martedì 5 aprile 2011

Comunicato del Circolo Larus


LA SENTENZA DEL TRIBUNALE DI LATINA RESTITUISCE GIUSTIZIA AL TERRITORIO DEL PARCO NAZIONALE DEL CIRCEO E AI CITTADINI
COME IL CIRCOLO LARUS HA SEMPRE DENUNCIATO, LA DARSENA NEL LAGO DI PAOLA ERA COMPLETAMENTE ABUSIVA
La sentenza del Tribunale di Latina, che condanna l'amministratore della soc. IN LAND SEA per reati ambientali e paesaggistici sul Lago di Paola, luogo di straordinario valore naturalistico e sottoposto ad un regime vincolistico certo ed internazionale, è l'ennesima dimostrazione della fondatezza delle denunce presentate dal circolo Larus Legambiente e del complesso di abusi, illegalità e violenze ambientali che per anni hanno invece caratterizzato il Lago di Paola, le sue sponde e il territorio del Parco nazionale del Circeo.
Come sempre abbiamo sostenuto, quella darsena, insieme al complesso di infrastrutture a suo servizio e commerciali, era priva delle necessarie autorizzazioni, in primis del nulla osta dell'Ente Parco nazionale del Circeo. Non a caso proprio l'anno passato abbiamo voluto organizzare su quelle sponde e in quei locali, oggi per altro abbattuti, la nostra FestAmbiente, con l'intento di dare un segnale forte di riconquista del territorio, dopo anni di battaglie, alla libera fruizione dei cittadini, alla legalità e alla tutela ambientale. Proprio in quell'occasione fummo oggetto di deprecabili tentativi di intimidazione, prontamente rigettati, per via del nostro impegno in favore di legalità e ambiente. Questa sentenza è la migliore risposta a quanti, con arroganza e prepotenza, in quell'occasione posero in atto miserevoli tentativi atti ad impedirci il regolare svolgimento dell'iniziativa.
La magistratura di Latina, alla quale va tutto il nostro sostegno e plauso, con questa sentenza compie un atto di grande giustizia, restituendo verità e dignità ai cittadini e a quelle associazioni che da anni si battono per una gestione diversa del territorio e il ripristino della legalità. Soprattutto assesta un duro colpo alle abitudinarie condotte di alcuni, ispirate da logiche di pura speculazione, che intendono il Parco nazionale come una grande occasione per trarre profitto illegalmente a danno dell'ambiente e la legalità un optional di cui fare a meno.
Alla luce di quanto scritto, siamo convinti si debba aprire una discussione serena su una classe dirigente che presenta tra le sue file esponenti condannati per reati contro l'ambiente.
Si porgono cordiali e distinti saluti.
Il circolo Larus Legambiente di Sabaudia
Lago di Paola: Il ponte romano
Foto fatta da Rita Coltellese

domenica 3 aprile 2011

Lettere da "La Repubblica" del 3 novembre 2010

Prendo lo spunto da una lettera al quotidiano di una signora: Susanna Dan. Ella scrive la sua esperienza di cittadina con le istituzioni statali: "Qualche giorno fa ho ricevuto da Equitalia, agente della riscossione della provincia di Venezia, una lettera datata 27 luglio, con cui mi si comunicava che avevo diritto ad un rimborso di 116 euro. Tale rimborso doveva essere richiesto entro il 21 settembre. Peccato che la lettera mi sia arrivata solo il 30 ottobre! Delle due l'una: o le poste del terzo millennio impiegano oltre 3 mesi per recapitare una lettera a 20 km. di distanza o  Equitalia "fa la furba" per fare un po' di cassa. In ogni caso a rimetterci  è il cittadino (ma a chi importa?), sempre più vessato ed impotente." 

