martedì 24 novembre 2015

Valeria è diventata un simbolo

Valeria veniva da una famiglia laica ed è stata uccisa in nome di un Allah che non esiste.
La cerimonia di addio che l'Italia ha voluto decretarle è stata bellissima, commovente ed emblematica.
E' stata l'emblema di quello che i suoi genitori, colti, intelligenti e di nobilissimi sentimenti umani, le avevano dato e l'Italia delle Istituzioni si è ritrovata, una volta tanto, in una manifestazione che è un messaggio di amore umano e di civiltà.
Bellissimo l'intervento delle tre religioni che si ispirano ad un Dio unico e diversamente concepito in un funerale che era però laico.
Valeria era la figlia e la nipote di tutti noi, ha detto una signora presente nella Piazza S.Marco in mezzo ad una folla commossa, ed è vero: i figli che si impegnano, studiano, cercano di crescere anche all'estero con dottorati di ricerca, stage e lavoro. Valeria era impegnata anche nel sociale come volontaria di Emergency.
Come accadde anche con i nazisti che soffocarono tante anime belle, una fra esse, anche lei simbolo, Anna Frank, così dei rozzi bruti, che nulla hanno capito della vita e sanno solo usare le armi per distruggere, hanno spento Valeria in un momento di svago rubato ad una vita di impegno.

sabato 21 novembre 2015

Preside "sceriffo" o galeotto per forza?


Da: "Il Centro" 11 novembre 2015


L'Aquila, in carcere Livio Bearzi, ex preside del Convitto

Nel crollo morirono tre studenti, deve scontare una condanna definitiva di quattro anni. Il suo legale: «Anche lui è una vittima del terremoto»
L’AQUILA. A sei anni e mezzo dal terremoto arriva il primo arresto legato ai crolli con vittime. Il friulano Livio Bearzi, 58 anni, che la notte del 6 aprile 2009 era il preside del Convitto nazionale “Domenico Cotugno”, da ieri è in una cella del carcere di via Spalato a Udine.
Livio Bearzi
La polizia lo ha raggiunto nella sua casa di Cividale per notificargli l’ordine di carcerazione emesso dalla Procura generale della Corte d’Appello dell’Aquila. È stata così data esecuzione – dagli agenti della squadra mobile e del commissariato di Cividale – alla sentenza definitiva di condanna a quattro anni di reclusione (più la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni) emessa dalla Cassazione il 23 ottobre scorso.
Il pronunciamento è stato l’ultimo atto di un procedimento giudiziario che vedeva Bearzi imputato per omicidio colposo plurimo e lesioni personali.
Nel crollo del Convitto nazionale persero la vita Luigi Cellini, 15 anni di Trasacco, e due studenti stranieri, Ondreiy NouzovskyMarta Zelena, rispettivamente di 14 e 16 anni. Altri due ragazzini rimasero feriti.
Il procedimento vedeva imputato anche Vincenzo Mazzotta, dirigente della Provincia dell’Aquila, condannato a 30 mesi dai giudici della Suprema corte.
Al preside Bearzi sono state contestate la mancata ristrutturazione del vecchio edificio dell’Aquila (costruito nell’Ottocento) e l’assenza di un piano per la sicurezza.
In sintesi, ricordando le motivazioni dei giudici d’Appello che sostanzialmente ricalcano quanto avevano già evidenziato i colleghi di primo grado, al dirigente friulano è stata attribuita una «totale inerzia, a fronte di una situazione di evidente rischio per le condizioni in cui versava la palazzina, in presenza dello stillicidio di scosse». La sua colpa, sempre secondo i giudici, è stata quella di «omettere di valutare l’enorme pericolo incombente sul vetusto palazzo e il sol fatto di avere consentito la prosecuzione dell’attività».
Già durante il processo di primo grado, il giudice Giuseppe Grieco, in trenta pagine di motivazioni depositate a inizio 2013, aveva più volte evocato la «negligenza».
«Bearzi» secondo Grieco, «operò in totale spregio del piano di sicurezza vigente e delle più elementari norme cautelari. La mancata evacuazione dell’edificio, protrattasi per un intollerabile lasso temporale, rappresenta il punto nodale della sua responsabilità».
«Rispettiamo la decisione della magistratura, a tempo debito presenteremo le istanze per l’eventuale applicazione di misure alternativa al carcere, visto che per l’entità della pena, superiore a tre anni, il mio assistito non è rientrato nei benefìci di legge», commenta l’avvocato Paolo Enrico Guidobaldi, difensore di Bearzi. «Ho un grande magone. Perché se è vero che a tre famiglie è stata inflitta la sofferenza più profonda che ci può essere, quella di perdere un figlio, una sofferenza per la quale ci vuole rispetto a partecipazione, è anche vero che pure la situazione del dottor Bearzi è dolorosa. Anche lui in qualche modo è una vittima del terremoto. Anzi di tre terremoti. Dopo essere sopravvissuto ai due che hanno colpito il Friuli nel ‘76, è stato segnato definitivamente da quello dell’Aquila. È una persona eccezionale e finora ha saputo sopportare tutta questa vicenda con estrema dignità. La legge 107 di quest’anno, quella sulla cosiddetta Buona scuola, individua nel dirigente scolastico il responsabile della sicurezza. E di certo la sentenza sul caso Bearzi ha anticipato tale orientamento. Esprimo vicinanza ai familiari di tutti coloro che hanno trovato la morte in un evento così tragico».
Dal Friuli tanti messaggi di solidarietà a Bearzi, che fino a pochi giorni fa era il preside dell’istituto comprensivo più grande di Udine e faceva il reggente ad Ajello. «Il preside Livio Bearzi ha la nostra stima e la nostra solidarietà umana e professionale» la parole di Nerina D’Angelo, vicepreside. «È una brava persona», scrive un’insegnante
su Facebook, «e un dipendente dello Stato coscienzioso che paga per tutti. Con le nefandezze che si sono viste e sentite a L’Aquila, lui, preside lì da pochi mesi, doveva prevedere il terremoto e ristrutturare uno stabile? Da brividi. Tenga duro, preside!».


