il suo turbamento per l'abbattimento della sua compagna di esperienza chirurgica indicandola alla visitatrice: "Questa signora sta proprio giù..."  Lui si faceva forza e coraggio e, sentire Elena che diceva "Meglio morire!" piuttosto che soffrire quell'iter doloroso, lo scoraggiava. I visitatori erano infagottati in camici sanitari, sovrascarpe e mascherine. Elena pensò che la donna con le occhiaie, che la salutò facendole auguri di guarigione, fosse la madre dell'uomo che dimostrava un'età così giovanile.

Egli passò in reparto prima di Elena, dato che quando lei era arrivata lui già era lì.

Ben presto toccò anche ad Elena. Da quando aveva ripreso conoscenza si era accorta di non avere più voce. Riusciva solo ad emettere un soffio quasi senza suono. Le dissero che era conseguenza dell'anestesia.



mercoledì 22 febbraio 2023

“Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, e nello spazio e nel tempo d’un sogno è raccolta la nostra breve vita” (W. Shakespeare, La tempesta, atto IV, scena I)

  Capitolo IV

Adriano ed Elena abitavano in una villetta a due piani. Lui decise che lei non doveva fare più le scale e la confinò al piano di sopra costringendosi a sobbarcarsi di tutti i lavori domestici cucina compresa. Lei capì che l'annuncio ricevuto quel 31 ottobre era qualcosa che prima o poi, in una forma o nell'altra, sarebbe dovuto accadere. 

Si riteneva sempre fortunata, perché qualche giorno dopo quell'evento aveva potuto compiere 76 anni. Un'età ragguardevole.. Quanta gente che aveva avuto una parte anche minima nella sua vita aveva visto sparire... Nei modi più diversi... Non era vero che di fronte alla Morte siamo tutti uguali... Perché non si muore tutti alla stessa età e non tutti allo stesso modo. Ci sono modi crudeli e tempo di vita per alcuni così breve da non poter capire quasi nulla di cosa si è... E cosa rimane di ciò che una persona è stata? Nulla. I suoi sentimenti, i suoi pensieri, si dissolvono... Alcuni lasciano mirabili scritti, che fanno compagnia a chi vive, dando spunti di verità, altri musiche meravigliose, altri ancora dipinti e statue... Ma la rete neuronale di ciò che sono stati non c'è più.

Questo è ancora più concreto per la maggior parte di noi. Tutte le cose vissute, le gioie, le sofferenze... Dissolte. Alcuni saranno ricordati per qualche generazione se avranno una discendenza.. Poi non più, il loro ricordo si dissolverà come un sogno.

Elena si preparò ad affrontare l'operazione che le avrebbe consentito di continuare a vivere, vedendo la disperazione di suo marito e l'angoscia dei suoi figli.

Il grande Cardiochirurgo che l'avrebbe operata le disse che nel 95% dei casi quel tipo di intervento andava bene, poi c'era una percentuale che... e sorridendo bonariamente indicò con il dito in su l'imponderabile.

Il giorno prima dell'intervento programmato la ricoverarono al reparto Urologia, perché non c'erano posti letto. La sua compagna di stanza era anche lei ospitata in quel reparto dovendo essere operata per un tumore allo stomaco e dunque era una paziente del reparto di Chirurgia Gastroenterologica. Era rumena e più giovane dei suoi figli. Era sola, nessuno accanto a lei. Nel breve tempo, un giorno e mezzo, che stettero insieme Elena apprese che era stata sposata e che era divorziata perché lei era venuta in Italia a lavorare come badante e colf e mandava i soldi in Romania dove lui ne spendeva frequentando altre donne.

"Avete avuto figli?" 

 No."  

"Per fortuna."  Commentò Elena con triste sollievo.

Quando venne suo marito in visita lei gli parlò di quella che considerava una ragazza, dato che  le aveva detto di avere 51 anni, con partecipazione al suo problema:"Un tumore allo stomaco, povera piccola."  Ma Adriano era diverso da sua moglie e le sussurrò: "Abbiamo il nostro problema da risolvere, pensiamo a noi."  Ma Elena, nonostante le tante delusioni ricevute dal suo prossimo nella sua lunga vita, era fortemente empatica e provava partecipazione emotiva per l'altrui sofferenza. Il suo problema era grave, affrontare l'intervento che l'aspettava una prova pesante, ma questo non la rendeva impermeabile al dolore degli altri. Per Adriano era diverso; l'angoscia per sua moglie lo permeava totalmente.

