mercoledì 23 giugno 2021

MADRE Cap. IX

Capitolo IX

Quando percepì per la prima volta che sua madre aveva qualcosa di diverso dagli altri, qualcosa che la confinava ad un livello inferiore rispetto a tutti gli altri?
Non quella volta del suo terribile mal d'orecchi quando suo padre, pallido in volto, disse freddamene a sua madre: "Sei matta Serena."
Lui non partecipava al suo terribile dolore, mentre sua madre, accovacciata sul letto accanto a lei, cercava di lenire la sua sofferenza accudendola. Sua madre soffriva per lei, suo padre era distaccato e...cattivo.

Fu quando andarono in un ambulatorio, con tutte porte bianche  e la mamma fu visitata da un giovane medico: era in sottoveste sdraiata sul lettino,  suo padre in piedi con il cappotto sbottonato ed il cappello nella mano con il braccio steso lungo il fianco. Ascoltava attento quello che il giovane medico gli diceva ed aveva un'aria annichilita. Poco prima, dimenticata la presenza della bambina perché supposta troppo piccola per capire, dalla porta, di cui un battente era dischiuso, ella aveva assistito alla visita e si era vergognata per la prima volta di sua madre perché, mentre il dottore la toccava per visitarla, rideva scioccamente e incongruamente sussultando ad ogni sfiorarla del medico. Ricordò anche le parole conclusive che il dottore disse a suo padre: "E' mania di persecuzione."

Lei sua madre la vedeva normalissima. Si prendeva cura di lei, della casa, di suo padre e fu l'atteggiamento che percepiva negli altri verso sua madre che le dette angoscia e insicurezza.
Era come se la considerassero inferiore, con indulgenza, perché era una donna fine, buona, religiosissima.. Ma..poverina.. con qualcosa che la relegava in una condizione non uguale a quella di tutti gli altri, una condizione che era uno stigma che la faceva diversa..
Ma questo per Rita era inaccettabile.
Odiava chiunque si permettesse di parlare in modo condiscendente, oppure pietoso, o tollerante e comprensivo di sua madre, relegandola con ognuno di questi atteggiamenti, benevoli o ipocritamente malevoli, in uno stato diverso dal loro e comunque misero, da compatire..

Fin da piccola rilevava che queste persone, tranne poche eccezioni, avevano ciascuna difetti e comportamenti che le rendevano inferiori a sua madre, e dunque come potevano permettersi di fronte a lei quegli atteggiamenti sicuri di esserle superiori?
Rozze ex contadine, ignoranti, volgari in alcuni casi, provenienti dall'ambiente in cui i suoi genitori erano nati, un piccolo paesino del preappennino, urbanizzate senza aver perso nulla dei loro modi primitivi, cambiati soltanto gli abiti da lavoro sporchi di terra con abiti cittadini che ne mettevano ancora di più in risalto l'aspetto agreste. Queste erano le donne che frequentavano i suoi genitori, essendo parenti o semplicemente compaesane, insieme ai loro altrettanto rozzi uomini.

Lei vedeva i modi naturalmente fini di sua madre, il suo parlare in italiano, la modestia del suo fare a fronte di sfacciate sicurezze e risate sguaiate di quelle persone, sicurezze fondate sulla loro ottusa inconsapevolezza di ciò che erano.
Come avrebbe voluto dirlo, urlarlo negli anni della sua infanzia... Invece aveva taciuto perché suo padre era fra quelli che trattavano sua madre come un essere inferiore, trattandola con disistima, spregio e violenza anche.
Certo lui nonostante le difficoltà in cui l'aveva messo il regime fascista, gli anni della guerra che gli erano stati rubati, era riuscito a costruire per la loro famiglia una piccola sicurezza e tutti ne parlavano bene, come di una persona capace ed intelligente, alcuni di quel mondo di paesani urbanizzati lo invidiavano... Mamma Serena invece si limitava a fare la casalinga, ma come facevano in molte negli anni cinquanta del 1900.
I suoi doveri li svolgeva benissimo anche se la taccagneria di suo marito non le aveva facilitato in nulla certe sue inclinazioni.
Le sarebbe piaciuto avere un macchina da cucire, anche usata, ma lui non gliela comperò mai e lei non si imponeva, non insisteva, temendone le ire. Allora comperava dei modelli di carta copiativa che, messi sulla stoffa e passandoci il ferro da stiro, lasciavano il segno del taglio da fare. Poi tagliava e cuciva tutto a mano.
In questo modo cucì alla sua bambina ormai decenne un vestito estivo in cotone, con bei disegni di bacche color arancio chiaro su fondo bianco: il bustino perfetto con i cugni al posto giusto, la gonna a cannelli sciolti... Quando era piccola le faceva dei bei fiori di cartapesta, oppure con la carta stagnola delle caramelle formava altri fiori di diversi colori usando come intelaiatura del filo di rame preso da pezzi di fili elettrici gettati via..
Fino ad anni sessanta inoltrati Serena non ebbe una lavatrice e lavava le lenzuola a mano nella vasca da bagno..
Non chiedeva nulla, aveva un solo cappotto, un abito nuovo per l'inverno ed uno per l'estate ogni anno.. Qualche vestaglietta la comperava da sé sulle bancarelle del mercato. Di sé diceva: "Lui ha lavorato, ma io ho fatto sempre la cotichella."

Sua figlia l'amava immensamente e soffriva immensamente per lei. Non poteva odiare suo padre perché si diceva infelice anche lui. Lo odiò una volta, forse due, perché annientò sua madre quando avrebbe dovuto difenderla.

MADRE Cap. VIII

Capitolo VIII

Tutto si era compiuto.
I suoi primissimi anni con sua madre li ricordava nitidamente, come degli spezzoni di un film, con immagini, parole, sentimenti.
Come il ricordo del suo terribile mal d'orecchi.
Serena era una donna dolce, buona.
Rita non si era mai dovuta vergognare di lei. Come quella volta che, invece, si era vergognata di suo padre tornato da una partita di caccia ubriaco, portato da un suo collega letteramente di peso, con un braccio di suo padre intorno al collo di quell'uomo educato e dignitoso, che lo aveva depositato sopra una sedia della loro unica stanza che fungeva da cucina e soggiorno, ma che era anche l'ingresso di quella soffitta abitata da altre famiglie, che di lì dovevano passare perché l'abitazione sotto i tetti era fatta a scatola cinese.
Sua madre ringraziava preoccupata e timida il collega del marito con cui era uscito all'alba per una battuta di caccia, lo sport che suo padre amava: si faceva anche le cartucce da solo e Rita assisteva interessata e divertita a quella preparazione, senza toccare nulla, l'unica cosa che le era concessa era infilarsi nei ditini i cilindri di cartone colorati che costituivano il corpo delle cartucce, mentre lui pesava in un bellissimo bilancino di lucente ottone la polvere da sparo, i pallini, usando i minuscoli pesi di ottone che la affascinavano ma che, guai, suo padre l'ammoniva a non toccare..
Ora era l'ora di pranzo. Serena aveva preparato una delle sue buone minestre di lenticchie. Suo padre, seduto sulla sedia, il suo collega in piedi serio e pronto a congedarsi, iniziò farfugliando ad insistere perché si fermasse a pranzo. L'uomo provò a rifiutare ma, sembrò alla bambina di quattro, cinque anni, che accettasse di sedersi per rispetto a sua madre, vedendola vittima di quella incresciosa situazione.
Serena preparò i piatti con il garbo signorile che le era naturale, ma Rita vide suo padre buttarsi sul piatto che sua madre aveva posto davanti all'ospite e affondarvi il cucchiaio e quasi il volto, insensatamente, visto che già aveva iniziato a mangiare nel suo..
La bambina vide il disgusto sul volto del collega di suo padre. Egli si alzò, questo era veramente troppo, l'ubriaco farfugliò che restasse, sua madre, umiliata, provò a scusarsi, gli avrebbe cambiato il piatto.. Ma l'uomo la ringraziò dimostrandole tutta la sua comprensione in modo contenuto e dicendole: "Non si preoccupi signora, sono rimasto solo per rispetto verso di lei."

Un'altra volta sentì solo la voce di suo padre ubriaco che urlava: "Voglio mia figlia!" Non lo vide perché doveva trovarsi in fondo alle scale che portavano alla soffitta. Sua madre con voce rattenuta e bassa diceva a qualcuno, forse sua sorella che abitava anche lei nella soffitta, "Ho paura." Lei, Rita, sperava che non accondiscendessero al desiderio urlato di suo padre, che non la portassero da lui. Bassa, vedeva tante gambe di uomini e donne che affollavano la sua cucina. Dovevano essere tutti gli abitanti di quel luogo dove i suoi genitori vivevano da quando lei era nata. Erano silenziosi mentre l'ubriaco, due rampe di scale più giù, continuava a gridare: "Voglio mia figlia!"
Una voce sussurrò: "E' andato giù anche Giovanni con..." L'altro nome la bimba non lo capì ma si sentì rassicurata per la presenza accanto a suo padre dello zio Giovanni. Sentì la voce nota del cognato di sua madre che rassicurava l'ubriaco cercando di calmarlo.. Le voci erano due, doveva esserci un altro abitante della soffitta e insieme riuscirono a portarlo a dormire.