Può il Preside ristrutturare uno stabile di proprietà dello Stato?
NO, non può.
Egli può soltanto SEGNALARE le criticità dell'edificio alla Provincia, se è Scuola Superiore, al Comune se è Scuola Inferiore. Provincia e Comune sono gli Enti di competenza.
Perché dunque dei magistrati hanno distrutto la vita di quest'uomo di 58 anni sbattendolo in carcere per  4  anni e dandogli l'interdizione dai Pubblici Uffici per altri 5?
Non avendo davanti a me il dispositivo della sentenza di condanna ma solo notizie giornalistiche, spesso imprecise e contraddittorie, mi fermo a quelle scarne righe che dicono che i testimoni hanno riportato la sua ostinazione a far rimanere i ragazzi nell'edificio invece di dichiararne l'inagibilità.
Non ho alcuna fiducia nella magistratura per fatti ripetuti e ripetuti che ho visto nella mia lunga vita: eppure spero che codesti magistrati abbiano correttamente valutato le RESPONSABILITA' del Preside e gli STRUMENTI CHE LA LEGGE GLI METTE A DISPOSIZIONE PER ATTUARLE.
Mi spiego meglio: se lo Stato mi affida delle Responsabilità DEVE anche darmi gli STRUMENTI per esercitarle. Altrimenti è uno Stato Despota che scarica sulle mie spalle pesi che SONO di Altre Istituzioni e ai quali io non sono in condizione di sopperire, ANCHE VOLENDO, in quanto lo Stato medesimo non me ne da la POSSIBILITA'.
Questo Preside poteva scrivere alla Provincia dichiarando le criticità dell'edificio e chiedendo il suo intervento. Lo ha fatto?
Se non l'ha fatto è colpevole.
Mi informano però che lo stragrande numero degli edifici scolastici Italiani hanno delle criticità: più o meno gravi. In conseguenza di ciò ad inizio anno ogni Preside stila un documento segnalando al Ministero della Pubblica Istruzione e all'Ente preposto alla manutenzione degli edifici scolastici tutto ciò che per LEGGE dello STATO manca.
E' sistema standardizzato che il Ministero, pur sapendolo, NON fa NULLA e i Comuni e le Province (ora anche abolite!)  NIENTE AFFATTO.
Cosa deve fare il Preside a cui certe teste vuote hanno affibbiato la stella di "Sceriffo"?
Può, sotto la sua Responsabilità, dichiarare CHE LA SCUOLA NON E' AGIBILE, elencando i motivi di LEGGE di tale inagibilità!
Ma qui, che è l'unica strada per non fare la fine del Preside del Convitto de L'Aquila, interviene un altro reato: INTERRUZIONE DI PUBBLICO SERVIZIO!
Infatti, se i Presidi, data la precaria situazione degli Edifici Scolastici, attuassero la giusta chiusura in mancanza dei requisiti che la LEGGE stessa chiede per l'agibilità, mezza Italia resterebbe con le Scuole chiuse.
E allora?
Allora, come quasi tutto, il Carrozzone Italia, lento ed inefficiente a parte rari settori, VA AVANTI COSI' NELLA PRECARIETA' E SPERANDO CHE NON ACCADA NULLA DI GRAVE, nel qual caso però un capro espiatorio si trova sempre: IL PRESIDE.
Dunque ma che Sceriffo! Questa figura con la Buona Scuola, soprattutto, è stata messa in una posizione tale di Responsabilità SENZA la possibilità di attuarle, che più che Sceriffo è un sicuro galeotto!
Ora il povero Preside del Convitto de L'Aquila arrivato da soli tre mesi come può essere il VERO colpevole della morte dei tre ragazzi?
Eppure il Dirigente della Provincia ha preso una pena inferiore alla sua!
PERCHE' LA PROVINCIA DE L'AQUILA NON HA STABILITO L'INAGIBILITA' DELL'EDIFICIO?
EPPURE ERA DELLA PROVINCIA IL COMPITO DELLA SUA MANUTENZIONE.
IL PRESIDE E' UN GEOMETRA? E' UN INGEGNERE EDILE?
COME MAI GLI SI CHIEDONO COMPETENZE IN MATERIA DI EDILIZIA?
EGLI PUO' SOLO FARE UNA VALUTAZIONE DI BUONSENSO COME CIASCUNO DI NOI: NULLA DI PIU'.
Dunque appare folle lo scarico che lo STATO fa ipocritamente sulle spalle di chi ha e deve avere competenze essenzialmente educative e incomprensibile la sentenza che stronca per sempre la vita di questo poveruomo.

