Questo video del 2004 realizzato in Germania è su YOUTUBE con molti commenti di persone sotto.
Merita qualche precisazione fornitami da fonte che, vivendo per periodi annuali in altri Paesi Europei, può accedere alla lettura di quotidiani non italiani frequentemente.
Sembra che, fino al 2009, chi aveva un incarico parlamentare a Bruxelles, se non abitava in loco, aveva diritto alle spese di viaggio riportate nel filmato. Qualora il biglietto costasse meno il rimborso era comunque di quell'entità.
L'obiezione fattami da persona a me vicina e che vuole sempre e comunque rispettare le istituzioni e pensare bene dei nostri rappresentanti, è stata la seguente: "Il rimborso è stato deciso forfettariamente per quella cifra per tutti i parlamentari europei che non risiedono a Bruxelles e dintorni. Dunque lo prendono anche i parlamentari europei tedeschi da Berlino, ad esempio,o da Bonn, ed ugualmente i francesi, gli spagnoli ecc.. Perché il giornalista ha scritto che Napolitano rubava? Allora rubano tutti. Se la prendesse con il Parlamento Europeo che ha deciso queste cifre per il rimborso. Quanto all'accenno che i contribuenti tedeschi pagano più di noi alle casse europee questo dipende dal PIL, che hanno più alto del nostro."
A questa obiezione, l'informatore che vede le cose dall'estero, mi dice che all'epoca NON PAGAVA IL PARLAMENTO EUROPEO MA PAGAVANO I SINGOLI STATI. Ha conservato la pagina di un giornale di un Paese Europeo che riportava notizie e cifre sotto il titolo: "Come arricchirsi in 5 anni".
Era una pagina intera dove erano stati pubblicati gli emolumenti di tutti gli europarlamentari europei. Nel 2002 i membri italiani guadagnavano 130.000 Euro all'anno mentre quelli spagnoli percipavano 32.000 Euro. Questi ultimi dati, dice l'informatore, li puoi trovare anche su wikipedia.
I nostri, oltre ai 130.000 Euro all'anno percepivano pure 11.000 Euro mensili per pagare il personale amministrativo. Che lo avessero o meno non faceva alcuna differenza, come per i portaborse. Quelli degli altri Paesi li percepivano SOLO se dimostravano di avere del personale con regolare contratto. Con tutti i vari benefit, gli emolumenti individuali italiani, arrivavano fino a 30.000 Euro mensili. Parliamo del 2004 QUANDO ERANO I CONTRIBUENTI ITALIANI che pagavano questi personaggi (omissis). Adesso le regole sono cambiate e non possono fare molta cresta.
http://www.youtube.com/watch?v=mAbboOlaqNo
giovedì 22 dicembre 2011
VIDEO su YOUTUBE del 2004
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Italia ed estero
Nata a Roma nel 1946. Ha pubblicato "Normalità Apparente" nel 2006 e "Il Romanzo dell'Università" nel 2007 per i tipi dell'Editore MEF-Firenze; "L'Uomo Cane" nel 2010 e "Mostri e Ritratti" nel 2011 per i tipi dell'Editore Universitalia di Onorati S.r.l.-Roma. Una sua poesia è stata pubblicata nell'Antologia "Fili di Parole " di Giulio Perrone Editore S.r.l.-Roma nel 2008.
Notizia poco chiara
Da: La Repubblica.it
Quindici milioni dichiarano zero
scatteranno i controlli sui conti
Si prepara il provvedimento che consentirà il travaso periodico delle informazioni dalle banche all'Agenzia delle entrate. Passera: "Il nostro impegno contro l'evasione sarà senza pace, sono soldi rubati". Il Fisco può adesso incrociare le dichiarazioni Isee per accedere ai servizi agevolati con i dati bancari di VALENTINA CONTE
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Confesso la mia incapacità a capire certe notizie: sono date male? Oppure sono io che non comprendo? Sottopongo dunque a chi legge questo blog la riflessione: "Ma chi ha un c/c in banca non ha anche una ritenuta fiscale?"
Io possiedo un c/c in cui mi viene accreditato lo stipendio (come molti), stipendio già tassato alla fonte e riportato sulla Denuncia dei redditi annuale tramite il CUD e in cui vengono dichiarati anche i beni immobiliari eventualmente posseduti e, dal sommarsi del tutto e dalle detrazioni concesse, ripago o non ripago altre tasse.
Sul c/c, esattamente sugli interessi maturati annualmente, ho una ritenuta fiscale del 27%.
Per questo non capisco l'articolo il quale parla di c/c non dichiarati. Non mi risulta che, fino ad ora, si dovesse mettere nella Denuncia dei redditi l'importo del c/c! Né che il Fisco dato che applica la ritenuta fiscale del 27% sugli interessi dei c/c non possa esserne a conoscenza!
Probabilmente c'è qualcosa che mi sfugge, anche leggendo l'intero articolo che chiunque può visionare sul sito di Repubblica.it di oggi.
Sperando che qualcuno avesse capito più di me, ho letto alcuni dei numerosi commenti all'articolo stesso, ma non ho avuto un chiarimento alle mie perplessità neppure da essi.
Se si dovesse mettere nella Denuncia dei redditi annuale il c/c dove, come unico introito, ci sono proventi già tassati come lo stipendio o la pensione... sarebbe una follia non solo fiscalmente parlando! Sullo stesso reddito si pagherebbero le tasse n volte!!
Per questo credo che l'articolo non sia chiaro o io sono incapace a capire la notizia.
Inoltre il c/c viene usato da molti italiani per pura comodità, dato che tenere i soldi liquidi in casa o in borsa è estremamente pericoloso. L'uso del Bancomat per fare la spesa è un servizio bancario che paghiamo per essere al riparo da borseggi e furti.
Infine esistono altri esempi di denaro già tassato che il cittadino italiano versa nel c/c per non tenerlo "sotto il materasso": ci sono persone che hanno ricevuto la liquidazione, alla fine del rapporto di lavoro, in Buoni Postali, perché così aveva deciso l'Ente Statale per il quale lavoravano e, cambiandoli in denaro, poi questa liquidazione per sicurezza viene versata nel proprio c/c. Si tratta di somme già tassate ovviamente. La stessa cosa avviene per l'accredito diretto sul c/c del Trattamento di Fine Rapporto attuato dall'INPS o da altro Ente Previdenziale.
Secondo questo articolo il c/c andrebbe dichiarato e che facciamo? Ripaghiamo ancora la tassa sulla liquidazione?
Per favore più chiarezza!
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Tasse e cittadino
Nata a Roma nel 1946. Ha pubblicato "Normalità Apparente" nel 2006 e "Il Romanzo dell'Università" nel 2007 per i tipi dell'Editore MEF-Firenze; "L'Uomo Cane" nel 2010 e "Mostri e Ritratti" nel 2011 per i tipi dell'Editore Universitalia di Onorati S.r.l.-Roma. Una sua poesia è stata pubblicata nell'Antologia "Fili di Parole " di Giulio Perrone Editore S.r.l.-Roma nel 2008.
mercoledì 21 dicembre 2011
AUGURI a tutti coloro che entrano in questo blog
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Comunicazioni
Nata a Roma nel 1946. Ha pubblicato "Normalità Apparente" nel 2006 e "Il Romanzo dell'Università" nel 2007 per i tipi dell'Editore MEF-Firenze; "L'Uomo Cane" nel 2010 e "Mostri e Ritratti" nel 2011 per i tipi dell'Editore Universitalia di Onorati S.r.l.-Roma. Una sua poesia è stata pubblicata nell'Antologia "Fili di Parole " di Giulio Perrone Editore S.r.l.-Roma nel 2008.
martedì 20 dicembre 2011
Articolo 18
20/12/2011
Da: Il Tempo.it
Sindacati all'attacco sull'articolo 18
Monti rischia la maggioranza
Scontro sulla norma che disciplina il reintegro in caso di licenziamento senza giusta causa o giustificato motivo. I sindacati: niente modifiche. Pd freddo. Il ministro Fornero: reazione incomprensibile. Confindustria: niente tabù.
La Cgil ha già espresso la sua linea, chiara e irrevocabile: l'art.18 non si tocca. Il segretario generale Susanna Camusso, ha ripetuto il concetto durante il suo intervento al presidio, davanti a Montecitorio
__________________________________________
Dopo un Presidente del Consiglio dei Ministri che ha dato di sé un'immagine così squalificante sia per le sue frequentazioni private (Lele Mora per certe sue esigenze, Lavitola per altre), sia per una politica governativa, appoggiata sempre da Bossi e compagni, mirata a scopi che non erano in cima alle esigenze del popolo italiano (intercettazioni usate per indagini autorizzate dalla magistratura, depenalizzazione del falso in bilancio ecc. ecc.), Monti ha fatto sentire gli italiani meno umiliati di essere così malrappresentati e l'hanno accolto bene.
Però... però... certe cose dette all'inizio del suo insediamento a Palazzo Chigi "sull'equità delle misure economiche, sul fatto che avrebbe pagato chi finora non l'aveva fatto" hanno lasciato, in seguito, molti italiani perplessi nel vedere che i provvedimenti presi incidevano essenzialmente proprio su quelli che hanno sempre pagato.
In televisione assistiamo a dibattiti su quello che si poteva fare e non si è fatto per reperire i soldi che servono "per salvare l'Italia" dallo spettro di una recessione economica che "colpirebbe i più deboli". E' proprio con questo spettro, agitato davanti al popolo, che gli italiani sono stati indotti ad accettare misure che difficilmente un governo politico sarebbe riuscito ad imporre.
Però... però... via via gli stessi italiani hanno cominciato a sentire qualche nota stonata, poi qualche stecca, nella melodia severa ed "equa"del signorile Professore di Economia di stimata fama.
Perché non la tassa sui grandi patrimoni?
I più fiduciosi hanno detto: "Perché Berlusconi non gliela farebbe passare mai con i voti contrari del suo partito..."
I più diffidenti dicono invece: "L'ha chiamato il Presidente della Repubblica a salvare la Patria, se le misure che sceglie di prendere non vanno bene a Berlusconi lui, uomo corretto, si deve presentare alle Camere e, a reti unificate, dichiarare i nomi di chi non vuole che "salvi la Patria", presentando le sue dimissioni."
Gli ingenui che pensano sempre bene obiettano: "Lui ha senso di responsabilità e non lo può fare, lo farà in seguito, ora deve salvare la Patria."
E così via. Si potrebbe continuare. I dibattiti televisivi esistono pure fuori, nelle strade, negli uffici, nelle case... E, via via, molti italiani hanno perso la speranza iniziale di equità e alla perplessità si è aggiunto il disincanto.
In effetti al "questo non si può fare e quest'altro nemmeno" riguardante sempre provvedimenti che toccherebbero la Casta ed i ricchi, si oppone un fare senza impedimento alcuno che colpisce i soliti poveracci.
Dove sono i severi provvedimenti per recuperare l'evasione? Senza essere menti illuminate dalla Scienza Economica la gente elenca una lista di provvedimenti che non sono stati fatti e che il popolo si aspettava che Monti facesse, per quel discorso dell'equità!
Quello che l'italiano onesto, che tira la carretta senza andare a rubare, giustificandosi poi con il fatto "che non arrivava alla fine del mese", come abbiamo sentito da notizie a cui è stato dato un risalto giornalistico pieno di umana comprensione, vede è che lui è l'ultimo di cui questo governo si interessa!
Per andare a lavorare paga di più i carburanti, se ha una casa con un mutuo dovrà pagarci una tassa in più, i beni avranno un'IVA maggiorata che ridurrà i suoi consumi... Se c'è umana comprensione per "il povero pensionato" beccato a rubare le bistecche (bistecche! Mica carne macinata eh!) andiamo tutti a rubare no? Chi non arriva a fine mese è autorizzato, perché se c'è umana comprensione per questi gesti è lecito per chiunque!
E che dire dei rapinatori con pistola e proiettili in canna che "rubano per fare i regali di Natale"? Se riescono a prenderli e a metterli in carcere la fresca ministra del governo Monti si preoccupa di "come stanno stretti in carcere" e cerca il modo per farli uscire. Bisogna rispettare la "loro dignità".
Questo governo comincia a preoccuparmi, lo confesso!
Chi rispetta la dignità di chi si alza ogni mattina quasi all'alba, sale in auto, va al lavoro e torna a casa dopo dodici ore perché, altrimenti, è sotto la minaccia che "si chiude" e si torna tutti a casa?
Chi rispetta la dignità di una donna che lascia ogni mattina il suo bambino in un asilo nido, pagato euro 500 al mese se va bene perché, non evadendo le tasse, non risulta con un reddito così basso da non doverlo pagare, per andare al lavoro dove, per mandarla via anche con il vigente ARTICOLO 18, usano mille altri metodi sotterranei come il mobbing, il demansionamento ecc. ecc.?
Chi rispetta la dignità di un anziano che ha pagato le tasse tutta la vita ed ora che ha qualche problema di salute, pensionato, paga salati ticket sanitari e si sente dire da disgustati impiegati dei CUP: "Lei è uno dei pochi che paga: sono tutti esenti!"
Chi rispetta la dignità di donne e uomini che si barcamenano per crescere dignitosamente i figli e a scuola pagano l'intera retta per la mensa scolastica e per lo scuolabus, mentre vedono signore impellicciate su SUV e macchine di lusso venire a prendere i figli a scuola e sanno che sono esenti per reddito, dichiarato basso, dal pagamento della mensa scolastica?
Signori, così non va! Ma quale equità Prof. Monti? Qui siamo alle solite, anzi peggio, ci sentiamo presi per i fondelli perché questa medicina ci viene propinata non dai soliti cialtroni, ma da gente seriosa e sussiegosa che dice con ogni parola e gesto "siamo qua per fare il vostro bene con professionalità ed equità". Ed ora andiamo a toccare anche l'articolo 18? Già lo aggirano con mille trucchi e voi volete togliere anche questo baluardo su carta?
No, non ci siamo proprio, la melodia è interrotta da stecche continue. Bisogna avere orecchio... cantava Iannacci... Mi sa che questo governo è stonato.
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Politica
Nata a Roma nel 1946. Ha pubblicato "Normalità Apparente" nel 2006 e "Il Romanzo dell'Università" nel 2007 per i tipi dell'Editore MEF-Firenze; "L'Uomo Cane" nel 2010 e "Mostri e Ritratti" nel 2011 per i tipi dell'Editore Universitalia di Onorati S.r.l.-Roma. Una sua poesia è stata pubblicata nell'Antologia "Fili di Parole " di Giulio Perrone Editore S.r.l.-Roma nel 2008.
lunedì 19 dicembre 2011
Ancora un anticipo su novelle in fieri
Prefazione alla Raccolta di Novelle
“Le Verità Nascoste”
Le verità nascoste sono quelle, anche palesi, che non possiamo dire apertamente per motivi di opportunità, per non offendere o creare conflitti e, peggio, contenziosi legali.
Sono verità: sono lì sotto gli occhi di tutti, sono fatti, ma si negano, si fa finta di non vederle e se ne parla solo nascostamente.
Per questo le novelle di questa raccolta hanno un taglio particolare: sono dialoghi, conversazioni segrete, oppure ascoltate per caso, o rubate. Sempre in esse si rivela la cattiveria umana, l’ipocrisia, la falsità, la menzogna. Quest’ultima, proprio perché è l’esatto contrario della verità, viene riportata svelandola attraverso i dialoghi e lo svelarla è la rivelazione di una maldicenza o, peggio, di una calunnia e la verità sta proprio nel meccanismo di portarla alla luce attraverso le parole dei protagonisti.