Allora sua madre le appariva normale. Suo padre no.
Ricordava anche un episodio in cui Serena, sempre remissiva, nel buio e nel silenzio della loro cameretta diceva a suo marito che dovevano aprire la porta ad Elena, la bambina di sua sorella, che piangendo bussava alla porta della loro camera gridando: "Zia, zia!!" Terrorizzata perché suo padre, Giovanni, stava picchiando sua madre. Prima che la cuginetta di Rita corresse disperata alla loro porta erano arrivate le voci della lite e Serena aveva provato a dire a suo marito che dovevano andare ad intervenire per sedare l'alterco.
Eva era la sorella più piccola di Serena, una donna calma e lavoratrice, tutto il giorno nelle cucine delle trattorie che suo marito prendeva in gestione. Quelle liti erano dovute alle intemperanze dello zio Giovanni, non certo alla povera zia Eva.
Nel silenzio Rita sentì con il cuore stretto Elena invocare la zia piangendo, sentì il magone di sua madre che avrebbe voluto andare in aiuto di sua sorella, e la sua frustrazione alla risposta di suo marito che a Rita sembrò spietata nella sua glaciale indifferenza: suo padre disse no, che non dovevano impicciarsi e rimanere in silenzio facendo finta di dormire e di non aver sentito nulla.
Quando Elena si allontanò senza aver ottenuto né aiuto né consolazione Rita, inerme, sentì nella sua piccola anima la stessa desolata umiliazione di sua madre che aveva ceduto all'imposizione di suo padre.

MADRE Cap. VII

Capitolo VII

Il lunedì Primo Maggio il corpo di sua madre ancora resisteva.
Con quanta nobile dignità sua madre stava morendo... L'unico guasto visibile era quella sacca di sangue che penzolava di lato fuori dalle coltri. Nessun rantolo, solo quel respiro meccanico, profondo che rallentava il suo ritmo un po' per volta dal sabato pomeriggio quando era cominciato.
Guardava quel corpo amato e pensava ai suoi pudori.. Al suo seno bellissimo fino a tarda età, di cui lei aveva usufruito per i suoi primi due anni..
Quando aveva avvertito che dagli altri sua madre era considerata "diversa"?
Non quella volta che, nella cameretta dove tutti e tre dormivano in quel letto alla francese, lei piangeva di dolore per un tremendo male d'orecchi, accoccolata sul letto con sua madre che tentava di calmarla avvolgendole intorno alla testa una morbida sciarpa lavorata da lei ai ferri. Era color acqua marina chiarissima e quel colore le dava conforto, la faceva sentire protetta, avvolta in qualcosa di prezioso. Poco prima le aveva fatto scivolare nel condotto uditivo dell'olio caldo mediante un cucchiaino da caffè.. Ma il sollievo era durato poco.
Suo padre era in piedi in fondo al letto, pallido in volto, appoggiato di schiena alla piccola credenza color crema che costituiva il loro comò. Disse a sua madre: "Tu sei matta Serena."
Lo disse senza essere arrabbiato, freddamente, e alla bimba di tre anni che era Rita sembrò cattivo verso la sua mamma che la curava e la proteggeva così amorosamente.

Ora i respiri profondi erano diventati ancora più profondi e il ritmo lento. Sua madre si stava spegnendo. Arrivò l'infermiere con un carrellino con sopra un macchinario e la fece uscire dalla stanza. Nel corridoio arrivava trafelato suo figlio: bellissimo nella sua divisa di Allievo Ufficiale dell'Aeronautica.
Le si allargò la stretta del cuore nel vederlo! Lo salutò, felice che fosse arrivato, alla fine, ma che fosse arrivato.
Entrò deciso dicendo all'infermiere che era un Medico. Rita intravide che l'infermiere aveva applicato parte di quel macchinario che era sul carrellino sul petto di sua madre. Vide che suo figlio lo aiutava, vide il corpo di sua madre saltare inutilmente scosso dallo stimolatore cardiaco... Suo figlio, girando appena la testa e allungando un braccio, chiuse la porta sulla sua faccia.
Lei restò là fuori consapevole che era finita e dolorante per quell'ultimo estremo tentativo forse dovuto per la prassi medica, ma che le faceva male perché scuoteva inutilmente il bel corpo di sua madre.
Poi suo figlio uscì e le disse che la nonna era morta. L'abbracciò dicendole "Sei meravigliosa."
Non era tenero suo figlio con lei. La donna si chiese perché le avesse detto quella frase: forse perché l'aveva vista sola accanto a sua madre e aveva intuito cosa doveva provare di fronte a quell'agonia.

Dopo il cadavere di sua madre fu messo in una stanza in fondo al corridoio, avvolto con la sua vestaglia rosa.
Suo figlio Marco volle visitare il cadavere per capire, sia pure senza autopsia, di cosa era morta.
Entrarono insieme poi lui volle che uscisse e chiuse la porta.
Lei lo ammirò per il suo sangue freddo, poi però si disse che era un Medico.
Dopo Marco le disse che, essendo il cadavere ancora caldo, aveva potuto spingere le mani in modo da tastarne i tessuti, cercando di sentire gli organi interni.
"Ho sentito una massa anomala a livello del pancreas, una massa che non avrebbe dovuto esserci. Non posso dirlo con certezza, ci vorrebbe un'autopsia, ma potrebbe essere un tumore del pancreas.."
Ormai nulla aveva più importanza.. Lei gli riassunse gli esami che in quell'ultimo mese le aveva fatto fare: la visita cardiologica, la radiografia al torace per il "dolore al costato" che lei aveva denunciato, fino alla diagnosi della dottoressa del Pronto Soccorso a cui aveva dato quegli esami in mano..
"Con la radiografia non vedi niente, ci vuole la TAC." Disse Marco.

L'indomani le tolsero la vestaglia e la dettero a Rita, che la lavò e la indossò per oltre 25 anni. Le sembrava così di averla vicino.
Intorno al viso le legarono, con l'aiuto dei suoi tre nipoti, un fazzoletto di Rita con fiori color lilla e spruzzati d'argento.
Un conoscente che lavorava come portantino in quell'ospedale disse che il cuscino che le avevano portato da casa il sabato, migliore di quelli piatti dell'ospedale, era sparito e consigliò di toglierle la fede perché altrimenti avrebbe fatto la fine del cuscino.
Rita portò a lungo anche quella fede finché un giorno, spalando la neve, le sparì in mezzo ad essa...

MADRE Cap. VI

Capitolo VI

Dopo ore che guardava l'amato volto di sua madre, nell'impotenza totale, decise che sarebbe andata a casa.
La sacca delle urine, pendente fuori dalle coltri al lato del letto, si faceva sempre più scarsa.
Una donna brutta e anziana era lì ricoverata nella stessa stanza a quattro letti. La guardava e le disse: "Va via?"
"Sì, - rispose lei - non mi vede, non mi sente, non posso fare niente."
La donna la guardò con riprovazione: "Quando è morto mio marito è stato in coma due giorni e due notti, ma io non l'ho lasciato un attimo!"
Rita non contrastò l'ennesimo biasimo su di lei e sulle sue scelte, lasciò che quella donna si sentisse di molto superiore a lei, e forse lo era, nel suo inutile essere stata accanto a chi non vedeva e non sentiva più. Quel sacrificio la faceva stare bene con la sua coscienza.
Ma la ragione era sempre stata la coscienza spietata di Rita e delle sue scelte.
Sua madre non la vedeva, non la sentiva, anche se le sfiorava una mano martoriata dagli aghi non avvertiva il suo tocco. Era un coma senza speranza di risveglio. Era straziante. La sua preghiera era stata esaudita, oppure il caso, come sempre, aveva creato quella situazione.
O certo, avrebbe potuto morire all'improvviso e le suore l'avrebbero chiamata, e lei sarebbe corsa per vederla ormai morta. Invece un Dio forse esistente aveva voluto esaudire il suo desiderio di starle accanto e di poter vedere il suo bel profilo, soffrire lo strazio del suo respiro anomalo, e soprattutto di quegli occhi schiusi di cui lei fissava il colore nocciola come se lo scoprisse per la prima volta, così nocciola.. Sua madre non aveva gli occhi marroni... Erano nocciola chiaro..
Si avviò all'uscita dopo aver salutato la compagna di stanza di sua madre, sotto il peso del suo dissenso.
Qualcuno dei medici o degli infermieri le aveva detto che ancora non era il momento, che sarebbe stata lunga quella quieta agonia. La consolava solo il fatto che sua madre non sentiva più niente.
Dormì, stanca. La giornata era stata lunga. Prima il funerale di quella povera Gemma, vittima di una famiglia opprimente. Poi la speranza per sua madre persa in pochissime ore e il telegramma che aveva chiesto di fare subito a suo marito perché dessero una licenza straordinaria a suo figlio che era a Firenze a prestare il Servizio Militare come Ufficiale Medico.
La mattina della domenica si riavviò verso la collina dove sorgeva l'Ospedale.
Sua madre era sempre nella medesima posizione. Riprese a bagnarle le labbra che si inaridivano schiuse a succhiare automaticamente l'aria mentre il mantice del petto altrettanto automaticamente inspirava profondamente.
L'impotenza della sua condizione umana annullava tutto. Ogni reazione. Ci sono momenti in cui dobbiamo stare fermi e solo subire il destino. Sperava solo che dessero la licenza a suo figlio in modo che potesse arrivare mentre era in qualche modo ancora viva, se non il cervello il corpo. Tutto era inutile di fronte alla morte e alla sua potenza.
Uscì di nuovo in corridoio, così fino a sera. Mentre era di nuovo appoggiata alla vetrata si avvicinò  una donna gentile, una persona in visita a qualche ricoverato: "Signora, - le disse - si faccia forza. La vedo da ore che sta giù, proprio giù. Coraggio."
Rita la ringraziò un po' sorpresa di quella comprensione, così diversa dal biasimo acido della compagna di stanza di sua madre. Le sorrise pallidamente.
"L'ho vista anche ieri sa.. Ero qui anche ieri in visita ad una mia parente. Lei sta troppo giù. Deve farsi forza."
"Grazie. Mia madre è in coma.. Sta morendo." Disse senza compatirsi, piegata ma asciutta nel suo dolore impotente.
Provò gratitudine per quella donna gentile che aveva avvertito il suo sentimento, così diversa dalla forse più rozza compagna di stanza di sua madre, legata a sentimenti più elementari che non derogavano da rituali scontati.
Ormai le era insopportabilmente doloroso guardare la sacca di urina che non era più urina, ma sangue, segno che i reni non funzionavano più.
Il respiro di sua madre era solo una potenza meccanica di un corpo forte in cui la vita, dopo 85 anni, se ne andava lentamente dimostrando la forza vitale che aveva.
E lei pensava a quella frase di risposta che Serena le aveva dato mentre la conduceva in ospedale, in auto, accanto a sé: "Mamma, come ti senti?" E lei con un filo di voce ma chiara e lucida: "Morire".
Sua madre la stupiva sempre. Per la sua asciutta e consapevole rassegnazione anche quando le aveva rivelato cose gravi che aveva subito da suo padre, senza moto di rabbia o di risentimento o sdegno: semplicemente, piattamente, come di cosa accaduta e in quanto tale non modificabile, subita e incommentabile, perché la sua stessa gravità aveva spento tutto come la morte.
E lei pensava a quando quella vita che si stava spegnendo sotto i suoi occhi era nata, fragile e trascurata da una madre già sfiancata da sei precedenti parti e gravidanze.
"Mia madre si ammalò di mal d'ossa, - le raccontava con la stessa rassegnata dolcezza - la rigiravano con le lenzuola perché non riusciva più a muoversi. Mi affidarono a mia sorella di dieci anni. Lei mi dava da bere un po' di latte intingendo un ciuccio improvvisato con un telo pulito dove dentro metteva della farina per dargli la forma di un capezzolo. A tre mesi non riuscivo a tenere la testina ritta che mi ciondolava quasi senza vita. Per capire se ero viva una volta mi misero uno specchietto davanti alla boccuccia e si appannò, così capirono che ancora respiravo."
Comunque ce l'aveva fatta. Era cresciuta in quella grande casa patriarcale piena di fratelli e di sorelle, altri quattro ne erano nati dopo di lei. Ed era un vanto per lei ripetere: "Eravamo in undici! Tutti viventi!" In un tempo, quello all'inizio del ventesimo secolo, in cui la mortalità infantile era altissima.