Ecco un episodio dei tanti che mettono in evidenza una realtà incomprensibile ed amara dell'Italia. Incomprensibile perché non si capisce cosa è che osta a che l'istituzione di turno, preposta ad esaminare la pratica fra il cittadino e l'istituzione medesima, faccia il suo dovere senza essere CONTRO il cittadino ma CON il cittadino. Chi stabilisce questo comportamento vessatorio contro il diritto del cittadino? E' una volontà superiore stabilita da regole imposte da Dirigenti di quell'istituzione? Con quale fine se non il calpestamento del diritto medesimo? Possibile che c'è un Dirigente, tanti Dirigenti, che decidono che bisogna fregare il cittadino? Non sarà invece che esistono tanti cittadini, Pubblici Impiegati, che al riparo della sicurezza del loro posto di lavoro impongono sadicamente, a chi sta dall'altra parte, il loro disservizio, il loro lavorare male? Non sarà una diffusa mentalità antidemocratica, incivile, individualista, del funzionario pubblico medio che ritiene non già di attuare bene l'espletamento della pratica, ma di farlo volutamente in modo sciatto, lento, tanto nulla accadrà di nocumento a lui? Non ho certezze sulla causa, ma so che è diffusa in tutti i settori della rete amministrativa di questo Paese. Fatti impensabili nelle società civili europee come, mi dicono, la Spagna o la Danimarca, per citare due paesi pur diversi, uno latino, l'altro scandinavo, qui da noi accadono senza vergogna di alcuno e fanno sentire il cittadino un suddito, senza  i più elementari diritti.
Episodi che, se non ci stancassero e non ci facessero rodere il fegato, potrebbero prestarsi al riso per la connotazione ridicola, grottesca a volte.
E, riflettendo, ci si accorge che cambiano i governi, le situazioni politiche, ma il trattare il cittadino come un essere senza diritti non cambia.
Due episodi, che riguardano lo stesso argomento, mi sono capitati a distanza di oltre 30 anni e sono entrambi emblematici di una realtà solo italiana.
Argomento: bollo auto. Oltre 30 anni fa un giorno pagai il bollo della nostra unica auto. Mio marito, senza telefonarmi, temendo che io mi fossi dimenticata della scadenza, lo pagò anche lui. Niente di male: presentai la richiesta di rimborso. Prima dovetti compilare un modulo all'Ufficio Postale, poi mi fu risposto che la Posta non poteva rimborsare il bollettino pagato ma che dovevo fare domanda all'Intendenza di Finanza di Via del Clementino, qui a Roma. Feci tutto e allegai la ricevuta in fotocopia dei due pagamenti, chiedendo il rimborso di uno essendo doppio. Il tutto fu inviato al costo di una raccomandata. Dopo 8 mesi arrivò una lettera dall'Intendenza di Finanza, ma non era il rimborso! Era una richiesta di Lire 800 di marche da bollo da inviare per raccomandata all'Intendenza medesima. Stupore! Ma ero in ballo e dovevo andare avanti, dunque inviai le marche con relativa spesa di raccomandata. Dopo un anno arrivò il rimborso: Lire 3.000 da andare a riscuotere soltanto in Via dei Mille, a Roma, presso la sede della Banca d'Italia, lì sita. Feci due conti e per il viaggio avrei speso di più. Dato che il bollo era stato di Lit. 11.400 ormai avevo speso già la metà della cifra nel tentativo di farmela rimborsare, ma non capivo il rimborso di sole Lit. 3.000. Telefonai, dunque, a Via del Clementino chiedendo spiegazioni: mi risposero che loro mi avevano rimborsato la parte del mio bollo auto che l'Intendenza aveva incassato, il resto l'aveva incassato l'ACI e per quella parte restante dovevo fare domanda, come avevo fatto con loro, all'ACI medesima. Ovvio che rinunciai. 
In un Paese normale avrebbero dovuto semplicemente effettuare il rimborso una volta verificato che per quel veicolo era stato pagato il bollo due volte per lo stesso periodo di tempo. Esattamente come quando verificano che, invece, non è stato pagato affatto e, in quel caso, scrivono al cittadino e chiedono la cifra + la mora. Perché questo non avvenga quando il cittadino ha pagato in più non si sa e torniamo ad interrogarci quale sia la volontà che vuole questo rapporto a senso unico.

