mercoledì 31 gennaio 2024

La Sig.ra Anteri e altre mille vite - Romanzo - Cap. X

 La Sig.ra Anteri e altre mille vite

Capitolo X

Giulia Anteri
Via Sette Colli, 101
00100 Roma
Tel. 06-38625
e-mail: Giulia.Anteri@univ.it

Roma, 15 ottobre 2009

Preg.ma Signora Miriam Mauri
c/o il quotidiano “La Ragione”


Carissima e stimatissima Miriam Mauri,

        mia figlia Federica mi aveva segnalato la Sua citazione, di tale Samanta Salieri, nel Suo editoriale sul quotidiano “La Ragione” del 4 agosto u.s. quale modello da portare ad esempio, insieme ad altri nomi di cui non posso dire nulla, in contrapposizione a donne che usano il loro corpo per farsi spazio nella vita.
Federica compera ogni giorno “La Ragione” e dice che lo fa come uno dei  piccoli piaceri della vita, io le ho detto di fare l’abbonamento, così risparmia, ma invece lei mi ha detto che non vuole perché le piace proprio andare all’edicola e comperarlo.
        Federica si è laureata in Fisica, ha soggiornato al CERN di Ginevra per fare esperimenti per la sua tesi di laurea, poi ha scelto di fare un Dottorato in Astronomia all’Università “Tor Sapienza” di Roma. Aveva la possibilità di andare all’estero, se suo padre avesse chiesto a due suoi ex allievi, Riccardo Gigliozzi oppure Ubaldo Guidonauta di farla lavorare con loro. Ma Federica aveva il marito che lavorava a Roma ed ha tentato di inserirsi a Roma, perché per lei la realizzazione della vita privata è importante tanto quanto il lavoro. Ha lavorato per un anno gratis all’Istituto Aereospaziale di Roma lavorando su dati astronomici presi dal suo ex-tutore di Dottorato, ha dato 5 concorsi stimolata anche dal Direttore dell’Istituto il quale le diceva testualmente: “Questo concorso non è per te, sappiamo già a chi deve andare il posto, però intanto ti fai conoscere, dunque studia, preparati bene.”
        Finalmente è arrivato il suo concorso, quello con l’etichetta della ricerca di cui si stava occupando. Intanto si era inserita molto bene presso l’Istituto, per la sua umiltà nella dedizione al lavoro e per la sua socievolezza. E’ stata la prima in graduatoria con il tema scritto di Astronomia. Sullo scritto è difficile cambiare le carte. L’orale è stato rinviato. Il padre, Fisico anche lui, ha chiesto al Direttore cosa stesse accadendo. Il Direttore gli ha detto che la Commissione di Concorso aspettava il ritorno della Salieri, seconda in graduatoria, dagli USA dove stava, come altri, per una borsa.
        Subito il padre ha sentito puzza di bruciato: non avviene mai che si aspetti che qualcuno che ha partecipato ad un concorso finisca i suoi impegni per fare la prova orale. La commissione fissa la data della prova orale in epoca non molto distante da quella scritta e i concorrenti tornano dai luoghi dove stanno svolgendo altri impegni  per sottoporsi alla prova concorsuale.
        In ansioso allarme il padre ha chiesto al Direttore altri particolari ed è venuto fuori che la signorina Salieri aveva un concorso pronto per lei a Torino con il fidanzato, astrofisico anche lui, ma aveva rotto il fidanzamento e, protetta da un Fisico molto potente all’EAI (European Aerospatial Institut), uomo di mezza età, separato dalla moglie e con una relazione fissa con una signora di adeguata età, voleva il posto a Roma. Questo signore poteva decidere dei finanziamenti europei a chi, come i Professori Universitari della Commissione di Concorso, ne avesse fatto richiesta. Il padre di Federica ha capito che la signorina Salieri avrebbe avuto la meglio su sua figlia anche se il suo tema di Astronomia era di qualità inferiore. Il dolore, lo smarrimento sono stati grandi: di nuovo la persona onesta veniva calpestata, una sorte che già era toccata a lui ed ora toccava a sua figlia. Capì che avrebbe dovuto denunciare prima la Salieri, quando sua figlia stava all’ultimo anno di Dottorato.