La domenica finì. Un'altra notte sarebbe passata con quel respiro meccanico, profondo eppure calmo.. Con quelle labbra schiuse che si seccavano, con quegli occhi schiusi che non vedevano più nulla, con la sacca ormai piena a metà di sangue scuro..
Con quale dignitosa grandezza sua madre moriva.. Nessuna disperazione, solo quel misterioso dolore se la sollevavano, doveva essere un dolore acuto per strapparle quel grido.. Poi quella quieta consapevole risposta in auto... Era questa la pazza, la matta, la schizofrenica?

domenica 20 giugno 2021

MADRE Cap. V

Capitolo V

La dottoressa sulla cinquantina che visitò sua madre al Pronto Soccorso non si preoccupò dell'ennesimo acuto grido che Serena emise quando gli infermieri la sollevarono dalla sedia a rotelle per stenderla sul lettino.
Quel grido acuto e breve solo quando la sollevavano creava nel cuore della figlia dolore e trepidazione. Disse alla dottoressa che l'aveva da più di un mese, tirò fuori il risultato della visita Cardiologica, poi la radiografia al torace con il referto e dette tutto all'accigliata Medico, sperando in cuor suo in una spiegazione anche dello stato di improvviso deperimento avvenuto nell'ultima settimana. Ma quella sorprendentemente, guardando gli esami, disse: "Questa signora non ha niente! La ricoveriamo lo stesso per prudenza, oggi è venerdì 29 maggio, ricoveriamo i vecchietti per il ponte del Primo Maggio!" Rita non capì cosa volesse dire, avendo il pensiero, interrogativo e meravigliato, sul fatto che si aspettava che la dottoressa disponesse subito per delle analisi, visto che da quegli esami che lei aveva portato con sé non risultava nulla, ma risultava un inspiegabile ed improvviso deperimento avvenuto in una settimana.
Mentre con il cuore afflitto seguiva sua madre portata in barella al Reparto, ripensò alle strane parole della dottoressa dai capelli tinti di biondo e all'improvviso capì quello che aveva voluto dire: insinuare che aveva condotto lì sua madre con una scusa per poter avere il fine settimana del Primo Maggio libero per andare chissà dove. "Che pensiero misero.. Ma come si permette?" Pensò avvilita la donna, anche se le sovvenne di aver letto sui giornali che era un fenomeno sociale che avevano rilevato: nei fine settimana, nei ponti festivi, c'era un aumento di ricoveri di vecchietti negli Ospedali, sembra dovuto all'egoismo dei figli che li parcheggiavano lì per poter partirsene tranquilli per qualche giorno..
Lasciò sua madre sperando che almeno la mattina dopo le avrebbero fatto degli esami. Era sera ormai..
La mattina dopo confidava che l'avrebbero sottoposta ad altre radiografie di controllo, dunque l'avrebbero portata in Sala Raggi e lei non l'avrebbe certo trovata in stanza, sarebbe arrivata più tardi nella mattinata al suo ritorno dal funerale di Gemma.
Gemma si era gettata dalla finestra della casa dei genitori mercoledì e sabato mattina era fissato il funerale a cui lei non poteva mancare.
Aveva lavorato per anni con quella giovane e sfortunata ricercatrice, al funerale ci sarebbe stato tutto lo staff universitario del suo ambiente di lavoro, non poteva mancare a quel saluto così tragico e pietoso.
Suo marito le disse di non preoccuparsi, sarebbe andato lui in Ospedale da sua madre e avrebbe pensato lui a qualsiasi cosa di cui avesse avuto bisogno.
Finito il tristissimo funerale di Gemma telefonò a suo marito per avvertirlo che stava rientrando e chiese come stava sua madre.
"A mezzogiorno le hanno portato il pranzo, - disse con voce scandalizzata - pasta e fagioli! Sono tornato a casa e le sto preparando una minestrina in brodo e ora gliela porto. Che bestie! Pasta e fagioli ad una persona che sta male!"
"Grazie amore, - disse Rita con gratitudine per la delicatezza di suo marito verso sua madre - appena arrivo l'aiuto io a mangiarla."
Passò da casa e, preso il portapranzo preparato da suo marito, si avviò all'Ospedale.
Accanto al letto di sua madre non c'era nessuno e lei era obnubilata da qualcosa che le avevano dato. Provò ad imboccarla ma lei risputava la minestrina e sembrava tentare di parlare ma farfugliava senza riuscire a formulare le parole. Poi si scoprì e lei vide che le avevano messo il catetere. Era evidente che le dava fastidio e tanto. Rita la ricoprì sentendosi riempire di doloroso dispiacere e rimorso per averle detto poco prima che era cattiva perché non voleva mangiare.
Cercò un'infermiera e chiese se avevano dato dei farmaci calmanti a sua madre e quella confermò e disse che il catetere si era reso necessario dato che stava a letto.
Ecco perché farfugliava povera mamma sua! Erano quei farmaci che le legavano la lingua. Ma quanti gliene avevano dati?
"Sembra essere in stato soporifero.." Fece ancora rivolta a quell'unica persona che aveva trovato in reparto. "Ma dove sono i medici? Che esami le hanno fatto stamattina?"
Quella non sapeva niente e le disse che avrebbe trovato i medici nel pomeriggio e che avrebbe potuto parlarci.
Sua madre dormiva sempre più profondamente di un sonno innaturale. Rita avrebbe voluto vedere dalla cartella clinica quali esami le avevano fatto quella mattina, se glieli avevano fatti beninteso...
Perché darle dei calmanti, perché tirare su le spallette laterali del letto che lei aveva dovuto abbassare per avvicinarsi nel tentativo di imboccarla?
Forse sua madre voleva scendere e quelli non volevano rischiare che cadesse e doverne poi rispondere...
Quel catetere poi.. Doveva farle male.. Per questo, non riuscendo a parlare si era scoperta per farglielo vedere..
Attese con ansia l'ora in cui avrebbe potuto parlare con i medici.
Finalmente un medico con imbarazzo le disse che sua madre aveva disturbi cardiaci e diabete.. "Dunque qualche esame dovevano averglielo fatto per scoprirlo.." Pensò la donna. Ma sua madre non aveva grossi scompensi: insufficienza coronarica controllata dai farmaci, così anche l'ipertensione e il diabete che da qualche anno dalle pillole era passato all'insulina, lei stessa le faceva le iniezioni quando era qualche giorno a casa sua nei periodi festivi.
"Per questo ora è in coma." Stava dicendole il dottore.
"Come in coma? Perché?"
"Il diabete si è scompensato e noi non possiamo fare molto.. Non sappiamo esattamente il perché.. - era sempre più in imbarazzo - ..ma non possiamo fare molto.. è uno scompenso totale.. il cuore sa con il diabete.. l'età.."
Mentre quello parlava la donna, attonita, sentì come un senso di irrealtà guardando in lontananza, nel vasto corridoio dove si trovavano, la dottoressa dai capelli biondi che aveva ricoverato sua madre dicendo che non aveva nulla e insinuando che la voleva lasciare lì per andarsene chissà dove per il fine settimana e il lunedì del Primo Maggio...
Mentre ringraziava distrattamente il medico, visibilmente sollevato di potersi eclissare, ebbe il pensiero di andare lungo il corridoio fin dove era quella donna medico e dirle come stava sua madre: "Sa quella vecchietta che lei ha ricoverato ieri sera anche se secondo lei non aveva nulla ed io volevo lasciarla qui per il ponte del Primo Maggio!"
Ma la consapevolezza che stava perdendo sua madre ebbe la meglio sul desiderio di gettare in faccia a quella incompetente la sua miseria di essere umano e di professionista della Medicina.
Telefonò a suo marito informandolo dello stato delle cose e che sarebbe rimasta in ospedale anche la notte. Rifiutò la sua offerta di portarle qualcosa da mangiare. Non aveva fame, non aveva bisogno di nulla.
Sua madre ora aveva gli occhi schiusi e lei ne vedeva l'iride nocciola... Guardava il profilo di sua madre e il suo respiro profondo, innaturale.
Non resistette a lungo a quella visione ed uscì di nuovo nel vasto corridoio, appoggiò la fronte alla vetrata guardando fuori: c'erano alberi, verde..
Rammentò che tempo prima, pensando a come aveva perso suo padre morto da solo e scoperto solo dopo dieci giorni, aveva  rivolto una silenziosa preghiera a Dio, qualora esistesse, di far sì che almeno per sua madre avesse potuto starle vicino al momento del trapasso. Ora si stava avverando.. Che Dio esistesse davvero?

