giovedì 2 marzo 2023

“Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, e nello spazio e nel tempo d’un sogno è raccolta la nostra breve vita” (W. Shakespeare, La tempesta, atto IV, scena I)

 Capitolo V

Nei sotterranei erano le Sale Operatorie. La sua barella fu lasciata in un grande salone disadorno. Di lato a lei, un poco discosta, c'era un'altra barella in attesa di entrare in Sala Operatoria. Elena provò a sbirciare la donna anziana che era come lei in attesa e la vide assorta e insieme assente: Elena pensò all'ansia e paura, che erano anche sue. 

"Si sente ormai rassegnata come un animale che va al macello." Pensò Elena interpretando la sua espressione assente. Un uomo con camice e cappello-fazzoletto calzato in testa, divisa da Sala Chirurgica, uscì da una porta a vetri diversa da quella dove era entrata la sua barella e si avvicinò a lei: "Sono il suo Anestesista."  Si presentò. Le fece alcune domande di tipo medico e si congedò dopo averla rassicurata che tutto sarebbe andato bene. Il resto si svolse per tappe successive in cui lei era ormai un oggetto rassegnato ed inerme.

La Sala Operatoria era un luogo freddo, metallico, superilluminato, in cui figure professionali diverse compivano gesti precisi, ripetitivi e perfetti. Poi fu il buio.

Si risvegliò. E già questo era un successo. Era in una sala piena di monitor, di luci innaturali, senza finestre che facessero intravedere la luce naturale. Tutto era azzurro scuro. Due infermieri, un giovane ed una donna, la lavavano con dei guanti, era nuda e piena di fili. Aveva dolore ma i due addetti a quel compito non se ne preoccupavano, maneggiando il suo corpo ferito con perizia crudele. Quella doveva essere la Terapia intensiva. La passarono quasi subito alla Subintensiva: un grande stanzone dove uomini e donne erano in letti pieni di fili e di monitor, coperti solo di un camice aperto dietro. Alcuni già si alzavano camminando piano per andare in bagno e il camice aperto dietro, tenuto solo da un laccio intorno al collo annodato dietro di esso, lasciava intravedere il sedere. Questa promiscuità sembrò orribile ad Elena. Ma capì che lì si combatteva per restare vivi, essendo tutti in una situazione clinica estrema, dove il pudore ed altri aspetti legati alla formazione culturale non erano più contemplati...

Il dolore, la fatica ad emettere il catarro che si formava nei bronchi  per la stasi, furono i ricordi di quei giorni. Un esercito di infermiere giovanissime si occupava della Subintensiva. Una si chinò sul suo corpo disteso suggerendole di tenersi stretto con le braccia il busto quando tossiva per emettere il catarro, così da proteggere lo sterno che era stato tagliato e ricucito.

Un'altra, con modi sicuri e senza cedimenti alla pietà, la costrinse a scendere dal letto alla sedia per bere il suo primo tè. Era alta, bella e con due grandi occhi scuri. La sua fermezza  professionale si imponeva sulla sua insicurezza e paura. Dopo un giorno o due le mise davanti un carrello e la fece alzare dalla sedia per andare in bagno a lavarsi. Lì le dette dei guanti impregnati di un liquido per lavarsi. Le chiese se ce la faceva da sola. Elena coraggiosamente disse di sì.

Il suo coraggio non c'era sempre. In alcuni momenti in cui l'avevano mossa per esigenze di cura, con tutti i fili a cui era attaccato il suo corpo, aveva emesso dei gemiti di dolore e detto: "Meglio morire!" Questo aveva attirato la dolorosa attenzione di un uomo dall'apparente età di sessanta anni, il quale cercava di reagire all'intervento di cardiochirurgia che aveva subito, e la prostrazione di Elena non gli giovava. 

Anche in Subintensiva erano consentite visite. Suo marito nel vederla in quello stato riportava sul viso tutto il suo dolore smarrito e quasi piangeva. L'uomo dall'apparente età di sessanta anni aveva ricevuto la visita di una donna anziana, con gli occhi pesantemente cerchiati di nero: Elena pensò che avesse qualche strana malattia perché non aveva mai visto occhiaie così impressionanti. L'uomo manifestò il suo turbamento per l'abbattimento della sua compagna di esperienza chirurgica indicandola alla visitatrice: "Questa signora sta proprio giù..."  Lui si faceva forza e coraggio e, sentire Elena che diceva "Meglio morire!" piuttosto che soffrire quell'iter doloroso, lo scoraggiava. I visitatori erano infagottati in camici sanitari, sovrascarpe e mascherine. Elena pensò che la donna con le occhiaie, che la salutò facendole auguri di guarigione, fosse la madre dell'uomo che dimostrava un'età così giovanile.

Egli passò in reparto prima di Elena, dato che quando lei era arrivata lui già era lì.

Ben presto toccò anche ad Elena. Da quando aveva ripreso conoscenza si era accorta di non avere più voce. Riusciva solo ad emettere un soffio quasi senza suono. Le dissero che era conseguenza dell'anestesia.



mercoledì 22 febbraio 2023

“Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, e nello spazio e nel tempo d’un sogno è raccolta la nostra breve vita” (W. Shakespeare, La tempesta, atto IV, scena I)

  Capitolo IV

Adriano ed Elena abitavano in una villetta a due piani. Lui decise che lei non doveva fare più le scale e la confinò al piano di sopra costringendosi a sobbarcarsi di tutti i lavori domestici cucina compresa. Lei capì che l'annuncio ricevuto quel 31 ottobre era qualcosa che prima o poi, in una forma o nell'altra, sarebbe dovuto accadere. 

Si riteneva sempre fortunata, perché qualche giorno dopo quell'evento aveva potuto compiere 76 anni. Un'età ragguardevole.. Quanta gente che aveva avuto una parte anche minima nella sua vita aveva visto sparire... Nei modi più diversi... Non era vero che di fronte alla Morte siamo tutti uguali... Perché non si muore tutti alla stessa età e non tutti allo stesso modo. Ci sono modi crudeli e tempo di vita per alcuni così breve da non poter capire quasi nulla di cosa si è... E cosa rimane di ciò che una persona è stata? Nulla. I suoi sentimenti, i suoi pensieri, si dissolvono... Alcuni lasciano mirabili scritti, che fanno compagnia a chi vive, dando spunti di verità, altri musiche meravigliose, altri ancora dipinti e statue... Ma la rete neuronale di ciò che sono stati non c'è più.

