sabato 19 dicembre 2015

Buone Feste a chi entra in questo blog



Auguro a tutti coloro che leggono questo blog


venerdì 18 dicembre 2015

La Santità non ha bisogno di "miracoli"

Da: Corriere Adriatico

Madre Teresa di Calcutta, riconosciuto
il miracolo: via libera alla canonizzazione

Papa Francesco ha ratificato questo pomeriggio, proprio nel giorno del suo 79/mo compleanno, il riconoscimento del miracolo di Madre Teresa di Calcutta, ultimo passo necessario prima della canonizzazione. Madre Teresa di Calcutta
riconosciuto ​il miracolo
Parte la canonizzazione



La Chiesa Cattolica continua a tenere in piedi questo iter medievale per dichiarare Santi coloro che vivono con i valori di Cristo e per i valori di Cristo, dando testimonianza, con la loro vita e le loro opere, della grandezza della filosofia cristiana.
Se non c'è "il miracolo" non si può essere dichiarati Santi!
Questo aspetto, lungi dall'essere qualificante per la santità, è decisamente squalificante e riduttivo, conducendo la valutazione di una vita intera dedicata alla carità verso il prossimo a una mera superstizione che deve essere provata da improbabili "miracoli". Nell'era delle scoperte scientifiche come si fa ancora a credere nelle guarigioni miracolose? Come si fa a ridurre l'idea di Dio a uno che elargisce guarigioni a Tizio e a Caio per il tramite del santificando, ma lasciando fuori ad esempio tanti bambini che muoiono di tumore?
Come può essere tutto questo baraccone serio e credibile?
Madre Teresa di Calcutta è Santa per la sua vita dedicata agli ultimi della Terra. Tutto qui. Il solo fatto che andasse a togliere i vermi dalle piaghe dei derelitti per le strade di Calcutta è un miracolo: il miracolo di una dedizione che l'uomo medio non ha per gli altri, soprattutto per i più deboli.
Madre Teresa non ha bisogno di pagliacciate per essere elevata sulla massa degli uomini con una aureola di santità: è la sua vita, come ha vissuto, che la fa Santa.
Per essere Santi a volte basta anche solamente un solo gesto, ma grande e quasi disumano per la indicibile nobiltà della scelta: penso a Salvo D'Acquisto che dette la sua vita piuttosto che far uccidere altri. 
  La sua figura fu ricordata dal papa Giovanni Paolo II, che in un discorso ai Carabinieri del 26 febbraio 2001 ebbe a dire:
« La storia dell'Arma dei Carabinieri dimostra che si può raggiungere la vetta della santità nell'adempimento fedele e generoso dei doveri del proprio stato. Penso, qui, al vostro collega, il vice-brigadiere Salvo D'Acquisto, medaglia d'oro al valore militare, del quale è in corso la causa di beatificazione.[3] »

Ardea: problemi di un piccolo comune




Gentili Redazioni,

con la presente inviamo in allegato il comunicato stampa del Presidente dell'Associazione Presenza Solidale Alessio Addezi sui chioschi di Fiori ad Ardea e un'immagine legato alla nota stampa.

Con preghiera di pubblicazione nei modi che riterrete più opportuni.

Cordiali saluti

Ufficio Stampa TM



ADDEZI: "IL COMUNE DI ARDEA FACCIA LUCE SULLA VICENDA DEI CHIOSCHI DI FIORI DEL CIMITERO"
"Con l'ordinanza n. 105 del 27.06.2014, il Comune di Ardea imponeva la chiusura di tre chioschi per la vendita di fiori, adiacenti al Cimitero di Via Strampelli, rilevando un ritardato pagamento della tassa di suolo pubblico da parte dei tre esercenti. Ad oggi - dichiara in una nota Alessio Addezi, Presidente dell'Associazione Presenza Solidale - due dei tre chioschi hanno riaperto, evidentemente perchè il Comune ne ha rilevato le necessarie condizioni, mentre il terzo no. Posto che per tutti e tre gli esercizi commerciali vi è stata una  contemporanea ordinanza di imposta chiusura, e posto che tali esercizi rispondono a medesimi canoni di legge: ci chiediamo - continua Addezi - quali motivazioni siano sopraggiunte per permettere questa attuale condizione che, di fatto, pone una disparità tra le tre situazioni in oggetto.
Onde permettere alle istituzioni preposte - aggiunge Addezi - di spiegare e fugare eventuali dubbi in merito ad una scarsa trasparenza su tutta la vicenda, chiediamo il perchè, quell'unico esercizio commerciale, parliamo del Chiosco La Rosa, ad oggi si vede impossibilitato a svolgere la propria attività, tenendo bene a mente che, dietro ogni attività commerciale ed imprenditoriale, vi è una famiglia a cui viene a mancare un reddito, spesso l'unico reddito, per cui sostenersi economicamente. Non intendiamo - conclude Addezi - entrare nel merito della questione, almeno non adesso, limitandoci a fare emergere le cause di una situazione di disparità oggettiva, su cui interroghiamo il Comune di Ardea, per fare chiarezza".