MADRE Cap. IV

Capitolo IV

L'immensa pietà che provava per lei, mista all'amore protettivo che sempre aveva avuto nei suoi riguardi, l'invadevano ora e la spingevano ad agire verso una speranza che così non fosse.
Arrivarono finalmente all'ospedale vicino alla sua abitazione.
Disse agli infermieri che sua madre non poteva camminare e di fare piano nel passarla dal sedile sdraiato dell'auto alla poltrona a rotelle. Ciò nonostante sua madre in questo passaggio dette un grido.
Lo stesso che aveva dato un mese prima quando, avendo lamentato "un dolore al costato", lei l'aveva condotta ad una visita Cardiologica.
Nello stendersi sul lettino del Cardiologo aveva mandato quel grido acuto e subito lei l'aveva interrogata e sua madre aveva ripetuto, davanti al Cardiologo e all'infermiera che poi le aveva fatto l'elettrocardiogramma, di sentire una fitta al costato.
L'elettrocardiogramma per il dottore andava bene e sul dolore disse che poteva essere un dolore reumatico.
Non convinta aveva chiesto a Diego, che studiando all'università era più disponibile dei suoi fratelli maggiori non avendo vincoli di lavoro, se la poteva accompagnare a fare una radiografia al torace che lei si era affrettata a prenotarle.
Ma anche da quella radiografia non era risultato niente.
Vedendola angosciata dal dover chiedere a suo figlio di sostituirla ogni tanto nelle incombenze nei riguardi di sua madre, una sua collega sindacalista con cui divideva la stanza le disse: "Perché non chiedi la 104?"
"E cosa è la 104?" Chiese Rita.
"E' una legge uscita un paio di anni fa. Se tua madre è anziana, mi hai detto che ha 85 anni no? E ha problemi di salute, puoi chiedere che ti riconoscano il diritto a chiedere dei permessi per assisterla che non si cumulano con quelli personali di cui abbiamo annualmente diritto."
"E cosa bisogna fare per ottenerli?"
"Devi fare domanda, poi chiamano a visita tua madre e tu porti gli esami che avrà fatto per le sue patologie e di sicuro ti concedono i benefici della legge 104."
Sentito che avrebbe dovuto condurre sua madre a controlli medici non per la sua salute, ma per far ottenere a sé stessa dei permessi in più, Rita scosse la testa: "Mia madre si agita anche solo per fare un elettrocardiogramma, non posso sottoporla ad uno stress per ottenere io qualcosa."
La collega non nascose il suo ironico stupore: "Perché devi consumare i permessi normali e le ferie o chiedere a tuo figlio..? Fai come vuoi." Concluse con indifferenza.
Ma Rita ricordava quando aveva condotto sua madre a fare una visita di controllo cardiologica, anni prima, e solo per fare l'ECG, benché rassicurata dalla figlia, si era fatta alzare la pressione sanguigna a 200 per l'interna agitazione e il Cardiologo dell'Ambulatorio di quello stesso Ospedale dove oggi l'aveva portata aveva detto: "Con questa pressione io la ricovero." Lei non si era opposta, temendo il peggio se l'avesse ricondotta a casa in quello stato. Era stato un ricovero breve, ma le avevano dato una terapia oltre quella che già prendeva per l'insufficienza coronarica che le avevano scoperto grazie a lei, che si era preoccupata per l'affanno che aveva nel fare quell'unica rampa di scale per arrivare nell'appartamento dove vivevano insieme dopo la morte di suo padre.
Durante quel breve, imprevisto ricovero ogni gorno dopo il lavoro saliva verso l'Ospedale che era in alto, sulla collina.
Un giorno una compagna di stanza della corsia dove era ricoverata sua madre le disse timidamente: "Guardi signora che sua mamma butta dalla finestra le pillole che l'infermiera le lascia sul tavolino poggiate in una garzina.."
Conoscendo le stranezze anarchiche di sua madre Rita guardò severamente la sua genitrice, sentendosi nel contempo di nuovo a nudo per quei suoi comportamenti anomali: "Mamma, ma davvero?" Serena fece uno dei suoi sorrisetti, ben noti a sua figlia Rita, di quando veniva colta in fallo e non negò.
A questo punto Rita le disse: "Allora cosa ci stai a fare qui se non fai la terapia?"
Prima di andare a casa, dove l'attendevano numerose incombenze essendone uscita la mattina presto per andare in ufficio, passò nella Infermeria del Reparto a comunicare quanto aveva appreso ed esprimendo tutto il suo sconcerto per il sistema che usavano per effettuare la terapia. "Scusate, ma perché non vi accertate che il paziente abbia preso le pillole? Le lasciate lì, poggiate su una garzina.." Sconcertate le infermiere dissero che "lì si faceva così" ma che comunque nel caso di sua madre avrebbero provveduto a fargliele prendere.
Quel giorno era tornata a casa arrabbiata e si era sfogata con suo marito, sempre comprensivo verso quel problema che sua moglie aveva da sempre e di cui gli aveva parlato subito, appena lui aveva parlato di matrimonio. L'indomani decise di non salire su all'Ospedale tornando dal lavoro, voleva punirla, che capisse che non era lì per gioco.. Serena non vedendola le telefonò dal telefono a gettone che era nel corridoio: "Rita, non vieni?" Si capiva dal tono che era rinsavita. Faceva sempre così quando la figlia si arrabbiava.
"No mamma, non vengo! Perché mi hai fatto inquietare. Butti le medicine dalla finestra! Così impari!" Lei sembrava dispiaciuta. "Domani vieni?" 
"Si, domani vengo e ti riporto al pensionato, tanto è inutile che tu stia lì."
Aveva dovuto prendersi cura di sua madre da quando era morto suo padre lottando anche contro le sue stranezze.
Da quando era stata costretta a fare la scelta di farla vivere nel piccolo pensionato di suore che conosceva perché era lì che suo padre, d'accordo con i suoi fratelli, aveva ricoverato sua madre per sottrarla alla convivenza con il figlio maggiore, alcoolizzato e violento, le telefonava ogni giorno, se non era lei stessa a chiamarla anche ad ore impossibili.
Un giorno che l'aveva chiamata lei, Rita, le disse che da giorni non mangiava più perché aveva un dente che si muoveva: "Ma ieri non mi hai detto nulla! - Proferì costernata. - "Oggi è sabato come posso trovare aperto un dentista?"
Poi come sempre, come al solito, cercò la soluzione immediata, spinta da un acuto senso del dovere indotto forse dalla situazione in cui si era trovata nel nascere: due genitori che sempre rovesciavano su di lei i loro problemi.
Cercò nella mente a chi poteva rivolgersi e lo trovò. Il Dott. Franceschi, un Medico Chirurgo Dentista, di quelli della vecchia scuola, in cui bastava la Laurea in Medicina e Chirurgia per esercitare la professione di Dentista. L'aveva scovato tanto tempo prima sulle Pagine Gialle, quando il suo allora fidanzato lamentava un problema ai denti che, per conformazione, avevano le radici "uncinate" e per questo egli raccontava di una terribile esperienza con un dentista che non riusciva a completare un'estrazione. Ora aveva male ad un dente che doveva essere estratto ed egli era terrorizzato al pensiero e non sapeva da chi andare. Pur essendo solo una ragazzina di 18 anni Rita era abituata da sempre a risolvere problemi e dunque spiegò al dentista al telefono la problematica e quello si disse in grado di risolvere il problema, come infatti fece con grande meraviglia e gratitudine del suo fidanzato, sia verso il dottore che verso la sua giovane fidanzata che lo aveva saputo trovare.
Da allora il Dott. Franceschi era diventato il dentista di tutta la famiglia. Era un siciliano di altri tempi, un vero signore, che somigliava sia nell'aspetto che nei modi, nervosi e comici ad un tempo, all'attore francese Louis De Funès.
Tutte le sue infermiere duravano poco, perché, pur restando sempre un signore, le rimproverava nervosamente e comicamente davanti ai pazienti, scaricando su di loro il suo nervosismo.
Alla fine, fuggite tutte, era rimasta la sua dolce e paziente moglie a fargli da assistente e a prendersi tutte le sfuriate, ben capendo che quella per suo marito era una necessaria valvola di sfogo alla tensione che accumulava nell'esercizio della sua non facile professione. Egli era una persona attiva, faceva corsi di aggiornamento sulla implantologia e infatti risolse un problema del marito di Rita con un impianto al titanio, all'epoca una novità.
Rita lo chiamò prospettandogli il caso di sua madre e lui, come lei si aspettava, aprì lo studio di domenica solo per sua madre.
Quando andò a prelevarla le suore erano stupite ed ironiche per quella che a loro sembrava una esagerazione, e forse lo era, ma Rita non riusciva a sottrarsi ad un obbligo urgente, tale per lei era un bisogno di sua madre.
Quando il  Dott. Franceschi si trovò davanti alla bocca di sua madre le disse, chiamandola da parte, che il dentino che si muoveva e che aveva levato via semplicemente con una mano, era niente: La bocca di sua madre è un cimitero! Ci sono radici marce di denti spezzati che vanno tolte, perché possono dare delle infezioni all'organismo!" Ancora una volta Rita dovette decidere per sua madre. Disse al Dottore che poteva procedere a toglierle senza dire alla mamma quello che aveva detto a lei, perché si sarebbe agitata.
Tutto andò bene. Ma quando Serena iniziò a sciacquare la bocca, vedendo tutto quel sangue, capì che non poteva essere per un solo dente e disse: " Ma questo non è per un dente solo.."  Rita non mentì, ormai la sua bocca era stata bonificata e senza dolore e agitazione per lei. "Mamma il dentino te l'ha tolto subito, ma è stata una buona occasione per togliere tutte quelle radici marce di denti spezzati che io non sapevo tu avessi."
"Erano denti che si erano spezzati da soli, un po' per volta.. Ma che bisogno c'era..."
"Signora, - intervenne il Dottore che era rimasto in silenzio - è stato necessario e provvidenziale che sua figlia l'abbia portata qui, non era il dentino che si muoveva il problema, lei aveva in bocca dei focolai di infezione. Ora è a posto. Ha sentito dolore? No! Tutto a posto. Ora prenderà un po' di antibiotici per pochi giorni e basta." E si sedette per scrivere la prescrizione mentre la madre, non convinta, diceva: "E' colpa di mia figlia, è colpa di mia figlia... Tutto quel sangue..."
Rita incassò come sempre, anche se ogni tanto però perdeva la pazienza e strillava esasperata.
Per questo preferì non sottoporla a visite per ottenere i benefici della Legge 104: conosceva sua madre.

domenica 6 giugno 2021

Le torte di Stefania



 Stefania fa torte artistiche oltre che buonissime.