Questo è ancora più concreto per la maggior parte di noi. Tutte le cose vissute, le gioie, le sofferenze... Dissolte. Alcuni saranno ricordati per qualche generazione se avranno una discendenza.. Poi non più, il loro ricordo si dissolverà come un sogno.

Elena si preparò ad affrontare l'operazione che le avrebbe consentito di continuare a vivere, vedendo la disperazione di suo marito e l'angoscia dei suoi figli.

Il grande Cardiochirurgo che l'avrebbe operata le disse che nel 95% dei casi quel tipo di intervento andava bene, poi c'era una percentuale che... e sorridendo bonariamente indicò con il dito in su l'imponderabile.

Il giorno prima dell'intervento programmato la ricoverarono al reparto Urologia, perché non c'erano posti letto. La sua compagna di stanza era anche lei ospitata in quel reparto dovendo essere operata per un tumore allo stomaco e dunque era una paziente del reparto di Chirurgia Gastroenterologica. Era rumena e più giovane dei suoi figli. Era sola, nessuno accanto a lei. Nel breve tempo, un giorno e mezzo, che stettero insieme Elena apprese che era stata sposata e che era divorziata perché lei era venuta in Italia a lavorare come badante e colf e mandava i soldi in Romania dove lui ne spendeva frequentando altre donne.

"Avete avuto figli?" 

 No."  

"Per fortuna."  Commentò Elena con triste sollievo.

Quando venne suo marito in visita lei gli parlò di quella che considerava una ragazza, dato che  le aveva detto di avere 51 anni, con partecipazione al suo problema:"Un tumore allo stomaco, povera piccola."  Ma Adriano era diverso da sua moglie e le sussurrò: "Abbiamo il nostro problema da risolvere, pensiamo a noi."  Ma Elena, nonostante le tante delusioni ricevute dal suo prossimo nella sua lunga vita, era fortemente empatica e provava partecipazione emotiva per l'altrui sofferenza. Il suo problema era grave, affrontare l'intervento che l'aspettava una prova pesante, ma questo non la rendeva impermeabile al dolore degli altri. Per Adriano era diverso; l'angoscia per sua moglie lo permeava totalmente.

A sera venne una bella donna elegante nella sua divisa di Operatrice Sanitaria. Il volto coperto dalla mascherina non consentiva di vederne i lineamenti, ma ad Elena sembrò bella perché era curata, con un taglio dei capelli, biondi per le méches, ben fatto. Con garbo le disse che aveva l'incarico di prepararla per la Sala Operatoria: dunque clistere e depilazione totale. Nel compiere questa operazione con grande delicatezza e professionalità le parlò di sé: sua madre era stata una portantina e lei aveva detto a sé stessa che mai avrebbe fatto quel lavoro, poi aveva fatto il corso per OS ed ora il suo lavoro le piaceva. Le disse che era sposata senza figli, ma non le pesava il non averne: "Siete voi pazienti i miei figli." Disse.

Elena sentì gratitudine e rispetto per quella donna. La mattina dopo era il giorno del suo intervento e anche di quello della sua compagna di stanza. L'Operatrice Sanitaria passò per dare loro un'occhiata. La "ragazza" rumena aveva mal di testa. Aveva chiesto invano un analgesico dalla sera prima. Elena era andata dalle infermiere ad insistere perché le dessero qualcosa giacché la donna le chiedeva aiuto. Ma quelle, dovendo la paziente osservare il digiuno per l'operazione del giorno dopo, non cedettero.

Al mattino, mentre suo marito ed i suoi figli stavano entrando nel reparto per una breve visita, vennero a prendere la sua compagna di stanza per condurla in Sala Operatoria: Elena era nel corridoio con i suoi e, vedendo passare la barella si avvicinò alla rumena e le strinse la mano facendole coraggio, mentre gli occhi le si riempivano di lacrime e la gola le si chiudeva. 

Suo marito non capiva. Lei con la strozza in gola provò a dirgli: "E' sola. Ha tutti i parenti in Romania. Qui ha solo un compagno che le telefona sul cellulare ma non può venire perché lavora, fa il muratore, è un suo connazionale, ma non ha l'automobile e abita lontanissimo da qui, impossibile venire con i mezzi pubblici..."

Il suo intervento era in schedula per le due del pomeriggio. Li avvertirono che dopo non sarebbe tornata in quel reparto, che era solo per appoggio prima dell'operazione, ma dopo sarebbe andata in Terapia Intensiva, poi in Subintensiva e da lì nel Reparto Specialistico di Cardiochirurgia. Invitarono dunque suo marito a portare via tutti i suoi effetti personali tranne il necessario che sarebbe stato trasferito al nuovo reparto. Suo marito andò via baciandola angosciato. La paura sottaciuta era che non sapeva se ne sarebbe uscita viva.

Verso mezzogiorno riportarono in stanza la donna rumena. Smaniava e si lamentava ancora stordita dall'anestesia. Via via che il dolore si faceva più evidente nonostante i calmanti ella si agitava sempre più, muovendo smaniosamente le gambe, scoprendosi... Elena soffriva per lei. Cominciò ad invocarla: "Signora, signora, ho male, signora..."  Elena le accarezzò i piedi nudi che lei muoveva nella smania del dolore, poi la fronte, cercando con quei gesti di darle conforto. Le chiese l'acqua, ma Elena sapeva che non poteva bere perché in quelle circostanze induce il vomito. La vedeva come una figlia, avendo solo pochi anni meno del suo figlio minore.

Quando si fece l'ora che toccava a lei Maria, così si chiamava la sua compagna di stanza, stava meglio. Probabilmente anche grazie agli antidolorifici. Era venuto anche il Chirurgo che l'aveva operata e le aveva spiegato che il tumore era grosso, per questo non lo avevano tolto tutto e il resto l'avrebbero distrutto con adeguate terapie.

Maria la salutò facendole tanti auguri.



 

sabato 18 febbraio 2023

“Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, e nello spazio e nel tempo d’un sogno è raccolta la nostra breve vita” (W. Shakespeare, La tempesta, atto IV, scena I)

 Capitolo III

Al giovane medico che stilò il verbale dell'intervento di Pronto Soccorso la donna chiese perché aveva avuto quella forte nausea insieme alla mancanza quasi totale di respiro: "E' la risposta vagale. - rispose gentile il dottore - Alcuni vomitano. Il nervo vago è intervenuto quando il suo cuore, stimolato dallo sforzo a cui lei l'ha sottoposto salendo di corsa la scala, ha diminuito la frequenza cardiaca, ma per fortuna ha compensato e lei si è salvata dall'infarto. Dovrà fare degli accertamenti approfonditi per capire da cosa è dipeso. Noi ora vediamo che è tutto a posto dagli esami a cui l'abbiamo sottoposta, ma va rivisto il comportamento del cuore nel momento dello sforzo."