*******
Prima di anticipare questa quarta novella, che pubblicherò nella raccolta dal titolo, più o meno provvisorio, “Le Verità Nascoste”, voglio farvi partecipi del mio modo di scrivere che, per la mia esperienza di lettore, è comune a molti scrittori. Dei più grandi si conoscono pagine manoscritte con cancellature, ripensamenti, correzioni, varie stesure... Alcune opere, pubblicate, vengono sottoposte a volte al ripensamento dello scrittore, che ne cambia alcuni aspetti prima di una successiva pubblicazione.
Dunque in questo lavoro in formazione mi sono venuti dubbi e autocritiche, come accade a chiunque voglia creare ed esprimere qualcosa. In questo caso io volevo esprimere una satira, una sottolineatura di alcuni comportamenti umani, che mi è capitato di incontrare, che appaiono fasulli, grotteschi e, nel metterli nel racconto, volevo evidenziarne i difetti per dare un messaggio di ritorno ad un contegno più naturale, semplice e vero. Nel farlo però mi è venuto il dubbio di scrivere usando un linguaggio troppo vicino al parlato, con termini anche pesanti, se non proprio scurrili. Poi ho criticato gli argomenti: forse erano troppo miseri e banali...
Mi è venuta in aiuto, però, la constatazione che anche i Grandi della Letteratura hanno scelto a volte di occuparsi di racconti umoristici, con storielline in cui mettevano in risalto le umane miserie nel loro lato ridicolo. Uno di questi è Cechov, un altro è Fëdor Dostoevskij. Scoprire i loro racconti mi ha confortato nella scelta fatta e, nel lavorare sui miei ho pensato di riunirli in aree tematiche all'interno della raccolta stessa. Ad esempio: "Vicini", argomento che crea conflitti anche legali, disturbi insopportabili, in cui ciascuno può ritrovarsi. Altra area tematica può essere "Parenti serpenti", titolo dato anche ad un film italiano di contenuto più satirico che comico, per la punta di amaro sarcasmo con cui vi è descritto il cinismo e l'egoismo di certi rapporti parentali.
La donna dalla voce di gatta sfiatata appena lo vide lo agganciò e dopo poco già si davano del tu come fossero vecchi amici. Invece non sapevano assolutamente nulla l’uno dell’altra.
Maria giocava con il suo nipotino in giardino: lui, cinque anni, voleva che lei facesse canestro per lui. Ma lei non ci riusciva. Non era mai stata un tipo sportivo e non riusciva ad infilare la palla in quel canestro che qualcuno dei suoi figli aveva inchiodato in alto, sul tronco di un superbo pino.
“Dai, dai!” Incitava il bambino.
“Non ci riesco Enrico – rise la nonna – è troppo alto per te ma anche per me!”
Allora ci riprovò lui, ma la palla ricadde dopo essere passata sotto il canestro.
“E dai nonna, fallo tu!”
Lei rise divertita da quel gioco: “Vuoi che io lo faccia per te, sono il tuo alter ego!” Non faceva niente se il bimbo non conosceva quell’espressione, Maria pensava che parlando con ricchezza di vocaboli i piccoli imparavano più parole e concetti.
Dietro la siepe c’era il nuovo vicino con qualcuno, forse il fratello che, sentendo quelle voci chiese: “Chi è? La signora?”
“Sì”
“E com’è?
“Scema.”
Maria sentì perché quel “Scema” era stato detto con voce alta e sicura.
Se si potesse disegnare il pensiero come nei fumetti, sopra la testa della donna sarebbe comparso un punto interrogativo.
“Sarà per l’alter ego?” Si chiese. Ma le sembrava esagerato, ed un giudizio così sicuro sulla sua intelligenza le sembrava affrettato data la loro scarsa conoscenza che, per il momento, si era limitata ad un saluto.
Pensò ad una malevola presentazione da parte della precedente proprietaria che era stata, fra l’altro, sua amica. Un’amicizia mediata da una ospite fissa di quella donna, una sua amica dai tempi del liceo, di ben altra fatta, che ancora la gratificava della sua stima ed amicizia. La precedente proprietaria a Maria non piaceva perché, pur avendo avuto un bimbo non riconosciuto dal padre, aveva continuato, come prima di averlo, a far entrare ed uscire uomini dalla sua vita e, con molta superficialità, aveva detto che teneva il conto ed ormai era arrivata a settanta e passa, quasi ottanta: sotto gli occhi smarriti di quel povero bambino che vedeva sempre facce nuove chiudersi in camera con sua madre. L’amica ospite era diversa e tramite lei Maria aveva accettato anche quella insulsa sciagurata. Finché, avendo fissa dimora altrove, non aveva cominciato ad affittare la casa, e sempre a gente losca. Uno di questi, appresero dal maresciallo che comandava la locale stazione dei carabinieri, era un piccolo truffatorello, con precedenti penali di gioventù, quando abitava a Torpignattara, di furto di autoradio: pare fosse la sua specialità. Ora temevano che avesse fatto il salto di qualità nel campo degli stupefacenti. D’accordo con il suo equivoco inquilino la scomoda vicina ed amica denunciò ai vigili lo spostamento, peraltro preannunciatole, di un box che il marito di Maria stava effettuando da un lato ad un altro del giardino. Dovettero smontarlo. Al telefono la sciagurata si faceva negare a Maria, che voleva chiederle spiegazioni di quel comportamento insensato ed ostile. La scomoda amicizia finì e l’amica comune che aveva fatto da legante tentò di giustificarla dicendo: “E’ impazzita. Lei è fatta così, ogni tanto impazzisce.”
“Figuriamoci se una così può dare della scema a me!! “ Pensò la donna, addebitando il lapidario giudizio del nuovo vicino alla ex proprietaria .
Ma si sbagliava Maria, e lo capì quando il giorno dopo sentì la voce da gatta sfiatata di Milva che chiamava per nome il nuovo vicino, come se lo conoscesse da una vita: “Francooooo! Sono andata per te per il gas….” Non sentì altro, ma le bastò. Capì da chi veniva quel giudizio insultante perché conosceva le stranezze e l’ostilità di quella donna nevrotica, abbandonata dal marito ormai stufo della sua nevrosi, che provava astio verso di lei che aveva dimostrato di saper vivere serenamente e semplicemente. Milva voleva darsi arie, si atteggiava a persona importante, anche se non era buona a nulla, e si riteneva più su di Maria.
Poi vide che la modesta Maria lavorava, aveva una bella famiglia unita e, senza spendere tanti soldi, sapeva anche essere sempre a posto, sempre sobriamente elegante. Quando il marito non tornò più a casa la sua frustrazione, di fronte alla vicina che voleva ritenere inferiore a lei, scoppiò. Quando la incrociava non la salutava e diceva a tutti che era scema e matta. Intanto continuava ad imbottirsi di psicofarmaci.
“Ma questo Franco deve essere un cretino patentato, - pensava la semplice Maria – per sposare un giudizio altrui al punto tale da farlo proprio, senza conoscere la persona che etichetta in questo modo. Io i miei giudizi sugli altri me li formo con l’esperienza. Come si fa a spingersi a spararli così, con sicurezza, quando non sa nemmeno chi è Milva: una povera nevrotica che vive di ansiolitici e sonniferi!”
Il cretino in questione aveva detto di essere un ispettore di una polizia specializzata nei problemi di immigrazione. Cominciò subito a darsi grandi arie girando per il suo giardino urlando telefonate importanti sul suo cellulare, o almeno lui le riteneva tali da essere di curiosità ed interesse per i vicini. Aveva dato il suo biglietto da visita con lo stemma della Polizia di Stato a Maria, girava in camicia in modo che si vedesse l’imbracatura con la pistola. Tutte cose che rafforzarono l’idea in Maria e la sua famiglia che fosse proprio un cretino.
Un giorno le parlò con aria importante di Milva chiamandola: “La signora della famiglia Beccaccini.”
“Forse intende la famiglia Fiorentini…” Lo corresse con ironica pietà, che lui non notò, Maria.
“Non lo so, io la conosco come Beccaccini…”
“E’ il suo cognome da ragazza, ma se lei parla della famiglia, allora deve dire Fiorentini, così si chiama il marito e così si chiamano i figli.”
“Questo stupido non sa nemmeno come si chiamano perché la nevrotica, visto che il marito se ne è andato da poco, gli avrà detto il suo nome da ragazza: prima però si pavoneggiava chiamandosi in terza persona “la signora Fiorentini”, come se suo marito fosse Frà Cavolo da Velletri e non soltanto un Dirigente mazzettaro, come ha confessato lui stesso, durante una cena, ai loro vicini e “amici”, i Sigg.ri Bruni, i quali si sono subito premurati di ridircelo appena ci hanno conosciuti. Però questo cretino nuovo nuovo beve e fa suoi i giudizi di Milva, di cui, come sta dimostrando, non sa nulla …” Pensava la donna mentre lo guardava.
Uscendo Maria incrociò il poliziotto che indossava un’imbracatura da rocciatore e stava parlando con suo marito fuori dai cancelli delle rispettive abitazioni. Ne dedusse che la usava per arrampicarsi sugli alberi per potarli e gettò un’occhiata all’interno del suo giardino dove, in effetti, giacevano alcuni rami di pino in terra; vide anche una donna bionda ed un bambino altrettanto biondo e, per essere gentile e far vedere che si interessava a lui, nonostante il non lusinghiero giudizio sulla sua intelligenza, chiese: “E’ il suo bambino? Quanti anni ha?”
“Sì è mio figlio: Giacinta gli vuole bene come fosse suo. Io sono divorziato.”
Da questo fu chiaro che la donna, anche se aveva in comune con il bimbo il colore dei capelli, non era sua madre.
Il bimbo poi sparì ed anche la donna, anche se lei veniva ogni tanto.
“Mio figlio vive in Colombia con la madre che è di lì.” Disse Franco un’altra volta.
Poi la bionda Giacinta venne a vivere lì.
Uscendo un giorno Maria sentì la voce del vicino che parlava con tono altissimo al telefono, tanto da sentirsi fuori dal cancello. Si voltò e vide che teneva la finestra spalancata, girava a torso nudo con un telefono fisso in mano, trascinando un lungo filo e parlando diceva: “Ma non è vero che non mi facevo trovare, non è così….”
Maria infilò l’automobile e se ne andò prima possibile. Non voleva essere coinvolta in altre pazzie dei suoi vicini: aveva già fatto altre esperienze ed ormai riconosceva subito le stranezze.
Qualche tempo dopo, sempre uscendo, (purtroppo doveva passare per forza da lì, non avendo comode uscite sul retro che consentissero di eclissarsi alla chetichella), vide la bionda che (da un po’ di tempo non si vedeva più, pur abitando con Franco) stava fuori dal suo cancello chiuso guardando i cani che si sollevavano sulle zampe dall’interno, scodinzolando ed abbaiando.
Maria non capì cosa stesse facendo lì fuori, guardando i cani così intenta e con le braccia conserte, ma non poté non darle il saluto, cercando nel contempo di risalire in auto dopo aver chiuso il proprio cancello.
Quella sembrò non aspettare altro e, indicando con aria desolata i cani, disse con sufficienza: “Sono venuta a dar da mangiare a queste povere bestie.” Come se Maria dovesse essere edotta che lei non abitava più lì.
Di matti che fanno casini e che pensano che il mondo ruoti intorno a loro e che gli altri non abbiano altro da fare che interessarsene, Maria aveva già le tasche piene. Fece finta di niente pensando: “Questa crede che è così importante che le cose sue sono uscite sul giornale? Per me abitava qui e se non parla chiaro non sarò io di certo a farle domande.” Le chiese con tono salottiero: “A quando le ferie?” Ed avuta una risposta qualsiasi con un sorriso si eclissò.
“Che si pagassero lo psicanalista se hanno dei problemi. Ma che razza di comportamenti! Vivono in modo disordinato e ti parlano come se tu dovessi essere informata di tutti i cazzi loro! Quando di te non sanno niente ma ti definiscono “scema”, senza ragione alcuna, o “pazza” come ho sentito con le mie orecchie dire proprio da questa pazza vera, visto come vive…” Pensava con sincera e schietta cattiveria guidando.
Un giorno il suo convivente era venuto a chiedere qualcosa a loro, era d’estate e lei in casa portava una maglietta di filo che faceva intravedere il seno che Maria, nonostante avesse cinquant’anni, aveva bello sodo e dritto… Forse l’uomo era rimasto turbato, fatto è che, nel rientrare in casa l’aveva detto alla sua convivente e Maria, che l’aveva riaccompagnato per pura cortesia fino al cancello e stava percorrendo il suo vialetto per rientrare in casa, lo sentì ed udì anche il commento di Giacinta:”Se è pazza…”
Di nuovo il punto interrogativo insieme ad uno esclamativo comparve nel pensiero della donna:
“Ma pazza sarà lei e quello scemo con cui vive!! Ma cosa vogliono questi? Si presenta in casa mia per chiedere una cortesia a mio marito e che debbo fare io, mi nascondo o mi cambio di abito?”
Raccontò a suo marito quello che aveva sentito e lui sorrise e le disse: “In casa tua tu stai come ti pare. Se lui si turba perché hai i capezzoli a punta peggio per lui: con quello che si vede per la strada poi…”
“Non ne parliamo: reggiseni che spuntano come vuole la moda, abiti che sono come le sottovesti di una volta, vanno in giro a tutte le età come se stessero al mare… per la città però. Io vesto in modo classico, ma a casa mia con il caldo voglio stare comoda.”
“Poi non è che aspettassimo visite, – concluse il marito con indifferenza – fregatene.”
Poi la bionda tornò.
Franco e Giacinta ebbero una bambina e Maria portò loro un pensierino, anche perché la bionda carinamente aveva regalato un pagliaccetto al suo secondo nipotino quando era nato.
Un giorno vennero tutti e tre a far loro visita e la bionda raccontò che le avevano trovato un tumore all’utero quando la bimba era nata, disse che “aveva rischiato”, ma il medico, prontamente, lo aveva tolto. Maria le fece tanti auguri di buona salute.
Una domenica che stavano tutti a vedere una importante partita di calcio e Maria, non interessata, stava stendendo i panni sul balcone, Franco suonò al loro cancello, lei chiese di cosa avesse bisogno e quello, pallido e con l’aria tirata, disse: “Mi può chiamare suo marito?” Lei non gli aveva mai concesso il “tu” che Milva gli aveva dato “espresso”.
Suo malgrado andò a disturbare gli “sportivi” incollati sul televisore a seguire la palla:
“Scusate – esordì – ma c’è il vicino, Franco, che vuole uno di voi, anzi vuole te.” Disse rivolta a suo marito.
“Ma che cazz… vuole questo, proprio mo’…” Rispose il marito senza staccare gli occhi dal televisore.
“Non lo so, ma aveva un’aria…”
“Un’aria del cazzo! Ma proprio adesso? Ma questo non li segue gli Europei?!
“Ma io che ne so.” Concluse Maria.
Suo marito si alzò e lo seguì anche suo figlio che, pur non vivendo con loro, era venuto a vedere la partita con il padre.
Andarono al cancello e Maria tornò sul balcone a continuare la sua faccenda domestica.
Da lì sentì la seguente discussione:
Franco, il poliziotto, tremante di rabbia, pallidissimo: “Avete lasciato la macchina davanti al cancello ed i miei ospiti hanno faticato ad entrare in casa mia!”
Il figlio di Maria: “Ma è davanti al nostro cancello, non davanti al suo… Peraltro è uno spazio definito nel rogito notarile di proprietà privata.”
“Sì, ma c’è scritto anche che, pur essendo di proprietà privata, deve lasciare spazio per la manovra agli altri..."