Sono torte a tema.

La rottura del PC in cui erano custodite le foto di queste piccole opere d'arte culinarie ha fatto perdere le immagini di torte incredibili: per un amante della caccia subacquea, ad esempio, ha creato un mare con tanto di pesci e sub con pinne e maschera più fucile da sub... Ma ce ne sono state tante e di fantastiche..

Qui pubblico le foto superstiti di sette torte:

 

Questa è una delle torte più semplici,
solo una decorazione di fragole sopra una glassa di fragole che sovrasta uno strato di panna che poggia su uno strato di biscotto.



Ed  eccone una di quelle a tema: festa di compleanno del nipotino che ha iniziato a nuotare con i braccioli: Stefania ha inserito la sua immagine in un mare circondato di panna e pesciolini in cui si intravede l'immagine di uno squalo...


Ed ecco una cassetta della frutta fatta di finto legno, in realtà buona pasta mangiabile, con sotto uno strato di panna e sciroppo di frutta e sopra la produzione di frutta dell'"agricoltore" a cui la torta-cassetta è dedicata



Dedicata al compleanno di suo marito, Medico e agricoltore per passione!




Questa è una torta a base di frutta panna e crema pasticcera
fatta sempre per il compleanno del marito nel 2018


Panna, fragole di produzione del Medico-Agricoltore, e perle di zucchero per i 20 anni del figlio.

Dedicata ad un musicista in erba che iniziava a suonare la chitarra


Per i 74 anni del suocero

lunedì 31 maggio 2021

MADRE Cap. III

Capitolo III

Ecco, era arrivata finalmente.
Suonò al citofono, il cancello si schiuse, imboccò il viale in leggera discesa, circondato da un quieto verde e curato giardino, come le era stato indicato da chi aveva risposto.
Di solito si fermava al parcheggio più in alto per entrare dall'ingresso principale del piccolo edificio ma, sentito il suo nome, chi l'aspettava le aveva detto di scendere nella parte più bassa di esso dove c'era un altro parcheggio che girava intorno alla base della costruzione.
In fondo ad attenderla c'era il giardiniere, factotum da quando c'era stata una Madre Superiora da poco sostituita da una nuova, sicuramente migliore, inviata dal suo Ordine lì dal Belgio, dove avevano un'altra Casa di Riposo.
Notò che era meno rozzo, ben messo e che si era fatto crescere la barba. Le indicò di mettere l'auto in un punto in cui, da sotto il portico, poteva essere più vicina all'ascensore. Fu gentile e rispettoso chiedendole: "La porta via lei?" Alla sua risposta affermativa disse: "Pensavamo venisse con un'ambulanza." L'ansia aumentò: "Perché non è trasportabile in auto?" Chiese smarrita. Lui disse che poteva essere trasportata anche in auto ma che sdraiasse il sedile accanto al posto di guida; al resto avrebbe pensato lui, l'avrebbe scesa in ascensore sulla poltrona a rotelle.
Nonostante il tatto dimostrato da quell'uomo che si era di molto ingentilito da quando lei, che lo vedeva molto raramente, l'aveva visto l'ultima volta, l'ansia era ora qualcosa di gelido che la permeava tutta: non capiva cosa poteva essere accaduto a sua madre in una settimana o poco più, da quando Diego e Rachele l'avevano accompagnata a ritirare la sua pensione all'Ufficio Postale dove era stata in piedi, sia pure per poco, perché come sempre chi  di loro l'accompagnava faceva la fila per lei, facendola stare seduta fino al momento del suo turno allo sportello.
Salì in ascensore con il giardiniere al piano delle camere dove era sua madre.
Suor Fernanda l'accolse seria ripetendole che lei era stata in Sardegna solo una settimana ed era sbalordita di come l'aveva ritrovata. Sua madre era nel grande bagno della sua stanza accudita da due suore, di cui una era la giovane Superiora. La stavano preparando al viaggio e Rita fu colpita che la Madre Superiora partecipasse con amore ed attenzione a quella cura intima di sua madre, quando c'era una suora infermiera allo scopo, oltre Suor Fernanda che fungeva da "femme de chambre".
Volle anche cospargerla di profumo e nei gesti delicati ella vide quel credo cristiano che per metà della sua vita era stato anche il suo.
"Mamma, - le disse trepidante - come stai?"
Lei alzò gli occhi verso la figlia, che notò con stupore e smarrimento come fosse effettivamente smagrita, e disse: "Sono anche ladre queste, sai? Sono anche ladre."
La donna si senti in imbarazzo, di fronte alle due suore che la stavano accudendo, per le parole di sua madre. Ma loro mantennero la loro espressione serena e non fecero commenti.
Scesero in ascensore con sua madre sulla poltrona a rotelle tenuta premurosamente per i manici dal giardiniere-factotum, gentile e protettivo. Quei gesti consolatori di tutte quelle persone alleviavano la sua ansia del momento.
La Madre Superiora non era scesa con loro e nel salutarla le aveva chiesto in quale ospedale la portasse. Rita aveva detto il nome di un ospedale molto vicino al luogo dove lei viveva e abbastanza vicino al luogo dove lavorava. La Madre Superiora aveva annuito comprensiva.
Arrivati in basso trovò ad attenderli Suor Fernanda che, meravigliata e con una punta quasi di rimprovero nella voce, le disse quello che aveva detto il giardiniere in modo neutro: "Ma non è venuta con l'ambulanza?" Rita spiegò che non pensava che sua madre fosse in uno stato tale da essere trasportata in barella e si attivò per sdraiare il sedile accanto al posto di guida dove, con l'aiuto della critica Suor Fernanda, sistemò sua madre.
Partirono.
Mentre guidava con attenzione gettava ogni tanto lo sguardo al sedile accanto a sé dove sua madre le appariva deperita ed abbandonata in una debolezza estrema.
Ad un certo punto le chiese: "Come ti senti mamma?"
E lei rispose tranquilla con voce spossata ma chiarissima: "Morire".
Nessuna angoscia in lei, nessun lamento, una risposta lucida.
Rita capì che diceva il vero e ancora una volta ammirò sua madre, così diversa da lei, che in altre circostanze l'aveva stupita rivelandole fatti gravi che aveva subito con la stessa tranquillità con cui adesso le diceva di essere conscia di morire.

sabato 22 maggio 2021

Denise: un mistero lungo 17 anni

Nel mondo  spariscono migliaia di bambini e non si ritrovano più.

Per i genitori è peggio che morire. Si vive in una interminabile agonia.

A volte si ritrovano morti, violentati e uccisi da mostri pedofili a cui ogni Stato Civile dovrebbe dare la pena di morte.

Inutile qui ricordare qualcuno di questi orrendi casi.



Qui voglio parlare di Denise, una piccola graziosa bambina di 4 anni, innocente, che nulla sapeva del mondo e dei suoi orrori. Correva nello stretto marciapiede all'esterno della casa dove abitava con quello che credeva il suo papà, la sua mamma, un fratellino più grande e la nonna materna che stava cucinando. Correva felice e divertita dietro i suoi cuginetti materni che abitavano appena dietro l'angolo, nello stesso edificio. Ma i cuginetti, con la crudeltà leggera dei bambini, hanno chiuso il portone a vetri dietro di loro per non farla entrare. E lei è rimasta così, con il suo bel faccino sul vetro, guardando dentro, cercando con gli occhi i dispettosi cuginetti e con quell'immagine la zia, sorella della madre Piera, la ricorda. L'ultima immagine. Perché poi Denise è stata prelevata da qualcuno, lì su quel marciapiede, e nessuno l'ha sentita piangere perché veniva portata via.

Era il 1° settembre 2004 h. 11:45. Siamo a Mazara del Vallo, provincia di Trapani, sul mare di Sicilia. La casa dove abitava Denise è in Via Domenico La Bruna n. 6.

La nonna materna è la prima ad accorgersi che la bimba non c'è più. Da quel momento inizia una tragedia che dura da 17 anni.

Piera Maggio era una casalinga nata nel 1971, sposata con Antonino Pipitone detto Toni, un muratore che lavorava in Germania. I due hanno avuto un figlio di nome Kevin nato nel 1993. Denise è nata il 26 ottobre 2000 a Mazara del Vallo. Al momento del rapimento della bambina Toni era a Mazara ed era al lavoro. Piera Maggio era ad un Corso di Informatica. 

La via dove avviene il rapimento è una strada breve e secondaria, una traversa di Via Castagnola, strada trafficata che porta velocemente all'Autostrada.