        Questi i fatti: mio marito chiede una borsa CRN annuale per uno dei suoi studenti, gli rispondono: “Ma tu per quest’anno già ne hai chiesta una.” Ne davano solo una a nominativo di professore richiedente. Mio marito, smarrito, chiede di vedere la richiesta, perché a lui non risulta. Con grande stupore scopre che tale Dott.ssa Samanta Salieri aveva fatto richiesta di Borsa usando il nominativo di mio marito ed indicando la ricerca che avrebbe svolto con lui. La Salieri, arrivata da Torino, era stata raccomandata dal potente dell’EAI al Professore che era anche Tutore di dottorato di mia figlia. Mio marito si rivolse a lui chiedendo spiegazioni. Colui rispose che non sapeva niente ma che, comunque, la signorina Salieri non aveva borse in quel momento e se a mio marito non dispiaceva…
        La situazione era altamente imbarazzante, perché l’ignara Federica era nelle mani di quest’uomo per concludere il suo dottorato. Il padre disse: “Non ho problemi, ma potevate informarmi, ora ho il mio studente senza borsa.” Poi chiese alla Salieri quando voleva iniziare a lavorare con lui e lei, con arroganza, forte delle protezioni che aveva e sapendo che mia figlia non era protetta da nessuno, rispose a mio marito, di cui aveva usato il nome senza avvertirlo: ”Non ci penso per niente.” E si prese lo stesso la borsa.
Le persone oneste in questo Paese, cara e stimata Signora Mauri, sono calpestate e senza difesa alcuna.
Tornando sul concorso: la signorina finì la sua borsa USA, la data fu fissata sulla base del suo comodo ritorno. Alla prova orale assistette tutto l’Istituto: dottorandi, ricercatori… perché è pubblica. Mia figlia, incinta di cinque mesi, fu tenuta alla lavagna a sviluppare le domande postele per un’ora. Se la cavò brillantemente. Parere di tutti i Fisici presenti. La Salieri fu fatta accomodare su una sedia davanti alla scrivania dove era la commissione e le furono poste tre domande a cui graziosamente lei rispose avendo le gambe accavallate. La prova durò dieci minuti.
L’indomani, davanti agli occhi feriti di Federica, apparve la graduatoria con la Salieri prima, Federica seconda. Il bando del concorso non prevedeva idonei, ma un unico vincitore.
Abbiamo fatto ricorso, spendendo dieci milioni delle vecchie lire, perché siamo andati dal miglior avvocato amministrativista di Roma. Abbiamo vinto perché una delle tre domande poste alla Salieri era stata già posta a Federica, la quale aveva ampiamente spiegata e sviluppata la risposta poco prima alla lavagna. Il Tribunale ha annullato la prova orale e ritenuta valida la prova scritta. Giustizia è stata fatta. Ma i meccanismi perversi della nostra società hanno dei sistemi di compensazione: la prova orale è stata ripetuta due anni dopo, dalla medesima commissione che era stata sanzionata grazie al ricorso firmato da Federica, la quale, proprio per questo, aveva dovuto allontanarsi dall’Istituto dove lavorava da un anno senza alcun compenso, mentre la Salieri vi era rimasta. Come un agnello sacrificale mia figlia, con grande forza d’animo, si è sottoposta al giudizio di quella commissione sapendone lo scontato risultato.
Altri non ci sarebbero nemmeno andati per evitarsi l’umiliazione.
    Credo di doverLe queste informazioni che certo Lei non poteva avere. Le veline, a volte, sono più scoperte nei loro atti e nelle loro intenzioni di signore che, usando gli stessi mezzi, si ammantano di altre carriere rivendicando solo i meriti del cervello.
    La ringrazio per la pazienza fin qui avuta e credo inutile, e me ne scuso, precisarLe che ritengo queste informazioni date ad una Grande Giornalista tratta, forse, in inganno da un’arrivista senza molti scrupoli.
Con tutta la mia stima, Le porgo
I miei migliori saluti 