Qualche giorno dopo Elena compì gli anni: 76. Pensava che è un'età giusta per morire. Sua madre diceva saggiamente che l'età media dell'uomo è 70 anni. Naturalmente nel ventesimo secolo e in Europa... Essendo la durata media della vita legata alle condizioni in cui si vive: il tempo e il luogo sono fattori importanti.

Si sottopose ad una TAC coronarica su consiglio medico che evidenziò senza dubbio una diffusa ostruzione delle arterie che irrorano il cuore. I Cardiologi dunque la sottoposero ad una Coronarografia nell'intento di applicarle degli stent.

Le avevano spiegato cosa fosse e un assaggio lo aveva già provato con la TAC coronarica quando le avevano iniettato il mezzo di contrasto: le avevano detto che avrebbe sentito un calore diffuso... Non piacevole, ma se si deve fare si sopporta.. Per la Coronarografia successiva sapeva che avrebbero infilato nelle sue arterie una sonda per arrivare fino alle coronarie e lì mettere gli stent: dalle ostruzioni evidenziate dalla TAC ne servivano 5 o 6. L'idea che privilegiassero la via femorale non le piaceva e fu sollevata quando vide che il Cardiologo Emodinamista aveva scelto la via radiale.

Sopportò... Si doveva fare... Altrimenti il suo cuore non era più alimentato dal sangue.. Ma ad un certo punto capì che non le avrebbe messo gli stent. Si preoccupò. Fino a quel momento si era fatta forza. Aveva sopportato e tenuta a bada la paura e l'ansia, ma il fatto nuovo le creò uno stato di ansiosa attesa. L'emodinamista spiegò che le sue arterie di diabetica non avrebbero tenuto a lungo gli stent e che in capo ad un anno o due potevano muoversi e si sarebbe dovuto intervenire d'urgenza per rimuoverli.

Era stato tutto inutile. I Cardiologi la passavano ai Cardiochirurghi per mettere almeno tre bypass. 

L'idea non le piacque affatto. Suo figlio Chirurgo era arrabbiato con lei: "Ecco cosa hai combinato fregandotene del tuo diabete e mangiando ugualmente dolci!"  La sua preoccupazione di fronte a quanto detto dal suo collega Emodinamista nasceva dalla consapevolezza dell'intervento a cui sua madre andava incontro.

"E' un intervento di Chirurgia maggiore e come tale comporta alti rischi."  Le disse amareggiato.

Elena pensava ancora di poterlo evitare e decise di firmare ed andarsene dicendo ai Cardiologi perplessi che ci doveva pensare. "Per noi lei non può andarsene in giro con un cuore così messo, signora, dunque non possiamo dimetterla perché lei è a rischio che, uscita di qui, le prenda un infarto e noi non possiamo prenderci una simile responsabilità. Noi la passiamo ai colleghi Cardiochirurghi al di là del corridoio e loro potranno risolvere il problema."  Il tono era gentile, molto comprensivo per l'incertezza e i timori della paziente, ma Elena firmò e uscì dall'ospedale.

A suo figlio disse: "Ma se sto attenta a non fare sforzi?"

"Mamma, allora tu non hai capito, può succedere in ogni momento, il tuo cuore non è più irrorato, è come se tu avessi una bomba sotto il sedere."  Concluse con la sua solita franchezza.

Suo marito era terrorizzato ora che la situazione medica di sua moglie gli era chiarissima. Lei si manteneva calma, ma una sera lui si mise a piangere. "Ma amore mio.. Mi piangi già per morta?"  Disse lei triste e commossa. La vita all'improvviso li aveva messi di fronte alla fine di uno dei due in modo chiarissimo, come mai prima. 

Coronarografia



venerdì 17 febbraio 2023

Pensiero perfetto

 

Pensiero perfetto

Conscio di esistere

con il Pensiero Perfetto

cercò un contatto:

nessuno rispose.

Galassia a spirale simile a quella in cui è la Stella Sole ed il sistema planetario che gli gira intorno, fra cui la piccola Terra.
Le piccole luci al di fuori di essa sono altre galassie, formate anch'esse da miliardi di stelle.
Per secoli l'Uomo non sapeva neppure dove stesse...
Da pochissimo tempo della sua Storia ha potuto vedere grazie ai Telescopi.


giovedì 9 febbraio 2023

“Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, e nello spazio e nel tempo d’un sogno è raccolta la nostra breve vita” (W. Shakespeare, La tempesta, atto IV, scena I)

 Capitolo II

Giunsero all'Ospedale più vicino in 20 minuti. Era noto, ma loro non vi erano mai stati.

Elena scese dall'auto reggendosi sulle sue gambe, insicure, ma fu un sollievo constatarlo. Monica la sorresse premurosa, mentre Adriano spostava l'auto dall'ingresso del Pronto Soccorso dove già gli si era affiancata un'ambulanza. Nell'androne la figlia la fece sedere su una delle sedie di metallo: altre persone erano già sedute in altre sedie. Anche se il respiro era tornato Elena non stava bene e sperava che la visitassero subito. Sua figlia e suo marito si accostarono al vetro oltre il quale c'era personale sanitario. Li vide parlare e sperò che si rendessero conto che il suo essere ora apparentemente normale non voleva dire che il suo malessere non fosse stato grave.

La fecero passare, segno che la spiegazione dei suoi cari era stata convincente. 

Una capace infermiera le misurò subito l'ossigeno nel sangue e la sottopose ad altri test il cui risultato sembrava confortante. In una sala attigua le fecero l'elettrocardiogramma ed i prelievi ematici per le analisi.

Poi rimase qualche ora in attesa in una sala d'aspetto sul retro del Pronto Soccorso. Una donna alta e allampanata, che trovò già lì, dava segni di insofferenza. Le disse che era lì dalle otto del mattino, ed era ormai oltre mezzogiorno. Le chiese cosa avesse e appresolo ne rimase impressionata. Elena minimizzò dicendo che alla sua età, 76 anni, non c'era da stupirsi se qualcosa prima o poi accade.