Francesca Randazzo, nonna materna di Denise, ha detto che non ha sentito nulla. Quindi la bimba non ha dato un grido nell'essere prelevata.

Kevin Pipitone, il figlio di Piera Maggio, all’epoca 11enne, si è svegliato quella mattina del primo settembre 2004 tra le urla della nonna, quando intorno a mezzogiorno la bambina non si trovava più. Kevin ha ribadito che Denise non si allontanava mai da sola e che ''si fidava di me, dei miei genitori, dei miei zii e dei miei cugini, che abitano tutti vicino a noi. Da sola, andava solo sul marciapiedi davanti casa''. E Kevin ha detto ancora: "Dopo avere studiato un po', come mi aveva raccomandato mia madre prima di recarsi al corso di computer, mi sono addormentato sul divano e mi sono svegliato verso mezzogiorno per le grida di mia nonna che diceva che Denise era  scomparsa. Ho preso, quindi, la bicicletta e sono andato da mia zia Agatina, che abita in zona piazza Macello, a 500 metri da casa nostra, per vedere se Denise fosse lì. E' stata una mia iniziativa. O forse qualcuno mi ha detto di controllare in giro, non ricordo. Poi, sono andato a cercare anche al mercatino, a circa 500-600 metri da casa. Ci sono andato con mia cugina Fiorella. Ma Denise in questi posti, da sola, non ci andava mai". "Quella mattina - ha continuato - mia nonna stava preparando il pranzo, a  mezzogiorno, perchè mio nonno faceva il muratore e i muratori pranzano a quell'ora''. 

La nonna materna, a cui Piera Maggio aveva lasciato i suoi figli per andare ad un Corso di Informatica, ha dichiarato più volte in video alla trasmissione "Chi l'ha visto" di essersi distratta solo per il tempo di scolare la pasta "per suo genero che stava tornando dal lavoro".

Chi fosse il genero non so: Toni Pipitone marito di Piera Maggio oppure il marito di un'altra figlia?

Toni Pipitone nell'immediatezza della scomparsa della piccola Denise

Francesca Randazzo, nonna materna di Denise, ha oltre a Piera altri figli.

Una di questi si chiama Giacoma, separata dal marito Matteo Marino e convivente con il Vigile Urbano Giuseppe Pace. Nella palazzina dove scompare Denise abita anche una figlia sposata di Giacoma, Fiorella Marino, che quella mattina riceverà dei parenti ma che insieme al marito, Agostino Galici, non si accorge della sparizione della cuginetta. Il marito della cugina materna di Denise, Agostino, quella mattina porta un poco a spasso con sé la piccola nello sbrigare qualche commissione, riconducendola a casa alle h. 10:20.

Quello che colpisce è che la bambina sparisce nonostante la presenza nella casa di: Francesca Randazzo, nonna, Fiorella Marino, cugina, Agostino Galici cugino acquisito, più i parenti in visita giunti proprio alle h. 11:45 ora della sparizione.

I rapitori hanno agito non in un deserto, quindi rischiando molto, eppure invisibili agli occhi di tutte queste persone.

Antonino Pipitone detto Toni: ""Io sono tornato a casa alle 12.10 e la stavano già cercando. L'ultima volta è stata vista alle 11.30 circa. Stava giocando con i cugini e i parenti stretti: così mi è stato riferito. Subito abbiamo lanciato l'allarme e sono arrivati i carabinieri. Ho preso la macchina e ho cominciato a girare per Mazara, per cercarla. Andavo in giro a caso, per tutte le strade. Le piste seguite all'inizio erano tante. L'hanno cercata nei pozzi, tra le famiglie rom, nelle campagne. Sicuramente l'indagine non è stata organizzata nel migliore dei modi".

Piera Maggio: "Alle 12.30 mi arriva una telefonata da Piero Pulizzi e mi dice 'guarda che stanno cercando Denise' e io non capivo che cosa stesse accadendo. Io gli dissi immediatamente 'vai a vedere dove sono tua moglie e tua figlia', perché la mia impressione è stata quella. Ho detto fin dal primo momento ai Carabinieri quali erano i miei sospetti su Anna Corona e Jessica Pulizzi". Piera Maggio ha poi ricordato come ha conosciuto il padre naturale di Denise - spiegando che la nascita della bimba ''fu voluta''. Alla domanda del pm sul perché non abbia detto subito chi fosse il vero padre naturale di Denise, cioé Piero Pulizzi e non il marito Toni Pipitone, ha risposto: "Ero convinta che da lì a poco mi avrebbero fatto trovare Denise. Non volevo rovinare il mio rapporto matrimoniale con Tony.


Ecco la tragica protagonista di questa indagine con la sua bambina e Piero Pulizzi, che abbiamo introdotto nella narrazione attraverso la testimonianza di Piera Maggio stessa resa davanti al Giudice durante il processo effettuato contro Jessica Pulizzi, figlia legittima di Piero Pulizzi.

La donna dichiara che la bimba ''fu voluta'', con visibile contraddizione quando afferma "Non volevo rovinare il mio rapporto matrimoniale con Toni". Ci si chiede infatti come il "desiderio di non rovinare il suo matrimonio con il padre di Kevin" possa andare d'accordo con "la VOLONTA' da lei espressa di generare un figlio con Piero Pulizzi", facendolo passare ad Antonino Pipitone come figlio suo.

La foto insieme, fatta quando Antonino Pipitone ha dichiarato non sapere nulla della relazione adulterina di sua moglie con Pulizzi, testimonia del riconoscimento da parte del Pulizzi di tale paternità biologica.

Piera Maggio ha confessato al marito del suo adulterio e dell'inganno sulla paternità di Denise al momento della sua scomparsa. Lo ha fatto nella convinzione che le autrici di tale scomparsa non potevano che essere l'ex moglie di Piero Pulizzi e la figlia maggiore della coppia Jessica, le quali sapevano della relazione e ritenevano Piera Maggio la causa della fine del matrimonio Piero Pulizzi - Anna Corona.

Antonino Pipitone, ex marito di Piera Maggio, nella sua deposizione al processo contro Jessica Pulizzi, ha riferito un episodio al quale ha assistito: “Mia moglie aveva ragioni di dissidio con Anna Corona. Nell'estate 2004, ho visto, da lontano, una discussione tra mia moglie, mio suocero e Anna Corona. Mio suocero mi disse che Corona gli aveva detto che li avrebbe fatti soffrire come aveva sofferto lei per quattro anni. Non conoscevo il motivo della minaccia”.

Indubbiamente è strano che Toni Pipitone non avesse mai avuto alcun sentore dei motivi che spingevano Anna Corona a manifestare il suo rancore a sua moglie, addirittura davanti al padre di lei, senza fare mistero del motivo ma dicendolo a chiare lettere. Anche la sorella di Piera, Giacoma, sapeva che Denise non era figlia del marito bensì figlia di Piero Pulizzi, tanto è vero che il Pulizzi fu avvertito della sparizione della bimba proprio da Giacoma.

Piero Pulizzi davanti al Giudice: “Fu Giacoma Maggio a dirmi, al telefono, che era scomparsa Denise. Mi disse di chiamare Piera, affinché questa chiamasse la polizia. La prima cosa che ho fatto è stata quella di cercare a casa mia perché mia figlia Jessica, sulla quale avevo i principali sospetti, quando litigava con sua madre veniva ad abitare con me. Ho guardato anche dentro il pozzo. Quindi, con Pino Pace, sono andato a vedere dove lavorava Anna Corona, che spesso andava in giro con una mia foto da piccolo per far vedere a tutti che Denise mi somigliava. Non mi sarei mai aspettato che qualcuno potesse fare una mostruosità del genere. Ho cercato anche presso i rom che erano a Mazara del Vallo”.

Pino Pace è il Vigile Urbano compagno di Giacoma Maggio.

Questo intreccio di rapporti lascia perplessi. Ad esempio  Agostino Galici, marito della Cugina di Denise Fiorella Marino, che aveva portato Denise a spasso con sé quella mattina, dichiara al Giudice che per strada ha incontrato Piero Pulizzi ma che non sapeva che egli fosse il padre della bimba.

Toni Pipitone non sa, Agostino che abita nella casa da dove è sparita la bimba non sa, ma sua suocera Giacoma, sorella di Piera, sa fino al punto di avvertire Piero Pulizzi della sparizione e di avvisare sua sorella Piera che chiami la Polizia.

Kevin, il figlio maggiore di Piera Maggio non sa nulla. Al processo intentato contro Jessica Pulizzi  ha poi dichiarato di avere saputo dalla madre che sua sorella era figlia di Piero Pulizzi ''circa 6 mesi o un anno dopo la scomparsa". E quella notizia venne presa "malissimo".

E Anna Corona, chiamata in ballo dalla madre di Denise sa che la bimba è sparita?

La donna è al lavoro nella lavanderia di un Albergo di Mazara, l'Hotel Ruggero II, e deve lavorare fino alle h. 15:30. Ma poco dopo le h. 12:00 riceve una telefonata e deve andare via urgentemente, chiede dunque ad una sua collega di coprirla e la collega lo farà mettendo alle h. 15:30 una firma per lei.

Questo aspetto può essere letto a sfavore della donna in ordine ai sospetti che Piera Maggio ha indirizzato su di lei, ma anche a favore, secondo due ipotesi diverse.

Ipotesi 1 - Qualcuno l'ha avvertita della sparizione della bambina e questo evento l'ha spinta a lasciare il lavoro e ad avvisare sua madre, Antonietta Lo Cicero, alle h. 12:17 di andare a casa dalle figlie mentre lei stava arrivando? Le figlie, Jessica anni 17 e Alice 13, hanno chiamato la madre per dirle di avere con loro Denise? Dopo di che le ha raggiunte a casa e ha provveduto a far sparire la bambina? In questo caso la nonna delle due ragazzine è a conoscenza del fatto che il rapimento è ascrivibile a loro, almeno in una prima fase. Ma non potrebbe esserle ignoto il fatto che della sparizione definitiva, comunque compiuta, ha responsabilità sua figlia Anna.