Da: Orizzonte Scuola
"A pochi giorni dalla Giornata nazionale della sicurezza nelle scuole, il 22 novembre, ho depositato oggi un'interrogazione ai ministri dell'Istruzione, della Giustizia, del Lavoro e delle Politiche sociali, per risolvere sul piano legislativo gli aspetti controversi dell'applicazione della Legge sulla sicurezza in ambito scolastico".
Lo afferma la parlamentare Serena Pellegrino (SI-SEL) vicepresidente della commissione Ambiente a Montecitorio.
"La sentenza della Corte di Cassazione, che ha confermato la condanna di Livio Bearzi per le tragiche morti di tre ragazzi a causa del crollo del Convitto nazionale de L'Aquila durante il terremoto del 2009 - prosegue Pellegrino - ha evidenziato l'urgenza di una revisione delle norme vigenti, che attribuiscono ai dirigenti scolastici responsabilita' in ordine alla sicurezza e manutenzione degli edifici scolastici esorbitanti dalle loro effettive competenze e possibilita' di intervento, ordinario e straordinario, rispetto le inadeguatezze e i rischi delle strutture. La gestione della sicurezza nelle scuole promana dalla Legge sulla sicurezza nel Lavoro: ma le scuole non sono aziende, i nostri figli non sono dei lavoratori e i loro presidi non sono datori di lavoro, gli strumenti di tutela e prevenzione e l'attribuzione delle relative responsabilita' vanno rimodulati sulla specificita' del contesto''.
ALCUNI PASSI DELLA SENTENZA BEARZI RIPORTATI DAI QUOTIDIANI:
A rendere il quadro «inequivocabile», a parere della Corte, sono state le testimonianze dei ragazzi scampati alla tragedia. «Vi erano già state infiltrazioni d’acqua - scrivono i giudici -, crepe sui muri, cadute di intonaco e “metà tetto giù” in una stanza e certamente fu tale allarmante precarietà che destò panico nei ragazzi, il cui racconto dipinge con efficacia tutta la drammaticità di quel momento, affrontato dal Bearzi in modo scellerato».
Di eclatante evidenza «la mancata adozione di una qualche misura di salvaguardia degli alloggianti e, in particolare, lo sgombero del convitto». Che sarebbe dovuto avvenire anche senza autorizzazione dei genitori, aggiungono i magistrati, «vista la contingenza di elevatissima urgenza» e derivando al dirigente scolastico, nell’esercizio della propria funzione educativa, «uno specifico e ulteriore obbligo di protezione».
Dall’istruttoria dibattimentale era emerso come Bearzi «avesse in pratica costretto i ragazzi minorenni che avevano chiesto di andarsene a restare, dicendo loro “male che vada, domani siamo tutti morti”».
Per il procuratore generale, si trattò di «crolli annunciati». Realizzato nella prima metà dell’800, l’edificio si presentava ormai fatiscente e - relazioni tecniche alla mano - in condizioni di «inadeguatezza statico-strutturale» in diverse sue parti, oltre che privo di una serie di certificati obbligatori.
«Da tempo - si legge nelle motivazioni - avrebbe dovuto esserne decisa la chiusura e la sistemazione». Interventi di consolidamento di cui, a parere dell’Appello, avrebbe dovuto occuparsi lo stesso Bearzi. «L’obbligo della Provincia di provvedere alla manutenzione straordinaria - scrivono i giudici - non esclude certo quello a carico del dirigente scolastico, al vertice dell’ente proprietario e quindi custode dell’immobile».

QUESTI I COMPITI, LE RESPONSABILITA' E GLI OBBLIGHI IN CAPO AI PRESIDI STABILITI DALLA LEGGE SULLA "BUONA SCUOLA": colpisce la PRETESA dello STATO a fronte della TOTALE ASSENZA DI STRUMENTI per attuare tali pretese.
Per contro la LEGGE sulla DIRIGENZA PUBBLICA esclude i Dirigenti Scolastici (Presidi) e i Dirigenti Medici (gli unici esposti penalmente) dai medesimi BENEFICI economici dei Dirigenti Burocrati dei Ministeri e degli Enti Pubblici in generale, che difficilmente rispondono di qualcosa. 

(1) Responsabili per l’organizzazione, la gestione e la rendicontazione delle Istituzioni scolastiche statali eroganti servizio pubblico, con un numero considerevole di dipendenti mediamente 100 a fronte dei Dirigenti che dirigono Uffici pubblici composti mediamente da 10 unità; 
(2) Responsabili, come datori di lavoro, nel Sistema di prevenzione e protezione delle Istituzioni scolastiche e di quanto attiene la sicurezza degli edifici scolastici, della gestione dei rapporti interistituzionali finalizzati alla “gestione della sicurezza” (EE.LL., territorio etc..); (D.lgs n.81/2008 e successive integrazioni); 
(3) Rappresentanti la Parte Pubblica, ovvero lo Stato italiano, nel tavolo di contrattazione sindacale; 
(4) Responsabili, nella contrattazione, per quanto riguarda le materie dell’informazione preventiva e successiva, per la regolare applicazione del contratto e per la redazione della relazione pubblica di accompagnamento dello stesso contratto integrativo; 
(5) Responsabili per tutte le procedure della privacy D.lgs n. 196/2003; 
(6) Responsabili dell’applicazione delle norme sul trattamento dati come per la trasparenza, l’anticorruzione, la semplificazione, la dematerializzazione con realizzazione dei siti scolastici nuovi albi pretori D.lgs n. 33/2013; 
(7) Responsabili delle procedure di indizione e svolgimento dei bandi di gara finalizzati all’erogazione dei servizi; 
(8) Sottoscrittori di contratti di lavoro, nonché di tutti i contratti che regolano la vita scolastica; 
(9) Responsabili della gestione dei TFR, dei pensionamenti, delle ricostruzioni di carriera del personale, delle graduatorie docenti e alunni e dei contenziosi; 
(10) Datori di lavoro nell’applicazione dei regolamenti disciplinari docenti e ATA e per l’applicazione delle sanzioni ai dipendenti fino a dieci giorni di sospensione dall’attività lavorativa; 
(11) Nominati con delega dall’Amministrazione in qualità di difensori del MIUR in contenziosi amministrativi e civili; 
(12) Responsabili per la redazione del Programma annuale, dei risultati perseguiti mediante questo e della regolarità amministrativa e finanziaria da sottoporre ai revisori dei conti mediante dettagliate relazioni di accompagnamento sia del Programma annuale che del Conto consuntivo 
(13) Responsabili per il buon andamento degli OO.CC. sia in qualità di Presidenti e coordinatori del Collegio docenti e della Giunta esecutiva che come garanti della sollecita e corretta regolarità nell’applicazione delle delibere dei Consigli d’Istituto; 
(14) Responsabili del PAI (Piano annuale di Inclusione), dell'integrazione degli alunni con disabilità, della gestione dei casi di alunni con Bisogni Educativi Speciali pur nella concreta difficoltà di garantire il diritto al sostegno didattico in assenza di organico e con l’obbligo di doverlo assicurare in applicazione delle sentenze del TAR che seguono i ricorsi presentati dalle famiglie; 
(15) Responsabilità in merito all’esecuzione degli opportuni interventi programmati dal GLI e dei GLH Operativi e ai rapporti con le ASL, le cooperative degli assistenti igienico-sanitari, educativi e tecnici; 
(16) Presidenti dei consigli di classe, degli scrutini quadrimestrali e finali; (17)Presidenti del Comitato di valutazione del servizio dei docenti e Referenti per il Gruppo di lavoro sull’Inclusione; 
(18) Responsabili del sistema di valutazione e autovalutazione (prove Invalsi, questionari scuola, RAV...) e dei risultati complessivi raggiunti in riferimento agli obiettivi previsti nel piano dell’offerta formativa da rendicontare all’utenza; 
(19) Curatori dei rapporti con gli Enti istituzionali esterni e rappresentanti legali dell’Istituzione scolastica 13 nelle reti territoriali orizzontali e verticali; 
(20) Preposti all’organizzazione di tutti gli Uffici, anche degli Uffici di segreteria (D.lgs n.150/2009); (21)Presidenti, a titolo gratuito, ma obbligatorio (in quanto incaricati d’Ufficio), delle Commissioni d’esame di Stato di sc. secondaria di I grado in altra Istituzione per il mese di Giugno e di fatto responsabili per tutta la durata degli esami di quanto accade in due differenti Istituzioni scolastiche.