A sera venne una bella donna elegante nella sua divisa di Operatrice Sanitaria. Il volto coperto dalla mascherina non consentiva di vederne i lineamenti, ma ad Elena sembrò bella perché era curata, con un taglio dei capelli, biondi per le méches, ben fatto. Con garbo le disse che aveva l'incarico di prepararla per la Sala Operatoria: dunque clistere e depilazione totale. Nel compiere questa operazione con grande delicatezza e professionalità le parlò di sé: sua madre era stata una portantina e lei aveva detto a sé stessa che mai avrebbe fatto quel lavoro, poi aveva fatto il corso per OS ed ora il suo lavoro le piaceva. Le disse che era sposata senza figli, ma non le pesava il non averne: "Siete voi pazienti i miei figli." Disse.

Elena sentì gratitudine e rispetto per quella donna. La mattina dopo era il giorno del suo intervento e anche di quello della sua compagna di stanza. L'Operatrice Sanitaria passò per dare loro un'occhiata. La "ragazza" rumena aveva mal di testa. Aveva chiesto invano un analgesico dalla sera prima. Elena era andata dalle infermiere ad insistere perché le dessero qualcosa giacché la donna le chiedeva aiuto. Ma quelle, dovendo la paziente osservare il digiuno per l'operazione del giorno dopo, non cedettero.

Al mattino, mentre suo marito ed i suoi figli stavano entrando nel reparto per una breve visita, vennero a prendere la sua compagna di stanza per condurla in Sala Operatoria: Elena era nel corridoio con i suoi e, vedendo passare la barella si avvicinò alla rumena e le strinse la mano facendole coraggio, mentre gli occhi le si riempivano di lacrime e la gola le si chiudeva. 

Suo marito non capiva. Lei con la strozza in gola provò a dirgli: "E' sola. Ha tutti i parenti in Romania. Qui ha solo un compagno che le telefona sul cellulare ma non può venire perché lavora, fa il muratore, è un suo connazionale, ma non ha l'automobile e abita lontanissimo da qui, impossibile venire con i mezzi pubblici..."

Il suo intervento era in schedula per le due del pomeriggio. Li avvertirono che dopo non sarebbe tornata in quel reparto, che era solo per appoggio prima dell'operazione, ma dopo sarebbe andata in Terapia Intensiva, poi in Subintensiva e da lì nel Reparto Specialistico di Cardiochirurgia. Invitarono dunque suo marito a portare via tutti i suoi effetti personali tranne il necessario che sarebbe stato trasferito al nuovo reparto. Suo marito andò via baciandola angosciato. La paura sottaciuta era che non sapeva se ne sarebbe uscita viva.

Verso mezzogiorno riportarono in stanza la donna rumena. Smaniava e si lamentava ancora stordita dall'anestesia. Via via che il dolore si faceva più evidente nonostante i calmanti ella si agitava sempre più, muovendo smaniosamente le gambe, scoprendosi... Elena soffriva per lei. Cominciò ad invocarla: "Signora, signora, ho male, signora..."  Elena le accarezzò i piedi nudi che lei muoveva nella smania del dolore, poi la fronte, cercando con quei gesti di darle conforto. Le chiese l'acqua, ma Elena sapeva che non poteva bere perché in quelle circostanze induce il vomito. La vedeva come una figlia, avendo solo pochi anni meno del suo figlio minore.

Quando si fece l'ora che toccava a lei Maria, così si chiamava la sua compagna di stanza, stava meglio. Probabilmente anche grazie agli antidolorifici. Era venuto anche il Chirurgo che l'aveva operata e le aveva spiegato che il tumore era grosso, per questo non lo avevano tolto tutto e il resto l'avrebbero distrutto con adeguate terapie.

Maria la salutò facendole tanti auguri.