"Non li dimostra affatto! Almeno 10 di meno! Ma comunque non dica così... Non è detto che sia l'ora di morire!"  Elena era abituata allo stupore sull'età che dimostrava: era stato sempre così. Da giovane la scambiavano per la sorella maggiore dei suoi figli. Capiva, comunque, che per la maggior parte della gente qualsiasi fosse l'età, anche avanzata, non era mai l'ora di morire, come se la vita umana potesse durare all'infinito... La Morte era qualcosa di inaccettabile e quindi da rimandare oltre i confini della realtà biologica. Di fronte alla sua tranquillità, solo un poco mesta, la donna si lanciò in riflessioni filosofiche confuse ed agitate in cui balenavano timori sull'inquinamento ed altre oscure forze che ci stavano portando tutti alla rovina.

Alla fine la chiamarono e si ritrovò in Sala Raggi accolta da un giovane Tecnico di Radiologia di gradevole aspetto ma, soprattutto, di gradevoli modi. Gentile fino alla signorilità l'aiutò a togliere e, dopo i Raggi x, a rimettere, la sottilissima catenina di oro bianco con pendente una piccola acquamarina circondata da brillantini, a cui lei teneva molto perché era un regalo collettivo dei suoi figli per i suoi 60 anni. Apprezzò i modi di quel giovane, stupendosi della differenza abissale con i suoi colleghi degli ospedali romani che Elena aveva conosciuto nel corso della propria esperienza, gente sciatta, quando non addirittura rozza, che sembrava odiare il proprio lavoro.

C'era un episodio, di quelli che restano per sempre nella memoria perché ci colpiscono per la loro anomalia, avvenuto nel periodo in cui in Italia imperversavano le Brigate Rosse. Fu quello per Elena un periodo difficile e doloroso. Dopo la morte improvvisa di suo padre, che non aveva neppure compiuto 56 anni, avevano acquistato un grande appartamento in una zona popolare, dato che i loro mezzi non consentivano di scegliere un quartiere più borghese o signorile. Erano comunque felici perché era in un edificio a cortina, solido e c'era anche la stanza per sua madre, in modo che non fosse sola dopo la vedovanza. Pensavano di vivere lì per sempre. Ma in breve tempo, dopo aver attirato l'ammirazione e la simpatia di alcuni per la sua grazia e per come curava i suoi bambini, fu oggetto anche di invidia da parte di persone scarsamente scolarizzate, che notarono la differenza, di modi, di cultura e la professione di Adriano, professore all'università, rispetto a ciò che erano loro. Qualcuno pensò bene di punirla per questi aspetti offendendola, chiamando sua madre "scema" giacché, pur non essendolo affatto, sua madre aveva a volte l'abitudine di parlottare fra sé e sé inseguendo suoi tristi pensieri. Elena si era difesa chiudendo la confidenza data ad alcuni, ma non bastò. Scoprì così che esiste gente che vuole distruggere gli altri e credette che dipendesse dal posto dove erano andati ad abitare, dove la percentuale di gente di basso livello culturale e sociale era elevata. La vita poi le insegnò che semplicemente quella realtà può esistere ovunque ci sia gente frustrata ed infelice, rosa dall'invidia e affetta da miserabili sentimenti meschini.

Era molto giovane quando scoprì questo aspetto infame di certi esseri umani, che fanno sempre gruppo o branco, cercando appoggio con la maldicenza, la calunnia, dato che da soli sanno di essere meno di nulla.

Capitò così che di bocca in bocca le avevano creato la nomea di "scema", legando l'offesa a sua madre a tutta la famiglia. E non importa se, come le disse un giorno la sua amica Giovanna, insegnante di Lettere, Greco e Latino nei Licei, "Tu sei la migliore smentita di questa calunnia. La gente crede a ciò a cui le piace credere" .

Il suo figlio più piccolo si scoprì avere una cisti ossea congenita. Iniziò un calvario di cure e Raggi x di controllo. Alla Clinica Ortopedica del Policlinico, dove doveva fare controlli periodici, le capitò di riconoscere in una donna che lavorava allo sportello di tale Clinica una che abitava nel suo palazzo e, dall'atteggiamento e dai modi anormali, capì che era inquinata dalle dicerie. Fra queste, nell'intento di denigrarla ed attirarle addosso ostilità, qualcuno si era inventato che fosse nata in un piccolo borgo ma diceva di essere romana perché se ne vergognava. Un'invenzione totale, come tutto il resto, segno e prova del livello di stupidità di tali menti malevole che evidentemente proiettavano su di lei i loro complessi sulle loro origini. La grassa donna dello sportello doveva aver propalato il pettegolezzo ad una sua collega la quale ad Elena, costretta a passare per quegli sportelli per le pratiche relative alle visite del suo bambino, aveva fatto un ironico discorso sul fatto che lei amava il suo paesello natìo e di esso ricordava anche i sentieri e i cespugli... Elena avrebbe voluto dirle che anche lei amava la sua città, Roma, e i luoghi dove aveva trascorso la sua primissima infanzia, come la Barcaccia del Bernini a Piazza di Spagna, che lei considerava la "sua fontanella" perché le piaceva abbeverarvisi entrandovi fino alla cannella quando scendeva dal Pincio dove sua madre la conduceva a sfrenarsi nei giochi. Ma quella donna avrebbe sorriso di scherno, convinta dalla voce riportata dalla collega a sua volta convinta da altre bocche pur non conoscendo affatto Elena se non di vista. Ma l'episodio che colpì Elena per la sua abietta miseria fu quello di un anziano tecnico radiologo, a riprova di come limitati ambienti possano inquinarsi di chiacchiera in chiacchiera alimentando odio sociale, soprattutto in un periodo in cui ogni modo o aspetto signorile veniva tacciato di essere "borghese" e di essere segno di disprezzo per il popolino proletario. Mentre faceva sciattamente il suo lavoro rivolse con disprezzo il termine di "scemo" al suo bambino che, per fortuna, non colse l'insulto gratuito, dato che nulla aveva fatto mentre lo squallido soggetto lo sottoponeva alla radiografia di routine. Elena tacque, come fece per tutto il tempo che dovette sopportare questi atti che in seguito, molti anni dopo, furono socialmente denunciati come "Bullismo" o "Stalking" e definiti reati. Sapeva di essere isolata e qualsiasi sua reazione le si sarebbe ritorta contro, servivano prove e testimoni, e a quelle canaglie non sarebbe sembrato vero poter dire: "Se lo è immaginato perché è pazza." Però una giovane, che era lì per fare delle radiografie, ebbe una reazione di meraviglia: "Ma è un bambino!" Esclamò sbarrando gli occhi. L'ometto bofonchiò con espressione ostile delle spiegazioni incomprensibili del suo stolto agire, che dimostrò ancora di più ad Elena quanto di follia ci fosse in quello strisciante sentimento di odio in persone che lei non conosceva affatto e che nulla avevano a che fare con lei e la sua famiglia. Passato quel periodo, in cui l'odio sociale aveva fatto ben altre vittime, ci furono anni più sereni ma, proprio nel periodo che stiamo narrando, era riemerso fino al punto che le Istituzioni ne avevano preso conto emanando leggi contro ogni forma di persecuzione, con l'unico difetto di definirle con termini inadeguati come bullismo, sicuramente riduttivo, o stalking, il solito inglesismo nebuloso perché linguisticamente non chiaro a tutti.