È lecito quindi porsi la solita domanda dalla ovvia risposta: perché un Dirigente Scolastico non deve trovare il giusto inquadramento in riferimento alle responsabilità sopra elencate ed essere relegato fuori dalla dirigenza pubblica (ruolo unico) con tutto quello che questo comporta anche a livello stipendiale oltre che ovviamente motivazionale? Si impone quindi una revisione completa, come detto, sia dal punto di vista dell’inquadramento professionale sia dal punto di vista economico per questa figura di Dirigente, suo malgrado Manager.
https://librinovellepoesie.blogspot.com/2014/11/renzi-e-le-ingiustizie-sulla-dirigenza.html

venerdì 20 novembre 2015

Il ricordo di un Professore del suo Studente morto

Marcofabio Righini: Ottica e Stelle

Siamo qui riuniti per assegnare un premio. Ma nello stesso tempo siamo riuniti per ricordare un collega, un amico.
Vogliamo con questo premio, che speriamo si rinnovi nel tempo, ricordare uno scienziato che per troppo poco tempo ha lavorato con noi, ma che nonostante ciò ha lasciato una traccia. Marcofabio Righini ha lasciato una traccia che non desideriamo vada perduta.
Il mio intervento non riguarda lavori scientifici in ottica od altro, lascio questo compito ai miei colleghi, a coloro che hanno condiviso le ultime ricerche di Marcofabio o che hanno operato in campi affini.
Io vi vorrei parlare di un tempo lontano, lontano ormai più  di 20 anni.
Eravamo nel 1984 quando proposi per l’esame di Laboratorio del IV anno del corso di laurea in Fisica alla Università  La Sapienza, alcune esperienze di astronomia da svolgere utilizzando il telescopio dell’Istituto di Astrofisica Spaziale e gli strumenti di rivelazione ad esso connessi.
Si presentarono molti studenti e fra loro notai subito un ragazzo alto, prestante, con lo sguardo aperto e sempre sorridente.
Fu così che conobbi Marcofabio Righini.
L’esperienza si svolse regolarmente, l’esame ebbe risultati positivi ed io ebbi modo di apprezzare il lavoro di quello studente che alla serietà dell’impegno univa sempre un atteggiamento allegro, direi quasi gioioso nei rapporti con gli altri.
Circa un anno dopo, nel frattempo Marcofabio aveva quasi terminato i suoi esami, lo ricontattai per proporgli un argomento di tesi per la laurea. Accettò, come sempre con entusiasmo.
Si trattava di un lavoro difficile. Era un momento di transizione in cui i rivelatori astronomici stavano subendo una evoluzione epocale. Le lastre fotografiche che avevano dominato l’acquisizione delle immagini in astronomia per quasi 90 anni e con le quali erano state effettuate la maggior parte delle misure di posizione, di fotometria, di spettroscopia dell’astronomia moderna stavano lasciando il posto ai rivelatori CCD.
Non si trattava certo delle CCD attuali; erano degli oggetti a bassa definizione, pieni di difetti di riga e di pixel. Costosi perché prodotti solo per applicazioni particolari, coprivano un campo modestissimo rispetto alle lastre fotografiche: ma avevano una efficienza quantica eccezionale per l’epoca.
Potevano arrivare con dei coatings particolari al (30-40)% su quasi tutta la banda ottica, contro il (2-3)% delle lastre fotografiche (più recentemente con le CCD cosiddette back-illuminated si arrivava al (85-90)% coprendo anche l’UV vicino).
Valeva la pena quindi fare qualsiasi sforzo per utilizzarle. E di sforzi se ne dovevano fare di notevoli poiché le immagini ottenute in forma digitale (oggi è del tutto ovvio, ma allora non era così), dovevano essere acquisite, dal rivelatore, elaborate e visualizzate con i mezzi di calcolo dell’epoca.
Eravamo nel 1986, la Intel aveva prodotto l’80286 a 4MHz ma la maggior parte dei computer IBM montava ancora l’80186, e la Motorola aveva prodotto il 68000 a 8 MHz che sembrava un miracolo perché indirizzava a 32 bit.
Le elaborazioni di immagini si potevano fare solo con dei Main Frames e software specifici per astronomia non ne esistevano che uno  o due al mondo. In Italia uno di questi girava nel VAX dell’Istituto di Astronomia di Padova, ed un altro nel VAX dell’Istituto di Astronomia di Roma all’Università La Sapienza.
Per dare un'idea del momento che sto descrivendo basti pensare che per visualizzare una immagine di appena 512x512 pixel a 16 bit/pixel, uno di questi Main Frames poteva impiegare decine di secondi. Non parliamo poi del tempo necessario per fare anche semplici elaborazioni, valutabili in alcuni minuti/frame.
In questo contesto proposi a Marcofabio di utilizzare un rivelatore CCD che io ed altri collaboratori stavamo mettendo a punto per il telescopio Schmidt di Campo Imperatore, per rivelare in tempo reale l'esplosione di Supernovae in galassie esterne. All'epoca si conoscevano solo alcune centinaia di questi eventi ed il loro studio spettroscopico nelle fasi iniziali dell'esplosione era limitato a poche decine di oggetti. Riuscire a rivelarli in tempo reale avrebbe significato aumentare enormemente la statistica e conoscere in modo dettagliato la fisica dei primi istanti di dell'esplosione.
Questi eventi erano, e sono tuttora, fondamentali nel ricostruire l'origine di moltissime caratteristiche dell'attuale Universo: dalla distinzione delle diverse popolazioni stellari, all'origine di molte nebulose galattiche, degli elementi
pesanti, dei raggi cosmici, ed addirittura alla definizione di candele standard per la misura delle distanze cosmologiche, e molto altro ancora.