Secondo episodio dei giorni nostri, ancora in corso: la pubblicità della Fiat invoglia ad acquistare un'auto GPL entro il 31/12/2008; rottamando un'auto da E0 ad E2 si poteva usufruire di uno sconto e dell'esenzione dal bollo auto per anni 3. Il tutto regolamentato da una legge dello Stato: n. 31/2008.
Acquistiamo l'Auto GPL E4 rottamando la nostra vecchia auto benzina che risponde ai requisiti normativi richiesti. Usufruiamo dello sconto e stiamo tranquilli per tre anni per il bollo, finché...... un giorno, casualmente, presso uno sportello ACI non scopriamo che, invece, l'auto GPL risulta sui loro terminali scoperta di bollo sia per il 2009 che per il 2010 e che dobbiamo pagare il tutto con la mora. Paghiamo poi cerchiamo di capire cosa sia accaduto. Una prima visita alla Guardia di Finanza di Frascati mi fa scoprire che anche loro sono impreparati. Un volenteroso maresciallo si mette al computer e cerca di capire cosa dice la legge, arrivando alla conclusione che avevamo diritto ma si è sbagliato, forse, il Concessionario. Ma il Concessionario invece ha svolto bene la pratica e sarà il servizio (efficiente!) di INFOBOLLO LAZIO a svelare l'arcano con una esauriente e-mail: la pratica è ferma presso il Ministero delle Finanze (da più di 2 anni!!) e, finché non l'avrà esaminata e non avrà decretato che l'acquisto aveva diritto a tutti i benefici di legge, la nostra auto risulterà sempre scoperta di bollo!! Abbiamo chiesto il rimborso dopo aver consultato un avvocato della Federconsumatori. Raccomandata, questa volta alla Regione Lazio, corredata da una denuncia presentata alla G.d.F.. Telefonate varie da cui si apprende che: due funzionari si palleggiano l'esame della pratica di rimborso, che ci vorrà da un anno ad un anno e mezzo ecc. ecc. ecc..  

martedì 29 marzo 2011

Arsenico nell'acqua potabile

L'Unione Europea, su richiesta della Regione Lazio, concede la deroga per il tasso di arsenico contenuto nell'acqua potabile. Una decisione che, fino al 31 dicembre 2012, eleva il limite massimo di arsenico nell'acqua potabile passandolo da 10 microgrammi/litro a 20 microgrammi/litro.

Questo l'incipit del messaggio inviato agli iscritti del Circolo Larus Legambiente Sabaudia.
E' un problema che investe molti comuni del Lazio: Albano Laziale ad esempio.
E' orribile che la cittadinanza debba pagare una bolletta dell'acqua che mina la sua salute e quella dei suoi bambini. Anche se i cittadini acquistano acqua in bottiglia per bere, per non morire e per non consentire che avvelenino i loro bambini, non possono evitare di lavare con quell'acqua le stoviglie, cuocerci la pasta, farsi la doccia ed il bagnetto al pupo. A poco a poco, di goccia in goccia, l'arsenico si depositerà nei loro organismi... E l'Unione Europea si fa complice di questo. Non solo l'Italia non va, ma anche l'Europa.

giovedì 10 marzo 2011

Racconto inedito

CIVILTA', INCIVILTA'