       Giulia Anteri




La Sig.ra Anteri e altre mille vite - Romanzo - Cap. IX

 La Sig.ra Anteri e altre mille vite

Capitolo IX

Non ebbero modo di parlare con nessuno di quella famiglia per capire cosa fosse successo. I giornali parlavano di indagini che andavano avanti da tempo e il trambusto che avevano sentito quella sera era dovuto al blitz che Carabinieri e Guardia di Finanza avevano preparato per sorprendere i trafficanti che, proprio quella sera, avevano appuntamento per scaricare in un capannone della fattoria un grosso quantitativo di droga. 
Tempo dopo Carmine si aprì un poco con il marito di Giulia Anteri. Si erano incontrati sulla strada e il pacato uomo di Scienza stette ad ascoltare senza pregiudizi il padre dell'arrestato Felice.
"Sai come è lui, - disse il padre - sempre aperto a tutti! Un amico gli ha detto che doveva appoggiare un carico a Roma proveniente dalla Calabria. Lui gli ha detto vieni pure! Nemmeno gli ha chiesto cosa trasportava! Vieni pure, gli ha detto, porta dentro, di spazio ce ne è tanto, all'aperto e dentro i capannoni... Adesso paga gli avvocati!"
Giulia dovette stare a sentire i commenti della solita collaboratrice domestica che raccoglieva in giro tutte le voci.
"Dicono che è sempre stato un delinquente, rubava nelle case."
Giulia ascoltava senza pensare che tale notizia fosse vera. Potevano esserci mille ragioni perché chi diceva questo lo dicesse, e queste ragioni Giulia non poteva conoscerle, dunque il suo pensiero rimaneva neutro. Quello che era reale era ciò che era accaduto: l'indagine che aveva portato al blitz di cui gli Anteri avevano sentito il trambusto quella sera, la presenza l'indomani delle Forze dell'Ordine presso la Fattoria, le notizie sui giornali che definivano Felice un trafficante insieme ad un elenco di persone con nome e cognome.
"Prendono in affitto terreni e poi non pagano l'affitto. Perché il padre fa questo? Disonesto il padre e disonesto il figlio." Continuava la collaboratrice.
Giulia si limitava a commentare: "Hanno molti ettari di terreno e non capisco che bisogno abbiano di affittarne altri..."
Un giorno incontrò Gigliola sulla strada e fu inevitabile chiederle come andasse la faccenda di Felice sul piano legale, dando per scontato che lei sapesse di quanto Carmine aveva detto a suo marito. Gigliola, un tempo loquace e aperta, si mostrò in tutta la sua reale natura proferendo poche frasi: "Niente, lui ha spiegato tutto ed è tutto a posto."
Per Giulia ormai era chiaro che quell'amicizia non lo era mai stata e non provò nessun dispiacere, come non ne provava per l'amicizia di una vita interrotta bruscamente da Fabrizia.
Entrambe quelle persone avevano spazi di insincerità dentro di loro che non la riguardavano. Lei era in pace con sé stessa.
La vita non era trascorsa invano per Giulia Anteri, sempre presente alla realtà, lucida, chiara e leale, fino a rendersi spettatrice di certi spettacoli che certa gente aveva comunque voluto dare di sé, storditamente, come se non si rendesse conto delle azioni scorrette che compiva e delle conseguenze che queste sempre hanno.
Giulia registrava nella mente senza reagire quando la bassezza dell'azione era palesemente voluta. Lasciava che l'attore agisse fino in fondo. Perché mai reagire a qualcosa fatta in perfetta coscienza di voler colpire, oppure offendere, o sminuire, o denigrare, ogni reazione è inutile verso chi è in perfetta malafede, pienamente cosciente che ciò che sta dicendo o che sta facendo è falso, scorretto, ma lo fa anche per provocare una reazione da cui trarrebbe maggiore soddisfazione dal suo mal agire. 
A volte la giustizia avveniva per una strana legge che non esiste se non nella mente dell'Uomo e dunque può dirsi una costruzione filosofica: la legge del contrappasso. Non a caso se ne è servito anche Seneca per descrivere questa giustizia degli eventi, dunque è un pensiero sulle umane cose che l'Uomo ha avvertito già in antico.
Giulia si limitava a non dimenticare e a fare in modo che chi agiva male non avesse più nulla da lei lasciandolo avvoltolarsi nei suoi stessi errori.
Nel caso in cui il male era stato fatto ai suoi figli però aveva anche agito. Dopo aver sopportato, diremmo cristianamente, molto male su di sé e suo marito fatto da gente disonesta e sconsiderata, vedere azioni ignobili nei riguardi dei suoi figli le fu insopportabile.
Leggendo su un quotidiano nazionale cartaceo, che lei amava leggere, le lodi di una nota giornalista per una persona di cui lei conosceva le trame e le falsità al fine di farsi raccomandare ad un pubblico concorso vinto da sua figlia, dopo tanta fatica, sacrificio e lavoro, ed essere riuscita costei vergognosamente a rubarglielo, prese carta e penna e scrisse alla giornalista.