Per fare questo, era necessario disporre di un opportuno rivelatore con un campo relativamente grande, un telescopio ed un sito astronomico con la giusta profondità di rivelazione, un sistema di acquisizione, controllo, ed elaborazione delle immagini che lavorasse in tempo reale.
Le statistiche di accadimento di questi eventi suggerivano che per avere dei risultati significativi senza aspettare mesi o anni si dovevano studiare e misurare alcune centinaia di galassie esterne per notte.
Quindi:
*       si doveva realizzare uno strumento di rivelazione affidabile,
*     lo si doveva installare al fuoco di un telescopio al largo campo come un telescopio Schmidt, e questo non era mai stato tentato prima,
*   per ogni campo di galassie appena acquisito si doveva rinormalizzare l'immagine in tempo reale, ed elaborarla,
*       si doveva verificare tramite la misura fotometrica di tutta la galassia divisa in opportuni settori la presenza o meno di un evento, confrontando sempre in tempo reale i risultati con misure della stessa galassia ottenute in notti precedenti,
*     passare in caso negativo ad altro campo con un controllo automatico del puntamento del telescopio.
Tutto questo non poteva essere fatto con dei Main Frames ma con processori dedicati, che lavorassero appunto in tempo reale. La scelta era già caduta sui processori Motorola 68000, ma la scrittura del software per motivi di velocità non poteva essere fatta che in assembler, con una gestione capillare perfino del singolo pixel dell'immagine.
Era una tesi con degli obbiettivi da far tremare i polsi.
Marcofabio si mise subito al lavoro. E lavorammo insieme, per molti mesi, alternando la scrittura di decine e decine di routine assembler ai collaudi con immagini di prova prese al telescopio da 40 cm  che avevamo a Monteporzio.
Lavorammo duramente.
Non ricordo tuttavia quel periodo come un periodo pesante. A volte alcune sue battute riuscivano a risollevarci, nonostante che i problemi e le difficoltà si succedessero continuamente.
Anche le discussioni erano piacevoli. Si arrivava quasi sempre ad una conclusione condivisa, e quando ciò non avveniva, si riusciva sempre a mantenere il rispetto reciproco. Si discuteva di tutto, Marcofabio aveva una sua opinione su tutto.
Grande era la sua disponibilità nei confronti dei colleghi. In particolare ricordo una volta, eravamo lui ed io soltanto in cupola all'0sservatorio di Monteporzio, e stavano collaudando alcune routines di controllo del telescopio quando io inciampai cadendo malamente. Un piede rimasto incastrato riportò una contusione ed una vasta lacerazione. Fu Marcofabio a portarmi al pronto soccorso, e poi dal momento che non potevo guidare per i 9 punti applicati, fu lui che mi portò direttamente a casa nonostante l'ora tarda. Questo era Marcofabio.
Alla fine di un lungo periodo che durò più di un anno arrivarono i collaudi finali al telescopio di C. Imperatore. Quel posto gli piaceva, nonostante l'inclemenza dell'ambiente, e la durezza delle notti invernali da passare in cupola aperta a 2.200 m s.l.m.. Forse gli piaceva perché nella stazione di sorveglianza di ponti radio dell'aeronautica che ivi aveva sede, aveva trascorso in passato una parte del suo servizio militare.
Il lungo lavoro fatto dette i suoi risultati anche se non scoprimmo mai una supernova. Il sistema si rivelò efficiente, l'analisi delle immagini in tempo reale affidabile. Scoprimmo molte volte qualcosa che sembrava essere quello che cercavamo, ma Marcofabio era molto rigoroso. Ed io avevo imparato a fidarmi di lui. Analisi successive dimostrarono sempre che quei segnali rivelati dal sistema erano degli spuri dovuti a raggi cosmici. Anche in questo senso l'intera procedura si rivelò all'altezza degli scopi previsti, e ci evitò falsi risultati positivi.
Finalmente si laureò.
Successivamente presentammo il risultato del nostro lavoro ad un workshop a Padova, e Marcofabio, in quello che fu il suo primo intervento pubblico, ebbe notevoli consensi.
Per inciso, molti anni più tardi la Direzione dell'Osservatorio di Monteporzio impostò un intenso programma di ricerca di SNe in galassie esterne, adottando virtualmente il nostro metodo, ed utilizzando le stesse tecniche con lo stesso telescopio, modificando soltanto la banda di rivelazione: nel vicino IR invece che nella banda ottica.  Anche i tempi recenti, agguerriti gruppi internazionali in alcuni Osservatori esteri continuano a ricercare SNe in galassie esterne con concetti e metodi molto simili a quelli da noi tracciati.
Continuammo a lavorare insieme. Ci interessammo alla struttura morfologica degli ammassi globulari delle galassie a spirale e alle possibili evidenze sperimentali che avremmo potuto rivelare con i nostri strumenti.
Pubblicammo.
Ma come troppo spesso avviene nel nostro Paese, le possibilità di inserimento nelle strutture di ricerca non sempre sono in accordo con la validità delle ricerche stesse, o con le competenze degli addetti ai lavori. Nessuna possibilità di inserimento di qualsiasi tipo fu resa disponibile nel mio Istituto.
A malincuore, dopo alcuni mesi di collaborazione post-laurea dissi a Marcofabio che ulteriore tempo passato con me non gli sarebbe stato utile.
Lo sapeva. Ne avevamo parlato molto tempo prima, prima ancora di iniziare il lavoro di tesi. Lo sapeva ma aveva accettato lo stesso: questo era Marcofabio.
Inizio a guardarsi intorno: lui aveva acquisito buone competenze ed era bravo. Non tardò molto a trovare un inserimento sia pure in un campo diverso in un Istituto diverso. Ottenne una borsa di studio del CNR, ma quel che più conta incontrò Stefano Selci.