Ipotesi 2 - Non è esatto, come ha scritto qualcuno, che subito dopo le h. 12:00, orario in cui Anna Corona ha ricevuto la telefonata che l'ha indotta a lasciare il posto di lavoro, non si sapesse ancora della scomparsa di Denise. La prova è che alle h. 12:30 Piero Pulizzi lo sapeva già e ha chiamato Piera Maggio dicendo "la stanno cercando"; Toni Pipitone ha detto che è rientrato alle h. 12:10 e "già la stavano cercando", dunque in un ambiente in cui la gente si conosceva la notizia può essere passata di bocca in bocca e, sapendo che Anna aveva la fissa sul problema che quella bambina somigliava a suo marito, qualcuno può aver pensato che la cosa poteva essere di suo interesse. Ma perché precipitarsi fuori e chiamare sua madre a proteggere le sue due figlie? Temeva che l'odio di Jessica verso Piera Maggio, sempre platealmente manifestato, potesse esporla al sospetto?

Arrivata a casa sono arrivati i Carabinieri che volevano parlare con lei. Senza alcun mandato di perquisizione, ma inviati lì, nell'immediato, indirizzati dai sospetti espressi da Piera Maggio. Su questo episodio ancora oggi, dopo due processi e una sentenza della Cassazione, si tende a ricamare.

Ho sentito mille volte questo fatto, descritto sempre in versioni simili o diverse. La sintesi che ne ho ricavato io è la seguente: i Carabinieri entrano nell'androne dove è scesa Anna Corona visto che hanno chiesto di lei. Le dicono che vogliono parlarle, lei si dice disponibile dopo aver saputo la ragione della loro visita. La vicina ha la porta aperta del suo appartamento che da sull'androne e assiste alla scena incuriosita. Riferisce che Anna fa un gesto con il braccio chiedendo se vogliono salire. I Carabinieri fanno capire che non serve, vogliono solo parlarle, allora Anna dice alla vicina se possono accomodarsi da lei visto che debbono solo parlare. I Carabinieri entrano ben coscienti di essere in un appartamento non abitato da Anna, sia perché questa entrando chiede "Permesso" alla vicina che li ospita, sia perché uno dei Carabinieri conosce la signora che li ha fatti entrare in casa sua, anche per i ritratti di suoi parenti appesi al muro che il Carabiniere in questione conosce, come capita nei piccoli centri in cui la conoscenza è più facile.

Nonostante questi particolari siano stati più volte ribaditi dalla vicina stessa, anche in interviste video, giornalisti o pseudo tali continuano a riportare l'episodio come una intenzionale scelta di Anna Corona per non far salire i Carabinieri in casa dove sarebbe stata custodita Denise.

La prima domanda che mi faccio è come hanno fatto le due ragazzine, Jessica ed Alice, che erano andate insieme al mercatino settimanale del mercoledì distante circa mezzo chilometro dal punto in cui è sparita Denise, a portarsela via. A piedi? Jessica aveva un motorino? Può aver caricato Denise sul motorino nell'attimo in cui è rimasta sola sul marciapiede della sua casa insieme a sua sorella Alice? Tutte e tre? Nessuno mai ha scritto nulla su un particolare logico approfondendolo. Leggo solo supposizioni senza definire i particolari di come sarebbe avvenuto codesto rapimento.

Supposizioni, interpretazioni, senza definire un quadro minutamente logico di come si sarebbero svolti i fatti su cui in seguito, anni dopo, è stato istituito un processo. 

E' iniziato un carnevale condito di lacrimucce delle solite donnette dei talk show che dura indecentemente da 17 anni, gente che su questa tragedia di una povera bimba ci mangia alla grande, con chiacchiere vane che ripetono sempre le stesse cose, spettacolarizzazioni mediatiche senza senso appena logico, mentre mandano la pubblicità, sia in TV che sui giornali: più viscere smuovono più guadagnano! 

Anche la trasmissione "Chi l'ha visto", la più seria da sempre, ha iniziato a gettare suggestioni che dicono tutto e non dicono niente, con fatti che, non dando un quadro sia pure ipotetico di eventi possibili, rendono tale ipotetico quadro confuso e contraddittorio.

Vado ad alcuni esempi. Mentre si interpreta la visita dei Carabinieri in casa di Anna nell'immediato come la possibilità che la bimba fosse in casa di Anna, dall'altra si descrive la donna vista al volante di un'auto, sembra Ford Fiesta, subito dopo la sparizione della bimba, come con colore di capelli simile ad un'amica di Anna, ipotizzando quindi che fosse la rapitrice che fuggiva precipitosamente dal luogo del misfatto. "auto scura, forse una Ford Fiesta vecchio modello, sembra guidata da una donna, secondo un testimone il 1 settembre avrebbe investito a forte velocità un marciapiede a circa duecento metri da via La Bruna, allontanandosi subito dopo senza fermarsi."

Allora mettiamoci d'accordo: Denise era in quell'auto diretta in Via Salemi, direzione lontana dalla casa di Via Pirandello dove abitava Anna con le figlie, rapita da una che somigliava all'amica di Anna (per suo conto mentre Anna era al lavoro?), oppure l'avevano presa Jessica ed Alice mentre tornavano dal mercatino e l'hanno portata a casa dove poi la madre volutamente non ha fatto salire i Carabinieri?

Sono flash non legati fra loro che creano suggestioni nelle menti prive di logica di spettatori superficiali a cui un giornalismo di infimo ordine non si cura di dare un quadro realistico, sia pure ipotetico.

Anche "Chi l'ha visto" purtroppo recentemente ha gettato lì alcune di queste suggestioni che aprono a ipotetiche possibilità nessuna che corrisponda però ad un quadro credibile: Claudio Corona, fratello di Anna, sarebbe un informatore della Polizia, legato ad ambienti mafiosi e per questo con possibilità di influenzare, mestare, le indagini. Vabbè, ma può un informatore mezzo mafioso arrivare a far sparire Denise e mettere sotto scacco tutti i magistrati che si sono occupati di questo caso? 

Recentemente l'ex Procuratore di Marsala che si è occupato del caso dal 2008 ha fatto una dichiarazione grave, visto che Jessica è stata assolta per mancanza di prove che potessero suffragare l'accusa e la madre, mai rinviata a giudizio, è stata definitivamente prosciolta dall'indagine nel 2013. Di Pisa ha detto: "Secondo me quelle due donne sono capaci di tutto." E' una sua personale impressione, visto che fu lui a ricorrere in Appello contro la prima assoluzione di Jessica in Assise, ma anche i giudici di Appello l'assolsero di nuovo. Di Pisa, nella medesima circostanza, ha detto di nutrire dubbi anche sulla figura di Piero Pulizzi.

Il 18 ottobre 2004 un telespettatore di "Chi l'ha visto?", guardia giurata per un istituto di vigilanza, ha notato davanti alla banca di Milano dove prestava servizio un gruppo di nomadi, un uomo, due donne e tre bambini. Uno di questi, una bambina che somigliava a Denise Pipitone, aveva il capo coperto dal cappuccio di un giubbotto nonostante la giornata calda. Il gruppo si è allontanato prima dell'arrivo della volante della Polizia, prontamente avvertita, nonostante che l'uomo abbia cercato di intrattenere la bimba. La guardia giurata ha comunque fatto in tempo a registrare alcune immagini con il suo cellulare. In uno dei video, subito consegnati agli inquirenti, si sente una donna che dice alla bimba "Danàs" e lei che risponde "Dove mi porti?". Uno dei documenti filmati, della durata di pochi secondi, pervenuto anche a "Chi l'ha visto?", è stato mostrato per la prima volta dal TG3 della Rai la sera di domenica 20 marzo, il giorno dopo che la madre di Denise Pipitone aveva dichiarato alla stampa di essersi convinta che la bambina ripresa era sua figlia. Durante la trasmissione è intervenuta telefonicamente la guardia giurata dicendo che se avesse avuto la certezza che quella bambina era Denise sarebbe intervenuto, senza curarsi dei rischi personali che correva. La madre di Denise ha chiamato a sua volta ringraziando l'uomo e dicendo di comprendere la situazione in cui si è trovato. "Per me quella è Denise", ha detto la signora, precisando di essersi convinta definitivamente della somiglianza dopo l'elaborazione delle immagini del video da parte degli specialisti e ricordando che ad agosto la figlia si era procurato un graffio sulla guancia sinistra come quello notato dalla guardia giurata.

Ancora oggi quel video è l'unica certezza, forse, che quella bimba sia Denise.

Ma allora che senso ha riportare ancora ed ancora le seguenti intercettazioni come prove del coinvolgimento di Anna Corona e le sue figlie per il male fatto a Denise?

L'ispettore di polizia Vincenzo Todaro,  tra l'ottobre e il novembre 2004 coordinava una delle sale d'ascolto delle intercettazioni, sull'intercettazione ambientale effettuata sullo scooter di Jessica Pulizzi il 24 novembre 2004. Durante l'intercettazione, intorno alle 19:30, si sentono due voci maschili. Una dice: “Va pigghia a Denise, ma Peppe chi ti rissi?” (“Vai a prendere Denise, ma Peppe che ti ha detto”) e l'altra rispondere: “Ma dunni l'ha purtari?” (“Ma dove la devo portare?”). L'intercettazione fu effettuata a Mazara, in via Pirandello, davanti l'abitazione di Pulizzi. “L'indomani - ha detto l'ispettore Todaro - abbiamo svolto attività di riscontro per vedere se in zona c'erano altre bambine che si chiamavano Denise. Dagli accertamenti fatti al Comune di Mazara del Vallo abbiamo scoperto diverse Denise. Abbiamo sentito 13 genitori, tutti papà, per vedere se qualcuno la sera prima erano prima passati da via Pirandello e tutti hanno risposto negativamente”.