Non entro nel merito della piccola vicenda del comune di Ardea, ma pubblico volentieri l'istanza, anche come esempio delle piccole questioni ed altrettante piccole ingiustizie e disparità di trattamento che si possono verificare nella gestione amministrativa di un piccolo comune, dove la vicinanza fra la politica locale e i cittadini è stretta e tutto dovrebbe essere più facile e limpido, ma spesso non è così.

giovedì 17 dicembre 2015

Favole della Befana: "La Signora Rospa"

Favole della Befana

La Signora Rospa


I rospi sono animali brutti, non v'è dubbio, ma non è detto che non siano utili e... con dei sentimenti.
Utili perché, lo sanno tutti, mangiano insetti fastidiosi che altrimenti sarebbero molti di più di quanti già sono... Quanto ai sentimenti ecco la storia.
C'era una volta una signora che aveva un grande giardino, un'estate uno dei suoi figli, un ragazzo, si annoiava e chiese alla mamma: "Posso scavare una fontana in giardino?"
La mamma gli disse subito di si, perché i desideri dei suoi figli erano più importanti di tutto.
Il ragazzo scavò e scavò e un suo amico, che abitava nella casa accanto, gli chiese: "Posso scavare anch'io?" Ovviamente gli fu detto di si, perché fare le cose insieme è più bello e così la fontana divenne più grande del previsto. Poi arrivò il papà e propose di circondarla con un muretto fatto di pietre, fece con suo figlio il cemento per il fondo e mise i tubi per l'acqua e per lo scarico. Alla fine era davvero una bella fontana.
Ognuno che veniva a trovare quella famiglia ammirava la fontana e la mamma tutta orgogliosa diceva: "L'ha fatta mio figlio con il suo amico Valerio." In effetti l'amico che aveva aiutato nello scavo si era preso,  per errore, anche un colpettino di zappa su un piede da parte dell'amico che stava aiutando, dunque il suo lavoro aveva acquistato maggior valore.
Ognuno dei visitatori vedeva in quella fontana qualcosa di diverso. Delle signore molto borghesi chiesero se fosse una piscina, visto che i due amici scava scava l'avevano allargata un po'.. Alla mamma venne da ridere e spiegò che no era una fontana, frutto della voglia di suo figlio di non stare con le mani in mano.
Una ragazza italo canadese in visita però vide un giorno che la fontana era piena di palline bianche ed esclamò con disgusto: "Sono uova di rospo! Che schifo!" E le venne mal di stomaco a quella vista.
Qualche tempo dopo, uno dei figli della signora del giardino con la fontana venne a dirle, insieme ai suoi amici del circondario, che nel prato condominiale c'erano tanti, ma tanti rospi!
"Mamma, vedessi, sono grossi e saltano! Sono tanti!"
"Ma da dove verranno mai?" Si chiese la signora. Le vennero in mente le uova bianche che la ragazza canadese aveva riconosciuto come di rospo e si recò alla fontana che stava in fondo al giardino, lontano dalla casa, per questo, presa dalle faccende domestiche, andava laggiù di rado.
L'acqua era senza palline bianche. Allora la signora pensò che quella banda di rospi che zompettava nel campo condominiale forse veniva da lì. Ma dove erano stati tutto quel tempo dopo la schiusa per poi crescere e diventare rospi adulti? Lei non li aveva mai visti zompettare per il suo giardino. Forse, pensò, appena nati si erano trasferiti nel giardino di una casa disabitata che era accanto al suo, disturbati dalla presenza di numerose persone che abitavano nella sua casa. Poi da lì erano passati nel terreno condominiale con cui la casa disabitata confinava.
Dopo quel raduno clamoroso i rospi adulti sparirono anche dal terreno condominiale, forse disturbati dalla curiosità dei ragazzini che li avevano visti e che tornavano a guardarli.
Che i rospi siano terrorizzati dagli uomini la signora del giardino con la fontana lo scoprì quando acquistò una casa nuova: anche questa circondata da un grande terreno.
In fondo alla scala che portava al garage c'era un pozzetto per lo scolo dell'acqua piovana, coperto da una griglietta che celava la vista dell'acqua che vi ristagnava sempre un poco, tranne che nei mesi estivi molto caldi e senza pioggia.
Uscendo dalla porta del garage che dava sulle scale la signora vide quello che le sembrò un grosso insetto nero nell'angolo. Tornò nel garage e prese la ramazza per stanarlo ed ucciderlo ma, tornata sul piccolo pianerottolo che dava accesso alla scala che saliva verso l'abitazione, si accorse che nell'angolo opposto ce ne era un altro.. e, spiaccicato contro la porta del sottoscala, immobile per il terrore, un terzo, con però delle strane zampette che negli altri due non si vedevano, essendosi rifugiati negli angoli. Allora la signora ricordò le palline bianche della fontana e pensò: "Ma non saranno dei rospetti appena nati?" Alzò la griglietta e vide alcune di quelle palline, mentre  sgusciava fuori un piccolo rospetto nero che era ancora lì, con quelle uova non ancora schiuse... Il quarto della figliata si rifugiò, terrorizzato come i suoi fratelli, contro il primo angoletto già occupato da uno di loro, formando una macchia nera imprecisata. Nello sgusciare però mostrò le sue quattro inequivocabili zampette che non lasciarono dubbi sul fatto che fosse un rospetto.
"Come sono neri appena nati!"