 

sabato 18 febbraio 2023

“Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, e nello spazio e nel tempo d’un sogno è raccolta la nostra breve vita” (W. Shakespeare, La tempesta, atto IV, scena I)

 Capitolo III

Al giovane medico che stilò il verbale dell'intervento di Pronto Soccorso la donna chiese perché aveva avuto quella forte nausea insieme alla mancanza quasi totale di respiro: "E' la risposta vagale. - rispose gentile il dottore - Alcuni vomitano. Il nervo vago è intervenuto quando il suo cuore, stimolato dallo sforzo a cui lei l'ha sottoposto salendo di corsa la scala, ha diminuito la frequenza cardiaca, ma per fortuna ha compensato e lei si è salvata dall'infarto. Dovrà fare degli accertamenti approfonditi per capire da cosa è dipeso. Noi ora vediamo che è tutto a posto dagli esami a cui l'abbiamo sottoposta, ma va rivisto il comportamento del cuore nel momento dello sforzo."

Qualche giorno dopo Elena compì gli anni: 76. Pensava che è un'età giusta per morire. Sua madre diceva saggiamente che l'età media dell'uomo è 70 anni. Naturalmente nel ventesimo secolo e in Europa... Essendo la durata media della vita legata alle condizioni in cui si vive: il tempo e il luogo sono fattori importanti.

Si sottopose ad una TAC coronarica su consiglio medico che evidenziò senza dubbio una diffusa ostruzione delle arterie che irrorano il cuore. I Cardiologi dunque la sottoposero ad una Coronarografia nell'intento di applicarle degli stent.

Le avevano spiegato cosa fosse e un assaggio lo aveva già provato con la TAC coronarica quando le avevano iniettato il mezzo di contrasto: le avevano detto che avrebbe sentito un calore diffuso... Non piacevole, ma se si deve fare si sopporta.. Per la Coronarografia successiva sapeva che avrebbero infilato nelle sue arterie una sonda per arrivare fino alle coronarie e lì mettere gli stent: dalle ostruzioni evidenziate dalla TAC ne servivano 5 o 6. L'idea che privilegiassero la via femorale non le piaceva e fu sollevata quando vide che il Cardiologo Emodinamista aveva scelto la via radiale.

Sopportò... Si doveva fare... Altrimenti il suo cuore non era più alimentato dal sangue.. Ma ad un certo punto capì che non le avrebbe messo gli stent. Si preoccupò. Fino a quel momento si era fatta forza. Aveva sopportato e tenuta a bada la paura e l'ansia, ma il fatto nuovo le creò uno stato di ansiosa attesa. L'emodinamista spiegò che le sue arterie di diabetica non avrebbero tenuto a lungo gli stent e che in capo ad un anno o due potevano muoversi e si sarebbe dovuto intervenire d'urgenza per rimuoverli.

Era stato tutto inutile. I Cardiologi la passavano ai Cardiochirurghi per mettere almeno tre bypass. 

L'idea non le piacque affatto. Suo figlio Chirurgo era arrabbiato con lei: "Ecco cosa hai combinato fregandotene del tuo diabete e mangiando ugualmente dolci!"  La sua preoccupazione di fronte a quanto detto dal suo collega Emodinamista nasceva dalla consapevolezza dell'intervento a cui sua madre andava incontro.

"E' un intervento di Chirurgia maggiore e come tale comporta alti rischi."  Le disse amareggiato.

Elena pensava ancora di poterlo evitare e decise di firmare ed andarsene dicendo ai Cardiologi perplessi che ci doveva pensare. "Per noi lei non può andarsene in giro con un cuore così messo, signora, dunque non possiamo dimetterla perché lei è a rischio che, uscita di qui, le prenda un infarto e noi non possiamo prenderci una simile responsabilità. Noi la passiamo ai colleghi Cardiochirurghi al di là del corridoio e loro potranno risolvere il problema."  Il tono era gentile, molto comprensivo per l'incertezza e i timori della paziente, ma Elena firmò e uscì dall'ospedale.

A suo figlio disse: "Ma se sto attenta a non fare sforzi?"

"Mamma, allora tu non hai capito, può succedere in ogni momento, il tuo cuore non è più irrorato, è come se tu avessi una bomba sotto il sedere."  Concluse con la sua solita franchezza.

Suo marito era terrorizzato ora che la situazione medica di sua moglie gli era chiarissima. Lei si manteneva calma, ma una sera lui si mise a piangere. "Ma amore mio.. Mi piangi già per morta?"  Disse lei triste e commossa. La vita all'improvviso li aveva messi di fronte alla fine di uno dei due in modo chiarissimo, come mai prima. 