giovedì 25 gennaio 2024

La Sig.ra Anteri e altre mille vite - Romanzo - Cap. VIII

 La Sig.ra Anteri e altre mille vite

Capitolo VIII

Tornando nel casale dopo alcuni giorni trascorsi in città Giulia e la sua famiglia trovarono un grosso serpente dentro uno dei locali e, terrorizzati, lo uccisero. Alcuni di loro sostenevano che fosse una vipera, altri erano in dubbio per le dimensioni.
Giulia suggerì di far vedere la foto che avevano fatto all'animale morto a Gigliola e a Carmine perché, essendo del posto e in più lavoratori della terra, sicuramente avevano l'esperienza necessaria per saper riconoscere la natura del serpente.
Andarono dunque alla fattoria e dapprima parlarono con Gigliola la quale però guardò la foto ma non seppe dire se fosse una vipera o meno e chiamò in aiuto Carmine. Questi comparve con un attrezzo in mano uscendo da un capannone dove tenevano ammucchiati in grande disordine attrezzi agricoli e non. Giulia, dotata di naturale empatia e sensibilità verso il prossimo, notò che Carmine aveva un'aria seccata, malcelata da una cortesia di circostanza, e pensò che fosse perché l'avevano interrotto dalle sue incombenze lavorative, ma mentre suo marito gli parlava mostrandogli la foto del serpente per averne un parere quello, guardandolo con una strana malizia nell'espressione e parlando come fra sé e sé proferì: "Chissà questo quante ne avrà fatte..." Suo marito guardava la foto e parlava dunque non notò nulla, ma Giulia invece guardava in faccia Carmine e rimase colpita da quella frase fuori luogo domandandosi che senso avesse. 
Appreso che nemmeno Carmine sapeva dire se l'animale fosse o meno una vipera salutarono ed andarono via.
Giulia non disse niente a suo marito, conoscendo la sua naturale impermeabilità a qualsiasi cosa riguardasse il prossimo e il suo conseguente respingere ogni espressione di ognuno che non fosse esplicita ed inequivocabile.
Invece lei si chiese cosa avesse voluto dire quell'uomo apparentemente bonaccione nella sua agreste semplicità.
Era chiaro che quella frase sibillina voleva mettere in dubbio l'integrità di suo marito, ma su quale argomento? Suo marito era un intellettuale distaccato che aveva lavorato tutta la vita per la Scienza, con rigorosa onestà etica e morale. Cosa mai poteva passare per la testa di quel contadino che aveva ereditato tanta terra dal padre e non aveva saputo far altro che lavorarla senza trarne sicurezza e benessere, da ciò che lamentava sua moglie? Giulia pensò che quell'uomo vedeva il loro benessere e, non sapendo da dove venisse, la sua mente rozza e maliziosa supponeva in suo marito furbe disonestà, individuando in lui il capo famiglia, secondo una concezione patriarcale ed arcaica della stessa.
In realtà molto di quello che la famiglia di Giulia aveva costruito era iniziato dall'eredità del padre di Giulia, usata con parsimonia e fatta crescere con intelligenza e con l'apporto del lavoro di Giulia e del marito di lei, senza mai abbandonarsi a sprechi o voglie.
E alla riflessiva Giulia Anteri tornò in mente un altro aspetto di Gigliola che l'aveva sorpresa, perché quell'aspetto, che a lei proprio non apparteneva, non se lo aspettava in una donna di cui, evidentemente, si era fatta un'idea tutt'affatto diversa.
Erano sedute al tavolo della cucina della fattoria di Gigliola davanti all'usuale caffè e quella donna asciutta nei modi e nelle fattezze, dai modi essenziali fino a sfiorare la ruvidezza, la sorprese parlandole di vestiti e oggetti costosi e, con un lampo di cupidigia negli occhi, disse: "Poi quando vedi una cosa bella vuoi comperarla no?"
Giulia non poteva condividere quella voglia così apertamente confessata e convinta che fosse anche sua, da come Gigliola l'aveva detto, perché per tutta la sua vita aveva sempre misurato e comperato solo quello che poteva permettersi. Vedeva le cose belle, dato che il suo senso estetico le apprezzava, ma allo stesso tempo ne misurava il costo e il suo desiderio di possederle era tenuto sotto rigido controllo dalla coscienza delle sue possibilità economiche, sempre preservate per le cose essenziali.
Dunque sotto la scorza apparentemente frugale, quella che lei riteneva un'amica semplice e dal carattere forte, celava desideri e la conseguente frustrazione di non poterli realizzare.
Dovette dunque accettare quella che altrimenti avrebbe valutato una maldicenza quanto le disse una donna che effettuava servizi domestici in casa sua come in altre: "E' avida di soldi. La incontro sempre al bar dove compera quei "gratta e vinci" e ossessivamente li gratta sperando di aver vinto... Mi da fastidio guardarla per la frenesia che mette in quell'atto."
Giulia disse alla donna quello che pensava di quella che riteneva una vera dipendenza: "Se mettessero in un salvadanaio i soldi che spendono per quei pezzetti di carta a fine anno avrebbero la loro vincita."
Ma quel fatto riportatole dalla collaboratrice domestica non fece che aggiungere un tassello al mosaico deludente, per lei, di ciò che credeva fosse Gigliola.
Questa, peraltro, dopo l'episodio in cui Giulia aveva avvertito un imbarazzo ed una freddezza rispetto all'abituale semplicità di modi nell'accoglierla senza preavviso in casa con grande familiarità, non la chiamava più dal cancello della fattoria se la vedeva passare, facendo le viste di non avvertirne la presenza.. Giulia allora smise di chiamarla per prima.
Una sera dal casolare avvertirono un gran trambusto sulla strada: a Giulia e famiglia sembrò uno dei camion che caricavano ogni tanto i prodotti della terra della fattoria di Carmine, ma avvertirono un'agitazione esagerata. 
L'indomani videro un'auto dei Carabinieri ferma fuori dal cancello con dei militi fermi come di sentinella e un'altra della Guardia di Finanza all'interno del perimetro intorno alla casa.
Nessuno della famiglia di Gigliola si fece sulla strada come d'abitudine e né Giulia né nessuno della sua famiglia seppe darsi una spiegazione di tale presenza.
Seppero dai giornali che Felice era stato arrestato e che veniva definito "trafficante" di stupefacenti con altri.
Fu davvero un colpo per la Sig.ra Anteri e per i suoi familiari. Questa più che una piccola crepa era una voragine!