Osservò sorridendo la donna, ricordando i girini delle rane che aveva visto in un ruscello di un luogo dove andava d'estate: erano nerissimi, come questi rospetti, ma piccoli e a forma di un cucchiaio. Nelle acque cristalline di quel ruscello che scorrevano sui ciottoli, formando di tratto in tratto gradini, poi piccole vasche di raccolta, per poi riprendere il cammino in rapida e continua, perenne discesa, aveva passato il suo tempo di bambina a guardare "le cucchiarelle": alcune avevano due zampette dietro, ai lati della piccola coda,  altre anche due davanti, altre ancora, schiarite di quel colore nero, non avevano più la coda, e infine talune, che si mimetizzavano con il verde del muschio e delle erbe sui ciottoli, rivelavano finalmente la loro natura di piccolissime rane.

Senza saperlo quella bambina aveva potuto osservare dal vivo il fenomeno della metamorfosi degli anfibi.
Quei ricordi l'aiutarono a capire anche la metamorfosi dei rospi: appena nati erano neri come i girini delle rane, solo più grossi... e questi avevano già anche le zampette, appena usciti da quell'angusta fognetta.
"Bisogna portarli sul prato, - pensò - altrimenti qui moriranno. Non possono mangiare nulla e camminando potremmo schiacciarli."
Prese una scopa più piccola ed un piccolo raccogli mondezza e provò a raccoglierli lì per trasferirli in cima alla scala, sul prato.
Ma i quattro opposero una terrorizzata resistenza, spiaccicati contro i loro rifugi.
"Cretini! Vi voglio aiutare, così morite." Diceva loro la donna cercando di staccarli senza comprimerli troppo con la scopa. Pensò, ridendo di sé, che era una specie di S. Francesco che parlava con gli animali. Alla fine ci riuscì e trasferì i quattro piccolissimi esserini neri sul prato.
Ma dopo qualche tempo doveva esserci stata una seconda schiusa, perché ne trovò altri, sempre prigionieri nel pianerottolo. Ripeté il salvataggio chiedendosi come aveva fatto la mamma rospa a risalire la scala dopo avere depositato le sue uova.
"Gli adulti sono grossi, - le disse il marito - saltando avrà risalito gradino per gradino. I piccoli però non ce l'avrebbero fatta mai senza mangiare nulla, fino a raggiungere la dimensione necessaria per risalire.. Bene, ci toglieranno un po' di insetti."
Passò altro tempo. Un giorno che la signora stava pulendo delle piante in giardino, affondando la mano nella terra morbida la ritrasse con nel pugno quello che le era sembrato un sasso: ma era stranamente spugnoso... Aprì la mano e lasciò andare un rospetto ormai ben mimetizzato del colore verdastro-marrone dei sassi. La donna rise divertita, pensando alla paura del piccolo animale.

Ma una sera che si era accostata alla fontanella esterna, dove di solito si lavava le mani dopo i lavori di giardinaggio, alla luce del lume che sovrastava la fontanella murata contro il muro della casa,  scorse una grossa ombra scura: accanto alla fontanella, sul marciapiedino che circondava la casa, stava immobile un grosso rospo le cui dimensioni fecero effetto alla signora. Aprì l'acqua con cautela, temendo che si muovesse e le venisse addosso... Ma quello rimase immobile. Un po' in tensione (ora era lei ad avere timore) le venne di salutarlo: "Buonasera signora rospa."
Il giorno dopo, pulendo le piante che bordeggiavano quel punto del marciapiedino, trovò un grosso buco nel terreno, proprio appena sotto il bordo. "Questa è la sua casa." Pensò. "Di giorno non esce perché ha paura, ma ieri sera non si è spaventata, è rimasta immobile accanto a me."
Ogni sera, se la donna andava a lavare qualcosa nella fontanella, il grosso rospo era lì e non si muoveva al suo arrivo: restava immobile a godere il fresco della sera. Lei lo salutava chiamandolo "signora rospa", dato che tutti quei rospetti che lei aveva salvato qualcuno doveva averli depositati nella fognetta!
Quella presenza immobile e silenziosa ci fu tutte le sere di quella estate. La rospa, grossa e certo dall'aspetto non bello, se ne stava buona buona e ferma ferma in quell'unica sua uscita serale dal buco adiacente che era la sua casa.
La donna la salutava dicendole: "Prende il fresco signora rospa?" E lei non mostrava di avere timore di quella voce umana.

Ma ad un certo punto la donna non trovò più la silenziosa compagna serale della fontanella e capì che non c'era più.  
   