Coronarografia



venerdì 17 febbraio 2023

Pensiero perfetto

 

Pensiero perfetto

Conscio di esistere

con il Pensiero Perfetto

cercò un contatto:

nessuno rispose.

Galassia a spirale simile a quella in cui è la Stella Sole ed il sistema planetario che gli gira intorno, fra cui la piccola Terra.
Le piccole luci al di fuori di essa sono altre galassie, formate anch'esse da miliardi di stelle.
Per secoli l'Uomo non sapeva neppure dove stesse...
Da pochissimo tempo della sua Storia ha potuto vedere grazie ai Telescopi.


giovedì 9 febbraio 2023

“Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, e nello spazio e nel tempo d’un sogno è raccolta la nostra breve vita” (W. Shakespeare, La tempesta, atto IV, scena I)

 Capitolo II

Giunsero all'Ospedale più vicino in 20 minuti. Era noto, ma loro non vi erano mai stati.

Elena scese dall'auto reggendosi sulle sue gambe, insicure, ma fu un sollievo constatarlo. Monica la sorresse premurosa, mentre Adriano spostava l'auto dall'ingresso del Pronto Soccorso dove già gli si era affiancata un'ambulanza. Nell'androne la figlia la fece sedere su una delle sedie di metallo: altre persone erano già sedute in altre sedie. Anche se il respiro era tornato Elena non stava bene e sperava che la visitassero subito. Sua figlia e suo marito si accostarono al vetro oltre il quale c'era personale sanitario. Li vide parlare e sperò che si rendessero conto che il suo essere ora apparentemente normale non voleva dire che il suo malessere non fosse stato grave.

La fecero passare, segno che la spiegazione dei suoi cari era stata convincente. 

Una capace infermiera le misurò subito l'ossigeno nel sangue e la sottopose ad altri test il cui risultato sembrava confortante. In una sala attigua le fecero l'elettrocardiogramma ed i prelievi ematici per le analisi.

Poi rimase qualche ora in attesa in una sala d'aspetto sul retro del Pronto Soccorso. Una donna alta e allampanata, che trovò già lì, dava segni di insofferenza. Le disse che era lì dalle otto del mattino, ed era ormai oltre mezzogiorno. Le chiese cosa avesse e appresolo ne rimase impressionata. Elena minimizzò dicendo che alla sua età, 76 anni, non c'era da stupirsi se qualcosa prima o poi accade.

"Non li dimostra affatto! Almeno 10 di meno! Ma comunque non dica così... Non è detto che sia l'ora di morire!"  Elena era abituata allo stupore sull'età che dimostrava: era stato sempre così. Da giovane la scambiavano per la sorella maggiore dei suoi figli. Capiva, comunque, che per la maggior parte della gente qualsiasi fosse l'età, anche avanzata, non era mai l'ora di morire, come se la vita umana potesse durare all'infinito... La Morte era qualcosa di inaccettabile e quindi da rimandare oltre i confini della realtà biologica. Di fronte alla sua tranquillità, solo un poco mesta, la donna si lanciò in riflessioni filosofiche confuse ed agitate in cui balenavano timori sull'inquinamento ed altre oscure forze che ci stavano portando tutti alla rovina.

Alla fine la chiamarono e si ritrovò in Sala Raggi accolta da un giovane Tecnico di Radiologia di gradevole aspetto ma, soprattutto, di gradevoli modi. Gentile fino alla signorilità l'aiutò a togliere e, dopo i Raggi x, a rimettere, la sottilissima catenina di oro bianco con pendente una piccola acquamarina circondata da brillantini, a cui lei teneva molto perché era un regalo collettivo dei suoi figli per i suoi 60 anni. Apprezzò i modi di quel giovane, stupendosi della differenza abissale con i suoi colleghi degli ospedali romani che Elena aveva conosciuto nel corso della propria esperienza, gente sciatta, quando non addirittura rozza, che sembrava odiare il proprio lavoro.