Ma, come dice un noto autore, "questa è un'altra storia", ed io quindi mi fermo qui.

Marcofabio era bellissimo, come un attore del cinema, e buono...
Purtroppo un male crudele lo ha portato via, anche se lui ha lottato con coraggio affrontando il dolore.
Noi non l'abbiamo dimenticato.
Vorrei avere la fede per immaginare che lui, in una qualche forma, sia in mezzo alle sue stelle.


Sicurezza colabrodo

Da: Il Messaggero

Parigi, Abaaoud dopo le stragi è tornato a casa in metro senza biglietto


Abdelhamid Abaaoud ha preso la metro subito dopo gli attacchi. Il terrorista ucciso nel blitz dell'altro ieri era stato filmato dalle telecamere della videosorveglianza alla stazione Croix-de-Chavaux, sulla linea 9, a Montreuil, il comune alle porte di Parigi dove venne ritrovata la Seat nera carica di kalashnikov. 

Secondo BFMTV, due telecamere della videosorveglianza lo filmano mentre passa, senza aver pagato il biglietto, i tornelli del metro. È a circa cinquecento metri da questa stazione della frequentatissima (e lunghissima) linea 9 - che collega l'est e l'ovest della capitale, da Montreuil a Pont de Sèvres - che è stata ritrovata la Seat nera della morte, quella usata per gli assalti ai tavolini di bar e ristoranti. Questo potrebbe lasciare pensare che il jihadista belga potesse essere presente a bordo dell'auto durante il massacro e che una volta parcheggiato abbia ripreso la metropolitana. «Senza dubbio per tornare fino all'appartamento di Saint-Denis», scrive Le Parisien, riferendosi al covo dove è morto durante l'assalto delle teste di cuoio.


Noi ci siamo passati con le Brigate Rosse e soprattutto con il rapimento ed il successivo omicidio di Aldo Moro.
Si disse, e molti lo pensano ancora, che fosse impossibile occultare Moro in una città blindata ed infine farlo ritrovare morto dentro un'automobile parcheggiata in centro.
Si pensò, e molti lo pensano ancora, che i Servizi deviati, coadiuvati dalla CIA, si erano infiltrati nelle Brigate e le avevano teleguidate ed aiutate, altrimenti non sarebbe stato possibile giungere a tanta sicura sfrontatezza.
Altri dissero, e dicono ancora, che "è impossibile controllare tutto e soprattutto una città come Roma"...
Parigi è molto più grande... Forse è per questo che un terrorista, dopo una strage e con una città in cui brulicano gli immediati controlli, possa addirittura tornarsene a casa in Metro beffandosi anche del controllo, che avrebbe dovuto esserci, del biglietto? Una sfida in più al destino, un modo per attirare su di sé l'attenzione, qualora qualcuno degli addetti si fosse accorto del suo entrare in Metro senza biglietto? Al contrario avrebbe dovuto defilarsi cercando di non attirare su di sé in alcun modo l'attenzione... Eppure nessuno se ne è accorto... E qui la CIA e i Servizi deviati non c'entrano di certo.

Se se ne può trarre una conclusione questa è necessariamente che la sicurezza, sia in Italia con le Brigate, sia oggi in Francia, è un colabrodo.
Un'altra similitudine che mi viene da fare la rubo a mio marito che l'ha fatta amaramente parlando con me dell'argomento: molti musulmani con il loro silenzio e, in qualche caso, con frasi esplicite, hanno giustificato le azioni di questi estremisti assassini che sparano su gente disarmata, come alcuni comunisti italiani che dei brigatisti dicevano "sono compagni che sbagliano"; anche loro sparavano a gente disarmata.

François Hollande nell'immediato, emozionatissimo, ha parlato della "fermeture des frontières", ma apprendo, da fonti dirette e certe di persone che dall'Italia passano frequentemente la frontiera a Ventimiglia verso la Francia e viceversa, che "non hanno trovato file come temevano, dati i proclamati controlli più rigidi"  e tutto è come prima. Dunque da una parte i proclami e l'enfasi dei media e dall'altra la realtà oggettiva vissuta in questi giorni da chi lì passa avanti e indietro...
Sicurezza? Boh?!

giovedì 19 novembre 2015

Psicosi da attentati

Da: Libero Quotidiano.it


Terrorismo, la mappa degli obiettivi a rischio in Italia16 Gen 2015


Simboli culturali, edifici religiosi, redazioni giornalistiche, sedi governative, scuole per stranieri, ambasciate, aeroporti, stazioni, metropolitane e acquedotti. Sono migliaia in tutta Italia gli obiettivi ritenuti sensibili dopo gli attentati terroristici in Francia. Massima allerta a Roma dove il prefetto Giuseppe Pecoraro ha chiesto un rafforzamento delle forze dell’ordine. La Capitale è ritenuta tra i luoghi più a rischio dopo gli inquietanti proclami del califfo al-Baghdadi che ha minacciato di conquistarla, e le indiscrezioni  della Nsa, diffuse dal giornale tedesco Bild am Sonntag, secondo cui nelle intercettazioni sarebbe stato fatto anche il nome della città eterna.
La Capitale - Tra i sorvegliati speciali ci sono il Colosseo, oggetto di minacce sul web da parte di simpatizzanti dell’Is, San Pietro, simbolo per eccellenza della cristianità, e la sinagoga. Sono considerati ad alto rischio anche luoghi di aggregazione come l’aeroporto Leonardo Da Vinci, la stazione Termini e le fermate della metropolitana, in particolare quelle più centrali.