Il ricordo sgradevole passò. Ma capitava di sovente che fatti che viveva nel presente ne rievocassero altri vissuti che facevano parte del "sogno" che era la sua vita, come quella di ciascuno, sogno che si dissolverà con la morte. Infatti cosa resta della memoria di chi non c'è più..? Qualcosa nella memoria di chi vive ancora e conserva in sé memoria di chi si è dissolto... 



martedì 7 febbraio 2023

“Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, e nello spazio e nel tempo d’un sogno è raccolta la nostra breve vita” (W. Shakespeare, La tempesta, atto IV, scena I)

 PREFAZIONE al Romanzo di Rita Coltellese

Ho scelto come titolo per questo Romanzo la geniale e poetica sintesi che un Genio Universale come Shakespeare ha saputo esprimere.

Con questo Romanzo intendo svolgere il tema che con tale mirabile intuizione William ci ha lasciato.

Capitolo 1

Esattamente un anno prima, era il 21 ottobre, erano stati in quella stessa spiaggia in un giorno di sole caldo per quei lidi, che sempre a quel punto della stagione erano ormai avvolti dai primi cenni del clima autunnale.

Ora era l'ultimo giorno di ottobre e sembrava ancora estate. Il clima stava cambiando e suo marito decise di tornare in quel chilometro scarso di sabbia dorata chiusa fra rocce possenti che la rendevano raggiungibile solo dal mare, avendo alle spalle la collina. La figlia era venuta con loro. Amante come il padre delle immersioni nelle limpide acque del mare di scoglio. I due fecero lunghe nuotate. Lei si immerse fino al bacino per avvicinarsi all'imbocco di una grotta che si apriva nella roccia a destra, guardando il mare. Le piaceva guardare, esplorare... In tutta la spiaggia c'erano poche rade presenze, e questo la rendeva più godibile. L'estate protratta così a lungo non aveva però indotto gli stabilimenti arroccati sul costone a tenere aperti i loro lettini ed ombrelloni.. Regnava una pace meravigliosa e la Natura era tutta per loro.

Al ritorno percorsero la lunga scala con i gradini di legno e l'intelaiatura di solido ferro che dalla spiaggia conduceva al piano strada dove avevano lasciato l'auto. Monica, la figlia, la percorse agevolmente e sparì alla vista di Elena avendo raggiunto il pianerottolo panoramico in cima e svoltato verso sinistra, lungo il marciapiede al lato del quale era parcheggiata una fila di automobili, fra cui la loro.

Adriano si girò verso la moglie che saliva lentamente prendendola affettuosamente in giro: "Vecchietta! Vai lentamente.. Sei vecchietta!"  Poi terminata agevolmente la salita si avviò lungo il marciapiede sparendo alla vista di Elena che, in un moto di orgoglio, fece gli ultimi gradini di corsa. Arrivata quasi al pianerottolo panoramico si spostò leggermente a destra per lasciare spazio ad una giovane coppia che scendeva. Posto il piede sulla larga piattaforma panoramica constatò con soddisfazione che non aveva affanno per quegli ultimi gradini percorsi di corsa e si avviò sul marciapiede: ma di botto il respiro le si bloccò.

Immediato il pensiero che le si affacciò: "Ah! Così.. A 76 anni....Ci posso stare."  Nessuna paura nonostante l'immediata consapevolezza di ciò che le stava accadendo. Dopo aver compiuto i 70 anni aveva pensato molte volte a come sarebbe stata la sua Morte. Aveva accettato l'evento inevitabile e si era detta che da quel momento ogni giorno era da considerarsi come un regalo, cercando ancora di più, di quanto non avesse già fatto nella sua vita, di apprezzare ogni cosa: gli affetti, la Natura, i pochi piaceri che amava. Questo perché aveva visto la fragilità della vita umana e tante persone che in qualche modo avevano fatto parte della sua vita se ne erano andate da tempo. 70 anni era la durata della vita media in Italia nel suo tempo. Accettare la realtà era il suo equilibrio. Non rassegnazione passiva, ma consapevolezza.

Anche ora cercò realisticamente di guidare l'evento che stava vivendo senza rassegnazione e senza paura, con un solo desiderio: che il malessere che le aveva quasi azzerato il respiro e contemporaneamente dato ondate di nausea durasse meno possibile e arrivasse prima possibile il buio che interrompe ogni sofferenza. Si appoggiò alla balaustra che dava verso il mare per sorreggersi, cercò di guardare avanti intravedendo la figura di suo marito che era giunto alla macchina e, dal lato opposto, quella di sua figlia che si accingeva a mettersi alla guida. Provò a chiamare per avvertire di quanto le stava accadendo ma la voce non uscì e non riuscì neppure a tenere il capo dritto, per cui guardava di sotto in su avendo il capo chino, provò allora a camminare verso di loro, magari lentamente... Ma mettere un piede davanti all'altro le costò uno sforzo tremendo e la nausea aumentò. Pensò allora che doveva sollevare il cuore dallo sforzo che stava facendo di tenerla in piedi, visto che non era caduta ma sarebbe potuto accadere da un attimo all'altro. Girò il capo verso il bordo del marciapiede cercando con lo sguardo uno spazio fra i paraurti delle auto parcheggiate lungo di esso, ne trovò uno subito alla sua destra e valutò che con due passi lunghi di lato avrebbe potuto raggiungerlo e sedersi senza cadere di botto come temeva accadesse. Ci provò. Ci riuscì e si sedette accasciandosi in quello spazio. Ora suo marito e sua figlia si sarebbero accorti che qualcosa non andava.

Intravide con la coda dell'occhio che suo marito stava avvicinandosi. Non ebbe la forza di alzare la testa: "Cos'hai?"  Disse chinandosi verso di lei. Rapida, in un soffio, lei rispose: "Non respiro e ho nausea.. Portatemi in ospedale.."  Intanto oltre le auto in sosta era giunta anche la figlia. Ne intravide la figura dalla vita in giù, non potendo alzare la testa, piegata come un burattino a cui si stavano recidendo i fili.