C'era un episodio, di quelli che restano per sempre nella memoria perché ci colpiscono per la loro anomalia, avvenuto nel periodo in cui in Italia imperversavano le Brigate Rosse. Fu quello per Elena un periodo difficile e doloroso. Dopo la morte improvvisa di suo padre, che non aveva neppure compiuto 56 anni, avevano acquistato un grande appartamento in una zona popolare, dato che i loro mezzi non consentivano di scegliere un quartiere più borghese o signorile. Erano comunque felici perché era in un edificio a cortina, solido e c'era anche la stanza per sua madre, in modo che non fosse sola dopo la vedovanza. Pensavano di vivere lì per sempre. Ma in breve tempo, dopo aver attirato l'ammirazione e la simpatia di alcuni per la sua grazia e per come curava i suoi bambini, fu oggetto anche di invidia da parte di persone scarsamente scolarizzate, che notarono la differenza, di modi, di cultura e la professione di Adriano, professore all'università, rispetto a ciò che erano loro. Qualcuno pensò bene di punirla per questi aspetti offendendola, chiamando sua madre "scema" giacché, pur non essendolo affatto, sua madre aveva a volte l'abitudine di parlottare fra sé e sé inseguendo suoi tristi pensieri. Elena si era difesa chiudendo la confidenza data ad alcuni, ma non bastò. Scoprì così che esiste gente che vuole distruggere gli altri e credette che dipendesse dal posto dove erano andati ad abitare, dove la percentuale di gente di basso livello culturale e sociale era elevata. La vita poi le insegnò che semplicemente quella realtà può esistere ovunque ci sia gente frustrata ed infelice, rosa dall'invidia e affetta da miserabili sentimenti meschini.

Era molto giovane quando scoprì questo aspetto infame di certi esseri umani, che fanno sempre gruppo o branco, cercando appoggio con la maldicenza, la calunnia, dato che da soli sanno di essere meno di nulla.

Capitò così che di bocca in bocca le avevano creato la nomea di "scema", legando l'offesa a sua madre a tutta la famiglia. E non importa se, come le disse un giorno la sua amica Giovanna, insegnante di Lettere, Greco e Latino nei Licei, "Tu sei la migliore smentita di questa calunnia. La gente crede a ciò a cui le piace credere" .

Il suo figlio più piccolo si scoprì avere una cisti ossea congenita. Iniziò un calvario di cure e Raggi x di controllo. Alla Clinica Ortopedica del Policlinico, dove doveva fare controlli periodici, le capitò di riconoscere in una donna che lavorava allo sportello di tale Clinica una che abitava nel suo palazzo e, dall'atteggiamento e dai modi anormali, capì che era inquinata dalle dicerie. Fra queste, nell'intento di denigrarla ed attirarle addosso ostilità, qualcuno si era inventato che fosse nata in un piccolo borgo ma diceva di essere romana perché se ne vergognava. Un'invenzione totale, come tutto il resto, segno e prova del livello di stupidità di tali menti malevole che evidentemente proiettavano su di lei i loro complessi sulle loro origini. La grassa donna dello sportello doveva aver propalato il pettegolezzo ad una sua collega la quale ad Elena, costretta a passare per quegli sportelli per le pratiche relative alle visite del suo bambino, aveva fatto un ironico discorso sul fatto che lei amava il suo paesello natìo e di esso ricordava anche i sentieri e i cespugli... Elena avrebbe voluto dirle che anche lei amava la sua città, Roma, e i luoghi dove aveva trascorso la sua primissima infanzia, come la Barcaccia del Bernini a Piazza di Spagna, che lei considerava la "sua fontanella" perché le piaceva abbeverarvisi entrandovi fino alla cannella quando scendeva dal Pincio dove sua madre la conduceva a sfrenarsi nei giochi. Ma quella donna avrebbe sorriso di scherno, convinta dalla voce riportata dalla collega a sua volta convinta da altre bocche pur non conoscendo affatto Elena se non di vista. Ma l'episodio che colpì Elena per la sua abietta miseria fu quello di un anziano tecnico radiologo, a riprova di come limitati ambienti possano inquinarsi di chiacchiera in chiacchiera alimentando odio sociale, soprattutto in un periodo in cui ogni modo o aspetto signorile veniva tacciato di essere "borghese" e di essere segno di disprezzo per il popolino proletario. Mentre faceva sciattamente il suo lavoro rivolse con disprezzo il termine di "scemo" al suo bambino che, per fortuna, non colse l'insulto gratuito, dato che nulla aveva fatto mentre lo squallido soggetto lo sottoponeva alla radiografia di routine. Elena tacque, come fece per tutto il tempo che dovette sopportare questi atti che in seguito, molti anni dopo, furono socialmente denunciati come "Bullismo" o "Stalking" e definiti reati. Sapeva di essere isolata e qualsiasi sua reazione le si sarebbe ritorta contro, servivano prove e testimoni, e a quelle canaglie non sarebbe sembrato vero poter dire: "Se lo è immaginato perché è pazza." Però una giovane, che era lì per fare delle radiografie, ebbe una reazione di meraviglia: "Ma è un bambino!" Esclamò sbarrando gli occhi. L'ometto bofonchiò con espressione ostile delle spiegazioni incomprensibili del suo stolto agire, che dimostrò ancora di più ad Elena quanto di follia ci fosse in quello strisciante sentimento di odio in persone che lei non conosceva affatto e che nulla avevano a che fare con lei e la sua famiglia. Passato quel periodo, in cui l'odio sociale aveva fatto ben altre vittime, ci furono anni più sereni ma, proprio nel periodo che stiamo narrando, era riemerso fino al punto che le Istituzioni ne avevano preso conto emanando leggi contro ogni forma di persecuzione, con l'unico difetto di definirle con termini inadeguati come bullismo, sicuramente riduttivo, o stalking, il solito inglesismo nebuloso perché linguisticamente non chiaro a tutti.