“Ma l’ha lasciato, – a questo punto il marito, superscocciato dal dover star lì mentre la partita si svolgeva, imbufalito perse la sua solita formale cortesia – se i suoi ospiti sono imbranati che è colpa nostra? Ci passa un carroarmato, ci passa!”
“Ma mi sembra che, comunque, sono entrati.” Osservò il figlio, che aveva visto un po’ di gente e di auto all’interno del giardino di Franco.
Il marito di Maria girò le spalle allo scocciatore facendo un gesto verso l’alto con il braccio e si precipitò a vedere se nel frattempo avevano fatto gol…. Lasciando il figlio a discutere con l’uomo che continuava a tremare pallido e furente.
“Sono entrati ma faticando nel fare la manovra!” Stava dicendo.
“Mi dispiace, – disse il giovane a questo punto – ma sono arrivato all’ultimo minuto e la partita stava per cominciare, altrimenti l’avrei messa dentro. Comunque lo spazio per la manovra c’era…”
“Oggi io mi sono sposato con Giacinta… Capisce?!”
“Auguri!” Disse il giovane e corse dentro con lo stesso spirito del padre: sperando che non ci fossero stati gol.
“Auguri! – Disse Maria dal balcone. – Non lo sapevamo. Auguri ancora.”
A partita finita i commenti si sprecarono.
Il giudizio migliore del marito fu: “Solo uno stronzo viene a rompere i coglioni mentre la gente sta seguendo gli Europei. Anche se lui non segue il calcio è un evento che si sente anche dalle case vicine. Ma non li sente gli urli?”
“Ma si sposano adesso?” Chiese il figlio. “Ma non avevano già una bambina? Lui era divorziato mi pare, no? Però in un giorno del genere uno è allegro, felice, e passa sopra a scemenze tipo la macchina del vicino che dà fastidio alla manovra. Io ero così felice il giorno del mio matrimonio che ero ben disposto verso il mondo intero… Lui era pallido, tremava… E’ incredibile.”
La pensierosa Maria disse: “Per me non si voleva sposare. Lei l’ha indotto con quella storia del tumore che poi era una cosa benigna… E quello non stava tanto felice per questo.”
“Ma sti’ cazzi! E viene a sfogarsi qui sto’ pazzo?!” Concluse il marito.
Quando la bionda sparì definitivamente con la bambina, gli incarogniti vicini si guardarono bene dal fare domande, anche se, abbassata l’arroganza, Franco provò timidamente a far loro un po’ pena. Ma i vicini avevano alzato un muro di distacco.
Eventi precedenti, che avevano vissuto con il vicinato, li avevano portati a quel punto.
Ad esempio la precedente proprietaria con la storia del box, dopo che le avevano dato la loro amicizia e sopportato infinite follie. Come quella volta che l'avevano invitata con il suo bambino per il giorno di S. Stefano, sapendoli soli, e dopo una telefonata in cui diceva che stava arrivando da Roma, era sparita. Il marito di Maria l’era andata a cercare lungo la strada temendo in un guasto dell’auto. Non c’erano ancora i cellulari ma molti telefoni a gettone e lei, per una ruota mezza sgonfia, aveva deciso di tornare nella casa romana dove, finalmente, Maria riuscì a contattarla. In realtà rispose il figlio che disse la ragione del rientro. “Ma non potevate telefonare?” Chiese allibita Maria. “Sono le tre e noi non abbiamo mangiato per aspettarvi, il pranzo della festa si è raffreddato e mio marito è per strada a cercarvi.”
O quella volta che, non si sa come, era caduta dal vialetto della sua villetta, adiacente alla loro, nella sottostante rampa delle auto, e Maria l’aveva caricata in auto e portata in ospedale, rimanendo con lei e riaccompagnandola poi a casa.
Amici della sciagurata, che lei aveva loro presentati, entrambi separati con figli, erano venuti a vivere lì vicino e suonavano al loro cancello in ogni ora, anche quelle del riposo, per chiedere ogni tipo di aiuto e di favore. La loro convivenza era durata solo due anni ed avevano cercato anche di coinvolgerli nelle loro diatribe.
Prima di unirsi in questa rapida ed infelice convivenza, questa coppia di separati, veniva nella villetta della sciagurata che dava loro le chiavi per usarla come garçonnière.
Non era l’unica coppia a cui le dava e nella casa c’era un certo via vai…
A Maria ed alla sua famiglia aveva chiesto la cortesia di tenere un mazzo di chiavi per la sua comodità: “Se deve venire un operaio per fare qualche intervento basta che gli telefono da Roma e voi gli aprite, così non sono costretta a venire su.” Aveva motivato la sua richiesta ringraziandoli per il disturbo. Ma aveva dimenticato di dire che altre chiavi le dava ai suoi amici, spostati come lei, per altri usi.
Le prime volte, allarmati, avevano temuto che fossero entrati i ladri. Poi, guardando preoccupati dalla loro casa, si erano resi conto che l’intrusione era di altra natura.
Erano già molto seccati con la loro vicina per aver dato loro quell’incomodo delle chiavi, senza avvertirli degli altri usi a cui adibiva la casa, quando, una sera che stavano cenando con dei loro parenti, la sciagurata suonò al loro campanello.
“Chi sarà a quest’ora?” Si chiesero un po’ tutti.
Andò ad aprire Maria e, visto che era la scomoda vicina a cui, grazie alla sua ex compagna di scuola che veniva spesso come sua ospite, avevano dato la loro amicizia, sia pure con una certa riserva, la fece accomodare in ingresso. Quella, senza scusarsi per l’ora ed il disturbo, disse che doveva parlare loro di una cosa che era accaduta, ma che voleva che ci fosse anche suo marito.
Doveva essere qualcosa di molto grave per costringere delle persone ad interrompere la cena, con l’aggravante che avevano degli ospiti.
Maria scese in taverna e chiese a suo marito di salire in ingresso, mentre i loro parenti chiedevano: “Ma che è successo?”
I due attoniti vicini si sentirono fare il seguente racconto:
“Oggi arrivando ho trovato delle feci nel bagno e dei peli nel bidet. Dato che voi avete le chiavi volevo sapere se ne sapete qualcosa.” Era seria e per nulla in imbarazzo per aver interrotto la cena ai due e per essere piombata in casa loro a quell’ora.
I due la guardavano basiti. Pensavano che fosse successo qualcosa di grave e mai, neppure con la più sfrenata fantasia, avrebbero pensato di sentirsi proporre un simile problema!
Certo l’educazione li inibì al punto tale da non farli reagire come molti avrebbero fatto e, forse, sarebbe stato giusto fare e, nel loro intimo, pensarono di fare ma non fecero, cioè dirle:
“Ma, brutta matta, ti presenti qui mentre stiamo cenando, nemmeno ti scusi, ci fai mangiare freddo e lasciare i nostri parenti da soli per dirci questo?!! Ma che cavolo ne sappiamo noi di quello che succede dentro quella specie di bordello che è casa tua? Noi abbiamo le chiavi? Ma riprenditele subito, per noi sono un peso, un fastidio ed una responsabilità, visto il via vai che c’è in quella casa. Ma vallo a chiedere a quegli zozzoni a cui dai le chiavi per far loro favori! Noi te lo facciamo il favore e qui non si è visto mai un operaio, perciò riprendetele e vai affanc……!”
Invece i poveretti risposero educatamente che non ne sapevano nulla, che in quella casa ovviamente non erano mai entrati, avendo due bagni a casa loro….
Quando ridiscesero, mangiando la cena ormai gelata, i loro sbalorditi parenti dissero loro:
“Ma ridatele le chiavi. Questa è una pazza totale che proietta sugli altri il suo mondo sudicio, fatto di incontri furtivi… Avrà pensato che ci siete andati voi con qualcuno…”
“Allora è da camicia di forza! – Esclamò Maria indignata. – Come si fa a pensare che avendo mio marito qui io vada là con qualcuno o viceversa?!”
“Ognuno vede il mondo attraverso gli occhiali che porta sul naso, mia cara!” Concluse saggiamente suo marito.
Ma Maria non stette zitta e appena ebbe modo di incontrare l’unica amica saggia che quella sua dissennata vicina aveva e che era stata il tramite fra di loro, le raccontò tutto.
Forse per l’antica amicizia che la legava alla sua ex compagna di liceo, la saggia amica tentò una giustificazione all’assurdo: “Ma lei ve lo ha solo chiesto.” Come fosse normale.
“Mi stupisco proprio di questo, - insistette Maria – che senso aveva chiederlo a noi? Che noi andiamo ad usare i suoi bagni? O facciamo entrare persone che lei non ha autorizzato ad usarli?”
L’insensatezza del comportamento di quella folle si poteva spiegare solo con il dubbio di un uso improprio delle chiavi da parte loro. Ma qui Maria registrò nella comune amica una mancanza di censura dell’agire della sua antica compagna di scuola, cosa che fece pensare poi a lei ed a suo marito che, se erano così intime da tanto tempo, qualcosa in comune dovevano avere, anche se la saggia sembrava diversa. Questa, insieme a suo marito, anche lui ospite frequente della ex compagna di scuola di sua moglie, tentò una spiegazione minimale e banale del fatto che aveva provocato l’incongruo e grottesco comportamento della padrona di casa: “La domenica precedente eravamo venuti tutti insieme, sai, quando si è in tanti… Può darsi che qualcuno aveva già chiuso l’acqua e qualcun altro ha avuto bisogno all’ultimo minuto del bagno… Magari uno dei bambini…”
Maria non disse più niente, ma non poté fare a meno di pensare che i bambini non hanno peli del pube da lasciare nel bidet.
Insomma, l’elenco delle follie che avevano dovuto subire era lungo, ormai quei fatti ed altri li avevano cambiati ed avevano capito che non valeva la pena aiutare la gente la quale, lungi dall’esserti grata, dopo averti creato problemi, parla anche male di te.
Franco, frustrato dall’indifferenza di quei due vicini, aveva legato con un tale Carlo che aveva preso in affitto una casa di campagna, costruita totalmente abusiva, per viverci con la sua convivente, la bambina che avevano messo al mondo, il figlio di lei e la figlia di lui, nati dalle precedenti unioni.
Franco ammirava Carlo perché addestrava cani all’attacco. Amici e conoscenti gli affidavano i cani per farli diventare aggressivi, scopo: la guardia.
Ne teneva dai cinque ai sei alla volta e, chiusi in gabbia o lasciati liberi, abbaiavano ferocemente per gran parte del tempo.
Inutile chiudere le finestre nell’andare a dormire: si sentivano ugualmente. In giardino era impossibile anche parlarsi, perché i latrati superavano le voci. A Franco questo non dava fastidio, anzi, apprezzava Carlo e, guardando oltre la testa di Maria che si lamentava del fatto che non si riusciva più a leggere un libro in giardino, né a sentire il piacevole canto degli uccellini, disse con alterigia: “Lui è Presidente dell’Associazione degli addestratori di cani”. Come se avesse detto “lui è Presidente dell’Associazione degli Ingegneri o dell’Associazione dei Medici Internisti….
Inutile dire che Maria riferì a suo marito che commentò: “Hai capito?!!! E chi “cacchio” sarebbe? Chiunque può fondare un’Associazione, che so: “Associazione amatori del fringuello maschio!” Poi si autoelegge Presidente e trova sempre quattro scemi che si iscrivono per dare un senso alla propria inutile vita, al proprio vuoto mentale!”
Un giorno uno di questi cani morsicò Franco ad una mano. Lui cercò di non farlo arrivare agli antipatici vicini, i quali se ne accorsero lo stesso, e disse a Carlo di stare un po’ più attento con quei cani.
Un altro giorno si sentì un ospite di Carlo gridare perché uno dei cani l’aveva attaccato.
“Ride, questo ride (evidentemente si riferiva al “Presidente dell’Associazione degli addestratori di cani”), ma sei scemo! Tu sei tutto matto! Questo non si rende conto… Sei pericoloso.. Tu non ti rendi conto!!”
Ma Franco trovava tutto questo normale. Quando uno dei figli di Maria si trovò a studiare nella casa dei genitori per avere un poco di tranquillità, (fino ad allora ce ne era stata), adirato inveì contro quel latrare continuo e Carlo gli rispose a parolacce. Chi era presente sentì il seguente scambio di battute:
Il figlio di Maria: “Ma basta! Non si riesce a fare niente con questo casino!”
Carlo: “Sono cani, hanno il diritto di abbaiare!”
“Ma cosa dice! Ma che è normale l’abbaiare furioso di cinque cani tutti insieme?!”
Carlo: “Ma non stare a rompere il cazzo!”
“A stronzo! Io non riesco a concentrarmi ed a studiare da dentro casa mia e sono io che rompo?”
Carlo: “Ecco così mi piaci! Se me dici stronzo me poi pure piacé!” Questo è il linguaggio che capisco! Potemo pure diventà amici!”
“Ma che razza di incivile è lei?! Come cavolo ragiona?!”
“Incivile a me?!! Ma io t’ammazzo!!”
Maria ed il marito erano in vacanza a Capri. Al ritorno, appreso l’episodio dal figlio, si recarono dai Carabinieri e sporsero denuncia per insulti e minacce nei riguardi del loro figlio ed esposero i fatti: questo Carlo addestrava cani all’attacco.
I Carabinieri fecero un sopralluogo.
La convivente di Carlo, beffeggiando i denuncianti, raccontò ad amici, vicini e conoscenti che “persino i Carabinieri ridevano”.
Nei giorni successivi suo figlio si esercitò in una fitta sassaiola diretta al giardino degli insofferenti ai latrati. Il marito di Maria trovò le piante del suo piccolo orto piene di sassi. Maria furibonda disse: “Se c’era qualcuno gli spaccava la testa questo incivile teppista!” I sassi arrivavano infatti superando il muro e la siepe, quindi il teppista di circa dodici, tredici anni, non poteva vedere chi c’era dalla parte opposta.
I Carabinieri dissero a Maria ed a suo marito che l’addestratore, convocato, era stato ammonito perché non aveva alcuna licenza per fare quello che stava facendo: cioè addestrare cani all'attacco dentro un terreno non autorizzato. Venne convocato anche il proprietario del terreno e della casa che Carlo aveva in affitto e quello disse che non ne sapeva nulla di questa attività che il suo affittuario aveva improntato nella sua casa e si indignò moltissimo.
Da quel momento Carlo, per ritorsione, non gli pagò più il mensile e parecchio tempo dopo se ne andò inseguito da citazioni per morosità da parte del locatore e da diffide dell’Autorità Giudiziaria per attività non autorizzata, maltrattamenti di animali e quant’altro.
Con incredibile superficialità Franco disse che Carlo se ne era andato perché era moroso.
“Fortuna che “l’uomo di legge” lo ammirava, chissà se lo ammira pure ora!” Commentò acidamente Maria.
Durante quel contenzioso erano accadute molte cose.
Il figlio di Maria, indispettito per quel latrare continuo, aveva sparato in giardino alcuni mortaretti avanzati dal Capodanno nell’intento di spaventare i cani.
Carlo li aveva controdenunciati, scrivendo che aveva sentito degli spari e accusava il marito di Maria. Il quale, però, quel giorno era a Capri e non lo querelò perché lo riteneva non degno di altra attenzione ma, il suo amico poliziotto fece qualcosa per cui avrebbe potuto essere denunciato per abuso di potere. Fece una ricerca usando i mezzi del suo ufficio per vedere se i vicini avevano un’arma e si presentò dai Carabinieri offrendosi come paciere fra le parti.
Maria ed il marito lo seppero dal Maresciallo dei Carabinieri, che lo riferì con un lieve sorriso di compatimento: aveva capito pure lui di avere a che fare con un cretino.