domenica 21 gennaio 2024

La Sig.ra Anteri e altre mille vite - Romanzo - Cap. VII

 La Sig.ra Anteri e altre mille vite

Capitolo VII

Oltre a ripetere più volte che lei non invidiava nessuno, Gigliola, soprattutto all'inizio della loro conoscenza, aveva detto frequentemente che se una persona è amica non deve parlare male dietro le spalle né credere alle cattive dicerie che vengono dette sul suo conto. Data la frequenza con cui aveva ripetuto questi concetti Giulia si era fatta l'idea che nel borgo, dove la sua amica viveva da sempre, giravano cattiverie e maldicenze come avviene quasi ovunque. Giulia le aveva detto sinceramente che lei non credeva alle dicerie e delle persone si faceva la sua idea, libera da ogni altrui influenza.
Aveva vissuto sulla sua pelle in modo traumatico nella sua gioventù l'effetto delle calunnie nate dall'invidia e dall'ostilità e come la gente vuole credervi al di là dell'evidenza, non solo per ignoranza o stupidità, ma anche perché credervi ad alcuni fa piacere, un modo per cancellare una persona dal panorama umano, o almeno ridurla a qualcosa di cui ridere e sentirsene superiori. E non importa se non è vero, se fatti reali smentiscono la calunnia, agli animi miserabili serve a sentirsi un poco meno del niente che sono.
In effetti Giulia aveva avuto già notizie negative proprio su Felice dalle persone che le avevano venduto il podere con il casale che poi lei aveva fatto restaurare.
Chi gliene aveva parlato male era persona stimabile, ma ugualmente Giulia non aveva in alcun modo alterato l'idea che poi si era fatta di Felice frequentandolo.
Per lei valeva solo la propria personale esperienza.
Ma certo aveva notato che Felice, come anche una delle figlie di Gigliola, Iolanda, se dovevano fare qualche lavoretto pagato nel podere di Giulia spesso non si presentavano agli appuntamenti né avvertivano, nel lavoro erano sciatti e tutt'altro che accurati... Insomma non dimostravano serietà negli impegni che prendevano né rispetto per chi li attendeva invano. L'atteggiamento era sempre amichevole e di grande leggerezza ma Giulia, pur comprendendo l'amore di madre di Gigliola verso Felice, non capiva il suo trovargli sempre giustificazioni, ed il suo vantare le sue capacità che spesso si dimostravano inesistenti.
Nelle sue innumerevoli imprese egli faceva mille mestieri, ma in uno in particolare riusciva bene: nel fare dolci. Lavorava anche in una pasticceria e Giulia andò a comperare dei dolci vantandone l'abilità anche davanti al gestore. Ordinò poi i dolci per un rinfresco in quella pasticceria facendo capire al gestore che era cliente per merito di Felice. Infine indicò ad amici e conoscenti quel negozio procurando altri clienti.
Parlandone con Gigliola, incontrata per strada, le fece i complimenti per Felice e per quella attività, pensando che forse era quella giusta per lui, qualora abbandonasse il disperdersi in mille piccoli mestieri... Invece di ringraziarla per l'apprezzamento per suo figlio, molto dovuto al sentimento di amicizia che Giulia provava nei suoi riguardi, Gigliola la sorprese rispondendole con una punta di vanità: "Ah! Ma lui piace a tutti! Tutti vanno da lui!"
Questo grande successo di Felice a Giulia non risultava e lei aveva voluto valorizzarlo vantandone le qualità anche nell'intento di aiutarlo.
Questo orgoglio di madre mal si attagliava con la preoccupazione iniziale delle dicerie che avrebbero potuto arrivare a Giulia e quel suo mettere le mani avanti.
Quello che le aveva detto chi le aveva venduto il podere era che suo figlio, della stessa età di Felice, aveva fatto con lui una società mettendoci i suoi soldi, poi era dovuto partire per un periodo e al suo ritorno aveva trovato che Felice aveva venduto la piccola impresa tenendosi anche la sua parte e le somme da lui investite erano andate perse. Insomma l'aveva descritto come un truffatore.
Giulia non avendo certezze sull'affare e pensando che ognumo parla secondo i propri interessi non aveva formulato dentro di sé alcun giudizio.
Finché un giorno Gigliola la informò insolitamente felice, dato che spesso si lamentava di truffe, raggiri e cattiverie che subivano dal prossimo e che causava loro mancati introiti e spese, che Felice aveva preso in gestione la pasticceria dove lavorava. La convivente, da cui aspettava il secondo figlio, sarebbe stata alla cassa. Giulia Anteri fece gli auguri sinceramente lieta della notizia. 
Stranamente però non trovò l'occasione di servirsi presso tale pasticceria per tutto il tempo della gestione di Felice. Non ci fu intenzione malevola in lei, quanto proprio un'assenza di occasioni, giacché in quel periodo Giulia e la sua famiglia dovettero recarsi spesso nella loro casa di città.
Quando tornarono nel loro casale di campagna ed incontrò Gigliola questa non fece parola dell'ennesima impresa del figlio, né se era andata male né se era andata bene. Giulia pensò che, data la vanteria sulle qualità di Felice, e la gioia che aveva dimostrato per questa gestione, qualcosa avrebbe dovuto dirlo: se era andata bene ed avrebbe continuato oppure se...
Dato il silenzio Giulia non chiese nulla sull'argomento, giacché aveva sentito già troppe crepe nell'iniziale idea che si era fatta di quella donna.
Vide, intanto, che Felice aveva ripreso la sua attività iniziale di agricoltore e Gigliola la informò che avevano preso in affitto un podere di molti ettari in una località non lontana dal borgo dove aveva la fattoria con sette ettari di proprietà indivisa dai fratelli del marito, facenti parte di una vasta proprietà di 21 ettari totali ricevuti in eredità dal suocero. Disse anche che avevano fatto ottimi contratti di vendita della loro produzione che comprendevano anche la gestione di braccianti e dunque che lei non avrebbe più dovuto andare a lavorare di braccia in campagna.
Giulia ne fu lieta.
Intanto qualche piccola crepa ella aveva colto anche in Carmine.

