lunedì 17 novembre 2014

I Magistrati ed il Caso Garramon

Dal sito della trasmissione "Chi l'ha visto?"

Josè Garramon: Il Papa incontra ancora la madre e chiede delle indagini

Città del Vaticano, 21/5/2014 - Al termine dell'udienza generale di questa mattina, Papa Francesco si è trattenuto qualche minuto con Maria Laura Garramon, la madre di Josè, salutandola con calore e chiedendole quale assistenza le stia dando il Vaticano, attraverso gli organi da lui incaricati dopo il loro precedente incontro a Santa Marta del novembre scorso. La madre del dodicenne ucciso nel 1983, nell’ultima puntata di “Chi l’ha visto?” aveva denunciato la mancata richiesta formale di collaborazione da parte dei magistrati italiani al Vaticano, vista la disponibilità ribadita ancora oggi al massimo livello dallo Stato Pontificio. L’uomo condannato per la morte di Josè, Marco Accetti, secondo la madre del bambino “mette in mezzo il Vaticano, una presunta rete di pedofili, la vicenda di Emanuela Orlandi e altri elementi 'piccanti' e di richiamo solo per gettare confusione”: “Ho atteso che fosse la magistratura a verificare, ma ho constatato che non viene fatto quanto sarebbe dovuto”, ha dichiarato Maria Laura Garramon dopo l’incontro con il Papa.




















Come sempre quello che riguarda i bambini, gli innocenti, mi colpisce profondamente.
Il caso del piccolo e bellissimo Josè Garramon, 12 anni, figlio di un diplomatico  uruguayano di stanza a Roma, ucciso in circostanze misteriose nel 1983, mi colpì e continua a colpirmi nella speranza che, occupandosene, dopo tanti anni, la trasmissione "Chi l'ha visto?", gli sia data finalmente Giustizia.
Quella Giustizia che fa tanta fatica ad affermarsi, non solo in Italia, soprattutto quando si vanno a scoperchiare le fogne della pedofilia. Questo caso si è perso dietro piste sbagliate, dovute a fuorvianti fatti riguardanti la vicinanza, al luogo del ritrovamento del corpicino agonizzante del bambino, della villa di un magistrato, in un'epoca di terrorismo.
Sfumate quasi subito codeste piste, la Polizia e i Carabinieri incastrarono l'assassino, ma le sue bugie difensive fuorviarono l'imputazione, da rapimento a scopo di libidine con conseguente omicidio volontario, in omicidio colposo ed omissione di soccorso.

Da un articolo di Pino Nicotri su Blitz Quotidiano del 10 febbraio 2014

.... accusa a Marco Fassoni Accetti di pedofilia e omicidio volontario. Accuse che verranno in seguito derubricate in quelle di omissione di soccorso e omicidio colposo.

... Marco Fassoni Accetti, nato a Tripoli nel novembre 1955, venne processato e condannato per omicidio colposo e omissione di soccorso: arrestato il 21 dicembre 1983. detenuto fino a maggio 1985 e poi ai domiciliari fino a giugno 1986. In effetti, Marco Fassoni Accetti, dopo avere investito il piccolo Josè, non si fermò.

La trasmissione "Chi l'ha visto?" ha mandato in onda dei filmati, fatti dall'assassino che si definisce un artista dell'immagine, che dire inquietanti è poco. Senza essere psichiatri o psicopatologi la personalità di chi li ha eseguiti vi appare in tutta la sua patologia.
Non è solo la mia personale opinione, ma quella di tanti, ad iniziare dai giornalisti che si sono occupati del caso per la trasmissione. Posso aggiungere che persino un Maresciallo dell'Arma con il quale mi trovavo a parlare d'altro, accennando alla trasmissione "Chi l'ha visto?" come di servizio che aiuta il lavoro di chi indaga, fece cenno con un brivido di orrore alle apparizioni in detta trasmissione dell'autore della morte di Josè, dicendo che era evidente la sua patologia e che si sperava venisse processato al più presto e messo in condizione di non nuocere più agli innocenti.
Purtroppo questo non sta avvenendo e qualcuno ha detto che non può essere processato più per la morte di Josè, avendo avuto per quell'uccisione già una condanna che ha espiato in carcere. Non sono una studiosa del Diritto Penale, dunque non so se questo è tecnicamente vero. Quello che so è che, se hanno sbagliato imputazione, visto che Josè non è stato ucciso sotto casa sua, né nel tratto di strada fra casa sua ed il barbiere dove si doveva recare, bensì a chilometri di distanza in un luogo isolato non raggiungibile se non in auto, è legittimo dire che qualcuno l'ha rapito e portato fin lì. Come abbiano potuto escludere che non fosse stato il suo assassino, derubricando il tutto in un investimento fortuito, è qualcosa di incomprensibile, alla luce dei mille indizi, sia di quella sera, sia successivi della personalità del soggetto.
La pena che ha espiato l'assassino è per altro reato, dunque perché non si può processare per un reato diverso, più grave e plausibile alla luce di tanti fatti?  

Da un articolo di Pino Nicotri su Blitz Quotidiano del 10 febbraio 2014
La signora Garramon ha chiesto la riapertura delle indagini sulla morte del figlio. Nessuno ha mai saputo spiegare come Josè quel 20 dicembre sia arrivato a vari chilometri di distanza da casa, zona Eur, dopo esserne uscito attorno alla 18 per andare dal barbiere, finendo invece mortalmente investito da un furgone. Per l’esattezza, da un furgone Ford Transit 100 color celeste targato Roma R-01011, tra le 19:30 e le 19:40, su viale Castelporziano all’altezza della Casina del Bosco, agro di Casalpalocco, zona cioè tra Roma e Ostia.
Alla guida del furgone c’era Marco Fassoni Accetti. Che già allora, 28 enne, aveva la passione e si dilettava come fotografo e regista anche se nel rapporto stilato dai carabinieri il giorno successivo all’investimento viene definito “impiegato, pregiudicato per reati vari contro la persona e contro il patrimonio”.
La madre del piccolo assassinato

Renzi, le Regioni e l'abusivismo edilizio

Ci risiamo: i Presidenti delle Regioni si sono indignati per quello che ha detto Renzi.
La colpa del disastro del territorio non è di chi governa la Regione ma del Governo centrale a Roma!
Mai che avessero la dignità (cos'è?) di assumersi la loro parte di responsabilità.
E' vero che i condoni li decidono a Roma (vedi i governi Berlusconi) ma è vero che il condono, fatto per fare cassa, sana ABUSI SORTI SOTTO GLI OCCHI (ciechi?) DEGLI AMMINISTRATORI LOCALI!!!!!
Primi fra tutti i COMUNI!!!
Poi le inutili PROVINCE e infine le REGIONI!!!
Non hanno forse voluto la DECENTRALIZZAZIONE per gestire meglio il territorio??!!

E' indecente questa alzata di scudi! Ogni problema, creato dalla loro incapacità (connivente con chi abusa) a gestire in modo corretto il territorio, lo risolvono chiedendo FONDI, altri SOLDI, per continuare a sprecarli visto che i cittadini esasperati e distrutti non vedono nulla per loro!! Nulla dalle loro tasse!