Scendendo in auto dalla Via dei Laghi verso Velletri lei esclamò: "Guarda Gaetano! Si vede il promontorio!"
"Sì, ho visto." Rispose lui continuando a guidare con lo sguardo sui tornanti. Aveva gettato una rapida occhiata all'incomparabile visione: in lontananza, dopo le dolci colline, si vedeva il mare, una striscia azzurra sfumata con il cielo e la sagoma inconfondibile del promontorio del Circeo.
Anna e Gaetano andavano, per l'ennesima volta, a nord di quel promontorio, per cercare di acquistare una casetta in quei luoghi che tanto amavano. I figli erano ormai sposati e loro potevano disporre di una piccola liquidità che, con un mutuo minimo, poteva consentire loro quell'acquisto.
Uno dei tre figli, un chirurgo, li aveva sconsigliati, preferendo il mare a nord di Roma. Loro avevano a lungo girato, ma alla fine si erano decisi: Sabaudia era bella, il mare pulito e facilmente raggiungibile da Roma, soprattutto dai Castelli Romani dove, molti anni prima, avevano scelto di abitare.
Avevano fatto varie prove: raramente trovavano file di auto sulla Via Appia. Certo la Pontina era un'altra cosa: file sempre.
Certo, se il loro figlio chirurgo voleva venire a Sabaudia, abitando a Roma Nord, doveva per forza percorrere la Pontina……
Ma anche se avessero scelto Ansedonia, come suggeriva lui, le file del rientro non sarebbero mancate nemmeno da quella parte……
Giunsero al Comune di Sabaudia. Avevano appuntamento con l'Amministratore Unico di una società di costruzioni che da due anni aveva incamerato ventimila euro da loro con la promessa di iniziare a costruire la sospirata casetta ma, per oscuri motivi,i lavori non iniziavano mai. Avrebbe dovuto sorgere in uno dei Consorzi a nord di Sabaudia. Due anni prima, uno dei due soci della società edile li aveva ricevuti dentro un casottino, dopo aver sparso in giro cartelli invitanti con numeri telefonici, ed aveva mostrato loro delle deliziose villette quadrifamiliari già costruite: "Ecco, la vostra verrà così!"
"Quando inizierete?"
"Ad ottobre!"
Era d'estate ed ottobre era vicino. Dettero un primo acconto e firmarono una promessa di vendita.
Passò l'autunno ed anche l'inverno, venne la primavera dell'anno successivo. In tutto quel tempo Anna telefonava al venditore chiedendo notizie sulla desiderata casa: quello rispondeva accampando scuse tecniche che riguardavano permessi vari che tardavano ad arrivare e, senza i quali, il Comune non poteva rilasciare la concessione edilizia. Anna gli obiettava che, quando avevano firmato la promessa di vendita, lui aveva detto di averla già la concessione edilizia. Ma il costruttore mise altre scuse che non convinsero l'anziana coppia. I figli cominciarono a rimproverarli di aver dato i loro soldi a persone inaffidabili. Il sogno si allontanava e cominciava ad avere un sapore amaro.
Ora, dopo due anni, avevano dato appuntamento al responsabile legale di quella dubbia società per una verifica all'interno del Comune, presso l'Ufficio Tecnico, a cui i due soci attribuivano ogni responsabilità.
L'uomo era lì ad attenderli. La sua gentilezza suonò falsa ed imbarazzata alla sensibile Anna. Salirono all'Ufficio Tecnico. Un cortese geometra, che Anna aveva già conosciuto l'anno precedente quando, comprensibilmente diffidente, era andata a verificare a che punto era la faccenda, li accolse. Con il costruttore si davano del "tu". Come un anno prima aveva sciorinato davanti ad Anna la pianta della lottizzazione, tranquillizzandola perché il terreno aveva una concessione per edificare molti metri cubi ed esortandola a spingere i costruttori a presentare il progetto prima possibile, ora aprì la pianta del progetto finalmente presentato. Le scuse addotte dai due soci per quel ritardo erano state le più svariate: il Comune che chiedeva modifiche al progetto originario, bisognava attendere l'uscita del Bollettino Regionale che dava nuove disposizioni ecc..
Finalmente il progetto era lì, mancavano piccole cose e la concessione sarebbe stata rilasciata: dopo due anni esatti. Ma Gaetano, guardando quei disegni aperti sulla scrivania del geometra, notò qualcosa che non tornava.