giovedì 28 dicembre 2023

La Sig.ra Anteri e altre mille vite - Romanzo - Cap. VI

La Sig.ra Anteri e altre mille vite

Capitolo VI

Se un'amicizia durata 60 anni le aveva riservato la sorpresa di finire per volontà di Fabrizia, come poteva ancora Giulia Anteri stupirsi che persone conosciute ormai in tarda età, e da lei reputate amiche, in pochi anni si fossero rivelate diverse da come lei le aveva credute?
Eppure Giulia non era una stupida, ma la sua natura lineare e leale, nonostante l'esperienza di vita, continuava a proiettare sugli altri, inevitabilmente, una uguale linearità che però negli altri non sempre esisteva.
Aveva conosciuto Gigliola perché confinante con un suo podere di campagna. Aveva una decina di anni meno di lei e, nonostante avesse passato da tempo la sessantina, aveva un fisico snello di ragazza, capelli lasciati senza tinture al bianco ormai naturale e il viso, solcato da rughe che Giulia non aveva, cotto dal sole della vita contadina che aveva condotto tutta la vita.
Suo marito gliel'aveva indicata con ammirazione per come guidava con maschia disinvoltura il trattore. Un giorno con quel trattore li aveva aiutati a tirare fuori la loro auto impantanata nel fango formatosi per la pioggia. Da lì era nata un'amicizia. O almeno quella che Giulia credeva tale...
A lei piacevano la schiettezza di Gigliola, la sua intelligente conversazione, i suoi modi che la facevano sembrare una signora-bene più che una donna che lavorava la terra. Inoltre le bastava cambiare gli abiti da lavoro e mettersi un tubino blù per apparire proprio anche meglio di una signora borghese.
Se Gigliola le regalava prodotti delle sue coltivazioni Giulia contraccambiava con piccoli doni nelle ricorrenze delle festività.
La prima stranezza la registrò proprio in una di queste ricorrenze. Era andata a casa sua con qualche dolce della tradizione natalizia acquistato insieme ad un barattolo di ceramica con chiusura ermetica, adatto alla conservazione di cose da tenere in cucina. Questo perché avesse qualcosa che rimanesse e non finisse come altri doni per essere mangiato o bevuto.
Vi trovò una delle sue figlie, che non viveva nella casa colonica ma spesso, come un po' tutta la sua numerosa prole, era lì dalla madre e dal padre.
"Mamma l'ho spinta ad andare a farsi una passeggiata al lago, - disse con un viso contrito a Giulia - per distrarsi un po'.."
Non accadeva mai che Gigliola andasse a fare passeggiate, spesso lamentava la fatica e un poco di stanchezza per il lavoro, per qualche difficoltà economica, ma il tono e l'espressione di Rosa volevano esprimere qualcosa di nuovo e di più che sua madre aveva dovuto sopportare. Mentre parlavano sulla porta di casa, sempre aperta, Giulia intravide la figura di una donna incinta che sfaccendava in cucina. Capì chi era e, insieme alla sorpresa di vederla in quella inusitata attività domestica in quello che era il regno di Gigliola, le si affacciò il ricordo di recenti confidenze che la sua amica le aveva fatto.
Sedute davanti ad un caffè che, invitata da Gigliola, Giulia prendeva volentieri, la donna le aveva espresso le sue doglianze sul suo figlio più piccolo in ordine di nascita. Era questi un omone di circa 40 anni a cui il lavoro di agricoltore stava stretto, tentando per questo varie avventure di imprenditore. Anche la sua vita sentimentale subiva la stessa irrequietezza, Gigliola e suo marito Carmine le avevano infatti confidato che pur non essendosi mai sposato Felice aveva una figlia adolescente che viveva con sua madre, "una povera ragazza di paese", come l'aveva definita Gigliola, ma che spesso era lì dai nonni paterni con i quali aveva buoni rapporti. 
"Ora ha messo incinta quest'altra!" Confidò contrariata la donna. "Pensano di andare a vivere insieme."
Sapendo che il figlio abitava ancora con loro Giulia chiese: "Dove?"
Allora Gigliola fu categorica dicendo con fermezza: "Ah! Non lo so! Si sistemeranno una vecchia casa del padre di lei in paese e andranno lì". E fece spallucce sottolineando così che la cosa proprio non la riguardava.
Ora, vedendo quella nanerottola gonfia di una gravidanza arrivata a termine darsi da fare nella cucina di Gigliola, Giulia capì il suo malessere e l'aria imbarazzata e al tempo stesso un poco afflitta di Rosa nel comunicarle che la madre, stanca, era uscita per distrarsi in una inusuale passeggiata.  