I cittadini, ovviamente, hanno le loro colpe. 
Costruiscono case, le ampliano senza permessi, trovano giusto non pagare le dovute tasse su quello che hanno costruito in abuso e che nemmeno si preoccupano di sanare in molti casi, vendendole, dunque lucrando, come manufatti diversi dal reale, con la compiacenza di notai a cui lo Stato, se fosse serio, dovrebbe ritirare il sigillo notarile.
Oltre la corruzione dei Pubblici Amministratori che dietro mazzetta chiudono gli occhi sull'abuso, fatto anche oltre scadenza dei condoni, c'è una diffusa accettazione della ILLEGALITA', e questo è stato permesso proprio dalla mancanza di controlli e della conseguente denuncia penale e obbligo di abbattimento e ripristino.
Chi chiede la legalità è visto come una possibile spia, un possibile nemico, un deprecabile individuo che "non si fa gli affari propri".

E vogliamo continuare a parlare di legalità? Prima guardatevi dentro casa cari italiani: la morale facciamola prima di tutto a noi stessi.

Da questo blog, per chi vuole ridere un po' dell'ipocrisia di chi è preposto ai controlli:

venerdì 24 ottobre 2014

Indovinate di quale comune si tratta...

Da questo blog:

mercoledì 16 maggio 2012

Comportamenti singolari



Trattasi di un racconto, veritiero, pubblicato, come da date sopra riportate, il 16 maggio 2012 e ripubblicato il 24 ottobre 2014.
Basta scorrere a lato destro della Home Page gli anni, cliccare, appaiono i mesi, cliccare, appaiono i giorni e i titoli dei post pubblicati a quelle date....

domenica 16 novembre 2014

Arsenico nell'acqua potabile

Acqua pubblica Castelli: esposizione cronica ad Arsenico. Invito alla conferenza stampa di sabato 22 novembre 2014 , presso la sede dell'Ordine dei Medici - Chirurghi ed Odontoiatri di Viterbo.
Presentazione del nuovo studio del DEP della Regione Lazio

Sabato 22 novembre 2014 , presso la sede dell’Ordine dei Medici – Chirurghi ed Odontoiatri
a Viterbo, verrà presentato lo studio “ Valutazione Epidemiologica degli effetti sulla salute in relazione alla contaminazione da Arsenico nelle acque potabili : studio di coorte nella popolazione residente nella provincia di Viterbo, 1990-2010”.
Allo studio seguirà una conferenza stampa sul problema arsenico nelle acque ad uso potabile.


Per iniziativa dell’Ordine dei medici di Viterbo e delle sezioni  viterbesi della Fimmg (Federazione italiana medici di medicina generale) e dell'Associazione italiana medici per l’ambiente - Isde (International Society of Doctors for the Environment - Italia ), si svolgerà Sabato 22 novembre 2014 alle ore 10.30, presso la sede dell’Ordine dei Medici – Chirurghi ed Odontoiatri in via Genova n. 48  a Viterbo, la presentazione dello studio  “ Valutazione Epidemiologica degli effetti sulla salute in relazione alla contaminazione da Arsenico nelle acque potabili : studio di coorte nella popolazione residente nella provincia di Viterbo, 1990-2010” a cura del Dipartimento di Epidemiologia del SSR del Lazio.
I risultati dello studio saranno illustrati dalla Dr.ssa Paola Michelozzi.
Interverranno alla conferenza stampa il dottor Antonio Maria Lanzetti presidente dell’Ordine dei medici di Viterbo, il dottor Luciano Sordini segretario della Fimmg - sezione di Viterbo, la dottoressa Antonella Litta referente dell’Associazione italiana medici per l’ambiente -  Isde.
Lo studio che verrà presentato fa parte di una serie di indagine realizzate  nell’ambito del programma di attività di sorveglianza epidemiologica  coordinato proprio dal Dipartimento di Epidemiologia del SSR.
Una prima  fase di indagine conclusa nell’aprile 2012, includeva 91 Comuni del Lazio con richiesta di deroga per i livelli di arsenico (As) nelle acque destinate al consumo umano (Direttiva 98/83/EC).
Lo studio che sarà presentato sabato 22 novembre 2014 riporta i risultati della seconda fase della ricerca ed utilizza un disegno di coorte, relativo a 17 Comuni della provincia di Viterbo. 
La coorte è rappresentata da 165.609 soggetti residenti in 8 Comuni esposti a livelli di arsenico nelle acque ad uso umano superiori  a 20 microgrammi per litro (As>20 μg/L, livello medio As=36.4) e in Comuni con esposizione a valori di arsenico meno elevati   (As<10 nbsp="" span="">μg/L, valori medi As=8.7 μg/L). 
Lo studio ha valutato  l’associazione tra esposizione cronica ad arsenico ed effetti sulla mortalità in un periodo di 20 anni (1990-2010)  ed  ha definito  indicatori di esposizione individuale  a questa sostanza tossica e cancerogena per valutare nelle popolazioni esposte possibili effetti sulla mortalità per tumori (polmone, vescica, prostata, fegato, rene) e per malattie croniche (cause cardiovascolari, respiratorie e diabete).
I risultati dello studio evidenziano effetti significativi su diverse patologie ed un gradiente di rischio al crescere del livello di esposizione. Tali risultati hanno importanti implicazioni di sanità pubblica poiché  il mancato adeguamento ai parametri di arsenico previsti dalla legislazione  (Direttiva 98/83/CE del Consiglio del 3 novembre 1998 concernente la qualità delle acque destinate al consumo umano)  ha avuto come effetto l'aumento dell'esposizione ad As della popolazione residente nell'area. 


Viterbo, 12  novembre 2014

Per comunicazioni ed informazioni:

Ordine dei medici-chirurghi ed odontoiatri di Viterbo tel. 0761342980
Federazione italiana medici di medicina generale - Fimmg  di Viterbo tel.fax 0761342644,

sabato 15 novembre 2014

Polizia, Carabinieri e i drogati

Sempre più spesso assistiamo alla messa sotto accusa delle Forze dell'Ordine quando debbono intervenire, chiamati da cittadini spaventati, per fermare persone che sotto l'effetto di droghe, liberamente assunte, danno in escandescenze agendo in modo scomposto tale da recare danno a sé stesse e agli altri.

Il caso triste, per l'età del ragazzo, 18 anni, di Federico Aldrovandi è stato emblematico di questo conflitto fra chi deve mantenere l'ordine e la sicurezza e la discussa libertà di assumere droghe dei singoli.
Una libertà che comporta danni e spese per la Società.
Federico urlava e si agitava in preda ad uno stato alterato in cui si era messo assumendo sostanze tossiche che ne hanno alterato il comportamento, tanto da spaventare chi chiamò la Polizia.
La Polizia ha pagato caro l'errore di non aver chiamato l'ambulanza con medico a bordo prima di intervenire, eccedendo nel protocollo di immobilizzazione. 
Federico è morto anche per quell'eccesso di immobilizzazione e gli agenti hanno subito processi su processi, infine lo Stato, quindi i soldi di noi tutti, ha dovuto risarcire la famiglia con una cifra considerevole.
Quindi la libertà di drogarsi comporta costi troppo alti e coinvolge troppa gente che con questa libertà del singolo non c'entra nulla.
Per Federico, dunque, ci sono stati errori nell'intervento della Polizia. Non aveva armi, dunque non poteva costituire pericolo grave. 
Ho cercato di documentarmi sul protocollo che Polizia e Carabinieri sono tenuti a tenere in caso di fermo di persone in stato di agitazione violenta.
Le Forze dell'Ordine hanno un obbligo cautelare, sembra prescritto da tutti i manuali, di limitare la posizione prona e la compressione sul dorso fuori di necessità, ponendo al più presto la persona da immobilizzare seduta o distesa su un fianco.
Questo, certo, nell'immediatezza dell'intervento va valutato. Se la persona è agitata è ovvio che avrà un rialzo della pressione sanguigna e dunque può trovarsi in una situazione medica a rischio. L'ho già scritto nel post che dedicai a Federico Aldrovandi. Conviene, dunque, agli agenti per primi cercare di tenere il meno possibile il soggetto prono, giusto il tempo di ammanettarlo, poi i manuali stessi consigliano di dargli la possibilità di respirare. Questo per non incorrere nell’eccesso colposo nell’adempimento del dovere. 