"Ma la nostra casa non ha finestre se non davanti…"
Il costruttore assunse un'aria molto imbarazzata e, allungando il collo per vedere meglio i disegni, disse:
"Dove? Ah, questa?"
"E' la nostra, no? - Disse con aria tesa Gaetano. - "Non era la numero sedici?"
"Beh… Sì, sì è questa." Dovette ammettere l'Amministratore Unico.
Il geometra assisteva in silenzio alla scena con aria distaccata.
"Ma noi abbiamo acquistato una porzione di una villetta quadrifamiliare e questa non è neppure una casa a schiera: ha le finestre solo sulla facciata e nei tre lati restanti è attaccata ad altre proprietà!"
" Beh… E' come se lo fosse…" Rispose senza convinzione il costruttore.
"Come sarebbe 'come se lo fosse'?!! - Intervenne a questo punto Anna con durezza.- "Noi acquistiamo una villetta quadrifamiliare 'come se lo fosse'?!! Ma stiamo scherzando? Sono due anni che ci portate in giro: ci avete abbindolato con la falsa notizia che avevate già la concessione…"
"Non sono stato io! E' stato il mio socio!" La interruppe l'uomo arrampicandosi sugli specchi.
Gaetano disse con fermezza; "Abbiamo dato i nostri soldi per una villetta quadrifamiliare come quelle che avete già costruite ed il suo socio ha detto chiaramente e davanti a testimoni che sarebbero venute identiche. Sul compromesso, che lei ha firmato, c'è scritto 'villa quadrifamiliare'… Dunque qui c'è un raggiro."
L'uomo si rivolse allora al geometra, chiedendo il suo aiuto: "Diglielo tu Antonio…" Ma quello assunse un'aria più che neutrale e disse: "Queste sono questioni che esulano dal mio Ufficio. Sono problemi che dovete risolvere fra voi…"
Allora il costruttore ammise: "Non c'era lo spazio e abbiamo dovuto accorpare e stringere le case.. Abbiamo dovuto cambiare il progetto…"
"Rivogliamo indietro i nostri soldi, non è la casa che abbiamo acquistato…"
La disputa continuò davanti al Comune, con grande sollievo del geometra che, esaurito il suo compito, fu felice che liberassero il suo ufficio.
"Fatemi causa, - minacciò il costruttore - e riavrete i vostri soldi fra dieci anni!"
Quell'anno presero in affitto una casa nel Consorzio vicino a quello dove avevano prenotato la villetta fantasma.
Pensarono seriamente di mettere la faccenda nelle mani di un avvocato amico di famiglia che, dunque, non sarebbe costato molto. I figli criticarono la loro dabbenaggine, il fatto che avevano accettato per due anni scuse su scuse.
Anna prese allora il Codice Civile e quello Penale e, pur non essendo laureata in legge, seppe stilare una lettera in cui chiedeva indietro i loro ventimila euro, altrimenti sarebbe scattata la denuncia per truffa.
Di fronte a questi argomenti convincenti l'Amministratore Unico riconsegnò la cifra, senza interessi naturalmente, continuando ad affermare che stavano perdendo 'un affare'. Quando Anna, riavuti i suoi soldi, gli rispose che con quella cifra si poteva comperare una vera villetta quadrifamiliare nel Consorzio dove aveva preso la casa in affitto per quell'estate, il costruttore fece con sufficienza:"Ma quello è il Consorzio dove stanno 'i neri'"
"E allora?" Chiese Anna sicura.
L'uomo assunse un'aria di superiorità e disse con ironia: "E' un'altra cosa rispetto al nostro Consorzio… Lì ci sono indiani, pakistani… Affittano a questi immigrati che lavorano nelle serre, per questo le case valgono meno."
Acquistarono la sospirata villetta, come la volevano loro, proprio in quel Consorzio. Era già costruita, finita e rifinita e non soltanto un castello nebuloso di parole ed un prato con l'erbetta…
Proprio accanto c'era una lottizzazione che, dopo varie vicende di fallimenti, era in mano a qualcuno che affittava ai tanto disprezzati 'neri'. Dapprima, influenzati dalle dicerie, ebbero qualche timore di eventuali furti. Fecero montare le inferriate alle finestre. "In fondo non ci stiamo sempre… - Si dissero - E poi ormai rubano dappertutto e non sono sempre e solo gli extracomunitari…"
Infatti in città ed altrove era tutto un fiorire di porte blindate, inferriate ed allarmi. E non certo solo a causa degli immigrati.
La piccola lottizzazione dove era la loro casa si popolò a poco a poco di italiani.