I rischi della comunicazione sul WEB

Non vi è dubbio che il WEB ha allargato la possibilità di comunicare, ma è anche vero che vi si incontra di tutto, esattamente come avviene nei contatti fisicamente vicini: con i colleghi, con le persone che si incontrano quotidianamente e casualmente per i motivi più disparati, con i vicini di casa ecc.
E' bello scambiare opinioni ed idee ma la differenza non sempre è arricchimento.
Non lo è quando lo scambio di opinioni avviene fra persone di livello culturale e civile differente. Non c'è alcuna comunicazione, non ci può essere e chi è più civile deve sottrarsi ad un confronto che risulta impossibile.
Mentre nella comunicazione, a volte inevitabile, con le persone che incontriamo ogni giorno c'è comunque lo schermo dell'ipocrisia, usata da chi è ottusamente incapace di accettare l'altro per chiusura culturale, nel WEB, essendo al riparo della fisicità e spesso della vera identità, la persona culturalmente inferiore reagisce al confronto di idee con l'insulto, non avendo capacità dialettiche e, soprattutto, avendo incapacità ad accettare opinioni diverse.
L'incomunicabilità in cui credeva Michelangelo Antonioni esiste. Egli descriveva un'incomunicabilità più intima, fra persone che hanno una relazione più personale, ma esiste anche una impossibilità a comunicare fra persone CHE NON SONO PARI.
Si scatena poi in chi avverte una qualsivoglia, non ammessa, inferiorità, una reazione aggressiva verso chi, nella comunicazione, risulta superiore intellettualmente quando addirittura anche intellettivamente. La reazione dovuta alla frustrazione è sempre volgare, aggressiva e si esprime con l'insulto.
Se ne conclude che anche i più incalliti comunicatori debbono arrendersi evitando lo scambio inutile con chi si rivela decisamente limitato, dunque inferiore.
Nei rapporti della quotidianità all'insulto, evitato con l'ipocrisia, si può sostituire financo la calunnia, ma chi è più intelligente e civile può evitare quanto più possibile il contatto e, se inevitabile, assumere un atteggiamento comunque di distanza e freddezza, a difesa da chi si dimostra ottusamente incapace a capire anche realtà concrete e tangibili.
Il WEB è solo un'illusione di comunicazione che può avvenire veramente solo fra PARI.
ALCUNE AUTOREVOLI OPINIONI IN PROPOSITO 

Curzio Maltese: Lungi dal liberare i cittadini dalla passività del mezzo televisivo, la rete ha costruito una base di finta partecipazione che permette a chi comanda di decidere da solo, ma fra gli applausi dei sudditi. Oltre a impedire la partecipazione, la rete limita anche il dibattito. O meglio, abbassa il dibattito a un livello tale da renderlo del tutto inutile, se non come pretesto per sfogare la rabbia di qualcuno e la pazzia di molti. Su Internet sono tutti esperti, scienziati, profeti. Il dato oggettivo non esiste perché, almeno in questo, uno vale davvero uno. Si assiste dunque a discussioni su argomenti importanti e complessi affidati a pseudo studiosi, con corredo di deliranti teorie del complotto e vere e proprie leggende metropolitane.

Umberto Eco: "ormai Internet è divenuto territorio anarchico dove si può dire di tutto senza poter essere smentiti." 

Richard Sennett (sociologo): Non è d’accordo con Umberto Eco, quando accusa i social media di aver dato una piattaforma alla stupidità, però pensa che abbiano favorito l’aggressività.

Ed io aggiungo: l'intolleranza.

mercoledì 16 dicembre 2015

Renzi, le Banche, la Boschi e la Legge di Stabilità

Da: Left

Tutto va bene per cementare l’idea di un governo che sta sereno, ma sereno veramente, e che non intende farsi logorare dalla vicenda Boschi. Che Renzi rispedisce al mittente. Lo fa da Vespa: «La strumentalizzazione politica di queste ore mi fa veramente tristezza». E lo fa con la sua Enews in cui continua a portare avanti lo scontro aperto con i giornali. Vorrebbe spiegarci, Renzi, che l’informazione è contro di lui. E che ignora (!) la Leopolda: «L’attenzione dei media come sempre è stata catturata da altro rispetto all’energia dei leopoldini», ha scritto. «Noi abbiamo parlato di politica, loro hanno scritto di banche». Poi il tono si fa sarcastico, e aggiunge: «Succede.».


La faccenda delle Banche e, in particolare della Banca Etruria, non è questione meno importante dell'attenzione alla Leopolda.
Renzi è di parte se dice questo e a mio avviso lo sa che la questione Banca, in cui è implicata l'intera famiglia della Ministro Boschi, non può non stare sotto l'attenzione di tutti e dunque della stampa. Anche se non ci fosse stato il triste suicidio del Sig. Luigi di Civitavecchia. 
E' questione grave perché, anche se è vero che i Governi precedenti non hanno provveduto a dare alla Banca D'Italia, che li chiedeva, gli strumenti legislativi per bloccare la vendita al dettaglio dei titoli a rischio,  è anche vero che la Banca in cui è coinvolta la famiglia Boschi dava fidi, senza ritorno di guadagno per la Banca stessa, ad "amici degli amici" mentre nel contempo incentivava tale vendita ai piccoli risparmiatori per dragare liquidità. Insomma l'acqua entrava dai piccoli rubinetti mentre non si riparava il buco che c'era nella vasca.
Il decreto Renzi evita il fallimento, di fatto esistente, della Banca Etruria e sembra che, nell'articolo 35, impedisca ai singoli truffati di querelare i funzionari e i dirigenti della Banca che li hanno ingannati:  
 «L’esercizio dell’azione sociale di responsabilità e di quella dei creditori sociali contro i membri degli organi amministrativi e di controllo e il direttore generale (…), spetta ai commissari speciali sentito il comitato di sorveglianza, previa autorizzazione della Banca d’Italia». Dunque, senza il benestare dei commissari, del comitato di sorveglianza e di palazzo Koch non si potrà esercitare l’azione di responsabilità”. Questa interpretazione restrittiva della norma UE rende più difficili le eventuali azioni di risarcimento.
Per la prima volta in vita mia ho detto "Bravo!" a Vespa, quando ha rivolto a Renzi la domanda riguardante proprio questo aspetto del decreto, ma Matteo ha risposto brevemente che riguardava solo i NUOVI AMMINISTRATORI. Vespa non ha insistito per avere ulteriori chiarimenti e, data la brevità e non particolare chiarezza dell'eloquio nel formularla, non so quanti l'abbiano capita. Speriamo che Matteo abbia detto il vero.