Il verificarsi di un altro episodio increscioso, anche se diverso nella modalità e nel soggetto, conosciuto come cocainomane, dal caso Aldrovandi, parlo del rinvio a giudizio dei carabinieri e degli infermieri dell'ambulanza che intervenirono nel caso Magherini, rende tristi e dispiaciuti, perché si manda a processo gente che è intervenuta come al solito chiamata da cittadini preoccupati e spaventati e, in questo caso, anche aggrediti, dal drogato in stato di agitazione psicomotoria.
Ecco che di nuovo l'assunzione di droghe coinvolge gente e società, mettendo in moto un meccanismo dispendioso e che crea angosce e dolore a persone che cercano di svolgere il loro lavoro. Forse in questo caso male? 
Forse bisognerebbe consentire a questi soggetti di sfasciare tutto, urlare, sbattersi a destra e a sinistra finché la crisi non passa? 
Il caso Magherini è stato ampiamente documentato sui giornali e in televisione. Gridava sotto l'effetto delle sostanze che aveva assunto, cuore e tutto il resto in stress ed alterazione massimi..
Ma è davvero colpa di chi doveva fermarlo avendo già rotto una vetrina e dato un colpo in testa ad un tassista che lo ha dichiarato in un reportage della trasmissione "Chi l'ha visto?"?

Si dà molto risalto alle morti di queste persone, che in parte creano da sole danno al proprio organismo, e ho notato che l'opinione pubblica non si indigna altrettanto per episodi in cui il morto è il tutore delle Forze dell'Ordine e l'assassino, in questo caso volontario, è un drogato o persona adusa alle droghe.  
Quanti hanno parlato in televisione, con ripetute trasmissioni, del Carabiniere morto dopo un anno di coma per le bastonate dategli in testa da uno che si stava recando ad un rave-party e che il carabiniere, insieme ad un collega, anche lui aggredito e ferito a sprangate ma sopravvissuto con lesioni invalidanti, aveva fermato per un controllo nell'adempimento del suo dovere??!!
Non è comparabile che uno che sta lavorando muoia, senza aver fatto altro che il proprio dovere, per mano di un altro che ritiene giusto andare a drogarsi e che uccide perché non vuole che gli controllino neppure i documenti e nel timore che gli trovino addosso la droga occorrente a sé e ai suoi amici per sballarsi.


GROSSETO: ERGASTOLO A GORELLI PER UCCISIONE CARABINIERE Pubblicato Venerdì, 11 Gennaio 2013 - Scritto da matteo brighenti
Ergastolo per Matteo Gorelli, vent’anni, di Cerreto Guidi (Firenze), che a Pasquetta del 2011 aggredì una pattuglia di carabinieri ad un posto di blocco, ferendo il carabiniere Antonio Santarelli, morto per le percosse inflittegli con un palo di legno dopo un anno di coma.Nell’aggressione, che Gorelli fece con altre tre ragazzi, tutti minorenni, fu ferito anche il carabiniere Domenico Marino, che nell’agguato ha riportato gravissimi danni ad un occhio. I quattro stavano andando a un rave party a Sorano, in Maremma.

Da: La Nazione

Omicidio del carabiniere al rave: via al ricorso contro l'ergastolo

I legali di Matteo Gorelli chiedono ora appello

Gorelli, sottoposto al test dell’etilometro e trovato positivo, ebbe una reazione agghiacciante: armatosi di un bastone colpì più di una volta Santarelli fino a ridurlo in coma (è poi morto un anno dopo)
Matteo Gorelli esce dal carcere (Aprili)
Matteo Gorelli esce dal carcere (Aprili)

Grosseto, 27 marzo 2013 - Matteo Gorelli non era del tutto capace di intendere e di volere quando massacrò a bastonate il carabiniere Antonio Santarelli. Per questa ragione i legali del giovane condannato all’ergastolo hanno deciso di presentare istanza di appello alla sentenza di primo grado emessa tre mesi fa dal gup di Grosseto, Marco Belisari. Era il giorno di Pasquetta del 2011 quandol’allora diciannovenne di Cerreto Guidi stava andando di primo mattino a un rave party in Maremma insieme a tre amici. Nelle campagne intorno a Sorano la sua auto fu fermata da una pattuglia dei carabinieri.
Gorelli, sottoposto al test dell’etilometro e trovato positivo, ebbe una reazione agghiacciante: armatosi di un bastone colpì più di una volta Santarelli fino a ridurlo in coma (è poi morto un anno dopo) e ferì in modo grave a un occhio l’altro militare di pattuglia, Antonio Marino.
Tre mesi fa la sentenza di primo grado: ergastolo. Nonostante i difensori del giovane avessero chiesto il rito abbreviato confidando in una pena meno pesante anche per il riconoscimento di attenuanti. Non è andata così, dunque ieri i legali hanno presentato ricorso di appello alla Corte di Assise del tribunale di Firenze perché, come spiega l’avvocato Luca Tafi: «Matteo al momento del fatto non era del tutto capace di intendere e di volere».
«La richiesta di appello è molto articolata — spiega l’avvocato di Castelfiorentino Luca Tafi, difensore di Gorelli assieme al collega grossetano Francesco Paolo Giambrone — Per prima cosa crediamo, come hanno dimostrato le nostre perizie, che Matteo, al momento dell’aggressione, non fosse del tutto capace di intedere e di volere. Il giudice ha riconosciuto il suo disturbo borderline, ma non il nesso tra il disturbo e i suoi gesti. Invece, la sua patologia ha inciso nella reazione di mattina, così come determinante è stato il suo passato difficile».
«Allo stesso modo — continua Tafi — non condiviamo il fatto che non siano state riconosciute le attenuanti generiche. Parliamo di un reato gravissimo, nessuno si sogna di pensare altrimenti. Le attenuanti, però, dovevano essere riconosciute per il suo disturbo di personalità, appunto, e per la giovane età. Oltre al fatto che Matteo ha confessato tutto e si è pentito».
Morale: siete drogati, bevete alcool, avete qualche turba?
Potete ammazzare un uomo, anche in divisa che rappresenta lo Stato: meritate le attenuanti.
Non le aggravanti per il vostro comportamento irresponsabile, stolto, aggressivo e violento: le attenuanti....
Il mondo alla rovescia!!! 