Sembrava un posto tranquillo, l'unico neo, secondo la gente, erano i 'neri'.
Anna era felice: dal suo balcone si vedeva il mare. Al di là della siepe, che il costruttore aveva fatto piantare per 'non vedere' i lavoratori delle serre, le arrivavano le loro voci, sentiva le loro telefonate con le famiglie lontane… Affetti che vivevano attraverso un cellulare… Vedeva i loro poveri panni stesi ad asciugare su fili tesi in modo non estetico, che tanto disturbava alcuni italiani, e provava una sottile malinconia nel guardare quegli uomini farsi il bucato da soli, a mano… Si lavavano con tubi di plastica per innaffiamento: docce improvvisate. Poi, quando non lavoravano, li vedeva passeggiare in gruppi, puliti e con gli abiti buoni.
"Si ubriacano." Le disse con una smorfia sulle labbra una donna che abitava lì intorno. Qualcuno sì, è vero, si ubriacava. Anna ne vedeva qualcuno seduto sul gradino del marciapiede con una bottiglia di birra in mano: gli occhi che la guardavano passare erano pieni di solitudine e di malinconia. Anna pensava a quanto è dura la vita per noi nei rapporti umani, a quante cose dobbiamo subire nel lavoro ed altrove, ma siamo nel nostro Paese, di cui dovremmo capire tutto, siamo fra gente che parla la nostra stessa lingua ed abbiamo le persone care vicine.... Forse, nella loro condizione, ci ubriacheremmo anche noi.
Non conoscendone i costumi non li salutava per prima, ma se qualcuno di loro le dava il "buongiorno" lei rispondeva con il saluto ed un sorriso.
Il loro vocìo era come un alveare vivo che teneva compagnia e gli odori della loro cucina speziata erano gradevoli e mettevano appetito.
"Le nostre case valgono di meno perché ci stanno 'questi'!" Diceva un tizio dall'accento del nord che usava parlare urlando.
Gaetano pensò, ma non lo disse, che gli indiani c'erano da prima che lui comperasse la casa lì, dunque perché l'aveva acquistata? Costui girava con un grosso fuoristrada e un giorno intimò ai due anziani coniugi "che dovevano mettere la loro auto dentro il loro giardinetto". Una pretesa intimidatoria ed assurda che i due ignorarono. Una mattina, però, trovarono la loro vecchia ma curata auto segnata da un ghirigoro fatto con la chiave e una strisciata sulla fiancata fatta con un blocchetto di cemento lasciato poco distante dagli operai del cantiere.
Un altro abitante, che dichiarava essere gli indiani incivili, disse, bontà sua, "che le auto si potevano tenere fuori dai cancelli, ma solo davanti alla propria casa". Anna gli fece notare che, qualora avessero fatto come lui minacciosamente intimava, lui e gli altri che abitavano nella parte interna del piccolo lotto, non sarebbero potuti passare con le loro auto, essendo la strada stretta. Il prepotente, non volendo ammettere che aveva parlato senza criterio, cercò di cavarsela dicendo:"Non fa niente, esco dall'altra parte!" "Ma è la stessa cosa se dall'altra parte mettono l'auto lungo il proprio muro di cinta." Osservò la donna con dolcezza. Incapace di ammettere di aver detto una sciocchezza, l'uomo si allontanò borbottando oscure minacce che suonavano più o meno così:"Poi non vi lamentate se trovate l'auto segnata..."
I figli di Anna e Gaetano venivano di rado e un giorno che, con loro grande gioia, uno di questi era venuto in visita, trovarono sul parabrezza della sua auto, perfettamente parcheggiata lungo il marciapiede della strada consortile, un biglietto malamente vergato con su scritto: "Parcheggiate davanti alle vostre case!" Il viso del giovane si rabbuiò: "Ma l'ho messa lungo il marciapiede, mica sta davanti ad un cancello!" Uscì un tizio da un cancello vicino e molto teso disse che il biglietto l'aveva messo lui. Il figlio di Anna e Gaetano cominciò ad arrabbiarsi sul serio per l'affronto ingiustificato e per le ragioni espresse dall'autore del biglietto, che si rivelarono assurde ed ingiustificate. "Questo è un condominio e ognuno mette l'auto lungo il marciapiede che sta lungo il proprio muro di cinta!" Anna stupefatta spiegò all'energumeno che non esisteva alcun condominio e che quella era la strada consortile, dunque poteva parcheggiare lì chiunque facesse parte del Consorzio e non soltanto quelli del loro lotto che, peraltro, non erano costituiti in condominio. Capì dalle risposte che quello non capiva la differenza fra Consorzio e condominio ma, alla fine, con pazienza lei glielo spiegò e sembrava aver capito.