Una questione che mi sta a cuore della Legge di Stabilità è la faccenda del pagamento del cosiddetto canone RAI in bolletta elettrica. Ho già consultato un bravissimo avvocato donna della Federconsumatori, a cui sono iscritta, e lei mi ha detto che dobbiamo aspettare i decreti attuativi della Legge, prima di fare qualsiasi obiezione che ora sarebbe prematura. Corretto, ma siamo vicini a gennaio 2016, periodo in cui dal 1970 pago il cosiddetto abbonamento RAI, e  non sapendo ancora come difendermi dal pagarlo 2 volte, vista questa bella pensata di Renzi, ho una certa inquietudine. La ragione risiede nel fatto che, appunto, la mia famiglia lo ha sempre pagato da ben 45 anni! Ora non vorrei che, causa l'evasione e il fatto che Renzi ha giustamente tagliato i finanziamenti agli spreconi della RAI, quelli come me vengano puniti a pagarlo 2 volte!
Insomma è una legittima preoccupazione, visto che in Italia le cose vanno bene a chi evade e a pagare è sempre chi si comporta bene! 
Come per molti cittadini, il contratto per l'elettricità su una casa è a nome mio e su un'altra a nome di mio marito. Il cosiddetto abbonamento RAI (l'imposta) è a nome di mio marito fin dal 1970. Potrei dunque trovarmi a dover pagare 2 volte il canone in bolletta, essendo 2 le intestazioni.
Basterebbe formulare l'attuazione di questo recupero di evasione in modo da dare la possibilità alle famiglie che hanno un numero di abbonamento di comunicarlo al gestore elettrico, evitando così di legare l'imposta al nome dell'intestatario del contratto. Per evitare frodi bastano i codici fiscali visto che nelle denunce dei redditi sempre si deve dichiarare il coniuge, anche se si fanno Mod. 730 separati.
Insomma la strada per evitare l'abuso delle tasche delle famiglie c'è: staremo a vedere se vorranno farlo o no. 

martedì 15 dicembre 2015

Banche senza controllo e Consorzi per l'edilizia economica pure

Da: La Stampa

Conflitti d’interesse e prestiti facili. Indagati gli ex vertici di Banca Etruria

L’aumento di capitale giudicato insufficiente da Bankitalia. La Popolare in crisi già dal 2012: tre i filoni dell’inchiesta. Nel mirino i consiglieri per finanziamenti da 140 milioni
INVIATO AD AREZZO
Conflitti d’interesse, prestiti facili finiti in malora, operazioni spericolate per tappare i buchi in bilancio. La storia della Popolare dell’Etruria fino al suo commissariamento è complessa nella forma quanto scontata nell’esito. E parte da lontano.  

Intanto, la situazione dei conti era fortemente deteriorata almeno dal 2012, quando la banca vara un aumento di capitale da 100 milioni di euro insufficiente, secondo quanto emergerà dalle successive ispezioni Bankitalia, a coprire le carenze patrimoniali causate dalla pessima qualità del portafoglio crediti. Una situazione patrimoniale deteriorata, alla base della contestazione del reato di ostacolo alla vigilanza nel primo troncone di inchiesta della Procura di Arezzo nei confronti degli ex vertici dell’istituto bancario. Perché nel frattempo l’indagine si è ampliata fino a comprendere tre distinti fascicoli. Compreso uno, il più recente, sui conflitti d’interesse degli amministratori dell’istituto.   

Il primo fascicolo, quello dell’ostacolo alla vigilanza, è chiuso e dovrebbero arrivare a giorni le richieste di rinvio a giudizio. Non riguarda solo la rappresentazione scorretta della reale situazione dell’istituto. Ma anche l’operazione immobiliare fatta nel 2012 sugli immobili del gruppo. Ceduti al consorzio Palazzo della Fonte nel 2012, con una importante plusvalenza per i conti di quell’anno. Solo che tra prestiti a soci di Palazzo della Fonte e garanzie alle banche che finanziano il consorzio, alla fine il rischio resta in capo alla banca aretina. Che paga - la banca e non il consorzio - anche le spese di manutenzione e servizi. È la seconda contestazione fatta da Bankitalia agli ex vertici (il presidente Giuseppe Fornasari e il direttore generale Luca Bronchi). La banca ha finanziato indirettamente con 10,2 milioni alcuni dei soci: 2,5 milioni sono finiti alla Farmainvest, 3,9 milioni alla Mineco Real Estate di Matteo Minelli, produttore di birra amato da Renzi. Altri 3 milioni finiscono invece alla Findi Investimenti, altro socio del consorzio. Poi però c’è anche un prestito da 49,3 milioni che il consorzio prende in prestito da un pool di banche per finanziare l’operazione. Secondo quanto scoprirà Bankitalia, le clausole del contratto sono tali per cui il rischio di inadempienza resta a Banca Etruria. Ricapitolando, su 75 milioni pagati dal consorzio per il 90% del veicolo degli immobili di Etruria, 10,2 milioni arrivano dalla stessa banca e altri 49,3 sono dalla banca garantiti. Un bell’affare.  