Ripubblico un episodio delle "Cronache...", assolutamente vero!

5 giugno 2013

Cronache di pazzie quotidiane

"Crostate e collane"

Marilena, sentito il citofono, disse a suo marito: "Giovanni vai ad aprire! Debbono essere Franco e Giovanna!"
Spenti i fornelli andò anche lei incontro agli amici che aveva invitato per il pranzo della domenica. I reciproci figli, tutti grandi, avevano altri impegni con amici e fidanzati vari.
"Ciao!" Li salutò con un sorriso e li baciò sulle guance.
Mentre Giovanni faceva accomodare Franco davanti al caminetto, Marilena disse a Giovanna che recava un involto coperto da un canovaccio di cucina pulito: "Hai portato un dolce! Lo sapevo, per questo non ho fatto torte!" 
"E' solo una crostata." Disse Giovanna sorridendo.
"Sono così buone le crostate che fai tu!" Disse sinceramente Marilena. "Andiamo in cucina... Oppure se vuoi rimani qui con loro e la porto in cucina io!" Giovanna optò per restare in salotto e allora Marilena informò gli amici che aveva invitato anche una coppia di vicini: "Per contraccambiare... loro ci invitano sempre..." Spiegò.
"Chi sono ?" Chiese Giovanna che in quel luogo conosceva tutti. Infatti Giovanni e Marilena avevano conosciuto lei e Franco quando erano arrivati ad abitare in quel posto ameno della campagna romana qualche anno prima.
Giovanna e suo marito erano ospiti ogni fine settimana e poi anche d'estate di una loro vicina, che a Marilena non piaceva molto, infatti l'amicizia con lei era bella e finita a causa delle sue intemperanze, con Giovanna invece continuava alla grande!
"Sono quelli che hanno acquistato la villetta del defunto Sig. Rossi."
"E come sono?" Parlò Giovanni: "Lui è un manutentore dell'Università dove lavoro. Non è una "cima", ma sembra una brava persona, lei... è un poco strana ma..." Non finì la frase che sentirono bussare sul retro, Marilena andò ad aprire e  salutò con un sorriso i nuovi venuti. La donna subito le chiese tutta emozionata: "Sono persone di riguardo?"
La padrona di casa rimase interdetta: per lei non esistevano persone a cui si doveva un particolare riguardo, ma solo simpatia e rispetto se venivano a casa sua. Imbarazzata rispose: "Sono amici, lei è una professoressa e... lui lavora al Ministero del Tesoro... sono amici." Il manutentore sorrideva e non diceva niente.
Li introdusse facendo le presentazioni. L'uomo, pur venendo semplicemente dai vicini di campagna, aveva messo un maglione a collo alto ed una giacca sportivo-elegante, la donna era in tailleur e addirittura recava il soprabito sul braccio a completamento.
Lasciati gli ospiti a familiarizzare in salotto, Marilena si scusò un attimo e tornò in cucina per gli ultimi ritocchi per il pranzo. La crostata di Giovanna troneggiava sul tavolo di cucina.
Tornata in salotto trovò tutti stranamente ammutoliti che guardavano sospesi e meravigliati la nuova vicina di Giovanni e Marilena: tutti tranne il marito di lei che inalberava sempre un sorriso inespressivo.
La donna aveva nelle mani dei fili di perle che aveva sciorinato mostrandole come farebbe un gioielliere: con cura e compiacimento. Aprì un astuccio che conteneva delle chiusure dorate e disse a Marilena che non capiva la scena: "Scegli il filo di perle che preferisci e la chiusura che vuoi, così te la faccio montare dal gioielliere."
Marilena era esterrefatta. Guardò Franco e Giovanna che tacevano in educata e contenuta meraviglia. Pure Giovanni taceva.
"Ma non capisco... Perché?" Fece quasi basita.
"Perché te lo meriti! Dai! Scegli!" Fece quella con aria teatrale e per niente in imbarazzo. 
Chi era in imbarazzo, invece, era la povera padrona di casa. Provò a dire: "Ma non posso accettare un simile regalo! Sono perle vere?" Chiese ancora incredula, anche se quella aveva usato proprio la parola gioielliere.
"Certo che sono vere!" Proferì sicura e padrona della scena la vicina di casa.
"Non potrei accettarle nemmeno se fosse il mio compleanno!" 
Provò a difendersi ancora Marilena, ricordandosi in quel momento che la strana vicina le aveva riferito "di essere delusa da un'altra vicina di casa perché per il suo compleanno lei le aveva regalato una collana di perle vere e quella le aveva detto che non poteva accettarle, alla sua insistenza le aveva detto che allora gliele avrebbe pagate"...
Ma quella insistette sicura, come se fosse normale ed usuale portare, invece che il vino, dei dolci o dei fiori a casa di qualcuno che ti ha invitato a pranzo, collane di perle con chiusura ovviamente in oro.
Costretta e per uscire dall'imbarazzo la padrona di casa scelse una di quelle chiusure che la donna aveva esposto fuori dall'astuccio. 
Pranzarono. Dopo qualche giorno la strana vicina la chiamò e le dette la collana su cui, disse, aveva fatto montare la chiusura da lei scelta.
Qualche tempo dopo l'amica Giovanna e Marilena si incontrarono per andare a teatro insieme.
"Sai, Giovanna, ho grattato con l'unghia una delle perle di quella collana e la vernice di finta madreperla è venuta via." Le disse con sollievo.
"Ma io l'ho vista subito che era pazza: come si è seduta, mentre tu eri in cucina, ha detto con enfasi: "Io comando il sindacato PLIO, (Previdenza Lavoratori Impiegati Operai), di tutta Roma!" Sai, Marilena, in trenta anni di insegnamento mi sono fatta una certa esperienza: sapessi quanti pazzi mi sono passati davanti agli occhi ai colloqui con i genitori! E lì si capivano pure i disagi e i problemi dei loro poveri figlioli!"

venerdì 14 novembre 2014

Giustizia fallimentare... In questo caso forse rimedia?

Da: Il Secolo XIX


CASSAZIONE 10 giugno 2014

Annullata la sentenza di assoluzione per Rasero

Genova - La Corte di Cassazione ha annullato la sentenza di assoluzione di Antonio Rasero per l’omicidio del piccolo Ale, il bimbo di appena otto mesi morto al termine di una folle notte a base di coca della madre Katerina Mathas e del broker che ora dovrà essere sottoposto a un nuovo processo davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Milano.
Rasero in primo grado era stato condannato a 26 anni di reclusione, poi la clamorosa assoluzione in appello. Nel frattempo la Mathas dopo essere in pratica uscita dalle indagini è tornata sotto la lente della magistratura quando, contestualmente alla condanna di Rasero, i giudici di primo grado hanno inviato gli atti alla procura chiedendo di indagare ulteriormente.
In seguito è arrivato il rinvio a giudizio. Quindi per la morte di Ale adesso sono pendenti due processi: uno per la madre in primo grado, il secondo a carico di Rasero in appello.
«Sono sorpreso della decisione della Corte di Cassazione» ha detto l’avvocato Luigi Chiappero che, insieme al collega Massimo Krogh, difende Giovanni Antonio Rasero. «La motivazione della sentenza della Corte d’appello di Genova - ha commentato - era molto precisa e corretta e i motivi del pg erano totalmente in fatto e quindi a nostro giudizio inammissibili».
Per l’avvocato Manuele Ciappi di Prato che insieme a Giovanni Aricò di Roma rappresenta i nonni materni di Alessandro Mathas, «la sentenza d’assoluzione della Corte d’appello negava l’evidenza. Era basata su un percorso motivazionale che presentava una pluralità di fratture logiche oggettivamente insuperabili». Sul corpo del piccolo vennero trovati segni di sevizie. Gli investigatori provarono che quella notte la coppia aveva consumato droga.