Il ricordo sgradevole passò. Ma capitava di sovente che fatti che viveva nel presente ne rievocassero altri vissuti che facevano parte del "sogno" che era la sua vita, come quella di ciascuno, sogno che si dissolverà con la morte. Infatti cosa resta della memoria di chi non c'è più..? Qualcosa nella memoria di chi vive ancora e conserva in sé memoria di chi si è dissolto... 



martedì 7 febbraio 2023

“Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, e nello spazio e nel tempo d’un sogno è raccolta la nostra breve vita” (W. Shakespeare, La tempesta, atto IV, scena I)

 PREFAZIONE al Romanzo di Rita Coltellese

Ho scelto come titolo per questo Romanzo la geniale e poetica sintesi che un Genio Universale come Shakespeare ha saputo esprimere.

Con questo Romanzo intendo svolgere il tema che con tale mirabile intuizione William ci ha lasciato.

Capitolo 1

Esattamente un anno prima, era il 21 ottobre, erano stati in quella stessa spiaggia in un giorno di sole caldo per quei lidi, che sempre a quel punto della stagione erano ormai avvolti dai primi cenni del clima autunnale.

Ora era l'ultimo giorno di ottobre e sembrava ancora estate. Il clima stava cambiando e suo marito decise di tornare in quel chilometro scarso di sabbia dorata chiusa fra rocce possenti che la rendevano raggiungibile solo dal mare, avendo alle spalle la collina. La figlia era venuta con loro. Amante come il padre delle immersioni nelle limpide acque del mare di scoglio. I due fecero lunghe nuotate. Lei si immerse fino al bacino per avvicinarsi all'imbocco di una grotta che si apriva nella roccia a destra, guardando il mare. Le piaceva guardare, esplorare... In tutta la spiaggia c'erano poche rade presenze, e questo la rendeva più godibile. L'estate protratta così a lungo non aveva però indotto gli stabilimenti arroccati sul costone a tenere aperti i loro lettini ed ombrelloni.. Regnava una pace meravigliosa e la Natura era tutta per loro.

Al ritorno percorsero la lunga scala con i gradini di legno e l'intelaiatura di solido ferro che dalla spiaggia conduceva al piano strada dove avevano lasciato l'auto. Monica, la figlia, la percorse agevolmente e sparì alla vista di Elena avendo raggiunto il pianerottolo panoramico in cima e svoltato verso sinistra, lungo il marciapiede al lato del quale era parcheggiata una fila di automobili, fra cui la loro.