Il secondo fascicolo nasce da una costola di questo procedimento e riguarda le false fatturazioni emesse per consulenze - secondo la procura inesistenti - pagate da Etruria. L’importo è minimo (appena 233 mila euro). Ma il nome è interessante. Si tratta della Methorios Capital, altro socio di Palazzo della Fonte, nonché legato ai fondi Optimum del finanziere Alberto Matta. Che compare anche nell’inchiesta sulla Popolare di Vicenza, legando così per altri via i due istituti in procinto anni fa di fondersi tra loro e adesso entrambi nella tempesta.  

Il terzo filone è quello più recente - al momento senza indagati - riguarda iconflitti d’interesse dei consiglieri e coinvolge anche membri dell’ultimo cda, che avrebbero ricevuto fondi per 140 milioni. Il consiglio è quello commissariato da Bankitalia a sorpresa lo scorso 11 febbraio.  

La relazione Bankitalia cita almeno due persone: l’ex presidente Lorenzo Rosi e l’ex consigliere Luciano Nataloni. Al primo, presidente della coop edile La Castelnuovese, viene contestato il finanziamento poi incagliato concesso da Etruria alla società Città di Sant’Angelo per la costruzione di outlet alle porte di Pescara. A realizzarlo avrebbe dovuto essere proprio la coop di Rosi con un altro gruppo delle coop rosse, la Unieco di Reggio Emilia. Al secondo viene invece contestato un prestito da 5,4 milioni alla Td Group.
Qualche quotidiano ha pubblicato una uscita pubblica della madre del Ministro Maria Elena Boschi: "Non abbiamo preso un euro. Verranno fuori cose sorprendenti". Più o meno queste sono le parole in sintesi.
Anche a voler prendere per buono ciò che questa signora dichiara è impossibile pensare che chi è nel Consiglio di Amministrazione di una Banca e per un certo periodo ne riveste la carica di Vicepresidente non sia responsabile di quanto accade in detta Banca. E quello che vi accadeva è che si davano prestiti a persone legate alla famiglia della Boschi e nel giro "di simpatie" dei Renzi. In sintesi: se io raccolgo soldi da risparmiatori che si fidano di me e, fatta cassa, elargisco finanziamenti a chi mi pare e piace fino a rischiare il capitale che ho versato per creare la mia banchetta, non sono innocente, non posso esserlo, in quanto sto prendendo soldi da tanti piccoli per elargire a chi fa impresa senza ritorno di quei soldi con i dovuti interessi di prestito o fido.
E' un'analisi semplificata ma questo sembra sia il motivo del fallimento di questa Banca, in cui tutta la famiglia Boschi era implicata: padre in primis, fratello e moglie del fratello della determinata Maria Elena.
In Italia, ma anche altrove, c'è il vezzo di raccogliere denaro dai piccoli risparmiatori creando, con un capitale versato, una struttura che sembra solida e da lì cominciare a dragare soldi. Il problema è poi il fine per il quale tali soldi sono stati raccolti: se per lucrare per sé e per gli amici, senza rispondere a chi quei soldi ha messo nell'impresa, o se per conseguire il fine dichiarato ai risparmiatori affinché affidassero i loro sudati risparmi.
La Legge deve garantire queste persone qualora truffate se il fine è solo un pretesto per dragare liquidità.
Le Banche non sono i soli dragatori, ci sono anche i Consorzi accreditati nei Piani di Zona per l'edilizia economica che, con il contributo dello Stato nella forma dell'Ente Locale Comune che cede i terreni in Diritto di Superficie, raccolgono denaro dai piccoli risparmiatori che investono in una casa la quale, se non più costruita, costituisce una TRUFFA, giacché quei risparmi non verranno da tali Consorzi restituiti, con la scusa che i piccoli risparmiatori sono Soci e se il Consorzio fallisce non vedranno più i loro risparmi. Esattamente come per le obbligazioni subordinate o le azioni di una Banca. Quali garanzie da lo Stato ai risparmiatori del mattone? Quali controlli opera sui bilanci spesso in rosso di questi dragatori di denaro con promesse di case costruende ma mai costruite? 

