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| Silvia Avallone |
Impossibile
scrivere solo di fantasia. A meno che non si voglia scrivere di fantascienza.
Ma se si vuole scrivere di vicende umane è necessario conoscere, vivere,
attraverso la propria esperienza diretta di osservatore dell’animo altrui o del
proprio vissuto personale…
Mi
è capitato di leggere un libro, che sto finendo, portato in casa mia da una
delle mie nipoti aquisite: io ho solo nipoti direttamente discendenti di sesso
maschile. Ma ho acquisito attraverso alcuni di loro delle splendide nipoti
femmine, una di loro aveva un libro che aveva appena iniziato a leggere: “Cuore
nero” di Silvia Avallone. Scrittrice che non avevo mai letto, un po’ per
diffidenza verso gli scrittori che emergono attraverso la vincita di premi: lei
è emersa attraverso un libro, “Acciaio”, di cui i media hanno parlato come un
evento che ha vinto un premio. Ho sperimentato, durante la mia lunga vita di
letture, che molti premi mi risultavano inspiegabili alla lettura, anche di
libri scritti da Premi Nobel. Alcuni esempi: Doris Lessing, Yasunari Kawabata;
quasi promesse per il Nobel: Philip Roth; oppure Premi Strega: Emanuele Trevi.
Al
contrario ho scoperto quasi per caso scrittori sconosciuti, libri all’epoca non
pubblicizzati, come “Il giorno del giudizio” del giurista Satta, un libro
meraviglioso uscito postumo grazie agli eredi del grande giurista che aveva
scritto quel romanzo per sé e lasciato in un cassetto senza darlo alle stampe.
Ho aperto dunque questo “Cuore nero” con un certo distacco cominciando a
leggere le prime pagine. Ho scoperto che Silvia Avallone scrive molto bene. E’
indubbio che ha talento. Ho chiesto alla mia nipote se potevo continuare a
leggerlo e lei, che era già arrivata al quarto capitolo, generosamente mi ha
detto “Te lo lascio. Ho altro da leggere e anche se mi piace aspetto a
continuarlo quando tornerò il 17 agosto.”
Come
mia abitudine sono andata a conoscere meglio la scrittrice ed ho scoperto che
ha un’ottima preparazione accademica e nella vita privata è una donna
stabilmente sposata e madre. Per me doti che hanno ottima influenza
sull’equilibrio della mente. Credo poco ai geniacci “scapigliati”.
Leggendo una materia così insolita, che descrive senza pietismi, ma nemmeno senza assoluzioni, persone coinvolte con droga, autolesionismo, depressione e, addirittura omicidi, mi sono chiesta dove poteva aver attinto tanta materia la scrittrice. Impossibile scrivere di ciò solo con la fantasia. Infatti scopro che: Silvia Avallone si è documentata ampiamente sulle carceri minorili, vivendo in prima persona quell'ambiente. La scrittrice ha svolto attività come volontaria e ha tenuto laboratori di lettura e scrittura all'interno dell'Istituto Penale per Minorenni (IPM) "Pietro Siciliani" del Pratello, a Bologna. La prigione femminile descritta nel libro è frutto di invenzione letteraria, i dialoghi, le paure e la quotidianità dei personaggi derivano direttamente da ciò che l'autrice ha osservato tra i ragazzi ristretti.
Tutto si spiega. Alla faccia di mio marito che da sempre mi taccia di autobiografismo nei miei scritti. Lo scrittore è un osservatore delle vicende umane con una particolare sensibilità, o dono, a saper capire in profondità sentimenti veri, portandoli alla luce attraverso la scrittura.
Del libro ho letto le recensioni dei lettori su IBS e, pur riconoscendone l’interesse per la trama, a me non piace l’eccessivo uso della parola “cazzo”, praticamente quasi in ogni pagina. Non mi entusiasmano i due personaggi: lui, che è innocente in quanto non ha fatto male ad alcuno, è però una persona che distrugge sé stesso a seguito di un trauma di cui è stato vittima , peggio di lui, sua sorella. Una risposta non giustificabile l’abbrutimento di sé per reazione ad un dolore grande: ci possono essere altre reazioni, più nobili e dignitose. Anche lui dunque è un personaggio negativo per l’uso di droga, per il suo squallido rapporto con il sesso. Il sesso che permea tutto il libro. E’ evidentemente una realtà che riguarda molti, essendo un bisogno primordiale come la fame, ma da individuo senziente personalmente ho sempre tenuto sotto controllo cerebrale l’istinto primordiale legandolo solo ai sentimenti alti, come l’amore. Leggere che delle ragazzine concupissero dei maschi solo perché tali mi ha sgradevolmente colpito.. Poi mi sono tornate in mente alcune mie compagne di classe che, confinando la nostra scuola con il campo di allenamento dell’adiacente Caserma dei VV.FF., e specificatamente la nostra Aula con tutte le finestre su quel lato, si erano addirittura “fidanzate” con alcuni di quei ragazzi che allenavano i loro corpi sui vari attrezzi del campo e che erano giovani. Comunque molte passavano il tempo a guardarli e a sorridere loro. Io non l’ho mai fatto e tale comportamento mi sembrava sconveniente.
Naturalmente su ciascuno di noi un libro fa un effetto diverso. Mi è difficile, così come sono fatta, amare questi personaggi come ho visto scrivere da diversi lettori nelle loro recensioni. Non assolvo chi si arrotola su sé stesso di fronte ad un grande dolore. Non assolvo la dipendenza dei sentimenti dal sesso, ma amo il contrario: dai sentimenti può il sesso discendere.. Infine chi uccide non è uguale ad un altro che uccide: la motivazione fa un’enorme differenza morale. Il personaggio Vargas è sommamente comprensibile perché indotta essendo vittima che si ribella a ignobili sosprusi; ben diversa è la protagonista. L’assassino dunque può essere accettabile o meno a seconda della motivazione, ma sempre ci si aspetta, se non pentimento se vittima che ha reagito a soprusi, una consapevolezza morale della gravità del proprio gesto: mai rabbia cattiva, come invece nella protagonista permane visibile in diversi episodi e gesti.