A questo caso, che si commenta da solo, avevo dedicato un post insieme alla triste storia di Matilda il 9 febbraio 2012 dal titolo "Strage degli Innocenti".
Certa gente non dovrebbe procreare. 

Giustizia fallimentare

Da: La Stampa  03/07/2014

TORINO
Il primo dato certo: «Matilda è stata uccisa». Il secondo è che «l’autore dell’omicidio non può che essere uno dei due soggetti che, in quel ristretto lasso di tempo, erano con lei». Chi? La mamma, Elena Romani e il suo fidanzato, Antonio Cangialosi.  

Così parlò il Gip del tribunale di Vercelli, Paola Bargero, che, però, ha dichiarato il «non doversi procedere» nei confronti dell’ex body guard, nell’ultimo di una raffica infinita di processi che li ha portati a turno a finire sotto accusa. E se è vero che il Gip scrive quella frase: «non può che averla uccisa uno dei soggetti che era con lei» verrebbe da pensare che la colpevole è la mamma. Ma Elena è già stata assolta: tre gradi e la questione è archiviata. 

E così, oggi, sapere chi è stato ad uccidere quella bimba dagli occhi chiari, che tutti hanno imparato a conoscere in quella foto con un buffo cappello bianco e t-shirt rosa, è impossibile. Per dirla tutta, e in modo anche brutale, l’omicidio di Matilda Borin, morta nel 2005 per un brutto colpo alla schiena, che le provocò lesioni interne gravissime, resterá per sempre senza un colpevole.  

Nelle trenta pagine di motivazioni appena depositate il magistrato chiarisce il perché di questa scelta. Scrive il giudice: «La ricostruzione dell’accaduto è rimessa quasi esclusivamente alle dichiarazioni dell’imputato e della Romani. Cangialosi ha sempre ripetuto la stessa versione e la Romani ha tendenzialmente la medesima attendibilità dell’imputato». Attendersi qualcosa di nuovo - o che cambi completamente le carte in tavola in un nuovo processo - è per il magistrato vercellese «decisamente fuori da ogni panorama». E poi, come se non bastasse, né i testimoni - a dire il vero pochi - né le intercettazioni avrebbero fatto scoprire questioni nascoste o rilevanti. Tutto inutile. E non è finita lì.  

In questa storia così tragica e complessa, anche la scienza non ha aiutato in modo certo e incontrovertibile investigatori e magistrati ad individuare un colpevole. 

Altro che il Dna sui leggins di Yara. Altro che Csi o le inchieste con l’occhio inchiodato al microscopio. Lo scrive e senza troppi giri di parole il giudice Bargero: «La prova scientifica non è soltanto inidonea a dimostrare la responsabilità dell’imputato ma è tale da comprovare che il colpo subito da Matilda non può essere stato inferto nel breve intervallo in cui la bambina è rimasta da sola con l’imputato». In altre parole: Cangialosi, l’ex bodyguard che nelle intercettazioni viene sentito giurare ad Elena che lui mai avrebbe fatto del male a «Mati» e che sarebbe stato pronto a prendersi cura di entrambe - è rimasto troppo poco da solo con la bambina. Un minuto o poco più. Un tempo che non giustifica la morte con quel tipo di lesione. Per dire queste cose il giudice utilizza le stesse parole del suo collegio di periti - che confermano tra l’altro quanto già sostenuto dal consulente del Pg Nessi al processo d’appello a Torino contro la Romani- e la cui sintesi è ed era più o meno questa: «La bambina fu colpita almeno 60 minuti prima. Perse i sensi dopo 40 minuti dal trauma, Dopo aver perso almeno il 40% del sangue».  

Ma in fase di Appello per la Romani prevalse, dal punto di vista tecnico, una tesi differente, sebbene fortemente criticata dal punto di vista tecnico. E per lei è arrivata una sentenza di assoluzione. Che ormai è totalmente irrevocabile. 

È la giustizia che si arrende. Nessun giudice d’ora in poi potrà più dare un nome a chi ha l’ha ammazzata. E a quanti pensano che la sua morte possa essere stata provocata da un incidente il giudice Bargero infligge un ultimo colpo: «Non esiste nessun dato che possa fare pensare a un incidente o comunque a un diverso decorso causale». 

Da: La Stampa
VERCELLI 19/09/2013
Elena Romani, madre di Matilda

Omicidio Matilda, la madre chiede risarcimento di 180 mila euro per ingiusta detenzione

Elena Romani era stata prima accusata della morte della figlia di 2 anni, nel 2005, poi assolta in via definitiva
Un risarcimento di quasi 180mila euro per ingiusta detenzione. È quello che chiede Elena Romani, madre di Matilda, uccisa a due anni nel 2005 a Roasio.  

La donna, prima accusata dell’omicidio e poi assolta in via definitiva, attraverso i suoi legali ha presentato istanza affinché le vengano riconosciuti i danni per i mesi passati in carcere. L’udienza a Torino è fissata per il prossimo 11 ottobre.  

Ad aprile il gup di Vercelli aveva revocato il non luogo a procedere nei confronti di Andrea Cangialosi, l’ex compagno di Elena Romani, dando alla Procura sei mesi di tempo per svolgere nuovi approfondimenti sul ruolo dell’uomo nella morte della bambina dopo che la corte d’assise d’appello di Torino aveva assolto la madre della piccola indicando la necessità di nuove indagini sull’ex fidanzato della donna.  

La piccola Matilda morì, probabilmente per un calcio, mentre era ospite con la madre nella casa di Roasio di Cangialosi.  

 Da: Panorama.it  03/07/2014
di Nadia Francalacci

L'omicidio di Matilda è un delitto perfetto

E' stata depositata la motivazione che scagiona Antonio Cangialosi. Per i giudici l'uomo o la mamma della vittima è l'assassino ma non ci sono prove -  Matilda si è uccisa da sola?