lunedì 14 dicembre 2015

Menzogne senza smentita su Roberto Saviano

Lo scrittore Saviano non mi è particolarmente simpatico, non ho letto il suo libro Gomorra né intendo leggerlo, giacché non ho bisogno di immergermi nei particolari abietti della Camorra per sapere cosa è ed averne schifo, inoltre non capisco perché con le mie tasse debbo pagargli la scorta, giacché NON è un magistrato né un commissario di Polizia, né un Ufficiale dei Carabinieri che, quale dipendente dello Stato, si occupa di Camorra per difendere lo Stato ed i suoi cittadini: Roberto Saviano è uno scrittore che ha scritto un libro dal titolo "Gomorra", da cui ha tratto tanti bei guadagni, comprese presenze televisive, sempre ben pagate, per pubblicizzare il suo libro ed il suo lavoro di scrittore in genere. Perché lo Stato deve pagargli una scorta? E' un privato cittadino che ha dato fastidio alla Criminalità organizzata con il suo libro da cui ha tratto profitto, e dunque si pagasse delle guardie private!!
Detto questo, che ritengo una riflessione che si dovrebbero porre in molti invece di fare il solito gregge adorante e non pensante, difendo però Saviano là dove vedo la menzogna, o almeno quello che dai giornali appare tale. Sotto questo articolo del Corriere della Sera di pochi giorni fa, ma già trovabile solo in Archivio, un lettore ha scritto che sul Sole 24ore del 13 dicembre 2015 c'era un articolo, introvabile, in cui si parlava del padre di Roberto Saviano, Luigi, indagato per truffa. La cosa mi ha sorpreso ed ho fatto una piccola indagine addivenendo al fatto che già nel 2011 vari giornali, fra cui La Repubblica, scrivevano che il medico di base Luigi Saviano era stato coinvolto, suo malgrado, in un caso di omonimia: in un'indagine su dei giudici tributari era stata registrata una intercettazione fra gli indagati che parlavano di un Luigi Saviano che aveva fatto un ricorso alla Commissione Tributaria e che era un imbroglione, avendo emesso ricette false per prestazioni sanitarie mai avvenute. E' stato acclarato che NON del padre dello scrittore si trattava, ma di un suo omonimo, non avendo il padre di Roberto Saviano MAI fatto alcun ricorso ai giudici tributari.
Ho scritto quanto sopra esposto rispondendo al commento del lettore con lo pseudonimo glover 2: NON è stato pubblicato.
Quindi, non essendoci state altre smentite fra i commenti seguiti fino ad oggi, chiunque legga quell'articolo e i sottostanti commenti potrà pensare che il padre di Saviano è un truffatore!

Da: Il Corriere della Sera 

di Fabrizio Caccia

DOPO IL SUICIDIO DEL PENSIONATO
Crac banche, le accuse dell’opposizione: «L’Etruria 

e il papà di Renzi»

L’amarezza di Pier Luigi Boschi: «La banca non era più raddrizzabile». Donzelli: «i genitori del capo del governo hanno omesso di citare le loro reali cariche societarie nella dichiarazione che devono alla presidenza del Consiglio»

Commento del Lettore



glover213 dicembre 2015 | 18:04
Dall'articolo su "il Sole 24 ore" di oggi: ""Luigi Saviano, padre di Roberto, medico dell'Asl di Napoli, si trova già sotto processo per truffa, ricettazione, corruzione e concussione ai danni dell'Azienda sanitaria per un vicenda relativa a presunte prestazioni inesistenti, prescrizioni e ricette fasulle, nonché a rimborsi che non risulterebbero non dovuti. Una vicenda che fa riferimento al periodo 2000-2004.""

Fiducia e truffa

Nel diritto italiano, la truffa è l'ottenimento di un vantaggio a scapito di un altro soggetto indotto in errore attraverso artifici e raggiri.
Nell'ordinamento giuridico italiano la truffa è un reato previsto dall'art. 640 del codice penale 
È definita come attività ingannatoria capace di indurre la parte offesa in errore attraverso artifici e raggiri per indurla a effettuare atti di disposizione patrimoniale che la danneggiano e favoriscono il truffatore o altri soggetti, procurando per questi ultimi un profitto corrispondente al danno inferto alla vittima.
 "Chiunque, con artifizi o raggiri, inducendo taluno in errore, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da cinquantuno euro a milletrentadue euro. La pena è della reclusione da uno a cinque anni e della multa da trecentonove euro a millecinquecentoquarantanove euro:

  1. se il fatto è commesso a danno dello Stato o di un altro ente pubblico o col pretesto di far esonerare taluno dal servizio militare [c.p.m.p. 162, 32quater];
  2. se il fatto è commesso ingenerando nella persona offesa il timore di un pericolo immaginario o l'erroneo convincimento di dovere eseguire un ordine dell'Autorità [649]
Il delitto è punibile a querela della persona offesa, salvo che ricorra taluna delle circostanze previste dal capoverso precedente o un'altra circostanza aggravante"

Come si vede se ci si sente truffati bisogna agire querelando chi riteniamo ci abbia truffato.
Il pensionato di Civitavecchia invece di uccidersi poteva agire in tal senso, giacché in quello che gli è accaduto gli elementi di truffa ci sono tutti.
Chi gli proponeva di investire la sua liquidità in obbligazioni di una banca commissariata o, se temporalmente non ancora commissariata, in sicura difficoltà, commetteva truffa anche se spinto dalla dirigenza della banca a farlo, la quale in tal caso è correa nel reato di truffa.
Il codice parla chiaro, quindi la strada è la querela di parte.
Quelli che si trovano nella stessa situazione del pensionato suicida, ma sono vivi, hanno questa strada legale da percorrere.
Certo le pene sono risibili ma, se si ottiene la condanna penale, ci si può rifare in sede civile chiedendo ai condannati di risarcire con il proprio patrimonio personale il danno subito.
Strano che nessuno ne parli e scriva.
Eppure il Codice Penale parla chiaro.

Sul piano Politico invece apprendiamo dalla viva voce del Direttore Generale della Banca d'Italia che essa non ha gli strumenti legislativi per fare di più di quanto non abbia fatto fin qui. Nel contempo però dice che "ci vuole una legge per vietare la vendita allo sportello dei titoli a rischio" e che da tempo la Banca D'Italia avrebbe chiesto al Potere Legislativo di farla.
Ma, per citare gli ultimi Governi, questa Legge che vietasse "lo spaccio" di titoli rischiosi al dettaglio non è stata fatta né dal Governo Berlusconi, né dal  Governo Monti, né dal Governo Letta, fino ad oggi con il Governo Renzi.