Allora mettiamoci d'accordo: speriamo che il 18 ottobre 2004 Denise fosse la bambina del video oppure no?

Denise dunque era a Milano con gli zingari il 18 ottobre 2004 oppure fra ottobre e novembre 2004 era ancora a Mazara e dobbiamo dare un senso a codeste intercettazioni? “Vai a prendere Denise, ma Peppe che ti ha detto” “Ma dove la devo portare?” Il 24 novembre 2004!!!

Fate pace con il cervello. O è la bambina di Milano e quelle intercettazioni significano altro, oppure la bambina del video NON è Denise e allora è legittimo sospettare ancora.

Di certo Denise non ha il dono dell'ubiquità.

E in questo saltare da un episodio all'altro senza arrivare ad un quadro logico, il giornalismo, che cerca solo "l'effetto viscere e niente cervello" per avere audience e guadagnare ascolti e pubblicità, va a suonare alla porta dell'incauta collega di Anna Corona a cui questa si rivolse per essere coperta con una firma dovendo uscire di corsa dal lavoro a seguito di una telefonata ricevuta. La donna, comprensibilmente impaurita dal protrarsi di una storia che l'ha coinvolta suo malgrado, per aver fatto quello che in Italia viene chiamato il gesto dei "furbetti del cartellino", ha ripetuto alla cronista dalla porta semiaperta di casa sua che "lei ha messo la firma ma non l'ora, e non sa a che ora sia uscita Anna Corona". E' evidente che la donna, dopo essere stata scoperta per il clamore della sparizione di una bambina nell'aver compiuto un gesto illegale, se ne è amaramente pentita e sicuramente ha pagato tale gesto sia nel lavoro sia per aver dovuto pagarsi un avvocato ed aver dovuto deporre nei processi a Jessica. Dopo 17 anni si difende dicendo quanto riportato. All'epoca avranno sicuramente fatto una perizia calligrafica sulla firma e su quel 15:30 che era l'ora di fine servizio, e l'avvocato della collega di Anna Corona da bravo legale le avrà consigliato di omettere di aver scritto anche l'ora, alleggerendo così la sua posizione.

Ma tutto questo cosa dimostra per la cronista e i responsabili di quella trasmissione che campa su frammenti non legati fra loro da logica? Né ci si può aspettare da menti che scrivono commenti atroci contro Anna Corona e Jessica Pulizzi che applichino la logica: Anna, è dimostrato da prova tecnica nel processo, ha telefonato alla madre pregandola di andare a casa sua dalle figlie alle h. 12:17. Dunque a quell'ora era nell'Albergo al lavoro. Che importanza può avere dunque a che ora è uscita? E' acclarato che è uscita prima dell'orario dovuto, ma comunque dopo le h. 12:17. Quando la bambina "era già sparita e la stavano cercando."


lunedì 17 maggio 2021

Episodio VII - Elena e Gregorio-Furio "La dieta"

 La “Maschera” Furio.


Carlo Verdone è un genio e nel suo attento studio dei caratteri umani ha saputo cogliere un aspetto che riguarda molti tipi umani e l’ha raffigurato caricaturalmente nella figura di “Furio”.

“Furio” può avere varie facce e svolgere professioni o mestieri diversi, ma sempre ha una connotazione ossessiva, paradossale che, in percentuale diversa, da un’impronta inconfondibile al suo agire: da lì nasce il personaggio di Verdone che suscita il riso e lo sconcerto perché il suo Autore ne fa, appunto, un’immagine caricaturale, quindi estrema.

Quello che fa ridere di più è il rapporto di Furio con la malcapitata che lo ha sposato, dipinta come una vittima che, nel caso estremo interpretato da Veronica Pivetti, si getta in mare suicida per sfuggire al suo inconsapevole aguzzino.

Oppure, come in un altro episodio, fugge con un bel tenebroso che la insidia lasciando persino i figli o, anche, in una delle prime scenette in cui Verdone abbozzava il personaggio, egli parla alla moglie che non gli risponde ormai più, annichilita dalla sua incapacità di percepire le esigenze dell’altro, e lui si risponde per lei, ottusamente inconsapevole dello stato di depressione in cui l’ha gettata e, in tale scenetta, Verdone interpreta anche il figlio di Furio il quale, uscito il padre, si rivolge con lo stesso metodo alla sempre più annichilita madre che, tristissima, continua a sferruzzare muta, e le dice con foga: “Io con quell’uomo non voglio parlare più, capito? Io quell’uomo non lo sopporto più!” Poi, senza aspettare risposta, esce dimostrando in sostanza di essere “Furio” anche lui.

Ora, come dicevo, ci sono tantissimi tipi umani che hanno in sé in percentuali diverse “Furio”: io conosco una moglie di un “Furio” il quale è posseduto da questa maschera fortunatamente in minima percentuale, ma è anche lui inconfutabilmente un “Furio” !

Vorrei prendere spunto dagli innumerevoli episodi che “La Moglie di Furio”, che io conosco, vive e racconta per scrivere delle gustose scenette comiche, a volte anche un po’ amarognole, per riderne insieme.

Li chiamerò “Episodi” e darò loro solo un numero progressivo.

La moglie del nostro  “Furio” si chiama Elena e lui Gregorio.

Episodio VII


Stavolta sono in visita a casa di Elena, non al telefono come narrato nei precedenti episodi. 
Mi prepara il caffè, siamo in cucina e chiacchieriamo. Mentre aspettiamo che la moka ci dia la gradevole bevanda, Elena svuota la lavastoviglie. Ad un tratto apre la credenza dove ripone faticosamente delle padelle.
"Elena, - faccio meravigliata - ma hai comperato altre pentole?" - Rido - "Non hai più posto, non riesci neppure a chiudere lo sportello!" 
Elena si rabbuia, non perché sia offesa dalla mia osservazione, la conosco troppo bene, ma perché già ho capito dalla sua espressione di sopportazione chi deve entrarci in questa cosa dell'eccesso di pentole.
" Gregorio, lo sai, sta facendo la dieta."
" Eh, lo so! E' dimagrito molto! Ma che c'entra?"
Il caffè è uscito. Mentre lo versa nelle tazzine Elena ha un'aria seccata e racconta: "Ha iniziato bene ed io l'ho aiutato, come fu dopo il problema ipertensivo che, per non fargli pesare il fatto che doveva mangiare senza sale e se ne lamentava continuamente ad ogni pasto, mangiavo senza sale anch'io, e non me ne lamentavo. Poi è diventato sempre più ossessivo, come tutti i "Furio", e veniva a controllare in cucina come doveva essere la cottura senza grassi. Non contento ha cominciato a cucinarsi alcune cose da solo, mentre io cuocevo le cose comuni che mangiavamo entrambi. Nel fare questo ha iniziato a dire che quel padellino o quella padella non andavano bene..."
"E perché?" -  Faccio io mentre sorseggio il mio caffé.
Fra il rassegnato e il seccato Elena mi risponde: "Non lo so il perché! Ha delle fisse. Ha iniziato a comperare padellini ed altri oggetti per la cucina, anche coperchi e coperchietti... Non so più dove mettere la roba."
Capisco che siamo di nuovo in quegli aspetti della personalità ossessiva compulsiva che fa del buon Gregorio un "Furio".
"Quindi cucinate insieme?" Chiedo.
"Purtroppo si. Con tutto quello che ne consegue: macchina del gas che si sporca e la debbo pulire io, lavastoviglie che si riempie in breve tempo... Una follia! E siamo solo in due..."
"Potresti riposarti, - dico comprensiva - dopo una vita in cucina per figli, ospiti e parenti.."
"Già. - Fa afflitta e stizzita al tempo stesso Elena. - Potrei ma non si può! E questo è ancora niente se non dovessi assistere al suo teatrino in cui, mentendo a sé stesso, crea irritazione in me. Ogni volta chiede: "Cosa prevedi oggi per pranzo o per cena? - Appresolo inizia così: "La pasta? A me solo 30 grammi però." - Gli rispondo: "Lo so Gregorio, me lo dici ogni volta, ormai lo so." "Eh! Perché io devo mangiare poco!" Oppure, se cucino qualcosa in cui c'è un poco di panna da cucina e glielo dico prima, fa allarmato: "Eh no! La panna fa ingrassare. Vabbè, un po'..." Tutto così Rita. E' un continuo, poi lo trovo la sera con i biscotti wafer al cioccolato, che si è comperato, mentre li mangia davanti alla TV, oppure con una fetta di crostata alle fragole che ho comperato per me o per eventuali ospiti, oppure con i gelati al cioccolato comperati per i nipoti per quando vengono, per questo, quando ieri sera è entrato in cucina, mentre stavo cucinando i petti di pollo, con la solita frase annunciatoria: "Io debbo mangiare poco." Sono esplosa." 
Capisco, povera Elena. Anche lei ha il suo caratterino non proprio conciliante e certo quando arriva a fine corsa scoppia.
"E cosa gli hai detto?" Chiedo.
"Ho strillato che non ne posso più di questo teatro! Che mangiasse quello che gli pare e come gli pare e la smettesse di ripetere questi annunci ipocriti ossessionandomi quando poi lo trovo con il cremino al cioccolato in mano!"
"E lui?"
"Come volevi che reagisse? Come al solito. La cattiva sono io, sono un'isterica, gli ho sempre urlato da una vita, il solito tentativo di colpevolizzarmi e fare lui la vittima." 
"Mi pare che qualche volta urla pure lui però!" Dico ricordando fatti e fatterelli.
"Come no. Ma "Furio-Gregorio" è totalmente inconsapevole dei suoi difetti e non chiede mai scusa. Dato che io invece sono normale, se qualche volta eccedo mi capita di chiederla, e allora, chiuso nella sua totale inconsapevolezza delle esigenze dell'altro, lui fa: 
"Lo vedi (Magda?), trascendi e poi ti cospargi il capo di cenere!"
Povera Elena!