Non parlarono più: si mossero rapidissimi. L'auto, guidata dal marito, fu accanto a loro, spalancarono lo sportello di dietro e lei si accasciò sul sedile posteriore in posizione scomoda, essendo una parte di esso occupato dalla grossa borsa da mare di paglia  di Monica. Non c'era tempo di scostarla, bisognava correre e questo i suoi cari l'avevano capito. L'auto filava veloce e l'aria, entrando dai finestrini aperti in quel dolce inizio d'autunno, era fresca e la faceva stare meglio. Li avevano aperti appena saliti giacché l'auto, ferma e chiusa per l'insolito caldo quasi estivo, lo richiedeva nell'immediato. 

"Ti da fastidio l''aria?"  Chiese Monica girandosi verso di lei. "No.. Anzi... Ho bisogno d'aria.." 



martedì 17 gennaio 2023

Mafia capillare

 A seguito dell'arresto del famoso latitante di Mafia Matteo Messina Danaro i commenti sui media si sprecano.

Definiamo cosa è Mafia: è un termine che indica un tipo di organizzazione criminale retta da violenza, omertà, riti d'iniziazione e miti fondativi.

Quale è il suo scopo: esercitare un potere totalitario sul territorio attraverso il controllo minuzioso di ogni tipo di attività proponendosi come risolutrici di ogni problema. Il loro obiettivo principale è quello di accumulare più ricchezza possibile, essendo quest'ultima direttamente collegata al potere.

Proventi della Mafia: Gli ingentissimi profitti ricavati dalle attività illecite (ed in particolare dal traffico di droga, dove la criminalità è capace attraverso la forza e “l’esercizio della violenza organizzata di dominare gli scambi, non di rado subordinando progressivamente i produttori e i distributori”) sono reinvestiti nell’economia legale, dando luogo ad intrecci sempre più stretti tra criminalità mafiosa, corruzione, criminalità economica e dei colletti bianchi: “Le mafie sono diventate, nonostante la repressione, protagoniste di una parte dell’economia italiana e internazionale”.

Soffermiamoci un attimo su questo punto: traffico di droga.

E' chiaro che gli acquirenti consumatori di droga sono fornitori della FORZA della MAFIA.

Senza il loro massiccio consumo non ci sarebbero gli ingentissimi profitti. 

Da questa pragmatica riflessione si desume che i consumatori dovrebbero essere puniti dalla legge giacché alimentano l'Organizzazione Criminale.

Senza considerare poi tutti i danni in vite umane che i drogati provocano commettendo innumerevoli reati: rubano, rapinano, aggrediscono, uccidono per procurarsi il denaro necessario per l'acquisto delle sostanze che danno dipendenza. Guidano auto in stato di alterazione psichica provocando incidenti anche mortali.

E' quindi a favore di questa realtà che alcune parti politiche operano chiedendo libertà di possedere "modiche quantità di droga per uso personale", oppure di poter coltivare cannabis in casa in nome di non dimostrato beneficio medicale, oppure libertà di riunirsi in "rave party" dove sempre è compreso l'uso di droghe.

Chi vota per queste parti politiche è dalla parte di chi traffica in droga: quindi dalla parte della Mafia.

Lo Stato di una Nazione dovrebbe avere forza organizzativa sufficiente per difendersi da una guerra qualora altri Stati l'aggrediscano. Eppure i fatti dimostrano che non ne ha per sradicare il cancro mafioso giacché per fermare le stragi messe in atto dalla Mafia è sceso in Trattativa. Nei dibattiti televisivi sento che c'è chi nega che questo sia avvenuto. 


http://www.ritacoltelleselibripoesie.com/2018/04/trattativa-stato-mafia-attenti-alle-date.html

Invece è avvenuto e la prova è la richiesta dell'intercettazione telefonica richiesta ed ottenuta dal magistrato Nino Di Matteo sul telefono di Nicola Mancino, che secondo Di Matteo ha avuto un ruolo importante in quella trattativa. 

La distruzione di tale intercettazione fu ottenuta perché intercettando Mancino si registrò la sua conversazione con il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e secondo chi ha ottenuto tale cancellazione un Presidente della Repubblica non si può intercettare.

Non so se tale cancellazione sia stata costituzionalmente corretta, ma l'hanno ottenuta.

Ora ci sono spinte politiche a limitare le intercettazioni come ad attenuare l'ergastolo ostativo.

A chi pensa lascio l'opinione sulle forze politiche che vorrebbero limitare questi due strumenti legislativi contro la Mafia e chi, al contrario, vuole mantenerli tenendo conto della spietatezza criminale di tale organizzazione.

E' opinione diffusa fra chi si occupa di questa triste materia che ora la Mafia si è capillarizzata introducendosi con i suoi ingenti capitali in ogni ambito della vita dello Stato.

Pongo a questo proposito una mia riflessione su alcuni aspetti inquietanti che riguardano le Concessioni che lo Stato Italiano da in quasi monopolio a grandi Società, più o meno partecipate dallo Stato stesso, ma comunque miste anche ad un azionariato privato.

Mi riferisco a Società come quella che gestiva le Autostrade malamente fino a provocare il disatro del Ponte Morandi di Genova. L'assoluta libertà di manovra in assenza di veri controlli legali unita al monopolio di tale gestione fa pensare ad uno Stato che consente fatti inauditi rinunciando al suo ruolo. Non è questa Mafia? Cioè un sistema che si sostituisce allo Stato e che lo Stato consente attraverso la corruzione dei suoi rappresentanti?

Il cittadino è inerme vittima sacrificale in questo sistema.

Dov'è la CONCORRENZA che garantisce la limpidezza e la correttezza di un Servizio che lo Stato da in concessione? Dove i controlli di legge che lo Stato deve garantire?

Altra riflessione, per episodi inspiegabili a me occorsi in prima persona ma avvenuti e subiti da molte altre persone, sulle concessioni date dallo Stato a Società come l'ENEL o TIM/TELECOM. Queste due S.p.A., anche se partecipate dallo Stato (ma dicono che la Mafia si è infiltrata capillarmente nei gangli dello Stato), hanno il monopolio delle infrastrutture e il cosiddetto e strombazzato Mercato Libero dovrebbe essere libero, come dovrebbe esserlo il cittadino, di contrarre il servizio con altri fornitori presenti sul Mercato i quali a loro volta pagano per l'uso delle infrastrutture l'ENEL o TIM detentori delle infrastrutture.