Suo figlio comunque rimase molto contrariato e dopo le disse:
"Ma perché hai perso tempo a spiegare a quel "tutero" ciò che avrebbe dovuto sapere da solo?!" Rimproverò sua madre per la sua diplomazia. "Non capisco come fanno questi a comperarsi una casa senza capire niente!"
"Ma questi da dove vengono che pretendono che la strada prospiciente le loro case sia a loro esclusivo uso. Nessuno che sia nato e cresciuto a Roma, certo in centro e non in borgata, si sognerebbe mai di avere una simile idea!" Soggiunse Gaetano.
Questa era la comunità di italiani che disprezzava gli indiani, lavoratori delle serre a basso costo.
Uno di questi aveva piazzato una vecchia barchetta di alluminio dentro il proprio cortiletto e batteva tutto il giorno su di essa, per oscuri lavori, cavandone un clangore che si sentiva dal fondo della strada consortile. Nessuno protestava. Fra simili non si mordono. Quando non batteva sul guscio di alluminio urlava i suoi punti di vista parlando con il vicinato:"Questi se ne debbono andare!!" Intendeva gli extracomunitari.
La sua vecchia genitrice aggiungeva altri commenti all'argomento sempre urlando e la sera si intrattenevano fino a tardi senza curarsi dell'eventuale bisogno di riposo di altri. Spesso l'uomo dall'accento del nord litigava con sua madre, insultandola e bestemmiando, senza rispetto per il ruolo e per l'età, e lei gli rispondeva per le rime.
D'estate è dura stare con le finestre chiuse ed Anna e Gaetano non erano liberi di dormire o di leggere e, a volte, anche di parlarsi, perché il frastuono di coloro che si reputavano civili non lo consentiva.
Altra cosa era il gradevole vocìo di coloro che venivano considerati incivili.
Gli italiani usavano salutarsi e scherzare a voce elevata, parlando con pesante accento romanesco, o di qualche paesetto del frusinate, o dei paesi intorno a Roma.
D'estate la spazzatura presso i cassonetti era sparsa ovunque, eppure Anna riusciva a trovare un posto all'interno per il suo sacchetto. "Sono gli indiani!" Diceva qualcuno. Al cambio di stagione apparivano rifiuti speciali quali: lavatrici, televisori, materassi, porte rotte con vetri e similia. Eppure, dicevano fra loro Anna e Gaetano, esisteva un numero telefonico del Comune a cui rivolgersi per quel tipo di rifiuti. Difficile pensare che appartenessero agli indiani...
D'inverno i due andavano spesso nella loro casetta e.... caso strano, quei rifiuti non c'erano. Ma gli indiani però sì. Tutto era più pulito e più vivibile.
"Loro vengono da Paesi dove sicuramente la raccolta dei rifiuti non c'è ovunque, sarebbero anche giustificati se dovessero abituarsi ai nostri costumi, ma questo schifo dell'immondizia ormai è ovunque in Italia, anche dove non esistono insediamenti di extracomunitari, dunque gli italiani sono ingiustificabili, avendo da sempre il servizio di ritiro rifiuti." Commentava Anna che, da ecologista, soffriva molto il fenomeno di imbarbarimento degli italici costumi.
Erano delusi. La spiaggia che tanto amavano aveva, sparsa, immondizia stanziale. Rari erano i bidoni di raccolta dei rifiuti e, in settembre, quando i piccoli bar, che avevano in concessione brevi tratti di arenile, smontavano e andavano via, la sporcizia aumentava.
Le dune, meravigliose in primavera con i fiori, erano insultate dalla presenza di bottiglie di plastica e vetro, lattine arrugginite ed altro ancora.
"Ma non dovrebbe pulire il Comune?" Si chiedeva desolata Anna.
"Dovrebbe." Rispondeva suo marito.
"Mi hanno detto che i soldi dei parcheggi sul lungomare servono a mantenere puliti dieci chilometri di spiaggia..."
"Forse. Ma i fatti smentiscono questa affermazione." Diceva suo marito.
"Dovrebbero multare chi insudicia." Diceva lei.
"....che non sono certo i poveri indiani-pakistani...- diceva lui - Loro non fanno i bagnanti."