Lasciò i doni con gli auguri e salutò Rosa che la ringraziò dicendo: "Poi mamma ti chiamerà."
Ma Gigliola non la chiamò e Giulia non seppe mai se quel bel barattolo di ceramica artistica con chiusura ermetica le fosse piaciuto...
"E' chiaro che non sapendo dove andare suo figlio, nell'imminenza del parto, le ha schiaffato la "fidanzata" in casa, contrariamente a quello che Gigliola sperava." Pensava Giulia Anteri. Ma pensava anche: "Per quanto sia contrariata nulla esime che mi chiami per dare segno che non è Babbo Natale che le ha portato quei regali!"
Questo le fece tornare in mente un altro di quegli episodi che contrastavano con l'immagine che Gigliola aveva voluto dare di sé a Giulia: sempre con la porta aperta le diceva che non doveva bussare, ma entrare e basta, cosa non naturale per Giulia così cittadina, ma che conosceva quegli usi di vivere con la chiave sulla porta per chiunque, tipico dei contadini del paese in cui erano nati i suoi genitori. Non importava poi l'ora a cui presentarsi nella casa in mezzo al suo podere, tanto, diceva, non avevano precisi orari per mangiare...
Invece un giorno che Giulia pensò di andare a prendere il caffè, a cui così spesso Gigliola la invitava, alle h. 14:30 li trovò tutti seduti a tavola ed ancora in pieno pasto. Fu tangibile l'imbarazzo di Giulia che si scusò, ma altrettanto imbarazzo sentì nei commensali, figli e marito della donna schietta che Gigliola sembrava.. Nonostante l'evidente mancanza della solita accoglienza informale fu invitata a rimanere "Tanto avevano finito" e Gigliola iniziò a preparare il caffè. Quando Giulia vide che la sua amica aveva preparato una sola tazzina le chiese: "E tu?" E lei un po' bruscamente disse: "Io l'ho già preso". Questo fece sentire Giulia ancora di più un'intrusa capitata a sproposito. Inutile fu accettare che "non avevano orari dei pasti", cosa anche possibile dato il lavoro mutevole dell'agricoltura, in Giulia era rimasta una sensazione di non spontaneità, a cui seguirono i continui dinieghi di Gigliola ai suoi "Vieni tu qualche volta a prendere il caffè da me" in risposta ai suoi inviti.
Gigliola era venuta in casa di Giulia solo poche volte.
Un giorno che dovette portare dei soldi a Felice per un lavoretto che aveva fatto per la sua casa vi trovò la donna incinta che le disse: "Io sono la fidanzata di Felice." Senza imbarazzo per la sua situazione non certo di "fidanzata". Nonostante i tempi sempre più confusi dei rapporti umani e sentimentali Giulia Anteri manteneva chiarezza di idee e di ruoli, e considerò la cosa con una certa ironia dentro di sé.
Un giorno, all'immissione da una strada laterale sulla strada principale dove Giulia stava facendo una breve passeggiata, sbucò l'autocarro guidato da Carmine con una certa baldanza e quasi sfiorando Giulia, che ebbe un moto di spavento per la sorpresa, mentre incrociava lo sguardo e il sorriso malignamente divertito di Gigliola che sedeva accanto al marito.
Un'altra strana reazione della sua amica ad un suo sobbalzare provocato dal suo autocarro: nessun cenno di saluto, men che meno scusarsi.
Di codeste stonature nei 60 anni di amicizia con Fabrizia ce ne erano state tante, ma un'amicizia nata nella prima gioventù mette radici più profonde perché tante sono poi le cose che si vivono insieme. 
Di questa donna, che Giulia aveva voluto pensare amica per la sua apparente veridicità, notava sempre più piccole contraddizioni.
Una cosa che Gigliola aveva voluto ripeterle più volte, nelle loro lunghe conversazioni davanti al caffé a casa sua, era che lei "non invidiava nessuno", nonostante si lamentasse della sua situazione economica non proprio rosea. E Giulia non aveva avuto nessuna difficoltà a crederle, giacché nella sua vita aveva attraversato periodi di difficoltà economica e non aveva mai provato il sentimento misero ed inutile dell'invidia verso chi non aveva i suoi stessi problemi. Continuava a sentire dentro di sé che quella donna, a cui mancavano i suoi stessi studi e la sua stessa cultura, era simile a lei per sincerità di sentimenti. E questo per lei era l'unico valore umano importante.