Immerso nel suo ruolo tipo “Ispettore Clouseau”, Franco si presentò dai vicini che avevano denunciato il suo amico Carlo i quali, nonostante i fastidi e gli indebiti commenti denigratori su di loro, lo fecero accomodare nella loro graziosa veranda.
Franco: “ Sono stato dai Carabinieri ed ho parlato con Carlo: se potete ritirare la denuncia è meglio per tutti.”
Il marito di Maria, diffidente ed incazzato:” E perché? Noi non possiamo più godere del nostro giardino, non riusciamo neppure a parlarci se ci sediamo sui dondolini per prendere un po’ di sole in tranquillità…. Il suo caro amico ha minacciato mio figlio dicendo: “Io t’ammazzo!”. Mi sembra abbastanza.”
Franco: “Ma se voi ritirate la denuncia la ritira pure lui…”
L’altro: “Che fondamento ha la denuncia di questo signore? Lo potrei querelare perché ha scritto il falso: qui c’era mio figlio ed ha denunciato me che dai registri di un albergo risulto a Capri quel giorno! E’ ridicolo e grottesco e non voglio perdere tempo per i tribunali con un simile soggetto, altrimenti ho tutti gli elementi per fargliela pagare. Questa storia dei cani è vergognosa. Per dispetto ha divelto la rete e li ha fatti entrare per due volte nel mio giardino: ci hanno rotto due vasi, oltre tutto!”
Con un sorriso, che voleva essere furbo e conciliante insieme, Franco giocò quella che credeva essere una carta investigativa: ”Voi avete un fucile.”
A questo punto intervenne Maria: “Certo, era di mio padre ed è regolarmente denunciato. Lo ha lasciato al primo nipote maschio che non è cacciatore, dunque lo detengo io per ragioni affettive. Sta, smontato, nell’armadio. E allora?”
“Bèh, - il sorrisetto ora era proprio alla “Clouseau” – potreste aver sparato con il fucile.”
Maria non si arrabbiò neppure, perché quell’uomo stava dimostrando, in modo penoso, di essere proprio un perfetto idiota. Le faceva quasi pena. “Ma chi ce le darebbe le cartucce secondo lei?”
“Se lo detiene regolarmente le può comprare….”
Maria cominciò a parlargli come si fa con i bambini quando non capiscono: “Lei è un poliziotto e, dunque, dovrebbe sapere meglio di me che per acquistare le munizioni di un’arma bisogna avere il porto d’armi, che nessuno di noi ha. Lei ha fatto un’indagine su di noi, anche se non poteva farlo, dunque ha visto che l’arma è detenuta senza porto d’armi, per sole ragioni affettive, avendola ricevuta in eredità.”
“Bèh, ma si può lo stesso…” Replicò incerto “l’uomo di legge”.
“Ma cosa dice?! – Si meravigliò la donna. – Nessuna armeria dà niente senza porto d’armi!”
A questo punto l’emulo dell’Ispettore Clouseau cominciò a rendersi conto di aver detto qualche sciocchezza e tentò di spiegare: “Sa…Io mi occupo di un altro settore…”
“Ma se lo so pure io che non sto in Polizia!! – Disse implacabile la donna. – E poi come si fa a confondere lo scoppio di mortaretti con il rumore di uno sparo di una carabina?!” Stava per aggiungere: “Ma mi faccia il piacere!” Ma soprassedette.
Poi, scherzando con suo marito per alleggerire l’atmosfera, disse una battuta citando il titolo di una nota commedia di Goldoni: “Noi siamo un po’ burberi, come “I quattro rusteghi”.”
L’epigono di Clouseau fece un sorrisetto e con aria beota chiese: “Lei è veneta signora?”
La donna rispose di no e pensò che oltre che scemo quel tipo era pure ignorante.
Alla festa che un tizio teneva ogni anno per il suo compleanno, raccattando invitati un po’ dovunque in giro, ed a cui la famiglia di Maria, dopo le prime noiosissime volte, si sottraeva con mille scuse, fino a quando, offeso, il tizio non li invitò più, andò Franco, invitato per la prima volta, Carlo con la convivente e la mista figliolanza, una coppia che Maria aveva allontanato per le stranezze del loro comportamento e per certe notizie poco edificanti che le erano giunte su di loro, e tanta altra gente che, evidentemente, non aveva di meglio da fare.
L’argomento, per loro esilarante, fu il fastidio dei cani. Tutti, accomunati dall’ostilità verso la famiglia di Maria, sia pure per motivazioni diverse, risero del fatto che il marito di Maria si affacciasse alla finestra gridando: “Bastaaaa!” Quando il coro dei latrati durava per ore ed ore. La donna della coppia che Maria evitava per il loro ménage poco edificante, disse che a lei i cani non davano alcun fastidio e che lei dormiva benissimo, omettendo di dire che per farlo prendeva i sonniferi. Definì Maria una povera matta ed anche suo marito. Il padrone di casa, pur sapendolo, evitò di rivelare che la donna girava vantando lauree mai conseguite, un tumore cerebrale che, qualora veramente esistente, l’avrebbe portata in breve a morte certa ed altre follie inventate la cui lista sarebbe lunga da descrivere, perché preferiva che passasse per matta Maria, che si rifiutava di andare alla sua festa, tanto importante per lui. Così Carlo si sentì confortato e nel giusto e Franco con lui.
Purtroppo le leggi non erano d’accordo con quella stranita umanità e non consentivano di addestrare cani senza le dovute licenze ed autorizzazioni, né la legge riteneva giusto che cani incattiviti dalle pratiche dell’uomo sconfinassero in giardini altrui, così Carlo dovette smettere la sua attività e migrò altrove con la sua tribù, compreso il “tirasassi” naturalmente.
Le verità nascoste, negate e seppellite, aleggiano nell’aria come ectoplasmi e, quasi ci fossero leggi fisiche che le regolano, a volte si concretizzano in improbabili incontri, fu così che Maria, girando per una città con milioni di abitanti, essendosi persa in un quartiere che non conosceva, si fermò a chiedere un’informazione ad alcune donne in attesa alla fermata dell’autobus. Una di queste, piccolina, bruna di capelli, vestita con sobrietà, si chinò gentilmente al suo finestrino e le rispose indicandole la strada. Maria cercò di memorizzare le svolte a sinistra, poi a destra, poi ancora… E provò a ripeterle per vedere se aveva capito. La donna pazientemente le ripeté, poi disse che lei abitava proprio nella direzione in cui doveva recarsi Maria e, se voleva darle un passaggio, poteva condurla proprio dove lei doveva andare. Maria realizzò che la donna aveva l’aspetto rassicurante di una brava persona che stava tornando a casa dal lavoro e che le due esigenze si potevano sposare. Era una zona all’estrema periferia dell’immensa città e le indicazioni della donnina le furono molto utili. Il percorso durò un buon quarto d’ora e mentre guidava Maria fece dei commenti sul traffico prepotente e disordinato. La donnina si trovò d’accordo e disse che lei viveva a Roma solo da diciotto anni, essendo di un piccolo paese della Puglia, aveva sposato un romano, e certo nei piccoli centri si viveva molto meglio, a lei mancava il mare del suo paese. Maria chiese che paese era e la donna disse il nome. Maria schivò uno scellerato che la superò a destra e, ripreso il pensiero sul nome di quel paese, ricordò che Franco le aveva detto di essere proprio di quel piccolo centro pugliese sul mare. “Ho un vicino di casa che è di B.: si chiama Carrieri. E’ un poliziotto.”
“Ah! Lo conosco. Conosco tutta la famiglia. Ma loro non sono della “marina”, sono dell’interno di B..”
Maria sorrise: “Io conosco solo il fratello.”
“Eh! Lo conosco.”
“E’ un tipo strano.” Volle dire Maria, ripensando a quando, nonostante lo “Scema” sentito dalla bocca di Franco, salutava con un sorriso educato quando lo incrociava nella comune strada e, se con lui c’era il fratello in visita, questi non salutava e non sorrideva neppure per un gesto di normale educazione.
A questo punto il tono timido ed educato della sua passeggera salì in una esclamazione: “Eh! Io non volevo dirlo! Ma vedo che lo pensa anche lei! E’ proprio così.”
Sorpresa e divertita la guidatrice aggiunse:” Comunque anche lui, il poliziotto, lo è! E’ un tipo pesante da sopportare. Anzi, le dirò, è proprio un matto.”
“Ma è tutta la famiglia che lo è. Li conosco: è tutta la famiglia.” E questo lo disse col tono tranquillo di chi esprime qualcosa risaputa da sempre. “Ecco, signora, io sono arrivata, accosti pure dove può… Grazie infinite.”
“Sono io che la ringrazio, ci siamo fatte un favore a vicenda.”
“Lei prosegua fino alla rotonda, poi prende a destra ed è arrivata. Grazie ancora. Arrivederci.”
Maria la guardò attraversare la strada stretta nel suo sobrio soprabito beige e pensò: “Come è piccolo il mondo e come sono strani i casi della vita.”
Dunque in questo lavoro in formazione mi sono venuti dubbi e autocritiche, come accade a chiunque voglia creare ed esprimere qualcosa. In questo caso io volevo esprimere una satira, una sottolineatura di alcuni comportamenti umani, che mi è capitato di incontrare, che appaiono fasulli, grotteschi e, nel metterli nel racconto, volevo evidenziarne i difetti per dare un messaggio di ritorno ad un contegno più naturale, semplice e vero. Nel farlo però mi è venuto il dubbio di scrivere usando un linguaggio troppo vicino al parlato, con termini anche pesanti, se non proprio scurrili. Poi ho criticato gli argomenti: forse erano troppo miseri e banali...
Mi è venuta in aiuto, però, la constatazione che anche i Grandi della Letteratura hanno scelto a volte di occuparsi di racconti umoristici, con storielline in cui mettevano in risalto le umane miserie nel loro lato ridicolo. Uno di questi è Cechov, un altro è Fëdor Dostoevskij. Scoprire i loro racconti mi ha confortato nella scelta fatta e, nel lavorare sui miei ho pensato di riunirli in aree tematiche all'interno della raccolta stessa. Ad esempio: "Vicini", argomento che crea conflitti anche legali, disturbi insopportabili, in cui ciascuno può ritrovarsi. Altra area tematica può essere "Parenti serpenti", titolo dato anche ad un film italiano di contenuto più satirico che comico, per la punta di amaro sarcasmo con cui vi è descritto il cinismo e l'egoismo di certi rapporti parentali.
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Stranita umanità
La donna dalla voce di gatta sfiatata appena lo vide lo agganciò e dopo poco già si davano del tu come fossero vecchi amici. Invece non sapevano assolutamente nulla l’uno dell’altra.
Maria giocava con il suo nipotino in giardino: lui, cinque anni, voleva che lei facesse canestro per lui. Ma lei non ci riusciva. Non era mai stata un tipo sportivo e non riusciva ad infilare la palla in quel canestro che qualcuno dei suoi figli aveva inchiodato in alto, sul tronco di un superbo pino.
“Dai, dai!” Incitava il bambino.
“Non ci riesco Enrico – rise la nonna – è troppo alto per te ma anche per me!”
Allora ci riprovò lui, ma la palla ricadde dopo essere passata sotto il canestro.
“E dai nonna, fallo tu!”
Lei rise divertita da quel gioco: “Vuoi che io lo faccia per te, sono il tuo alter ego!” Non faceva niente se il bimbo non conosceva quell’espressione, Maria pensava che parlando con ricchezza di vocaboli i piccoli imparavano più parole e concetti.
Dietro la siepe c’era il nuovo vicino con qualcuno, forse il fratello che, sentendo quelle voci chiese: “Chi è? La signora?”
“Sì”
“E com’è?
“Scema.”
Maria sentì perché quel “Scema” era stato detto con voce alta e sicura.
Se si potesse disegnare il pensiero come nei fumetti, sopra la testa della donna sarebbe comparso un punto interrogativo.
“Sarà per l’alter ego?” Si chiese. Ma le sembrava esagerato, ed un giudizio così sicuro sulla sua intelligenza le sembrava affrettato data la loro scarsa conoscenza che, per il momento, si era limitata ad un saluto.
Pensò ad una malevola presentazione da parte della precedente proprietaria che era stata, fra l’altro, sua amica. Un’amicizia mediata da una ospite fissa di quella donna, una sua amica dai tempi del liceo, di ben altra fatta, che ancora la gratificava della sua stima ed amicizia. La precedente proprietaria a Maria non piaceva perché, pur avendo avuto un bimbo non riconosciuto dal padre, aveva continuato, come prima di averlo, a far entrare ed uscire uomini dalla sua vita e, con molta superficialità, aveva detto che teneva il conto ed ormai era arrivata a settanta e passa, quasi ottanta: sotto gli occhi smarriti di quel povero bambino che vedeva sempre facce nuove chiudersi in camera con sua madre. L’amica ospite era diversa e tramite lei Maria aveva accettato anche quella insulsa sciagurata. Finché, avendo fissa dimora altrove, non aveva cominciato ad affittare la casa, e sempre a gente losca. Uno di questi, appresero dal maresciallo che comandava la locale stazione dei carabinieri, era un piccolo truffatorello, con precedenti penali di gioventù, quando abitava a Torpignattara, di furto di autoradio: pare fosse la sua specialità. Ora temevano che avesse fatto il salto di qualità nel campo degli stupefacenti. D’accordo con il suo equivoco inquilino la scomoda vicina ed amica denunciò ai vigili lo spostamento, peraltro preannunciatole, di un box che il marito di Maria stava effettuando da un lato ad un altro del giardino. Dovettero smontarlo. Al telefono la sciagurata si faceva negare a Maria, che voleva chiederle spiegazioni di quel comportamento insensato ed ostile. La scomoda amicizia finì e l’amica comune che aveva fatto da legante tentò di giustificarla dicendo: “E’ impazzita. Lei è fatta così, ogni tanto impazzisce.”
“Figuriamoci se una così può dare della scema a me!! “ Pensò la donna, addebitando il lapidario giudizio del nuovo vicino alla ex proprietaria .
Ma si sbagliava Maria, e lo capì quando il giorno dopo sentì la voce da gatta sfiatata di Milva che chiamava per nome il nuovo vicino, come se lo conoscesse da una vita: “Francooooo! Sono andata per te per il gas….” Non sentì altro, ma le bastò. Capì da chi veniva quel giudizio insultante perché conosceva le stranezze e l’ostilità di quella donna nevrotica, abbandonata dal marito ormai stufo della sua nevrosi, che provava astio verso di lei che aveva dimostrato di saper vivere serenamente e semplicemente. Milva voleva darsi arie, si atteggiava a persona importante, anche se non era buona a nulla, e si riteneva più su di Maria.
Poi vide che la modesta Maria lavorava, aveva una bella famiglia unita e, senza spendere tanti soldi, sapeva anche essere sempre a posto, sempre sobriamente elegante. Quando il marito non tornò più a casa la sua frustrazione, di fronte alla vicina che voleva ritenere inferiore a lei, scoppiò. Quando la incrociava non la salutava e diceva a tutti che era scema e matta. Intanto continuava ad imbottirsi di psicofarmaci.
“Ma questo Franco deve essere un cretino patentato, - pensava la semplice Maria – per sposare un giudizio altrui al punto tale da farlo proprio, senza conoscere la persona che etichetta in questo modo. Io i miei giudizi sugli altri me li formo con l’esperienza. Come si fa a spingersi a spararli così, con sicurezza, quando non sa nemmeno chi è Milva: una povera nevrotica che vive di ansiolitici e sonniferi!”