Questo articolo di cui pubblico solo l'inizio non è di oggi, dopo gli attentati di Parigi, ma è del 16 gennaio 2015!!!





Da: Il Messaggero

Fbi lancia allarme in Italia: «San Pietro, Duomo e La Scala prossimi obiettivi dell'Isis»Giovedì 19 Novembre 2015,

A cinque giorni dagli attacchi di Parigi, scatta l'allarme rosso anche in Italia: l'Fbi ha inviato alle autorità di sicurezza una segnalazione in cui vengono indicati la basilica di San Pietro a Roma, il Duomo e la Scala di Milano come possibili obiettivi di un attentato. 
Ma non solo: nella segnalazione arrivata dagli Stati Uniti vengono indicati i nominativi di cinque soggetti arabi che potrebbero essere presenti nel nostro paese, personaggi sospetti da ricercare.
E' passato quasi un anno fra i due articoli, ma ora è allarme vero e persino io, che mi taccio di non essere allarmista e paurosa, soltanto molto pragmatica, ho notato in me una debolezza che comunico a chi mi legge: ieri ero a far la spesa nel solito Supermercato Carrefour dove vado di solito. Vedo davanti a me un arabo, fra i 25 e i 30 anni, vestito con dei jeans e una maglia, cammina veloce lungo il banco che espone in parte verdure ed in parte merci alimentari in confezione, è di faccia a me, molto alto, oltre il metro e ottanta, cammina in senso inverso al mio senza carrello o cesto per fare la spesa. Non ci faccio molto caso, penso che è qualcuno che deve sbrigarsi a comperare velocemente qualcosa per il pranzo: siamo fra le h. 12:00 e le h. 12:30. Poco dopo vedo un secondo arabo, più basso, sul metro e settanta, poco più anziano, un poco curvo, porta dei calzoni alla turca, anche lui senza cesta o carrello della spesa, si rivolge in italiano ad una signora che sta facendo i rimpiazzi, lei gli risponde su qualcosa dicendo "costa...la quantità", lui chiede ancora e si allontana senza comperare nulla.
Dopo un po' mi viene da pensare che in quel supermercato di una zona residenziale dei Castelli Romani arabi non ne ho mai visti... E' la prima volta. Ci sono solo dei ragazzi africani, di etnia nerissima, senza permesso di soggiorno, che cercano soldi fuori dal supermercato offrendosi di mettere  a posto i carrelli. All'improvviso penso che Carrefour è francese, che i colori che inalbera nella sua insegna sono quelli della bandiera di Francia... E penso che anche i supermercati possono essere degli obiettivi.. Mi sorprendo di me stessa per avere avuto questi pensieri... 
 


martedì 17 novembre 2015

Il "POST" fa vera informazione

  • 15 NOVEMBRE 2015

Perché alcuni chiamano l’ISIS “Daesh”?

Di recente abbiamo sentito usare il termine "Daesh" sia da Hollande sia da Kerry: è una questione di linguistica, ma c'è di più

Da mesi alcuni importanti leader politici internazionali si riferiscono all’ISIS chiamandolo “Daesh”: è successo anche molto di recente, quando il presidente francese François Hollande ha attribuito a “Daesh” gli attentati terroristici compiuti venerdì 13 novembre a Parigi, e quando il Segretario di Stato John Kerry ha parlato della pericolosità di “Daesh” durante i negoziati internazionali sulla Siria in corso in questi giorni a Vienna. Esistono altri due modi per definire l’ISIS: “ISIL”, cioè una diversa interpretazione dello stesso acronimo che dà origine a ISIS, e ancora “Stato Islamico”, cioè il nome con cui il groppo chiama se stesso dal giugno 2014. C’è insomma molta confusione, anche se molti giornali internazionali oggi usano “ISIS”. Sintetizzando, possiamo comunque dire che usare “Daesh” al posto di ISIS o ISIL o Stato Islamico ha una valenza molto precisa, e cioè quella di escludere parzialmente l’aggettivo “islamico” dal concetto di ISIS.
ISIS o “Daesh”?
ISIL e la sua variante ISIS sono acronimi di “Islamic State in Iraq and the Levant”, la traduzione inglese dall’arabo di Al Dawla Al Islamiya fi al Iraq wa al Sham, il nome che il gruppo terroristico si è dato dal 2013 al 2014 .”Daesh” è invece l’adattamento di DAIISH, cioè l’acronimo tratto direttamente dall’arabo Al Dawla Al Islamiya fi al Iraq wa al Sham (داعش).
L’utilizzo del termine ISIS è ritenuto offensivo per molti musulmani, che ritengono che in questo modo venga legittimata un’accezione negativa dell’aggettivo “islamico”, dato che in sostanza l’espressione stabilisce un collegamento mentale fra la fede islamica e le azioni di un gruppo estremista noto per la brutalità delle sue azioni. In passato ci sono state anche diverse campagne rivolte a media internazionali per chiedere di smettere di usare il termine ISIS. Il termine “Daesh” per i musulmani è più sopportabile perché nonostante si riferisca alla stessa cosa di ISIS, la sua pronuncia in arabo è simile a una parola che stando a quanto scrive il Guardian significa “colui che semina discordia”. La traduttrice Alice Guthrie ha inoltre scritto che “Daesh” ha una connotazione “sinistra” perché «sia la forma sia la combinazione delle sue lettere rimanda alle parole della al-jahaliyya, l’età oscura pre-islamica o “era dell’ignoranza” che sebbene ricca in termini di eredità poetica e narrativa ha una connotazione negativa e “barbara” nell’immaginario popolare». Associated Press ha raccontato che a Mosul, una città controllata dall’ISIS in giugno, alcuni miliziani del gruppo hanno minacciato di tagliare la lingua a chiunque si riferisca pubblicamente a loro col termine “Daesh”.
Un’altra questione
Esiste un’ulteriore ambiguità: alcuni leader politici internazionali – fra cui Barack Obama e David Cameron – usano “ISIL”, un acronimo di “Islamic State in Iraq and the Levant” leggermente diverso da ISIS. L’ambiguità data dall’uso di “S” o “L” come lettera finale dell’acronimo deriva dalle difficoltà di tradurre il concetto che in inglese traduciamo come “Levant”. In arabo corrisponde a una regione che comprende il sud della Turchia, la Siria, il Libano, Israele, la Giordania e la Palestina e che veniva chiamata “Grande Siria”: era il nome che le diede la Francia quando ottenne il controllo della zona dopo la Prima guerra mondiale alla fine dell’Impero ottomano (ma è un concetto che esisteva già da secoli).
E noi?
Stando alle ricerche su Google il mondo si è abituato a chiamare il gruppo terroristico di cui stiamo parlando “ISIS”: un grafico pubblicato da Vox e basato sulle ricerche di Google mostra che il termine “ISIS” è cercato molto più spesso di “ISIL” e “Daesh”.