martedì 8 marzo 2011

26 febbraio 2011 Sabaudia

Sempre Sabaudia, luogo magico...........
Attenti a chi vuole rubarle la magia per farne altro.......

sabato 26 febbraio 2011

YARA GAMBIRASIO

Yara è stata ritrovata: morta. E' uscita di casa per un breve tratto di strada ed ha incontrato "il Lupo" che l'ha ridotta ad una mummia riconoscibile solo per gli abiti e l'apparecchio per i denti: per averli a posto in un futuro che la belva immonda che ha incontrato le ha rubato. L'ha strappata alla sua carne viva, alla sua tenera allegria di vivere, all'amore dei suoi genitori, fratelli e di quanti l'amavano solo per una probabile malata pulsione sessuale. Le fiere che uccidono per questo sono sempre esistite, frammiste al genere umano di cui hanno solo l'aspetto e, dunque, purtroppo esisteranno sempre. La storia è costellata di questi delitti, senza tempo e luogo.... A noi tutti resta il dolore e un grido che invoca non già giustizia, perché il danno è tale e così orrido che nessun processo può ripararlo, ma l'annientamento della belva in sembianze di uomo che si aggira fra di noi.

domenica 20 febbraio 2011

Poesia Edita da Giulio Perrone Editore su "Fili di Parole" 2008

"La Caduta"

L'ultima illusione è caduta
come cade la sera
sulle cose rendendole grigie.
La realtà è pesante, senza
speranza. Vuota è l'anima
di risorse nuove, stanca
si trascina ancorata al dovere
di vivere. Non c'è amore,
né pietà negli occhi degli uomini,
solo indifferenza o attesa
della tua caduta.

sabato 12 febbraio 2011

Altra poesia inedita: in memoria di Miano

A Miano

Un attimo è stato,
un grido e dal cielo,
che tu guardavi su,
dov'era tuo padre,
è scesa la morte
c'ha spento gli occhi
tuoi verdi e sinceri.
Miano... che dolore
per noi tutti quanti
siamo che t'amammo.
Non abbiamo pace
né risposte a ciò.
Portiamo nel cuore
sol il tuo sorriso.

(Pisa, 6 aprile 1993 - verso senario)

RICORDO, A CHI LO VOLESSE, CHE SI POSSONO
RICHIEDERE I MIEI LIBRI INVIANDO UNA SEMPLICE E-MAIL DAL MIO PROFILO: Normalità Apparente, essendo scaduto il contratto con l'Editore, è reperibile in poche copie presso di me; Il Romanzo dell'Università, idem, ma è reperibile ancora presso la libreria Feltrinelli di Roma, Galleria Alberto Sordi. 

giovedì 3 febbraio 2011

François Cheng

Ho avuto l'onore di conoscere una Grande Anima: François Cheng, scrittore, Poeta, calligrafo, Accademico di Francia.  Qui sotto il link dell'articolo sulla rivista "Color City".

http://www.colorcity.info/index.php?option=com_content&view=article&id=27%3Acheng&catid=12%3Acultura&Itemid=6

martedì 25 gennaio 2011

Ottime le fonti energetiche rinnovabili ma non sufficienti

Il sito di Antonio Di Pietro, come quello di Italia dei Valori, ha una censura: passano commenti pieni di volgarità nonostante i 7 punti delle Regole per Commentare, ma non passano opinioni che non sono consone con le scelte del partito. Non è un bel segnale di trasparenza, tanto evocata a parole. Ho provato in entrambi i siti a commentare quanto detto da Lotti, che ha paragonato la scelta nucleare dell'Iran, che secondo lui noi non possiamo osteggiare se poi in Italia progettiamo di fare le centrali nucleari, con questa eventuale scelta italiana. Ho detto che l'Iran vuole tirare la bomba nucleare su Israele, lo sanno tutti, e non c'entra con il voler produrre energia in un Paese come l'Italia che non ha petrolio, non ha metano, non ha niente e sente il peso enorme della voce ENERGIA nella bilancia dei pagamenti. Ormai abbiamo perso quello che avevamo preparato per quella scelta, anche in termine di figure professionali, ed oggi è antieconomica. Ma le rinnovabili, ottime, non ce la faranno mai a mandare avanti le catene di montaggio delle industrie. Ci rimane la moda, il turismo, spaghetti e mandolino, a cui forse basteranno le rinnovabili.