Il cretino in questione aveva detto di essere un ispettore di una polizia specializzata nei problemi di immigrazione. Cominciò subito a darsi grandi arie girando per il suo giardino urlando telefonate importanti sul suo cellulare, o almeno lui le riteneva tali da essere di curiosità ed interesse per i vicini. Aveva dato il suo biglietto da visita con lo stemma della Polizia di Stato a Maria, girava in camicia in modo che si vedesse l’imbracatura con la pistola. Tutte cose che rafforzarono l’idea in Maria e la sua famiglia che fosse proprio un cretino.
Un giorno le parlò con aria importante di Milva chiamandola: “La signora della famiglia Beccaccini.”
“Forse intende la famiglia Fiorentini…” Lo corresse con ironica pietà, che lui non notò, Maria.
“Non lo so, io la conosco come Beccaccini…”
“E’ il suo cognome da ragazza, ma se lei parla della famiglia, allora deve dire Fiorentini, così si chiama il marito e così si chiamano i figli.”
“Questo stupido non sa nemmeno come si chiamano perché la nevrotica, visto che il marito se ne è andato da poco, gli avrà detto il suo nome da ragazza: prima però si pavoneggiava chiamandosi in terza persona “la signora Fiorentini”, come se suo marito fosse Frà Cavolo da Velletri e non soltanto un Dirigente mazzettaro, come ha confessato lui stesso, durante una cena, ai loro vicini e “amici”, i Sigg.ri Bruni, i quali si sono subito premurati di ridircelo appena ci hanno conosciuti. Però questo cretino nuovo nuovo beve e fa suoi i giudizi di Milva, di cui, come sta dimostrando, non sa nulla …” Pensava la donna mentre lo guardava.
Uscendo Maria incrociò il poliziotto che indossava un’imbracatura da rocciatore e stava parlando con suo marito fuori dai cancelli delle rispettive abitazioni. Ne dedusse che la usava per arrampicarsi sugli alberi per potarli e gettò un’occhiata all’interno del suo giardino dove, in effetti, giacevano alcuni rami di pino in terra; vide anche una donna bionda ed un bambino altrettanto biondo e, per essere gentile e far vedere che si interessava a lui, nonostante il non lusinghiero giudizio sulla sua intelligenza, chiese: “E’ il suo bambino? Quanti anni ha?”
“Sì è mio figlio: Giacinta gli vuole bene come fosse suo. Io sono divorziato.”
Da questo fu chiaro che la donna, anche se aveva in comune con il bimbo il colore dei capelli, non era sua madre.
Il bimbo poi sparì ed anche la donna, anche se lei veniva ogni tanto.
“Mio figlio vive in Colombia con la madre che è di lì.” Disse Franco un’altra volta.
Poi la bionda Giacinta venne a vivere lì.
Uscendo un giorno Maria sentì la voce del vicino che parlava con tono altissimo al telefono, tanto da sentirsi fuori dal cancello. Si voltò e vide che teneva la finestra spalancata, girava a torso nudo con un telefono fisso in mano, trascinando un lungo filo e parlando diceva: “Ma non è vero che non mi facevo trovare, non è così….”
Maria infilò l’automobile e se ne andò prima possibile. Non voleva essere coinvolta in altre pazzie dei suoi vicini: aveva già fatto altre esperienze ed ormai riconosceva subito le stranezze.
Qualche tempo dopo, sempre uscendo, (purtroppo doveva passare per forza da lì, non avendo comode uscite sul retro che consentissero di eclissarsi alla chetichella), vide la bionda che (da un po’ di tempo non si vedeva più, pur abitando con Franco) stava fuori dal suo cancello chiuso guardando i cani che si sollevavano sulle zampe dall’interno, scodinzolando ed abbaiando.
Maria non capì cosa stesse facendo lì fuori, guardando i cani così intenta e con le braccia conserte, ma non poté non darle il saluto, cercando nel contempo di risalire in auto dopo aver chiuso il proprio cancello.
Quella sembrò non aspettare altro e, indicando con aria desolata i cani, disse con sufficienza: “Sono venuta a dar da mangiare a queste povere bestie.” Come se Maria dovesse essere edotta che lei non abitava più lì.
Di matti che fanno casini e che pensano che il mondo ruoti intorno a loro e che gli altri non abbiano altro da fare che interessarsene, Maria aveva già le tasche piene. Fece finta di niente pensando: “Questa crede che è così importante che le cose sue sono uscite sul giornale? Per me abitava qui e se non parla chiaro non sarò io di certo a farle domande.” Le chiese con tono salottiero: “A quando le ferie?” Ed avuta una risposta qualsiasi con un sorriso si eclissò.
“Che si pagassero lo psicanalista se hanno dei problemi. Ma che razza di comportamenti! Vivono in modo disordinato e ti parlano come se tu dovessi essere informata di tutti i cazzi loro! Quando di te non sanno niente ma ti definiscono “scema”, senza ragione alcuna, o “pazza” come ho sentito con le mie orecchie dire proprio da questa pazza vera, visto come vive…” Pensava con sincera e schietta cattiveria guidando.
Un giorno il suo convivente era venuto a chiedere qualcosa a loro, era d’estate e lei in casa portava una maglietta di filo che faceva intravedere il seno che Maria, nonostante avesse cinquant’anni, aveva bello sodo e dritto… Forse l’uomo era rimasto turbato, fatto è che, nel rientrare in casa l’aveva detto alla sua convivente e Maria, che l’aveva riaccompagnato per pura cortesia fino al cancello e stava percorrendo il suo vialetto per rientrare in casa, lo sentì ed udì anche il commento di Giacinta:”Se è pazza…”
Di nuovo il punto interrogativo insieme ad uno esclamativo comparve nel pensiero della donna:
“Ma pazza sarà lei e quello scemo con cui vive!! Ma cosa vogliono questi? Si presenta in casa mia per chiedere una cortesia a mio marito e che debbo fare io, mi nascondo o mi cambio di abito?”
Raccontò a suo marito quello che aveva sentito e lui sorrise e le disse: “In casa tua tu stai come ti pare. Se lui si turba perché hai i capezzoli a punta peggio per lui: con quello che si vede per la strada poi…”
“Non ne parliamo: reggiseni che spuntano come vuole la moda, abiti che sono come le sottovesti di una volta, vanno in giro a tutte le età come se stessero al mare… per la città però. Io vesto in modo classico, ma a casa mia con il caldo voglio stare comoda.”
“Poi non è che aspettassimo visite, – concluse il marito con indifferenza – fregatene.”
Poi la bionda tornò.
Franco e Giacinta ebbero una bambina e Maria portò loro un pensierino, anche perché la bionda carinamente aveva regalato un pagliaccetto al suo secondo nipotino quando era nato.
Un giorno vennero tutti e tre a far loro visita e la bionda raccontò che le avevano trovato un tumore all’utero quando la bimba era nata, disse che “aveva rischiato”, ma il medico, prontamente, lo aveva tolto. Maria le fece tanti auguri di buona salute.
Una domenica che stavano tutti a vedere una importante partita di calcio e Maria, non interessata, stava stendendo i panni sul balcone, Franco suonò al loro cancello, lei chiese di cosa avesse bisogno e quello, pallido e con l’aria tirata, disse: “Mi può chiamare suo marito?” Lei non gli aveva mai concesso il “tu” che Milva gli aveva dato “espresso”.
Suo malgrado andò a disturbare gli “sportivi” incollati sul televisore a seguire la palla:
“Scusate – esordì – ma c’è il vicino, Franco, che vuole uno di voi, anzi vuole te.” Disse rivolta a suo marito.
“Ma che cazz… vuole questo, proprio mo’…” Rispose il marito senza staccare gli occhi dal televisore.
“Non lo so, ma aveva un’aria…”
“Un’aria del cazzo! Ma proprio adesso? Ma questo non li segue gli Europei?!
“Ma io che ne so.” Concluse Maria.
Suo marito si alzò e lo seguì anche suo figlio che, pur non vivendo con loro, era venuto a vedere la partita con il padre.
Andarono al cancello e Maria tornò sul balcone a continuare la sua faccenda domestica.
Da lì sentì la seguente discussione:
Franco, il poliziotto, tremante di rabbia, pallidissimo: “Avete lasciato la macchina davanti al cancello ed i miei ospiti hanno faticato ad entrare in casa mia!”
Il figlio di Maria: “Ma è davanti al nostro cancello, non davanti al suo… Peraltro è uno spazio definito nel rogito notarile di proprietà privata.”
“Sì, ma c’è scritto anche che, pur essendo di proprietà privata, deve lasciare spazio per la manovra agli altri..."
“Ma l’ha lasciato, – a questo punto il marito, superscocciato dal dover star lì mentre la partita si svolgeva, imbufalito perse la sua solita formale cortesia – se i suoi ospiti sono imbranati che è colpa nostra? Ci passa un carroarmato, ci passa!”
“Ma mi sembra che, comunque, sono entrati.” Osservò il figlio, che aveva visto un po’ di gente e di auto all’interno del giardino di Franco.
Il marito di Maria girò le spalle allo scocciatore facendo un gesto verso l’alto con il braccio e si precipitò a vedere se nel frattempo avevano fatto gol…. Lasciando il figlio a discutere con l’uomo che continuava a tremare pallido e furente.
“Sono entrati ma faticando nel fare la manovra!” Stava dicendo.
“Mi dispiace, – disse il giovane a questo punto – ma sono arrivato all’ultimo minuto e la partita stava per cominciare, altrimenti l’avrei messa dentro. Comunque lo spazio per la manovra c’era…”
“Oggi io mi sono sposato con Giacinta… Capisce?!”
“Auguri!” Disse il giovane e corse dentro con lo stesso spirito del padre: sperando che non ci fossero stati gol.
“Auguri! – Disse Maria dal balcone. – Non lo sapevamo. Auguri ancora.”
A partita finita i commenti si sprecarono.
Il giudizio migliore del marito fu: “Solo uno stronzo viene a rompere i coglioni mentre la gente sta seguendo gli Europei. Anche se lui non segue il calcio è un evento che si sente anche dalle case vicine. Ma non li sente gli urli?”
“Ma si sposano adesso?” Chiese il figlio. “Ma non avevano già una bambina? Lui era divorziato mi pare, no? Però in un giorno del genere uno è allegro, felice, e passa sopra a scemenze tipo la macchina del vicino che dà fastidio alla manovra. Io ero così felice il giorno del mio matrimonio che ero ben disposto verso il mondo intero… Lui era pallido, tremava… E’ incredibile.”
La pensierosa Maria disse: “Per me non si voleva sposare. Lei l’ha indotto con quella storia del tumore che poi era una cosa benigna… E quello non stava tanto felice per questo.”
“Ma sti’ cazzi! E viene a sfogarsi qui sto’ pazzo?!” Concluse il marito.
Quando la bionda sparì definitivamente con la bambina, gli incarogniti vicini si guardarono bene dal fare domande, anche se, abbassata l’arroganza, Franco provò timidamente a far loro un po’ pena. Ma i vicini avevano alzato un muro di distacco.
Eventi precedenti, che avevano vissuto con il vicinato, li avevano portati a quel punto.
Ad esempio la precedente proprietaria con la storia del box, dopo che le avevano dato la loro amicizia e sopportato infinite follie. Come quella volta che l'avevano invitata con il suo bambino per il giorno di S. Stefano, sapendoli soli, e dopo una telefonata in cui diceva che stava arrivando da Roma, era sparita. Il marito di Maria l’era andata a cercare lungo la strada temendo in un guasto dell’auto. Non c’erano ancora i cellulari ma molti telefoni a gettone e lei, per una ruota mezza sgonfia, aveva deciso di tornare nella casa romana dove, finalmente, Maria riuscì a contattarla. In realtà rispose il figlio che disse la ragione del rientro. “Ma non potevate telefonare?” Chiese allibita Maria. “Sono le tre e noi non abbiamo mangiato per aspettarvi, il pranzo della festa si è raffreddato e mio marito è per strada a cercarvi.”
O quella volta che, non si sa come, era caduta dal vialetto della sua villetta, adiacente alla loro, nella sottostante rampa delle auto, e Maria l’aveva caricata in auto e portata in ospedale, rimanendo con lei e riaccompagnandola poi a casa.
Amici della sciagurata, che lei aveva loro presentati, entrambi separati con figli, erano venuti a vivere lì vicino e suonavano al loro cancello in ogni ora, anche quelle del riposo, per chiedere ogni tipo di aiuto e di favore. La loro convivenza era durata solo due anni ed avevano cercato anche di coinvolgerli nelle loro diatribe.
Prima di unirsi in questa rapida ed infelice convivenza, questa coppia di separati, veniva nella villetta della sciagurata che dava loro le chiavi per usarla come garçonnière.
Non era l’unica coppia a cui le dava e nella casa c’era un certo via vai…
A Maria ed alla sua famiglia aveva chiesto la cortesia di tenere un mazzo di chiavi per la sua comodità: “Se deve venire un operaio per fare qualche intervento basta che gli telefono da Roma e voi gli aprite, così non sono costretta a venire su.” Aveva motivato la sua richiesta ringraziandoli per il disturbo. Ma aveva dimenticato di dire che altre chiavi le dava ai suoi amici, spostati come lei, per altri usi.
Le prime volte, allarmati, avevano temuto che fossero entrati i ladri. Poi, guardando preoccupati dalla loro casa, si erano resi conto che l’intrusione era di altra natura.
Erano già molto seccati con la loro vicina per aver dato loro quell’incomodo delle chiavi, senza avvertirli degli altri usi a cui adibiva la casa, quando, una sera che stavano cenando con dei loro parenti, la sciagurata suonò al loro campanello.
“Chi sarà a quest’ora?” Si chiesero un po’ tutti.
Andò ad aprire Maria e, visto che era la scomoda vicina a cui, grazie alla sua ex compagna di scuola che veniva spesso come sua ospite, avevano dato la loro amicizia, sia pure con una certa riserva, la fece accomodare in ingresso. Quella, senza scusarsi per l’ora ed il disturbo, disse che doveva parlare loro di una cosa che era accaduta, ma che voleva che ci fosse anche suo marito.
Doveva essere qualcosa di molto grave per costringere delle persone ad interrompere la cena, con l’aggravante che avevano degli ospiti.
Maria scese in taverna e chiese a suo marito di salire in ingresso, mentre i loro parenti chiedevano: “Ma che è successo?”
I due attoniti vicini si sentirono fare il seguente racconto:
“Oggi arrivando ho trovato delle feci nel bagno e dei peli nel bidet. Dato che voi avete le chiavi volevo sapere se ne sapete qualcosa.” Era seria e per nulla in imbarazzo per aver interrotto la cena ai due e per essere piombata in casa loro a quell’ora.
I due la guardavano basiti. Pensavano che fosse successo qualcosa di grave e mai, neppure con la più sfrenata fantasia, avrebbero pensato di sentirsi proporre un simile problema!
Certo l’educazione li inibì al punto tale da non farli reagire come molti avrebbero fatto e, forse, sarebbe stato giusto fare e, nel loro intimo, pensarono di fare ma non fecero, cioè dirle:
“Ma, brutta matta, ti presenti qui mentre stiamo cenando, nemmeno ti scusi, ci fai mangiare freddo e lasciare i nostri parenti da soli per dirci questo?!! Ma che cavolo ne sappiamo noi di quello che succede dentro quella specie di bordello che è casa tua? Noi abbiamo le chiavi? Ma riprenditele subito, per noi sono un peso, un fastidio ed una responsabilità, visto il via vai che c’è in quella casa. Ma vallo a chiedere a quegli zozzoni a cui dai le chiavi per far loro favori! Noi te lo facciamo il favore e qui non si è visto mai un operaio, perciò riprendetele e vai affanc……!”
Invece i poveretti risposero educatamente che non ne sapevano nulla, che in quella casa ovviamente non erano mai entrati, avendo due bagni a casa loro….