L’assassino di Matilda non esiste. Ma il delitto perfetto, sì. Almeno per la giustizia italiana. E’ un’affermazione che non può non nascere spontanea leggendo le motivazioni del non luogo a procedere nei confronti di Antonio Cangialosi, l’uomo entrato nelle indagini per la morte della piccola Matilda Borin, uccisa a 23 mesi il 2 luglio 2005 e compagno all'epoca dei fatti dalla madre della piccola, Elena Romani.  
"Il colpo subito da Matilda non può essere stato inferto nel breve intervallo in cui è rimasta sola con l'imputato- scrive il gip di Vercelli, Paolo Bargero, nella motivazione  depositata presso il tribunale di Vercelli- vi sono elementi inidonei a dimostrare la responsabilità dell' imputato.”  
Dunque non è stato Antonio Cangialosi a sferrare il calcio mortale alla bambina.
Ma il giudice nella motivazione è ancora più preciso specificando che sia l’uomo che la mamma, gli uniche due persone presenti nell’abitazione quando la bambina è stata uccisa, avrebbero una ‘posizione giuridica’ equivalente: entrambi sarebbero innocenti. Ecco il paradosso giudiziario.
 "Entrambi (Elena Romani e Antonio Cangialosi, ndr), con tutta evidenza, hanno una posizione del tutto equivalente- si legge nella motivazione-  quanto a interessi coinvolti, posto che dichiarando di non avere toccato la bambina implicitamente affermano che è stato l'altro a farlo". Non solo. A favore di Antonio Cangialosi ci sarebbero altre dichiarazioni raccolte nell’immediatezza del fatto. Una in particolare, ovvero quella verbalizzata durante il confronto tra i due fidanzati sulle condizioni di Matilda, quando fu trovata agonizzante in bagno.
Eppure nella casa di Roasio dove nove anni fa, nel 2005 è avvenuto l'omicidio c’erano solamente due persone oltre alla piccola vittima. Nessun altro. Dunque uno dei due deve aver colpito la bambina. Per forza.
La coppia, quel giorno, aveva pranzato dai vicini di casa. Poi, rientrati nel loro appartamento, avevano messo la bambina nel letto matrimoniale e loro si erano seduti sul divano del soggiorno dove si erano addormentati. Ma dopo un po’ la mamma, viene svegliata dal pianto di Matilda. La donna corre in camera da letto e vede che la piccola aveva vomitato, sporcando cuscino e coprimaterasso.
Ma a questo punto che cosa accade? La madre colpisce la bambina? Per la giustizia ‘No, non è stata lei’. E, dopo un regolare processo, la madre viene assolta.
Ma nella motivazione depositata poche ore fa, il giudice torna a“spostare” l’attenzione sulla madre di Matilda.
Per il giudice, infatti, "si possono rinvenire alcune dichiarazioni della Romani contraddette dai fatti". E la donna, si legge ancora nelle motivazioni, è ritenuta "teste di non elevata attendibilità".
Inoltre nelle intercettazioni delle utenze di Cangialosi disposte dopo la riapertura dell'inchiesta, precisa il giudice , non è emerso alcunchè".
Avvocato Sandro Delmastro, legale di Antonio Cangialosi, si sono molti elementi che ‘scagionano’ definitivamente il suo assistito…
Certo ed in particolare la perizia medico legale. Se fosse stato Cangialosi a colpirla,  Matilda avrebbe dovuto perdere conoscenza in un momento decisamente successivo al ristretto arco temporale in cui è rimasta sola con lui. Il trauma invece è decisamente antecedente,  almeno di 15 minuti. Nella perizia di parla di un tempo massimo di 40 minuti. Quindi, Cangialosi non poteva essere presente quando fu sferrato il calcio all’addome della bambina. Non solo. Persino i periti nominati dall’accusa hanno rilasciato dichiarazioni forse ancor più favorevoli rispetto ai periti nominati dallo stesso Cangialosi per difendersi. Lui non è stato.
Ma perché la verità processuale è sempre più frequentemente diversa dalla realtà dei fatti?
E’ il codice di procedura penale che talvolta è estremamente rigido nell’acquisizione delle prove e tende in alcuni casi a creare situazioni simili a quelle che si sono verificate nel caso della piccola Matilda Borin. Non vogliamo fare il processo al nostro codice ma indubbiamente ci sono degli aspetti che andrebbero rivisti..
Adesso, avvocato, ci troviamo davanti ad un vicolo cieco: un cadavere senza un assassino, una mamma che non può essere più processata perché assolta nei tre gradi di giudizio e un Cangialosi che sicuramente non può essere stato l’omicida.  Giustizia non è stata fatta. Che cosa si dovrebbe fare?
Se il nostro Stato fosse un po’ più scrupoloso e amministrasse la Giustizia con un maggior rigore e serietà, adesso dovrebbe prendere questo caso e portarlo in Commissione Giustizia alla Camera e il ministro della Giustizia dovrebbe davvero cercare di fare chiarezza perché è paradossale non aver  condannato l’assassino con due sole persone in casa…
Secondo lei perché ciò non è avvenuto?
Forse per poter far emergere in modo concreto e netto le responsabilità dell’assassino, Elena Romani e Antonio Cangialosi dovevano essere processati assieme. Sono quasi certo che in questo modo si sarebbe arrivati ad una condanna certa dell’autore dell’omicidio. Se non si andò al processo per entrambi, però, fu per il gip di I°grado che prosciolse immediatamente Cangialosi proprio perché a suo carico non c’erano elementi che potessero far pensare che fosse stato lui ad uccidere Matilda 
Da: Il Giorno 4 giugno 2014
Matilda, quella bimba uccisa a due anni da un calcio sferrato da nessuno
 dall'articolo di Gabriele Moroni alcuni passaggi:
..  Elena Romani, ex hostess di Legnano, che aveva avuto la bambina da un uomo di Busto Arsizio, .... 
..... La donna ha una nuova famiglia e due figli. 
Somiglia a Cucciolo, il più tenero dei sette nani di Biancaneve

Non solo è morta, ma è morta soffrendo per il rene spappolato e in preda a uno “stupore dissociativo”, comune tra i bimbi colpiti dai loro cari....