Quello che però viene rimproverato al Governo Renzi sono i rapporti imbarazzanti fra una Banca in difficoltà come la Banca Etruria ed uno dei più importanti Ministri del suo Governo.
E se è vero che "speculare sui morti fa schifo" è anche vero che troppo stretti sono questi rapporti familiari della brava Ministra Boschi con quella Banca. Suo padre non ne è più il Vicepresidente ma lo è stato fino a tempi recenti in cui la Banca era in forte sofferenza e lui non poteva non saperlo... Perché non ha impedito che si continuassero ad ingannare i clienti vendendo loro quei titoli che poi il decreto ha reso carta da camino?
Inoltre i giornali pubblicano la notizia, non so quanto vera così come scritta, che il padre del nostro Presidente del Consiglio sarebbe entrato in una Società con l'attuale Presidente della Banca Etruria.
Tutto questo deve essere chiarito dal Capo del Governo per rasserenare l'elettorato, non bastando assolutamente la solita inchiesta Parlamentare, giacché qualcuno disse: "Se si vuole affossare qualcosa basta aprire una Commissione Parlamentare di inchiesta".  

sabato 12 dicembre 2015

Alberto Stasi ha frantumato lo specchio

Da: La STAMPA
18/02/2009
GARLASCO (Pv)
Le nascondeva nel disco rigido del suo computer portatile all’interno di una cartella anonima, denominata «nuova cartella», a sua volta celata in una directory dal titolo «militare»che per il resto conteneva foto di aerei, carri armati e soldati in assetto 
di guerra o in azione. 

Ed erano tantissime: 7064 immagini e 542 filmati in gran parte a sfondo pornografico, ma anche 21 immagini e 7 filmati pedofili, con protagoniste bambine che non lasciano 
dubbi sulla loro minore età: sui cinque-sei anni, assicura chi le ha viste. 
Poi vanno aggiunte altre 10.379 immagini e 332 video salvati su un disco rigido 
esterno, in cui c’erano tra l’altro i filmini a sfondo pedopornografico. Questi ultimi però Alberto Stasi li aveva cancellati: i tecnici informatici dei carabinieri del Ris di Parma li hanno recuperati attraverso l’«analisi dei cluster non allocati». 

Da: Il Corriere della Sera
 (modifica il 17 gennaio 2014)

Garlasco: Cassazione assolve Alberto Stasi dall’accusa di pedopornografia


Era stato condannato a 30 giorni convertiti in 2.540 euro di multa

L'Avv. Giarda, facendo breccia nel Collegio giudicante aveva messo in evidenza come il pc di Stasi
 «non avesse il software necessario per scaricare quei file, dal momento che non aveva l’applicazione 
E-mule ma solo il programma Morpheus, non adatto per scaricare i video. «Manca la prova che Stasi 
li abbia scaricati - ha rilevato il suo difensore - e manca dunque l’elemento costitutivo del
reato che si perfeziona solo quando sia completata la visibilità del materiale pedopornografico». 
Per Giarda la condanna dell’ex bocconiano «è una macroscopica violazione di legge» anche 
perché la stessa perizia «non ha accertato lo scaricamento» delle immagini incriminate che 
sarebbero soltanto «frammenti di un contenuto molto più vasto di tipo pornografico»
la cui visione e detenzione è, però, lecita.

Bisogna leggere diversi articoli di giornale sull'argomento
per riuscire a capire qualcosa di reale estrapolando solo
le cose ripetute, dunque certe.
Purtroppo abbiamo un giornalismo che, pur avendo accesso
diretto alle informazioni, che provengono sempre
dalle forze dell'ordine, dai periti o dalla magistratura,
si perde in parole inutili non spiegando a chi legge i
particolari tecnici nella loro esattezza. Forse per stessa
ignoranza del cronista che deve scrivere di tutto, senza avere
specifiche competenze nelle più svariate materie.
Quello che si è capito è che il Dott. Alberto Stasi non
poteva essere condannato per il materiale pornografico
trovato sul suo PC, giacché questo non è reato.
E' reato detenere materiale pedopornografico e sembra che il bravo Avv. Giarda 
ha convinto i giudici che quel materiale egli non lo aveva detenuto volontariamente,
ma che sia capitato casualmente scaricando, appunto, più genericamente
materiale pornografico che aveva addirittura archiviato in una cartella, 
nascosta dentro un'altra cartella (directory) mimetizzata con immagini militari.

Questa la verità processuale che, sbandierata da un pessimo giornalismo fuorviante,
è diventata la cancellazione assoluta che lui abbia mai detenuto materiale di un
certo tipo.
Tutti coloro che usano un PC e vanno sul WEB sanno che casualmente possono 
imbattersi in siti osceni e che questi possono finire nella cache. Io stessa ho 
pubblicato quanto mi è accaduto in proposito, insieme però al fatto che ho 
immediatamente fatto denuncia sul sito della Polizia Postale e che poi mi 
sono recata nel più vicino Commissariato per ratificarla. 

Il ritratto che è scaturito di Chiara Poggi è di una ragazza normale, che deve 
essersi resa conto di alcuni aspetti della personalità di chi aveva intenzione 
di sposare che per lei erano inaccettabili.
Alberto Stasi si è visto riflesso nello specchio Chiara che lo giudicava e lo 
rifiutava e ha rotto lo specchio.