Quando ridiscesero, mangiando la cena ormai gelata, i loro sbalorditi parenti dissero loro:
“Ma ridatele le chiavi. Questa è una pazza totale che proietta sugli altri il suo mondo sudicio, fatto di incontri furtivi… Avrà pensato che ci siete andati voi con qualcuno…”
“Allora è da camicia di forza! – Esclamò Maria indignata. – Come si fa a pensare che avendo mio marito qui io vada là con qualcuno o viceversa?!”
“Ognuno vede il mondo attraverso gli occhiali che porta sul naso, mia cara!” Concluse saggiamente suo marito.
Ma Maria non stette zitta e appena ebbe modo di incontrare l’unica amica saggia che quella sua dissennata vicina aveva e che era stata il tramite fra di loro, le raccontò tutto.
Forse per l’antica amicizia che la legava alla sua ex compagna di liceo, la saggia amica tentò una giustificazione all’assurdo: “Ma lei ve lo ha solo chiesto.” Come fosse normale.
“Mi stupisco proprio di questo, - insistette Maria – che senso aveva chiederlo a noi? Che noi andiamo ad usare i suoi bagni? O facciamo entrare persone che lei non ha autorizzato ad usarli?”
L’insensatezza del comportamento di quella folle si poteva spiegare solo con il dubbio di un uso improprio delle chiavi da parte loro. Ma qui Maria registrò nella comune amica una mancanza di censura dell’agire della sua antica compagna di scuola, cosa che fece pensare poi a lei ed a suo marito che, se erano così intime da tanto tempo, qualcosa in comune dovevano avere, anche se la saggia sembrava diversa. Questa, insieme a suo marito, anche lui ospite frequente della ex compagna di scuola di sua moglie, tentò una spiegazione minimale e banale del fatto che aveva provocato l’incongruo e grottesco comportamento della padrona di casa: “La domenica precedente eravamo venuti tutti insieme, sai, quando si è in tanti… Può darsi che qualcuno aveva già chiuso l’acqua e qualcun altro ha avuto bisogno all’ultimo minuto del bagno… Magari uno dei bambini…”
Maria non disse più niente, ma non poté fare a meno di pensare che i bambini non hanno peli del pube da lasciare nel bidet.
Insomma, l’elenco delle follie che avevano dovuto subire era lungo, ormai quei fatti ed altri li avevano cambiati ed avevano capito che non valeva la pena aiutare la gente la quale, lungi dall’esserti grata, dopo averti creato problemi, parla anche male di te.
Franco, frustrato dall’indifferenza di quei due vicini, aveva legato con un tale Carlo che aveva preso in affitto una casa di campagna, costruita totalmente abusiva, per viverci con la sua convivente, la bambina che avevano messo al mondo, il figlio di lei e la figlia di lui, nati dalle precedenti unioni.
Franco ammirava Carlo perché addestrava cani all’attacco. Amici e conoscenti gli affidavano i cani per farli diventare aggressivi, scopo: la guardia.
Ne teneva dai cinque ai sei alla volta e, chiusi in gabbia o lasciati liberi, abbaiavano ferocemente per gran parte del tempo.
Inutile chiudere le finestre nell’andare a dormire: si sentivano ugualmente. In giardino era impossibile anche parlarsi, perché i latrati superavano le voci. A Franco questo non dava fastidio, anzi, apprezzava Carlo e, guardando oltre la testa di Maria che si lamentava del fatto che non si riusciva più a leggere un libro in giardino, né a sentire il piacevole canto degli uccellini, disse con alterigia: “Lui è Presidente dell’Associazione degli addestratori di cani”. Come se avesse detto “lui è Presidente dell’Associazione degli Ingegneri o dell’Associazione dei Medici Internisti….
Inutile dire che Maria riferì a suo marito che commentò: “Hai capito?!!! E chi “cacchio” sarebbe? Chiunque può fondare un’Associazione, che so: “Associazione amatori del fringuello maschio!” Poi si autoelegge Presidente e trova sempre quattro scemi che si iscrivono per dare un senso alla propria inutile vita, al proprio vuoto mentale!”
Un giorno uno di questi cani morsicò Franco ad una mano. Lui cercò di non farlo arrivare agli antipatici vicini, i quali se ne accorsero lo stesso, e disse a Carlo di stare un po’ più attento con quei cani.
Un altro giorno si sentì un ospite di Carlo gridare perché uno dei cani l’aveva attaccato.
“Ride, questo ride (evidentemente si riferiva al “Presidente dell’Associazione degli addestratori di cani”), ma sei scemo! Tu sei tutto matto! Questo non si rende conto… Sei pericoloso.. Tu non ti rendi conto!!”
Ma Franco trovava tutto questo normale. Quando uno dei figli di Maria si trovò a studiare nella casa dei genitori per avere un poco di tranquillità, (fino ad allora ce ne era stata), adirato inveì contro quel latrare continuo e Carlo gli rispose a parolacce. Chi era presente sentì il seguente scambio di battute:
Il figlio di Maria: “Ma basta! Non si riesce a fare niente con questo casino!”
Carlo: “Sono cani, hanno il diritto di abbaiare!”
“Ma cosa dice! Ma che è normale l’abbaiare furioso di cinque cani tutti insieme?!”
Carlo: “Ma non stare a rompere il cazzo!”
“A stronzo! Io non riesco a concentrarmi ed a studiare da dentro casa mia e sono io che rompo?”
Carlo: “Ecco così mi piaci! Se me dici stronzo me poi pure piacé!” Questo è il linguaggio che capisco! Potemo pure diventà amici!”
“Ma che razza di incivile è lei?! Come cavolo ragiona?!”
“Incivile a me?!! Ma io t’ammazzo!!”
Maria ed il marito erano in vacanza a Capri. Al ritorno, appreso l’episodio dal figlio, si recarono dai Carabinieri e sporsero denuncia per insulti e minacce nei riguardi del loro figlio ed esposero i fatti: questo Carlo addestrava cani all’attacco.
I Carabinieri fecero un sopralluogo.
La convivente di Carlo, beffeggiando i denuncianti, raccontò ad amici, vicini e conoscenti che “persino i Carabinieri ridevano”.
Nei giorni successivi suo figlio si esercitò in una fitta sassaiola diretta al giardino degli insofferenti ai latrati. Il marito di Maria trovò le piante del suo piccolo orto piene di sassi. Maria furibonda disse: “Se c’era qualcuno gli spaccava la testa questo incivile teppista!” I sassi arrivavano infatti superando il muro e la siepe, quindi il teppista di circa dodici, tredici anni, non poteva vedere chi c’era dalla parte opposta.
I Carabinieri dissero a Maria ed a suo marito che l’addestratore, convocato, era stato ammonito perché non aveva alcuna licenza per fare quello che stava facendo: cioè addestrare cani all'attacco dentro un terreno non autorizzato. Venne convocato anche il proprietario del terreno e della casa che Carlo aveva in affitto e quello disse che non ne sapeva nulla di questa attività che il suo affittuario aveva improntato nella sua casa e si indignò moltissimo.
Da quel momento Carlo, per ritorsione, non gli pagò più il mensile e parecchio tempo dopo se ne andò inseguito da citazioni per morosità da parte del locatore e da diffide dell’Autorità Giudiziaria per attività non autorizzata, maltrattamenti di animali e quant’altro.
Con incredibile superficialità Franco disse che Carlo se ne era andato perché era moroso.
“Fortuna che “l’uomo di legge” lo ammirava, chissà se lo ammira pure ora!” Commentò acidamente Maria.
Durante quel contenzioso erano accadute molte cose.
Il figlio di Maria, indispettito per quel latrare continuo, aveva sparato in giardino alcuni mortaretti avanzati dal Capodanno nell’intento di spaventare i cani.
Carlo li aveva controdenunciati, scrivendo che aveva sentito degli spari e accusava il marito di Maria. Il quale, però, quel giorno era a Capri e non lo querelò perché lo riteneva non degno di altra attenzione ma, il suo amico poliziotto fece qualcosa per cui avrebbe potuto essere denunciato per abuso di potere. Fece una ricerca usando i mezzi del suo ufficio per vedere se i vicini avevano un’arma e si presentò dai Carabinieri offrendosi come paciere fra le parti.
Maria ed il marito lo seppero dal Maresciallo dei Carabinieri, che lo riferì con un lieve sorriso di compatimento: aveva capito pure lui di avere a che fare con un cretino.
Immerso nel suo ruolo tipo “Ispettore Clouseau”, Franco si presentò dai vicini che avevano denunciato il suo amico Carlo i quali, nonostante i fastidi e gli indebiti commenti denigratori su di loro, lo fecero accomodare nella loro graziosa veranda.
Franco: “ Sono stato dai Carabinieri ed ho parlato con Carlo: se potete ritirare la denuncia è meglio per tutti.”
Il marito di Maria, diffidente ed incazzato:” E perché? Noi non possiamo più godere del nostro giardino, non riusciamo neppure a parlarci se ci sediamo sui dondolini per prendere un po’ di sole in tranquillità…. Il suo caro amico ha minacciato mio figlio dicendo: “Io t’ammazzo!”. Mi sembra abbastanza.”
Franco: “Ma se voi ritirate la denuncia la ritira pure lui…”
L’altro: “Che fondamento ha la denuncia di questo signore? Lo potrei querelare perché ha scritto il falso: qui c’era mio figlio ed ha denunciato me che dai registri di un albergo risulto a Capri quel giorno! E’ ridicolo e grottesco e non voglio perdere tempo per i tribunali con un simile soggetto, altrimenti ho tutti gli elementi per fargliela pagare. Questa storia dei cani è vergognosa. Per dispetto ha divelto la rete e li ha fatti entrare per due volte nel mio giardino: ci hanno rotto due vasi, oltre tutto!”
Con un sorriso, che voleva essere furbo e conciliante insieme, Franco giocò quella che credeva essere una carta investigativa: ”Voi avete un fucile.”
A questo punto intervenne Maria: “Certo, era di mio padre ed è regolarmente denunciato. Lo ha lasciato al primo nipote maschio che non è cacciatore, dunque lo detengo io per ragioni affettive. Sta, smontato, nell’armadio. E allora?”
“Bèh, - il sorrisetto ora era proprio alla “Clouseau” – potreste aver sparato con il fucile.”
Maria non si arrabbiò neppure, perché quell’uomo stava dimostrando, in modo penoso, di essere proprio un perfetto idiota. Le faceva quasi pena. “Ma chi ce le darebbe le cartucce secondo lei?”
“Se lo detiene regolarmente le può comprare….”
Maria cominciò a parlargli come si fa con i bambini quando non capiscono: “Lei è un poliziotto e, dunque, dovrebbe sapere meglio di me che per acquistare le munizioni di un’arma bisogna avere il porto d’armi, che nessuno di noi ha. Lei ha fatto un’indagine su di noi, anche se non poteva farlo, dunque ha visto che l’arma è detenuta senza porto d’armi, per sole ragioni affettive, avendola ricevuta in eredità.”
“Bèh, ma si può lo stesso…” Replicò incerto “l’uomo di legge”.
“Ma cosa dice?! – Si meravigliò la donna. – Nessuna armeria dà niente senza porto d’armi!”
A questo punto l’emulo dell’Ispettore Clouseau cominciò a rendersi conto di aver detto qualche sciocchezza e tentò di spiegare: “Sa…Io mi occupo di un altro settore…”
“Ma se lo so pure io che non sto in Polizia!! – Disse implacabile la donna. – E poi come si fa a confondere lo scoppio di mortaretti con il rumore di uno sparo di una carabina?!” Stava per aggiungere: “Ma mi faccia il piacere!” Ma soprassedette.
Poi, scherzando con suo marito per alleggerire l’atmosfera, disse una battuta citando il titolo di una nota commedia di Goldoni: “Noi siamo un po’ burberi, come “I quattro rusteghi”.”
L’epigono di Clouseau fece un sorrisetto e con aria beota chiese: “Lei è veneta signora?”
La donna rispose di no e pensò che oltre che scemo quel tipo era pure ignorante.
Alla festa che un tizio teneva ogni anno per il suo compleanno, raccattando invitati un po’ dovunque in giro, ed a cui la famiglia di Maria, dopo le prime noiosissime volte, si sottraeva con mille scuse, fino a quando, offeso, il tizio non li invitò più, andò Franco, invitato per la prima volta, Carlo con la convivente e la mista figliolanza, una coppia che Maria aveva allontanato per le stranezze del loro comportamento e per certe notizie poco edificanti che le erano giunte su di loro, e tanta altra gente che, evidentemente, non aveva di meglio da fare.
L’argomento, per loro esilarante, fu il fastidio dei cani. Tutti, accomunati dall’ostilità verso la famiglia di Maria, sia pure per motivazioni diverse, risero del fatto che il marito di Maria si affacciasse alla finestra gridando: “Bastaaaa!” Quando il coro dei latrati durava per ore ed ore. La donna della coppia che Maria evitava per il loro ménage poco edificante, disse che a lei i cani non davano alcun fastidio e che lei dormiva benissimo, omettendo di dire che per farlo prendeva i sonniferi. Definì Maria una povera matta ed anche suo marito. Il padrone di casa, pur sapendolo, evitò di rivelare che la donna girava vantando lauree mai conseguite, un tumore cerebrale che, qualora veramente esistente, l’avrebbe portata in breve a morte certa ed altre follie inventate la cui lista sarebbe lunga da descrivere, perché preferiva che passasse per matta Maria, che si rifiutava di andare alla sua festa, tanto importante per lui. Così Carlo si sentì confortato e nel giusto e Franco con lui.
Purtroppo le leggi non erano d’accordo con quella stranita umanità e non consentivano di addestrare cani senza le dovute licenze ed autorizzazioni, né la legge riteneva giusto che cani incattiviti dalle pratiche dell’uomo sconfinassero in giardini altrui, così Carlo dovette smettere la sua attività e migrò altrove con la sua tribù, compreso il “tirasassi” naturalmente.
Le verità nascoste, negate e seppellite, aleggiano nell’aria come ectoplasmi e, quasi ci fossero leggi fisiche che le regolano, a volte si concretizzano in improbabili incontri, fu così che Maria, girando per una città con milioni di abitanti, essendosi persa in un quartiere che non conosceva, si fermò a chiedere un’informazione ad alcune donne in attesa alla fermata dell’autobus. Una di queste, piccolina, bruna di capelli, vestita con sobrietà, si chinò gentilmente al suo finestrino e le rispose indicandole la strada. Maria cercò di memorizzare le svolte a sinistra, poi a destra, poi ancora… E provò a ripeterle per vedere se aveva capito. La donna pazientemente le ripeté, poi disse che lei abitava proprio nella direzione in cui doveva recarsi Maria e, se voleva darle un passaggio, poteva condurla proprio dove lei doveva andare. Maria realizzò che la donna aveva l’aspetto rassicurante di una brava persona che stava tornando a casa dal lavoro e che le due esigenze si potevano sposare. Era una zona all’estrema periferia dell’immensa città e le indicazioni della donnina le furono molto utili. Il percorso durò un buon quarto d’ora e mentre guidava Maria fece dei commenti sul traffico prepotente e disordinato. La donnina si trovò d’accordo e disse che lei viveva a Roma solo da diciotto anni, essendo di un piccolo paese della Puglia, aveva sposato un romano, e certo nei piccoli centri si viveva molto meglio, a lei mancava il mare del suo paese. Maria chiese che paese era e la donna disse il nome. Maria schivò uno scellerato che la superò a destra e, ripreso il pensiero sul nome di quel paese, ricordò che Franco le aveva detto di essere proprio di quel piccolo centro pugliese sul mare. “Ho un vicino di casa che è di B.: si chiama Carrieri. E’ un poliziotto.”