Da: Il Corriere della Sera.it -  La Storia raccontata da Giorgio Dell'Arti
 Elena Romani - Mamma della  piccola Matilda, morta il 2 luglio  2005: rinviata a giudizio per omicidio  preterintenzionale, processata, è stata assolta in primo grado per non avere commesso il fatto (le prove non sono state considerate sufficienti), poi ancora in appello, il 15 dicembre 2009, con formula piena, e in Cassazione, nel 2011.
 «Il papà Maurizio fa il parrucchiere a Senago da una vita. La mamma Ivana, la casalinga. Lei lavora come hostess nella compagnia area Azzurra. Ha gli occhi verdi, è alta come una valchiria, ha la passione per i balli caraibici. Le sue colleghe la descrivono come la più brava di tutte (...) La compagnia l’aveva indicata come “assistente modello per la disponibilità e la pazienza verso i passeggeri”. Ha una storia d’amore con Simone Borin, famiglia benestante, alto, biondo, occhi azzurri, bello come un attore dei film americani. Convivono tre anni. Nasce una bimba, Matilda. Poi si lasciano. Lei deve sbrigarsela da sola per tirare avanti. Non può continuare a fare la hostess. Si impiega come cassiera in un centro commerciale di Gallarate. Conosce la guardia giurata Antonio Cangialosi, altro fusto, ex parà, ex bodyguard. “Prima due chiacchiere, poi la prima pausa caffè”, racconta lui. Si fanno gli auguri di Capodanno, 6 sms di fila. Lui pensa: “Strano che una donna con una figlia mandi tutti quei messaggi”. La invita a cena. Al tavolo, lei gli dice: “Sono una mamma. Tu cosa vuoi da me?”. Lui le risponde: “Per me non è un problema”. Da quel momento, dice, è entrata a far parte della sua vita. Conosce Matilda, e la chiama “il mio tsunami”, perché è molto vivace. Antonio ha una brutta storia alle spalle: sua moglie Graziella sparisce la vigilia di San Valentino del 2000. Lui l’ha salutata prima di andare al lavoro: “Eravamo felici”. Lei non torna più. L’amico con cui aveva appena intessuto una storia di prendersi e mollarsi, l’ha uccisa annegandola nella vasca da bagno. Per due mesi ha nascosto il suo corpo, prima in un armadio e poi in una cassapanca. Elena e Antonio hanno due sconfitte da lasciarsi alle spalle. Lei fa come tutte le donne: ci crede quasi con disperazione. Sul suo diario scrive: “Oggi ci siamo lasciati senza parole. Erano i nostri occhi a parlare. Grazie per quello che mi hai dato”. Poi, però, il 18 giugno annota anche che Matilda patisce il suo nuovo fidanzato: “Gli ultimi giorni non sono stati dei migliori. Lei continuava a vomitare: da vedere se per la sua salute o per lui come protesta o paura”. Il 2 luglio, la morte. Sono nella villetta di lui, a Roasio, basse colline di vigneti, sopra le risaie di Vercelli. Casetta a due piani, uno sterrato davanti per arrivarci. La piccola vomita di nuovo. Una volta lui s’era arrabbiato: “Ma proprio sul mio letto lo deve fare? Lo fa apposta”. Matilda è in bagno. Muore per “una grave lesione conseguente a un colpo inferto in zona lombare”, come attesta l’ordinanza del pm. Un calcio. I due vengono interrogati e danno versioni contrastanti» (Pierangelo Sapegno) [Sta 9/8/2005].
• «Sono da poco passate le 16 di un caldo pomeriggio dell’estate 2005. In una villetta di Roasio, un paesino in provincia di Vercelli, una bimba piange, non sta bene. La madre, Elena Romani, sta dormendo sul divano insieme con il fidanzato, Antonio Cangialosi (che non è il padre della piccola Matilda). Si stanno riposando dopo avere pranzato, quel 2 luglio, nell’appartamento accanto, ospiti di amici. La madre si alza per prima, intorno alle 16.15 (secondo il suo racconto), svegliata dalla telefonata di un’amica di cui però non rimane traccia sul suo cellulare. Sente Matilda chiamare: “Mamma, mamma!”. Entra nella camera da letto dove la piccola si è sentita male, ha vomitato; il letto è sporco. La tranquillizza, la porta in bagno facendole fare qualche passo, le lava la faccia, pulisce federa e coprimaterasso. È a questo punto che entra Antonio, il suo compagno, guardia giurata. Si sarebbe svegliato intorno alle 16.20. Appena apre la porta vede la bimba “con le labbra bianchissime”, in piedi sul portabiancheria, un po’ reclinata in avanti, appoggiata al muro. Quella bimba dagli occhioni azzurri, i capelli ricci, quasi sempre sorridente, è meno vivace del solito. Sta male semplicemente perché ha vomitato o perché, in questi minuti, è già stata colpita da sua madre, esasperata dalla sua ennesima crisi in presenza del nuovo compagno? C’è anche un altro scenario possibile, di fronte a indagini e processi che non hanno ancora trovato un responsabile: Matilda, in bagno, potrebbe non avere ancora subito un trauma mortale, il suo malessere potrebbe essere dovuto soltanto alla nausea. Potrebbe, cioè, essere stata colpita successivamente, dopo aver fatto un passo e mezzo in bagno, dopo essere stata presa in braccio da Cangialosi che poi l’avrebbe portata in salotto a guardare il dvd dei Tre porcellini, negli attimi in cui la madre è uscita a stendere. Matilda, cioè, può essere stata colpita in quel minuto e mezzo in cui è rimasta da sola con la guardia giurata? Può essersi sentita male immediatamente, di colpo, e avere avuto un arresto cardiaco (dovuto a un’emorragia) in meno di mezz’ora? È su questo interrogativo di fondo che si gioca il giallo della sua morte. È in una manciata di minuti che si consuma il mistero di Roasio: sono gli attimi in cui la Romani rimane sola con la piccola (prima delle 16.20), oppure gli istanti in cui Cangialosi accudisce la bimba da solo, poco prima delle 16.41, mentre la madre è fuori casa. In quei minuti, davanti alla tv, Matilda peggiora, diventa fredda, bianca, respira a fatica. Antonio urla alla madre: “Corri, corri!”. Alle 16.41 chiama il 118 mentre Elena tenta di rianimare la figlia, in attesa dei soccorsi. Alle 17.04 di quel pomeriggio il cuore di Matilda pompa sangue a vuoto. Un’emorragia interna le toglie la vita a soli 2 anni. Alle 17.40 il medico del 118 certifica il decesso “per cause naturali”. Matilda è stata rivestita. I soccorritori non notano un livido sulla schiena, inconfondibile. Nessuno pensa all’omicidio. Cangialosi, piuttosto, è convinto che la piccola sia morta perché i soccorsi sono arrivati troppo tardi. È sempre lui a voler fare, per primo, una denuncia che porta all’autopsia, e alla verità: Matilda è stata uccisa da un “gravissimo trauma addominale con lacerazioni multiple del fegato e rottura del rene destro” dirà, qualche giorno più tardi, il medico legale torinese, Roberto Testi. Scattano così le indagini per un omicidio che (...) dopo (...) due processi di primo e secondo grado (nei confronti della madre della piccola) non ha ancora un colpevole né un perché. In quella casa erano in due, quel 2 luglio 2005. Entrambi, inizialmente, sono stati indagati per quel calcio sferrato alla bambina con conseguenze forse inimmaginabili. La posizione di Cangialosi è stata archiviata e la decisione già convalidata dalla Cassazione. Elena Romani, dopo avere scontato diversi mesi in carcere, è stata rinviata a giudizio per omicidio preterintenzionale, processata, assolta in primo grado per non avere commesso il fatto (le prove non sono state considerate sufficienti) e poi ancora assolta in appello, il 15 dicembre 2009, con formula piena. Le indagini si sono basate su dati scientifici, medico-legali; ma anche sulle testimonianze della coppia, opposte, perché ognuno ha accusato l’altro per discolpare se stesso. Così (...) mancano un colpevole, un’arma, un movente. In uno dei primi interrogatori, l’11 luglio di quell’estate, era stata la Romani, per prima, ad