Figli perduti


Per spiegarsi i comportamenti dei figli si cerca sempre qualche colpa nei genitori: a volte ci sono. Ma a volte no.
Il padre di questo giovane assassino che aveva circa l'età di Valeria, forse vittima di un proiettile sparato proprio da lui, ha fatto di tutto per riportare a casa suo figlio. In Francia aveva un lavoro: conducente di Autobus... Il fatto che fosse cresciuto in una periferia non è spiegazione sufficiente per la fine che ha fatto: una donazione estrema all'odio, sparare su gente come Valeria, ignara e senza armi, ed infine finire in mille pezzi consapevolmente.
Lo strazio di suo padre, il viaggio faticoso e difficile per un uomo di 67 anni, mi rendono dolorosamente partecipe del suo dolore di genitore che umilmente e disperatamente cerca di recuperare quel figlio perduto. 


Da: Il Sole 24 Ore

Samy Amimour, 28 anni francese. Nato nella banlieue parigina nel 1987, originario di Drancy, nella regione della capitale francese, è tra gli assassini del Bataclan. La famiglia risiederebbe a Bobigny, una delle zone dove sono scattati raid della polizia. I servizi francesi lo tenevano d'occhio da tempo, era stato incriminato nell'ottobre 2012 per associazione a delinquere legata ad un'organizzazione terroristica «per un progetto di partenza verso lo Yemen, poi accantonato». Dopo aver «violato il controllo giudiziario nell'autunno 2013», è stato spiccato un mandato di arresto internazionale nei suoi confronti. È più o meno in questo periodo che Amimour, descritto dalla famiglia come un giovane gentile e timido durante l'adolescenza, è partito per la Siria, dove si trovava ancora nell'estate 2014. La sua famiglia ha spiegato che le speranze di vederlo tornare si sono ulteriormente affievolite perché l'assassino si era sposato in Siria.
di Angela Manganaro 


Da: TGCOM24


Attacchi Parigi, viaggio in Siria per salvare il figlio dall'Isis: ma è stato tutto inutile

Samy Amimour, 28 anni, è uno dei kamikaze del teatro di Bataclan. La storia pubblicata su "Le Monde"


Il padre di uno dei kamikaze che si sono fatti esplodere al Bataclan era volato in Siria nel vano tentativo di strappare il figlio alle file dello Stato Islamico. Nel 2014, il quotidiano "Le Monde" raccontò la sua storia che oggi, ripubblicata sul sito internet del giornale, dopo gli eventi di Parigi, assume una dimensione ancora più tragica.
Il viaggio - Dopo un lungo viaggio di tre settimane, tra mille peripezie e rischiando la vita, Mohamed, un commerciante franco-algerino di 67 anni residente nella banlieue di Parigi, riesce finalmente ad arrivare nel campo dell'Isis in Siria dove si è arruolato un anno prima il figlio ventisettenne.

L'incontro con il figlio - Siamo nel giugno del 2014. Il caldo insopportabile. E l'incontro è glaciale. Samy "era accompagnato da un altro tizio che non ci ha lasciati soli neanche per un attimo. E' stato un incontro molto freddo. Non mi ha voluto portare a casa sua, nemmeno mi ha detto come si era ferito (il futuro kamikaze del Bataclan, reduce da Raqqa, camminava allora con le stampelle, ndr.), né se era un combattente". 

Il padre tenta il tutto per tutto - Quella sera, nel campo dell'Isis, il papà a pezzi per il mutismo del figlio si gioca l'ultima carta. Sfila dalla tasca una lettera della madre: "Nella busta avevo infilato 100 euro. Lui si è messo a leggere in un angolo, poi mi ha restituito i cento euro dicendo che non aveva bisogno di soldi". Devastato da tanta freddezza e già indebolito da un'intossicazione alimentare e con il passaporto sequestrato dai jihadisti Mohamed cerca un cenno di apertura da parte dei compagni miliziani di Samy. Ma niente. Questi si limitano a mostrargli le immagini di altri jihadisti torturati dal regime di Bashar al-Assad. 

Il ritorno in Francia - L'uomo riottiene il suo passaporto, rientra in Francia, sconfitto. Presto capirà che il suo viaggio non è servito a niente. Che è stato un fallimento. Samy è perso per sempre, il figlio non tornerà più in Francia. Anzi lo farà. Ma solo per un'ultima tragica spedizione di morte al Bataclan. Ex conducente dei bus parigini della Ratp licenziatosi nel 2012, Samy Amimour era nato a Parigi nel 1987. Dal 2013 era oggetto di un mandato di cattura internazionale perché aveva violato la sua libertà vigilata, dopo essere stato messo sotto inchiesta, nell'ottobre 2012, per associazione a delinquere con fini di terrorismo.