“Ah! Lo conosco. Conosco tutta la famiglia. Ma loro non sono della “marina”, sono dell’interno di B..”
Maria sorrise: “Io conosco solo il fratello.”
“Eh! Lo conosco.”
“E’ un tipo strano.” Volle dire Maria, ripensando a quando, nonostante lo “Scema” sentito dalla bocca di Franco, salutava con un sorriso educato quando lo incrociava nella comune strada e, se con lui c’era il fratello in visita, questi non salutava e non sorrideva neppure per un gesto di normale educazione.
A questo punto il tono timido ed educato della sua passeggera salì in una esclamazione: “Eh! Io non volevo dirlo! Ma vedo che lo pensa anche lei! E’ proprio così.”
Sorpresa e divertita la guidatrice aggiunse:” Comunque anche lui, il poliziotto, lo è! E’ un tipo pesante da sopportare. Anzi, le dirò, è proprio un matto.”
“Ma è tutta la famiglia che lo è. Li conosco: è tutta la famiglia.” E questo lo disse col tono tranquillo di chi esprime qualcosa risaputa da sempre. “Ecco, signora, io sono arrivata, accosti pure dove può… Grazie infinite.”
“Sono io che la ringrazio, ci siamo fatte un favore a vicenda.”
“Lei prosegua fino alla rotonda, poi prende a destra ed è arrivata. Grazie ancora. Arrivederci.”
Maria la guardò attraversare la strada stretta nel suo sobrio soprabito beige e pensò: “Come è piccolo il mondo e come sono strani i casi della vita.”
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Novelle
Nata a Roma nel 1946. Ha pubblicato "Normalità Apparente" nel 2006 e "Il Romanzo dell'Università" nel 2007 per i tipi dell'Editore MEF-Firenze; "L'Uomo Cane" nel 2010 e "Mostri e Ritratti" nel 2011 per i tipi dell'Editore Universitalia di Onorati S.r.l.-Roma. Una sua poesia è stata pubblicata nell'Antologia "Fili di Parole " di Giulio Perrone Editore S.r.l.-Roma nel 2008.
sabato 17 dicembre 2011
Lode a Polizia e Carabinieri
ALCUNI PROVVEDIMENTI DELL'ATTUALE GOVERNO PER SVUOTARE LE CARCERI:
.....gli arrestati in flagranza che devono essere registrati all`ufficio matricole, assegnati a una cella e poi liberati dopo tre giorni.
Adesso dovranno essere processati entro 48 ore, che trascorreranno nei commissariati, o nelle stazioni dei carabinieri, a seconda di chi avrà proceduto all`arresto. Il provvedimento riguarda almeno 21mila persone: quelle che sono rimaste in carcere meno di tre giorni nell`ultimo anno, Arresti domiciliari prima del fine pena anticipati di diciotto mesi L`edilizia carceraria. Le camere di sicurezza nei commissariati d`Italia sono 706. Non tutte disponibili, alcune dovranno essere ristrutturate, E anche i questori dovranno rivedere i turni del personale che già è scarso; qualcuno ha già mugugnato, perché parecchi posti di polizia sono già all`osso. Il Guardasigilli ne è consapevole e assicura che lo sforzo richiesto sarà temporaneo:.....
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.....gli arrestati in flagranza che devono essere registrati all`ufficio matricole, assegnati a una cella e poi liberati dopo tre giorni.
Adesso dovranno essere processati entro 48 ore, che trascorreranno nei commissariati, o nelle stazioni dei carabinieri, a seconda di chi avrà proceduto all`arresto. Il provvedimento riguarda almeno 21mila persone: quelle che sono rimaste in carcere meno di tre giorni nell`ultimo anno, Arresti domiciliari prima del fine pena anticipati di diciotto mesi L`edilizia carceraria. Le camere di sicurezza nei commissariati d`Italia sono 706. Non tutte disponibili, alcune dovranno essere ristrutturate, E anche i questori dovranno rivedere i turni del personale che già è scarso; qualcuno ha già mugugnato, perché parecchi posti di polizia sono già all`osso. Il Guardasigilli ne è consapevole e assicura che lo sforzo richiesto sarà temporaneo:.....
Tutta la mia ammirazione per Polizia e Carabinieri che, tolte le inevitabili mele marce, sono l'unico baluardo fra la società civile ed una delinquenza sempre spavalda e pericolosissima.
Leggo che spenderanno circa 57 milioni di euro per migliorare i penitenziari; spero che venga effettuato un prelievo destinato a questo scopo dalle paghe dei detenuti che lavorano. Se non lo si fa di già, si deve fare. Non è giusto che solo il cittadino onesto paghi con le proprie tasse per migliorare i luoghi dove finisce chi delinque.
Polizia e Carabinieri, nonostante la lamentata scarsità di mezzi, lavorano sodo e lavorano bene. Oggi abbiamo appreso che è stata arrestata una banda che rapinava i Supermercati nella zona del quartiere Appio, a Roma. L'ultima rapina risale esattamente ad un mese fa: hanno puntato le pistole al Direttore, alle cassiere e persino ad un padre che stava imbustando la merce e ha avuto un moto istintivo di protezione verso la sua bambina che gli stava accanto. Solo il sangue freddo, pagato a caro prezzo con grande stress, del giovane Direttore ha evitato il peggio. Ha detto ai rapinatori di stare calmi e, quando ha visto l'azione nervosa del rapinatore verso il cliente che si era mosso verso la bimba, ha ripetuto:"State calmi, calmi, non ha fatto niente è andato verso la figlia!" Ha aperto le casse con la pistola puntata dietro la schiena e, dato che anche per la paura che sparassero non ha ricordato subito il codice di apertura della seconda cassa, il rapinatore lo ha incitato con aggressività... Dopo aver arraffato l'incasso di due casse se ne sono andati. Le cassiere ed i clienti piangevano per la tensione. Il Direttore ha dovuto consolare tutti ed ottemperare a tutte le operazioni del caso, seguendo la legge e i protocolli che la multinazionale per la quale lavora stabilisce con i suoi dirigenti ed a cui si debbono attenere.
La televisione ci ha informati che i rapinatori arrestati hanno dichiarato che rubavano per "fare i regali di Natale". Quanto cinismo e che presa per i fondelli!! Speriamo che il magistrato ne tenga conto come aggravante e non vanifichi l'egregio lavoro delle Forze dell'ordine.
“
Potrebbe interessarti: http://www.romatoday.it/cronaca/video-rapina-supermercato-via-cesare-baronio.html
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Cronaca nera
Nata a Roma nel 1946. Ha pubblicato "Normalità Apparente" nel 2006 e "Il Romanzo dell'Università" nel 2007 per i tipi dell'Editore MEF-Firenze; "L'Uomo Cane" nel 2010 e "Mostri e Ritratti" nel 2011 per i tipi dell'Editore Universitalia di Onorati S.r.l.-Roma. Una sua poesia è stata pubblicata nell'Antologia "Fili di Parole " di Giulio Perrone Editore S.r.l.-Roma nel 2008.
venerdì 16 dicembre 2011
Amore metallaro
Da: La Stampa.it un articolo del bravissimo Gianluca Nicoletti.
La battaglia di Ponte Milvio nel segno del lucchetto. Arriva Moccia. Gli abitanti del quartiere vorrebbero toglierli in nome del decoro
La battaglia di Ponte Milvio nel segno del lucchetto. Arriva Moccia. Gli abitanti del quartiere vorrebbero toglierli in nome del decoro
Roma è in subbuglio per la sorte dei lucchetti di Ponte Milvio. Il sindaco Alemanno ha chiesto di incontrare Federico Moccia, per essere illuminato dal grande sacerdote del casto amore inchiavardato. Il primo cittadino di Roma vorrebbe studiare con lui una soluzione alternativa, dopo la sentenza capitale su cui il XX Municipio compatto si è pronunciato: i lucchetti siano rimossi!
Chi ama gioirebbe nel veder allontanate le cesoie sterminatrici da quei (quasi) eterni suggelli del moccio amoroso, speranza di ogni amore moccioso benedetto da Moccia (e Muccino).
Gli abitanti del quartiere invece, spietati, dicono di non farcela più a sopportare la vista di montagne di acciaio e ottone attaccate ad ogni angolo del loro ponte e da iniziali e frasi eterne scritte sulla pietra con inchiostri inamovibili.
Come pure sono stanchi di assistere al via vai di pusher di catene lucchetti e pennarelli, che alimentano la dipendenza a lasciare tracce indelebili di tenere passioni transeunti su quelle pietre già segnate dalla storia.
Chi ama gioirebbe nel veder allontanate le cesoie sterminatrici da quei (quasi) eterni suggelli del moccio amoroso, speranza di ogni amore moccioso benedetto da Moccia (e Muccino).
Gli abitanti del quartiere invece, spietati, dicono di non farcela più a sopportare la vista di montagne di acciaio e ottone attaccate ad ogni angolo del loro ponte e da iniziali e frasi eterne scritte sulla pietra con inchiostri inamovibili.
Come pure sono stanchi di assistere al via vai di pusher di catene lucchetti e pennarelli, che alimentano la dipendenza a lasciare tracce indelebili di tenere passioni transeunti su quelle pietre già segnate dalla storia.
L’ usanza del lucchetto di fidanzamento è tracimata nella vita comune, è oggi intesa come l'unico rituale di salvaguardia della durata di un amore. L’attribuzione di Ponte Milvio a monumento dei lucchetti è stata resa popolare dal libro “Ho voglia di te” di Federico Moccia, ma il rituale si è propagato in ogni altra città dotata ponti e lampioni, addirittura ne è invaso l’ androne di Verona dove si visita il balcone (tarocco degli anni 60) di Romeo e Giulietta.
Qualunque sia l’ esito dell’ incontro tra i due, la chiamata in causa di Moccia un effetto lo avrà comunque: corrisponde a un riconoscimento implicito dell’efficacia di una liturgia, nata da un suo romanzo. Eleggere il creatore di un culto contemporaneo a giudice dell’ efficacia del medesimo, significa legittimarne la pratica.
Guai a chi d’ora in poi osasse, in qualunque posto del mondo, rimuovere lucchetti e coprire le scritte di pennarello; il gesto sarebbe inteso come iconoclasta da un esercito d’innamorati e scatenerebbe una guerra di religione. Con il patto del lucchetto Alemanno-Moccia il potere temporale si piega all’ autorità spirituale, sarà così sancito il diritto di ogni adolescente di condannarsi sul nascere all’indissolubile primo amore.
UN COMMENTO DI UN LETTORE DEL CORRIERE DELLA SERA.IT SOTTO L'ARTICOLO: "I lucchetti dell'amore saranno rimossi"
"Comunque i lucchetti non li ha inventati Moccia"
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UN COMMENTO DI UN LETTORE DEL CORRIERE DELLA SERA.IT SOTTO L'ARTICOLO: "I lucchetti dell'amore saranno rimossi"
Accolta la proposta del Municipio XX, portata avanti da Pd e Idv, di «liberare» Ponte Milvio LUOGO DEL CUORE
ROMA - Gli innamorati di tutta Roma (e non solo) perderanno il loro «luogo del cuore»: è stata approvata la proposta di risoluzione presentata al Consiglio del XX Municipio da Idv e Pd che chiedevano di eliminare i lucchetti da Ponte Milvio.
IL COMMENTO
12.12|17:40 Maranzino
In Italia la tradizione dei lucchetti è certamente stata introdotta dai libri di Moccia, ma nel resto del mondo esisteva già da decenni e certamente non è arrivata "Sull'onda delle traduzioni del romanzo". La pagina di wikipedia sui "love padlocks" (con citazioni dell'esistenza dei lucchetti dell'amore in Ungheria e altri stati) esiste dal 2006, se cercate su internet "lucchetti dell'amore + Lituania" troverete moltissimi articoli che deridono giustamente i giornalisti italiani che continuano a ripetere la storiella di Moccia che esporta i suoi lucchetti dell'amore in tutto il mondo.
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In mezzo a tante notizie amare e tristi, quando non drammatiche e tragiche, riflettiamo un attimo su questo "amore metallaro" che accende la fantasia delle coppie giovani e, forse, più semplici e meno poetiche.
D'altra parte oggi chi si affida più alla poesia? Ad una lettera privata d'amore? Tutto è gridato, esibito, scritto sui muri sempre più imbruttiti da scritte disordinate... Nel vedere questa esibizione di lucchetti, non certo estetica, per chi il senso dell'estetica ce l'ha beninteso, mi viene da pensare che l'amore che va dal ferramenta piuttosto che dal fioraio è un amore che dà il senso di questi tempi... Non per tutti, non bisogna generalizzare, ma è per quelli che si bucano la pelle per infilarci chiodi e metalli con brillantini o altri monili, tipo cerchi, o che se la fanno bucare dagli aghi per lasciarci complicati tatuaggi... Un'esibizione pesante, certamente non lieve come un fiore, una poesia, un finto neo da damina... Ad ognuno la sua estetica...
Eppure oggi hanno gli sms, passano ore attaccati ai telefoni cellulari... Dunque perché scrivere sui muri messaggi antiestetici con le vernici del tipo: "Jessica ti amerò per sempre..." Perché imbrattare il muro? Non le poteva mandare un sms? Oppure un biglietto con un cuore... Li vendono anche dal cartolaio... No, l'istinto di questo amore metallaro è esibizionista e lo è in modo pesante.
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Costume
Nata a Roma nel 1946. Ha pubblicato "Normalità Apparente" nel 2006 e "Il Romanzo dell'Università" nel 2007 per i tipi dell'Editore MEF-Firenze; "L'Uomo Cane" nel 2010 e "Mostri e Ritratti" nel 2011 per i tipi dell'Editore Universitalia di Onorati S.r.l.-Roma. Una sua poesia è stata pubblicata nell'Antologia "Fili di Parole " di Giulio Perrone Editore S.r.l.-Roma nel 2008.
Meno male che ha dato le dimissioni
Da: Il Giornale.it
Manovra, Berlusconi: "Monti? E' disperato Nessuna certezza che arrivi fino al 2013"
Berlusconi, alla presentazione del libro di Vespa, parla della manovra: "Molte misure sono contrarie a quelle che vorremmo noi da liberali veri, ma se votassimo no, creeremmo un danno maggiore al Paese". Sulla crisi: "Non è vero che il governo non avesse previsto la crisi, che era chiara. La verità è che il fatto psicologico era la prima causa della crisi". Bossi mi critica? "Lo fa per conquistare voti". Il Cavaliere poi dice: "Sto leggendo i diari di Mussolini e le lettere della Petacci. Devo dire che mi ci ritrovo in molte situazioni. Perché viene fuori come chi sta al governo del Paese non abbia veramente dei poteri". Sulle misure del decreto scettico su pensioni e capitali scudati: "Negano i principi liberali"
di Domenico Ferrara - 15 dicembre 2011, 20:37
Non avevamo bisogno di queste dichiarazioni per essere certi che uno così non lo vogliamo più alla guida del Paese, ma a sentirlo siamo ancora più felici che non sia più il Capo del Governo.
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Politica
Nata a Roma nel 1946. Ha pubblicato "Normalità Apparente" nel 2006 e "Il Romanzo dell'Università" nel 2007 per i tipi dell'Editore MEF-Firenze; "L'Uomo Cane" nel 2010 e "Mostri e Ritratti" nel 2011 per i tipi dell'Editore Universitalia di Onorati S.r.l.-Roma. Una sua poesia è stata pubblicata nell'Antologia "Fili di Parole " di Giulio Perrone Editore S.r.l.-Roma nel 2008.
giovedì 15 dicembre 2011
Islanda: è davvero così facile?