accusare il compagno: “Nutrii qualche sospetto vedendola così repentinamente peggiorata” ha fatto mettere a verbale. E poi: “La bambina quando era in bagno stava bene, addirittura camminava. Quindi penso che, se è successo qualcosa, è successo quando io mi sono allontanata”. Il compagno si è difeso, sostenendo che la piccola fosse stata colpita prima, non in quei pochi minuti in cui è rimasta con lui. Ha descritto quella labbra bianchissime quando Matilda era in bagno, già sofferente. “Aveva le labbra normali” ha ribattuto la Romani in un faccia a faccia a distanza. Sono sicura perché le ho lavato la bocca e quindi avrei notato le labbra bianche”. Al rientro dal giardino, invece, descriverà la bimba “completamente bianca, che non respirava… gliel’ho strappata dalle braccia”. Le conversazioni della coppia, intercettate solo quattro giorni dopo il delitto, non hanno però rivelato un rancore della donna nei confronti del compagno, anche dopo averlo accusato dell’omicidio della figlia. Parlando con suo padre, per esempio, dice: “Tu mi credi? Sta’ tranquillo, non sono stata io e non è stato neanche Anto”. I suoi atteggiamenti (per esempio il tentativo di cremare subito la bimba), uniti ad altre frasi dubbie pronunciate dalla Romani in auto (“Ma tu cosa hai fatto?” rivolto a Matilda, e poi “Ti ho dato le botte?”) hanno spinto la procura di Vercelli a puntare sulla sua colpevolezza. C’è un’altra frase equivoca che la hostess di Vercelli pronuncia da sola mentre guida e ascolta la canzone Strani amoridi Laura Pausini. Potrebbe avere esclamato: “Non posso pagare per una cosa che non ho fatto” oppure: “Non posso pagare per una cosa che non dovevo fare”. Due frasi dal significato opposto, un altro dubbio che si inserisce fra i tanti tasselli che non riescono ad andare a posto, in un caso giudiziario complicatissimo. Gli indizi contro l’hostess di Vercelli si erano rafforzati con una consulenza della procura che ha certificato una compatibilità fra l’intarsio a mezzaluna di una scarpa rosa, décolleté, della donna e il livido trovato sulla schiena della piccola. Le perizie, durante i processi, hanno stabilito però che la compatibilità tra scarpa ed ematoma è troppo generica, non c’è certezza che quella scarpa sia l’arma del delitto. Dopo 4 anni la Romani ha accettato di tornare nella casa di Roasio per mostrare ai giudici i suoi movimenti, per raccontare e mimare (davanti a una telecamera) quello che secondo lei è accaduto quel pomeriggio. Il video è stato acquisito agli atti del processo (...). Dopo la sua assoluzione con formula piena, si ricomincia tutto daccapo perché la sentenza della Corte di assise di appello di Torino impone il trasferimento degli atti a Vercelli: la posizione di Cangialosi potrebbe essere nuovamente valutata. “È finita. Sii uomo, confessa quello che è successo. Fallo per Matilda” gli ha chiesto la Romani (che si è rifatta una vita e ora è madre di un’altra bimba) subito dopo il verdetto e dopo anni in cui ha professato la sua innocenza. “Sono stato uomo quando ho deciso di fare denuncia per il ritardo dei soccorsi, e la Romani lo sa bene” le ribatte a distanza l’ex fidanzato. “Avete mai visto un assassino che fa scattare le indagini e si inguaia da solo? Finora ho subito gli attacchi in silenzio. Se mi costringeranno, spiegherò (come ho già fatto davanti ai pm di Vercelli) quali sono gli atteggiamenti anomali della Romani, tenuti a ridosso della morte di sua figlia”. Una vita quantomeno sfortunata, la sua. Era stato sospettato (ma non indagato) anche per la morte della moglie, uccisa invece per mano di un altro uomo. “Non so cosa mi dà la forza di andare avanti” racconta. “Ho pensato anche al suicidio, dopo i nuovi sospetti. Ma ora voglio essere forte, reagire e dimostrare la verità. Io non ho alcuna colpa se non quella di avere dormito, quel pomeriggio, e di essermi svegliato in un incubo che non finisce più. Io non ho fatto nulla: quando ho visto Matilda, stava già male, e io non ho mai detto di averla vista camminare in quel bagno: ha fatto soltanto un passo e mezzo, in uno spaziostrettissimo. Aveva le labbra bianco latte e la madre che si preoccupava di lavare il cuscino!”. Le ultime perizie, determinanti nel processo di appello, stabiliscono un’altra verità. Modificano i tempi di sopravvivenza delle piccola e quindi le responsabilità. Per la pubblica accusa e per il perito del processo di primo grado, Matilda sarebbe sopravvissuta da 30 a 40 minuti dopo essere stata colpita. Poiché Cangialosi si sveglia alle 16.20 e la donna qualche minuto prima (16.15), il colpo teoricamente potrebbero averlo sferrato entrambi. Cangialosi, tuttavia, dalle testimonianze, sarebbe rimasto solo con Matilda a ridosso delle 16.41 (ovvero della chiamata al 118). Se fosse stato lui a colpirla, la bimba sarebbe sopravvissuta meno rispetto alla mezz’ora ipotizzata dalle consulenze. Quei parametri scientifici scagionerebbero Cangialosi. I periti del processo di secondo grado, però, hanno ridotto i tempi. Per l’anestesista Elsa Margaria, l’emorragia che ha ucciso Matilda è stata “rapidissima e inarrestabile, perché si è rotta la capsula di rene e fegato, cosicché è venuto meno il contenitore fisiologico che favorisce meccanicamente l’arresto dell’emorragia. Si è conclusa così in 20 minuti, non in ‘almeno’ una mezz’ora”. Ne deriva che Cangialosi, con questi tempi, avrebbe potuto colpirla: il trauma potrebbe essere più ravvicinato al momento dell’arresto cardiaco (delle 17.04) e alla chiamata del 118 (delle 16.41). Non solo. “Non riteniamo possibile che la bimba, dopo avere subito il colpo che si rivelerà poi la causa della morte, fosse in grado di mantenere la stazione eretta, camminare, essere ripetutamente presa in braccio, prepararsi a vedere un cartone animato, senza manifestare sintomatologia dolorosa” si legge nelle ultime perizie. Quindi, se Matilda fosse stata colpita dalla madre in bagno, avrebbe dovuto manifestare maggiormente il dolore. Elsa Margaria e la neuropsichiatra Maria Bruna Fagiani hanno dato ragione al consulente della difesa, Lorenzo Varetto, secondo cui “la bambina avrebbe dovuto piangere fin da subito, lamentarsi”. E hanno dato torto alla pubblica accusa secondo cui Matilda non ha urlato e pianto perché in preda a uno “stupore dissociativo”, comune tra i bimbi colpiti dai loro cari. Matilda fece dei passi, fu sollevata prendendola per il torace (dicono le perizie). Sarebbe stato sufficiente questo per sottrarla alla situazione di ipotetico stupore. Il procuratore generale Vittorio Nessi non ha neppure escluso che Cangialosi si sia alzato non alle 16.20 ma alle 16.38, e che non abbia affatto avuto il tempo di colpire. Non si spiegherebbe altrimenti perché il racconto di quel pomeriggio, sia da parte di Cangialosi sia da parte della Romani, copra gesti e movimenti che durano soltanto 3 minuti e mezzo: se dal risveglio di Cangialosi alla chiamata al 118 fossero passati davvero 20 minuti (dalle 16.20 alle 16.41), cosa sarebbe successo negli altri 17 minuti? Perché entrambi gli adulti, presenti in quella casa, avrebbero scelto di non raccontarlo? (...) “La responsabilità è di uno dei due” ha già scritto la Corte di assise di Novara, nella sentenza di primo grado. “I dati che hanno una valenza accusatoria per uno dei due protagonisti avrebbero valenza accusatoria nei confronti dell’altro”. E questa, dopo anni, è forse l’unica certezza» (Ilaria Cavo) [Pan 14/1/2010].
• Vive a Legnano. Si è risposata e ha avuto due figli.

Giorgio Dell’Arti
Catalogo dei viventi 2015 (in preparazione)
scheda aggiornata al 10 febbraio 2014