Ma questa libertà troppo spesso incontra inspiegabili intoppi somiglianti alle imposizioni subdole della Mafia quando impone ai singoli come agli imprenditori le sue scelte.

E spesso la gente subisce "presa per stanchezza" rinunciando alle proprie scelte.

Né la legge, a cui ad esempio io sono ricorsa sia contro l'ENEL che contro TIM, sembra imporsi come dovrebbe.. 

Sarebbe lungo in questo post riportare fatti ed episodi occorsi, ma posso illustrare alcuni dei fatti riportando i link dove tali fatti sono stati illustrati.

A voi lettori le vostre riflessioni su tali evidenze di illegalità e la domanda: perché lo Stato le tollera? Chi sono i Dirigenti che consentono codesti abusi a danno degli utenti e di altre Società che potrebbero erogare gli stessi Servizi ma incontrano ostacoli?

http://www.ritacoltelleselibripoesie.com/2021/11/enel-servizio-elettrico-nazionale.html

http://www.ritacoltelleselibripoesie.com/2021/01/tim-al-di-sopra-del-codice-civile-e-del.html

http://www.ritacoltelleselibripoesie.com/2019/08/libera-concorrenza-in-libero-mercato.html


mercoledì 2 novembre 2022

Superficialità - dalla Raccolta di Novelle Parentopoli

 http://www.ritacoltelleselibripoesie.com/2017/07/famiglie-allargate-dalla-raccolta-di.html


Superficialità

Questo racconto può dirsi una continuazione dei fatti riguardanti i personaggi della Novella "Famiglie Allargate" di cui sopra riporto il link.

Il marito della sorella di Sandra, la protagonista di tale novella,  in essa viene citato ma non ne abbiamo scritto il nome: Diego.

E' un bravo giovane che dopo la laurea ha cercato disperatamente un lavoro, trovandolo solo dopo un anno dalla laurea e a collaborazione coordinata e continuata. Uno di quei contratti i cui versamenti pensionistici si perdono nel calderone dell'INPS e mai ritorneranno nelle tasche del lavoratore, a meno che costui non metta altri soldi suoi versando migliaia di euro nella casse dell'italico carrozzone.

Ha continuato poi a cercare sempre di meglio, non senza sacrificio, cambiando tipo di lavoro, ambiente e mansioni con tutta la fatica di adattamento che questo comporta. La stessa cosa ha fatto la sua amata, la sorella di Sandra, Rita, più piccola di Sandra, anche lei come il marito con un laurea in Ingegneria Gestionale. Con l'aiuto della famiglia di Diego hanno potuto iniziare il loro matrimonio senza pagare un affitto avendo una piccola casa di proprietà.

Hanno lavorato molto, impegnatissimi, pronti al cambiamento, con sacrificio, sempre per migliorare. Rita è diversa da sua sorella, ha spirito di iniziativa, quello che a Sandra manca, infatti fu proprio Diego a stimolarla a cercare un nuovo lavoro, visto che lo Studio dove lavorava e in cui si era adagiata le dava un reddito basso. E nel nuovo studio aveva incontrato il titolare, che poi era diventato suo marito.

Ci sono fatti che non vediamo presi dall'affetto per una persona e Diego non vedeva che la consuetudine di pagare ogni tanto la pizza al ristorante ai genitori delle due sorelle, che offrivano a metà con Alessio, il ricco avvocato marito di Sandra, ai comuni suoceri, era comprensiva anche della presenza dei genitori di lui, Alessio, e la stessa Rita, molto legata  alla sorella, trovava tutto questo normale: i loro genitori e i suoceri di Sandra.

Ogni tanto capitava che i genitori di Diego volessero vederli e andavano a mangiare una pizza tutti e quattro insieme, ma il gesto di Diego di voler offrire la pizza ai suoi genitori veniva da questi fermamente rifiutato dicendo meravigliati: "Siamo noi che dobbiamo offrire a voi: siete giovani, lavorate tanto per costruirvi un avvenire; con tutti i figli ormai non più dipendenti dal nostro reddito siamo solo felici di offrirvi una pizza ogni tanto, lo facciamo anche con gli altri figli, non solo con voi."

Diego cedeva anche se malvolentieri, non potendo scontentare i suoi genitori, che usavano questo modo di essere con tutti i loro figli e lui non poteva dunque che  accettare la loro consuetudine. Però gli si accese una lampadina quando, per l'ennesima volta, Rita gli disse: "Sabato prossimo andiamo con i miei e i suoceri di Sandra a prendere la pizza da "Capriccio". Va bene?"

"Si, - rispose Diego - ma voglio chiedere ai miei genitori se vogliono venire anche loro." 

"Ah, si! - Fece Rita un po' sorpresa, ma poi rimosse il pensiero, che forse le si era affacciato, che qualcosa fino a quel momento era stato trascurato.

I genitori di Diego accettarono e furono accolti con grande simpatia dai genitori di Alessio che peraltro conoscevano già, dato che Sandra li aveva invitati più volte nella casa studio in cui viveva con Alessio, in affitto in un quartiere elegante. I due, un poco schivi, avevano declinato gli inviti ma una volta, in una ricorrenza che riuniva tutta la famiglia, erano andati.

Naturalmente in questo caso dovettero accettare che il conto lo pagassero Diego e Alessio anche per loro che preferivano sempre offrire ai loro figli per non gravare in alcun modo sui loro bilanci, sapendo quanto fosse difficile il mondo del lavoro in Italia, quanta fatica dovessero fare per far entrare uno stipendio.

Alessio sembra che avesse fatto tutto da solo nel costruire la sua fortuna economica, il grande giro di clienti facoltosi, dato che i suoi genitori avevano solo provveduto ai suoi studi come a quelli del fratello maggiore, il quale però con la laurea non aveva fatto granché e il suo reddito si basava su suo fratello a cui teneva la contabilità.

La madre di Diego era una osservatrice e una persona molto riflessiva e nei contatti con quella famiglia aveva saputo che il fratello di Alessio si permetteva di non stimare Sandra dal punto di vista professionale e aveva pensato: "Non valuta sé stesso? Se non ci fosse il fratello non avrebbe neppure un reddito fisso e sicuro, e si permette di disprezzare Sandra."