Islanda, quando il popolo sconfigge l'economia globale
di Andrea Degl'Innocenti - tratto da http://www.ilcambiamento.it/lontano_riflettori/islanda_rivoluzione_silenziosa.html
di Andrea Degl'Innocenti - tratto da http://www.ilcambiamento.it/lontano_riflettori/islanda_rivoluzione_silenziosa.html
L'hanno definita una 'rivoluzione silenziosa' quella che ha portato l'Islanda alla riappropriazione dei propri diritti. Sconfitti gli interessi economici di Inghilterra ed Olanda e le pressioni dell'intero sistema finanziario internazionale, gli islandesi hanno nazionalizzato le banche e avviato un processo di democrazia diretta e partecipata che ha portato a stilare una nuova Costituzione.
Una rivoluzione silenziosa è quella che ha portato gli islandesi a ribellarsi ai meccanismi della finanza globale e a redigere un'altra costituzione .
Oggi vogliamo raccontarvi una storia, il perché lo si capirà dopo. Di quelle storie che nessuno racconta a gran voce, che vengono piuttosto sussurrate di bocca in orecchio, al massimo narrate davanti ad una tavola imbandita o inviate per e-mail ai propri amici. È la storia di una delle nazioni più ricche al mondo, che ha affrontato la crisi peggiore mai piombata addosso ad un paese industrializzato e ne è uscita nel migliore dei modi.
Oggi vogliamo raccontarvi una storia, il perché lo si capirà dopo. Di quelle storie che nessuno racconta a gran voce, che vengono piuttosto sussurrate di bocca in orecchio, al massimo narrate davanti ad una tavola imbandita o inviate per e-mail ai propri amici. È la storia di una delle nazioni più ricche al mondo, che ha affrontato la crisi peggiore mai piombata addosso ad un paese industrializzato e ne è uscita nel migliore dei modi.
L'Islanda. Già, proprio quel paese che in pochi sanno dove stia esattamente, noto alla cronaca per vulcani dai nomi impronunciabili che con i loro sbuffi bianchi sono in grado di congelare il traffico aereo di un intero emisfero, ha dato il via ad un'eruzione ben più significativa, seppur molto meno conosciuta. Un'esplosione democratica che terrorizza i poteri economici e le banche di tutto il mondo, che porta con se messaggi rivoluzionari: di democrazia diretta, autodeterminazione finanziaria, annullamento del sistema del debito.
Ma procediamo con ordine. L'Islanda è un'isola di sole di 320mila anime – il paese europeo meno popolato se si escludono i micro-stati – privo di esercito. Una città come Bari spalmata su un territorio vasto 100mila chilometri quadrati, un terzo dell'intera Italia, situato un poco a sud dell'immensa Groenlandia.
15 anni di crescita economica avevano fatto dell'Islanda uno dei paesi più ricchi del mondo. Ma su quali basi poggiava questa ricchezza? Il modello di 'neoliberismo puro' applicato nel paese che ne aveva consentito il rapido sviluppo avrebbe ben presto presentato il conto. Nel 2003 tutte le banche del paese erano state privatizzate completamente. Da allora esse avevano fatto di tutto per attirare gli investimenti stranieri, adottando la tecnica dei conti online, che riducevano al minimo i costi di gestione e permettevano di applicare tassi di interesse piuttosto alti. IceSave, si chiamava il conto, una sorta del nostrano Conto Arancio. Moltissimi stranieri, soprattutto inglesi e olandesi vi avevano depositato i propri risparmi.
15 anni di crescita economica avevano fatto dell'Islanda uno dei paesi più ricchi del mondo. Ma su quali basi poggiava questa ricchezza? Il modello di 'neoliberismo puro' applicato nel paese che ne aveva consentito il rapido sviluppo avrebbe ben presto presentato il conto. Nel 2003 tutte le banche del paese erano state privatizzate completamente. Da allora esse avevano fatto di tutto per attirare gli investimenti stranieri, adottando la tecnica dei conti online, che riducevano al minimo i costi di gestione e permettevano di applicare tassi di interesse piuttosto alti. IceSave, si chiamava il conto, una sorta del nostrano Conto Arancio. Moltissimi stranieri, soprattutto inglesi e olandesi vi avevano depositato i propri risparmi.
Così, se da un lato crescevano gli investimenti, dall'altro aumentava il debito estero delle stesse banche. Nel 2003 era pari al 200 per cento del prodotto interno lordo islandese, quattro anni dopo, nel 2007, era arrivato al 900 per cento. A dare il colpo definitivo ci pensò la crisi dei mercati finanziari del 2008. Le tre principali banche del paese, la Landsbanki, la Kaupthing e la Glitnir, caddero in fallimento e vennero nazionalizzate; il crollo della corona sull'euro – che perse in breve l'85 per cento – non fece altro che decuplicare l'entità del loro debito insoluto. Alla fine dell'anno il paese venne dichiarato in bancarotta.
Il Primo Ministro conservatore Geir Haarde, alla guida della coalizione Social-Democratica che governava il paese, chiese l’aiuto del Fondo Monetario Internazionale, che accordò all'Islanda un prestito di 2 miliardi e 100 milioni di dollari, cui si aggiunsero altri 2 miliardi e mezzo da parte di alcuni Paesi nordici. Intanto, le proteste ed il malcontento della popolazione aumentavano.
A gennaio, un presidio prolungato davanti al parlamento portò alle dimissioni del governo. Nel frattempo i potentati finanziari internazionali spingevano perché fossero adottate misure drastiche. Il Fondo Monetario Internazionale e l'Unione Europea proponevano allo stato islandese di di farsi carico del debito insoluto delle banche, socializzandolo. Vale a dire spalmandolo sulla popolazione. Era l'unico modo, a detta loro, per riuscire a rimborsare il debito ai creditori, in particolar modo a Olanda ed Inghilterra, che già si erano fatti carico di rimborsare i propri cittadini.
A gennaio, un presidio prolungato davanti al parlamento portò alle dimissioni del governo. Nel frattempo i potentati finanziari internazionali spingevano perché fossero adottate misure drastiche. Il Fondo Monetario Internazionale e l'Unione Europea proponevano allo stato islandese di di farsi carico del debito insoluto delle banche, socializzandolo. Vale a dire spalmandolo sulla popolazione. Era l'unico modo, a detta loro, per riuscire a rimborsare il debito ai creditori, in particolar modo a Olanda ed Inghilterra, che già si erano fatti carico di rimborsare i propri cittadini.
Il nuovo governo, eletto con elezioni anticipate ad aprile 2009, era una coalizione di sinistra che, pur condannando il modello neoliberista fin lì prevalente, cedette da subito alle richieste della comunità economica internazionale: con una apposita manovra di salvataggio venne proposta la restituzione dei debiti attraverso il pagamento di 3 miliardi e mezzo di euro complessivi, suddivisi fra tutte le famiglie islandesi lungo un periodo di 15 anni e con un interesse del 5,5 per cento.
Si trattava di circa 100 euro al mese a persona, che ogni cittadino della nazione avrebbe dovuto pagare per 15 anni; un totale di 18mila euro a testa per risarcire un debito contratto da un privato nei confronti di altri privati. Einars Már Gudmundsson, un romanziere islandese, ha recentemente affermato che quando avvenne il crack, “gli utili [delle banche, ndr] sono stati privatizzati ma le perdite sono state nazionalizzate”. Per i cittadini d'Islanda era decisamente troppo.
Fu qui che qualcosa si ruppe. E qualcos'altro invece si riaggiustò. Si ruppe l'idea che il debito fosse un'entità sovrana, in nome della quale era sacrificabile un'intera nazione. Che i cittadini dovessero pagare per gli errori commessi da un manipoli di banchieri e finanzieri. Si riaggiustò d'un tratto il rapporto con le istituzioni, che di fronte alla protesta generalizzata decisero finalmente di stare dalla parte di coloro che erano tenuti a rappresentare.
Accadde che il capo dello Stato, Ólafur Ragnar Grímsson, si rifiutò di ratificare la legge che faceva ricadere tutto il peso della crisi sulle spalle dei cittadini e indisse, su richiesta di questi ultimi, un referendum, di modo che questi si potessero esprimere.
Accadde che il capo dello Stato, Ólafur Ragnar Grímsson, si rifiutò di ratificare la legge che faceva ricadere tutto il peso della crisi sulle spalle dei cittadini e indisse, su richiesta di questi ultimi, un referendum, di modo che questi si potessero esprimere.
La comunità internazionale aumentò allora la propria pressione sullo stato islandese. Olanda ed Inghilterra minacciarono pesanti ritorsioni, arrivando a paventare l'isolamento dell'Islanda. I grandi banchieri di queste due nazioni usarono il loro potere ricattare il popolo che si apprestava a votare. Nel caso in cui il referendum fosse passato, si diceva, verrà impedito ogni aiuto da parte del Fmi, bloccato il prestito precedentemente concesso. Il governo inglese arrivò a dichiarare che avrebbe adottato contro l'Islanda le classiche misure antiterrorismo: il congelamento dei risparmi e dei conti in banca degli islandesi. “Ci è stato detto che se rifiutiamo le condizioni, saremo la Cuba del nord – ha continuato Grímsson nell'intervista - ma se accettiamo, saremo l’Haiti del nord”.
A marzo 2010, il referendum venne stravinto, con il 93 per cento delle preferenze, da chi sosteneva che il debito non dovesse essere pagato dai cittadini. Le ritorsioni non si fecero attendere: il Fmi congelò immediatamente il prestito concesso. Ma la rivoluzione non si fermò. Nel frattempo, infatti, il governo – incalzato dalla folla inferocita – si era mosso per indagare le responsabilità civili e penali del crollo finanziario. L'Interpool emise un ordine internazionale di arresto contro l’ex-Presidente della Kaupthing, Sigurdur Einarsson. Gli altri banchieri implicati nella vicenda abbandonarono in fretta l'Islanda.
In questo clima concitato si decise di creare ex novo una costituzione islandese, che sottraesse il paese allo strapotere dei banchieri internazionali e del denaro virtuale. Quella vecchia risaliva a quando il paese aveva ottenuto l'indipendenza dalla Danimarca, ed era praticamente identica a quella danese eccezion fatta per degli aggiustamenti marginali (come inserire la parola 'presidente' al posto di 're').
Per la nuova carta si scelse un metodo innovativo. Venne eletta un'assemblea costituente composta da 25 cittadini. Questi furono scelti, tramite regolari elezioni, da una base di 522 che avevano presentato la candidatura. Per candidarsi era necessario essere maggiorenni, avere l'appoggio di almeno 30 persone ed essere liberi dalla tessera di un qualsiasi partito.
Per la nuova carta si scelse un metodo innovativo. Venne eletta un'assemblea costituente composta da 25 cittadini. Questi furono scelti, tramite regolari elezioni, da una base di 522 che avevano presentato la candidatura. Per candidarsi era necessario essere maggiorenni, avere l'appoggio di almeno 30 persone ed essere liberi dalla tessera di un qualsiasi partito.
Ma la vera novità è stato il modo in cui è stata redatta la magna charta. "Io credo - ha detto Thorvaldur Gylfason, un membro del Consiglio costituente - che questa sia la prima volta in cui una costituzione viene abbozzata principalmente in Internet".
Chiunque poteva seguire i progressi della costituzione davanti ai propri occhi. Le riunioni del Consiglio erano trasmesse in streaming online e chiunque poteva commentare le bozze e lanciare da casa le proprie proposte. Veniva così ribaltato il concetto per cui le basi di una nazione vanno poste in stanze buie e segrete, per mano di pochi saggi. La costituzione scaturita da questo processo partecipato di democrazia diretta verrà sottoposta al vaglio del parlamento immediatamente dopo le prossime elezioni.
Ed eccoci così arrivati ad oggi. Con l'Islanda che si sta riprendendo dalla terribile crisi economica e lo sta facendo in modo del tutto opposto a quello che viene generalmente propagandato come inevitabile. Niente salvataggi da parte di Bce o Fmi, niente cessione della propria sovranità a nazioni straniere, ma piuttosto un percorso di riappropriazione dei diritti e della partecipazione.
Lo sappiano i cittadini greci, cui è stato detto che la svendita del settore pubblico era l'unica soluzione. E lo tengano a mente anche quelli portoghesi, spagnoli ed italiani. In Islanda è stato riaffermato un principio fondamentale: è la volontà del popolo sovrano a determinare le sorti di una nazione, e questa deve prevalere su qualsiasi accordo o pretesa internazionale. Per questo nessuno racconta a gran voce la storia islandese. Cosa accadrebbe se lo scoprissero tutti?
Lo sappiano i cittadini greci, cui è stato detto che la svendita del settore pubblico era l'unica soluzione. E lo tengano a mente anche quelli portoghesi, spagnoli ed italiani. In Islanda è stato riaffermato un principio fondamentale: è la volontà del popolo sovrano a determinare le sorti di una nazione, e questa deve prevalere su qualsiasi accordo o pretesa internazionale. Per questo nessuno racconta a gran voce la storia islandese. Cosa accadrebbe se lo scoprissero tutti?
E' davvero così facile liberarsi del debito?
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Estero
Nata a Roma nel 1946. Ha pubblicato "Normalità Apparente" nel 2006 e "Il Romanzo dell'Università" nel 2007 per i tipi dell'Editore MEF-Firenze; "L'Uomo Cane" nel 2010 e "Mostri e Ritratti" nel 2011 per i tipi dell'Editore Universitalia di Onorati S.r.l.-Roma. Una sua poesia è stata pubblicata nell'Antologia "Fili di Parole " di Giulio Perrone Editore S.r.l.-Roma nel 2008.
mercoledì 14 dicembre 2011
Un appuntamento culturale aperto a tutti per Latina e Roma
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Comunicazioni
Nata a Roma nel 1946. Ha pubblicato "Normalità Apparente" nel 2006 e "Il Romanzo dell'Università" nel 2007 per i tipi dell'Editore MEF-Firenze; "L'Uomo Cane" nel 2010 e "Mostri e Ritratti" nel 2011 per i tipi dell'Editore Universitalia di Onorati S.r.l.-Roma. Una sua poesia è stata pubblicata nell'Antologia "Fili di Parole " di Giulio Perrone Editore S.r.l.-Roma nel 2008.
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Bossi mi critica? "Lo fa per conquistare voti". Ma non abbiamo dubbi che tutta la gazzarra che sta facendo insieme a tutti gli altri della Lega sia finalizzata solo a questo. Il triste è pensare a che tipo di menti possono essere conquistate dalla cagnara di questi figuri che dicono che questa manovra colpisce con le tasse "il popolo del Nord"... Perché quelle che dovrò pagare io che sono romana me le pagano loro?
Il Cavaliere poi dice: "Sto leggendo i diari di Mussolini e le lettere della Petacci. Devo dire che mi ci ritrovo in molte situazioni. Perché viene fuori come chi sta al governo del Paese non abbia veramente dei poteri" Ecco, trovo questo inquietante. Per prima cosa, onde sfatare ogni dubbio, chiedo a tutti quelli che leggono questo blog: "Ma non era stato accertato che erano falsi questi diari? Nonostante la nipote Alessandra li avesse riconosciuti come autentici a "Porta a Porta" in presenza di Dell'Utri, "lo scopritore"?" Boh?! Comunque è lo stesso inquietante che questo Berlusconi si dedichi a simili letture. Che "ci si ritrovi" non lo trovo strano, anzi, soprattutto in fatto di amanti e adulterio. Che, poi, Mussolini non avesse abbastanza poteri.... beh... la storia dice che ne ha avuto pure troppo di potere e che l'ha usato per condurci alla rovina.