Adriano si girò verso la moglie che saliva lentamente prendendola affettuosamente in giro: "Vecchietta! Vai lentamente.. Sei vecchietta!"  Poi terminata agevolmente la salita si avviò lungo il marciapiede sparendo alla vista di Elena che, in un moto di orgoglio, fece gli ultimi gradini di corsa. Arrivata quasi al pianerottolo panoramico si spostò leggermente a destra per lasciare spazio ad una giovane coppia che scendeva. Posto il piede sulla larga piattaforma panoramica constatò con soddisfazione che non aveva affanno per quegli ultimi gradini percorsi di corsa e si avviò sul marciapiede: ma di botto il respiro le si bloccò.

Immediato il pensiero che le si affacciò: "Ah! Così.. A 76 anni....Ci posso stare."  Nessuna paura nonostante l'immediata consapevolezza di ciò che le stava accadendo. Dopo aver compiuto i 70 anni aveva pensato molte volte a come sarebbe stata la sua Morte. Aveva accettato l'evento inevitabile e si era detta che da quel momento ogni giorno era da considerarsi come un regalo, cercando ancora di più, di quanto non avesse già fatto nella sua vita, di apprezzare ogni cosa: gli affetti, la Natura, i pochi piaceri che amava. Questo perché aveva visto la fragilità della vita umana e tante persone che in qualche modo avevano fatto parte della sua vita se ne erano andate da tempo. 70 anni era la durata della vita media in Italia nel suo tempo. Accettare la realtà era il suo equilibrio. Non rassegnazione passiva, ma consapevolezza.

Anche ora cercò realisticamente di guidare l'evento che stava vivendo senza rassegnazione e senza paura, con un solo desiderio: che il malessere che le aveva quasi azzerato il respiro e contemporaneamente dato ondate di nausea durasse meno possibile e arrivasse prima possibile il buio che interrompe ogni sofferenza. Si appoggiò alla balaustra che dava verso il mare per sorreggersi, cercò di guardare avanti intravedendo la figura di suo marito che era giunto alla macchina e, dal lato opposto, quella di sua figlia che si accingeva a mettersi alla guida. Provò a chiamare per avvertire di quanto le stava accadendo ma la voce non uscì e non riuscì neppure a tenere il capo dritto, per cui guardava di sotto in su avendo il capo chino, provò allora a camminare verso di loro, magari lentamente... Ma mettere un piede davanti all'altro le costò uno sforzo tremendo e la nausea aumentò. Pensò allora che doveva sollevare il cuore dallo sforzo che stava facendo di tenerla in piedi, visto che non era caduta ma sarebbe potuto accadere da un attimo all'altro. Girò il capo verso il bordo del marciapiede cercando con lo sguardo uno spazio fra i paraurti delle auto parcheggiate lungo di esso, ne trovò uno subito alla sua destra e valutò che con due passi lunghi di lato avrebbe potuto raggiungerlo e sedersi senza cadere di botto come temeva accadesse. Ci provò. Ci riuscì e si sedette accasciandosi in quello spazio. Ora suo marito e sua figlia si sarebbero accorti che qualcosa non andava.

Intravide con la coda dell'occhio che suo marito stava avvicinandosi. Non ebbe la forza di alzare la testa: "Cos'hai?"  Disse chinandosi verso di lei. Rapida, in un soffio, lei rispose: "Non respiro e ho nausea.. Portatemi in ospedale.."  Intanto oltre le auto in sosta era giunta anche la figlia. Ne intravide la figura dalla vita in giù, non potendo alzare la testa, piegata come un burattino a cui si stavano recidendo i fili.

Non parlarono più: si mossero rapidissimi. L'auto, guidata dal marito, fu accanto a loro, spalancarono lo sportello di dietro e lei si accasciò sul sedile posteriore in posizione scomoda, essendo una parte di esso occupato dalla grossa borsa da mare di paglia  di Monica. Non c'era tempo di scostarla, bisognava correre e questo i suoi cari l'avevano capito. L'auto filava veloce e l'aria, entrando dai finestrini aperti in quel dolce inizio d'autunno, era fresca e la faceva stare meglio. Li avevano aperti appena saliti giacché l'auto, ferma e chiusa per l'insolito caldo quasi estivo, lo richiedeva nell'immediato. 

"Ti da fastidio l''aria?"  Chiese Monica girandosi verso di lei. "No.. Anzi... Ho bisogno d'aria.."