Ma aveva avvertito, da una frase del suocero, che anche lui non riteneva Sandra una persona capace, dato che l'aveva paragonata al padre, notoriamente uno che nella vita non aveva combinato né costruito niente. Insieme alla moglie Augusta avevano perso tutta la cospicua fortuna accumulata dal padre di lei. Ora, in vecchiaia, forse non avevano che una misera pensione non bastante per vivere. Non era un mistero, tanto è vero che, durante quella sera in pizzeria in cui erano presenti anche i genitori di Diego, Alessio con molta disinvoltura rivolto a Diego disse: "Ci penseremo noi, no Diego? Si metterà un po' per uno!"

I rispettivi suoceri tacquero. Diego non fece apparentemente una piega. I suoi genitori e quelli di Alessio neppure. Le due sorelle non fecero trapelare alcun pensiero dall'espressione del viso.

Quanta superficialità in codesto impegno da parte di Alessio.

Non molto tempo dopo egli informò Sandra che si era innamorato di un'altra donna e che intendeva andare a vivere con lei. Invitò poi Sandra a trovarsi un altro lavoro giacché non intendeva più tenerla come collaboratrice nel suo studio.

Tutto dimenticato: figuriamoci l'impegno a mantenere gli improvvidi genitori di Sandra in vecchiaia in tandem con Diego... 

Rimase dunque solo quest'ultimo con Rita ad avere questo incarico disinvoltamente preso da Alessio e altrettanto disinvoltamente dimenticato.

Sandra, improvvida come  i suoi genitori, si trovò senza reddito, a parte quello che il suo avvocato, da lei incaricato di curare la separazione legale, riuscì a farle avere dal marito fedifrago.

Sulle spalle di Diego e Rita, che tanto si erano sacrificati cambiando diversi lavori, rimasero i due vecchi.

Riflessioni sulla morte

 

Riflessioni sulla morte.

Nel giorno della ricorrenza dei defunti e a due giorni da un malessere che mi ha fatto pensare alla mia fine scrivo serenamente queste riflessioni.

Sono atea. La visione del mondo che mi hanno dato i miei genitori era di un Dio invisibile che si preoccupava di me, che leggeva i miei pensieri. Un Dio che aveva creato l’Universo fin qui conosciuto ma che si rispecchiava in questo mammifero pensante chiamato Uomo. Ci è voluto poco perché avessi i primi dubbi e siccome militavo in Azione Cattolica li ho esternati alle Effettive, così si chiamavano le iscritte più grandi che fungevano da guide spirituali oltre al sacerdote che si occupava di noi: mi dettero da leggere “Le 5 vie di S. Tommaso D’Aquino” per arrivare con la semplice ragione a Dio, visto che secondo loro “la Fede” non deve porsi domande ed io “ragionavo troppo”.

Avevo 17 anni: lessi con impegno ma Tommaso D’Aquino non mi convinse.

Ma continuai a cercare Dio. Lo immaginavo come la mia educazione cattolica lo prospetta e cercavo di seguire le regole di una vita pulita e giusta. Intanto scoprivo cose che per la mia famiglia erano inimmaginabili: malvagità estrema, maldicenza e calunnia, da parte di gente che nemmeno conoscevo ma che aveva notato me e la mia vita provandone invidia.

E’ stato traumatico come è scoprire l’ingiustizia e la manipolazione della realtà. Ho superato tutto accettando che se questo avveniva vuol dire che poteva accadere, che esiste gente così, che comunque c’è questo Dio che avrebbe messo a posto tutto.

Ma il male dal quale non ho saputo difendermi mi ha messo con le spalle al muro dal punto di vista economico e mi ha costretto a scelte che mai avrei voluto fare per i miei valori.

Quello è stato il punto massimo della mia credenza che esistesse Dio. Il mio pensiero silenzioso si è rivolto a Dio chiedendogli solo un segno della sua presenza, solo un segno che mi avrebbe dato forza per andare avanti per la strada della bontà, della correttezza, del non reagire se non “porgendo l’altra guancia” come è il dettato di Cristo e l’idea di Dio che lui ha lasciato: se Dio c’è è sua la Giustizia.

Ero di fronte ad una scelta cruciale. Volevo solo che non mi abbandonasse.

Ma il mio pensiero, la mia anima, chiamiamolo come volete, non ha praticato l’autoinganno di una suggestione e mi ha risposto solo IL SILENZIO ASSOLUTO. Nessun segno, nessuna ispirazione, solo una TOTALE SOLITUDINE NELLA MIA MISERA CONDIZIONE.

Da quel momento, avevo 37 anni, ne erano passati 20 dai miei primi dubbi, ho smesso di tormentarmi e di soffrire chiedendomi il perché di tanta ingiustizia che vedevo non solo su di me, ma molto di più nel mondo sugli innocenti.

Da quel momento tutto era solo sulla mia coscienza, che obbediva comunque ai principi morali con i quali sono stata costruita ma con una lucidità e responsabilità maggiore.

Ho accettato dunque la morte, soprattutto la mia, come ovvia fine biologica.

Non mi fa paura. Penso di aver già vissuto una vita sufficientemente lunga per la mia specie e dunque in qualunque momento arriva è fisiologica: 76 anni.

Due giorni fa credevo fosse giunto quel momento. Ho avuto un arresto di respiro fino al punto che non riuscivo a chiamare mio marito che era distante da me meno di 10 metri, che mi faceva cenni di sbrigarmi, ho provato a mettere un piede davanti all’altro con grande sforzo appoggiandomi alla balaustra che costeggiava il marciapiede, ma la nausea fortissima che aveva accompagnato la quasi assenza di respiro aumentava, non riuscivo a tenere il capo eretto e la vista si era leggermente appannata.

Il pensiero è veloce come la luce e ho lucidamente pensato che stavo morendo, che ero nell’età in cui non è sorprendente morire, ma quanto sarebbe durato quel malessere prima che tutto si spegnesse? Solo quello mi ha preoccupato.

Invece tutto si è risolto in una ventina di minuti e sono ancora viva.

Ma di certo il quando e il come, soprattutto il come, è l’unica cosa che mi fa timore misto a rassegnazione. La morte bisogna guadagnarsela soffrendo.

2 riflessioni sulla morte che mi sono piaciute:


Per chi non l'avesse capita Mark Twain dice con il suo intelligente umorismo quello che penso anch'io: nulla eravamo prima di nascere e nulla saremo quando il nostro cervello si spegnerà per sempre


venerdì 21 ottobre 2022

Un ricordo di un incontro in treno verso la Francia

 




Era il 1978: chissà dove saranno Kwon Yong Aei e suo marito... Non siamo mai andati a trovarli a Seoul... Né loro al nostro indirizzo in provincia di Roma che le lasciammo....