domenica 10 dicembre 2023

La Sig.ra Anteri e altre mille vite - Romanzo - Cap. V

La Sig.ra Anteri e altre mille vite

Capitolo V

Inutile combattere contro quello che non appartiene alla propria natura, l'indole di Giulia era evitare.
Così non avendo nulla da rimproverarsi nei riguardi di Fabrizia non la cercò più, pur trovando assurdo che facesse finire un'amicizia durata sessanta anni.
Sapeva che i motivi erano necessariamente tutti dentro di lei e che non erano nobili. Qualcuno le diceva che un'amicizia che finisce così non è mai esistita, ma Giulia non si sentiva di dire questo, perché sapeva che, pur sopportando piccole cattiverie meschine con cui Fabrizia sfogava sue mancanze interiori, piccole invidie, aveva potuto ricorrere a lei per confidare dolori e momenti difficili e lei l'aveva sempre ascoltata. E questo era stato per lei di sostegno e conforto.
Come l'acqua scorre in rivoli sull'acciottolato, così lei lasciava che l'errore altrui si compisse fino in fondo e chi lo compiva ne prendesse coscienza o rimanesse nell'errore. Ma quello che sarebbe stato bello essere diverso nelle intenzioni di Giulia, in qualunque rapporto umano, scorrendo nell'errore diventava qualcosa che Giulia non voleva più e se ne allontanava senza ripensamento.
A persone appena conosciute, se inquinate da qualche pregiudizio o idea sbagliata su di lei, Giulia Anteri non cercava di far cambiare loro idea, ritenendolo inutile: se erano così stupide da avere idee preconcette nell'accostarsi per la prima volta ad una persona, agendo come se quella persona fosse quella che qualcuno aveva loro descritta, meritavano di rimanere nella loro idea errata. Ormai si divertiva a vedere come le parlavano, convinti di parlare alla persona che pregiudizialmente avevano in mente, senza rendersi conto della meschina figura che facevano.
Capitava poi che, di fronte a delle evidenze, si rendessero conto che ciò che era stato loro detto non doveva essere vero, e tentavano di rimediare cambiando il loro atteggiamento, correggendolo goffamente, ma a Giulia non interessava, non riusciva a rivalutare persone che non erano in grado di ponderare e valutare informazioni provenienti da altri, senza un dubbio che potessero essere inquinate da ragioni personali di chi gliele aveva date e, conseguentemente, rivolgersi a lei con la sicurezza che lei fosse come gli era stata descritta.
Queste persone finivano in un limbo di indifferenza e Giulia era infastidita da eventuali tentativi di costoro di porre rimedio all'errore, di cui ora erano consapevoli, diventando gentili, cercando di ingraziarsi la Giulia che ora intravedevano.
A lei non era mai capitato di rivolgersi a qualcuno avendo in mente l'idea che colui fosse come descrittole da altri. Il suo atteggiamento era civile, moderatamente gentile, non sapendo chi aveva davanti: l'idea che doveva farsene era sua, soltanto sua. Giulia pensava che solo persone dalla mente poco intelligente possono rivolgersi a qualcuno come se sapessero chi è senza conoscerlo affatto. 
E' infatti solo una questione di intelligenza. Giulia conosceva persone poco acculturate, perché per ragioni economiche non avevano potuto compiere studi regolari, che sapevano valutare la realtà che gli si parava davanti perché intelligenti. Al contrario conosceva persone che avevano compiuto un minimo di studi e apparentemente normali, che credevano alle panzane di una persona visibilmente squilibrata, senza una minima capacità personale di analisi della realtà che avevano davanti, assumendo per buone le invenzioni di una personalità mitomane e comportandosi di conseguenza, come se tali invenzioni fossero vere.
Come cambiare queste persone? Come spiegare quello che avrebbero dovuto  capire da soli tanto era visibile? Questa genìa di persone, prive degli strumenti fondamentali di valutazione della realtà oggettiva, non poteva che essere lasciata a sé stessa, nella propria stupidità.
Se in gioventù il travisamento della realtà, a volte voluto per ostilità o astio e a volte per stupida buonafede, le creava angoscia, essendo la sua mente fortemente pragmatica, con l'esperienza e la raggiunta consapevolezza che la mente altrui non si può cambiare, Giulia semplicemente evitava chiunque non fosse in grado di vedere la realtà.
La sua compagnia erano le belle menti che avevano scritto libri pregevoli, menti dalle quali poteva trarre illuminazioni ulteriori oltre ciò che era il suo patrimonio personale di esperienza, e trovare in essi anche conferme alle sue conclusioni.
Questo fenomeno del costruire una realtà inesistente appiccicandola alla sua persona era stato nel tempo di diverse persone per motivazioni diverse. Ma sempre il denominatore comune era assenza di bella intelligenza.
Solo nella maturità questa volontà altrui l'avrebbe lasciata indifferente. Dandole, come detto, in gioventù angoscia.
Era questa una caratteristica di Giulia Anteri, dato che il fenomeno è diffuso e non soltanto lei ne è oggetto o vittima.
La persona che aveva scelto per vivere insieme era stata oggetto del fenomeno di travisamento della realtà più di lei, e in modo forse più nocivo e pesante... Ma la reazione di quest'uomo, che era diventato suo marito, era del tutto differente: egli ignorava totalmente gli stupidi che si rivlgevano a lui come se egli non fosse ciò che era, non era toccato affatto dal tentativo più o meno cosciente di travisamento della realtà, continuando tranquillamente a rivolgersi a coloro come se non notasse il travisamento, ma ignorandolo e continuando nella propria realtà, indifferente alla costruzione fasulla che abitava nella mente dell'interlocutore.
Giulia trovava che quello era l'atteggiamento giusto: chi è nella realtà non può che agire così, e peggio per chi crede cose che non esistono, perché è lui nell'errore e dovrebbe sentirsi nell'imbarazzo qualora ne prendesse coscienza, ma se nemmeno è in grado di farlo rimarrebbe nel grottesco e nel ridicolo.
Un esempio di quest'ultima possibilità gliela raccontò quasi senza ironia, ma come un caso valutato da lui di umana idiozia, suo marito: voci malevole del suo ambiente di lavoro, volte nelle intenzioni degli autori a screditarlo, dicevano che aveva preso il Diploma di Perito Tecnico alle scuole serali, tipo due anni in uno, tre anni in uno. La fantasia, totalmente infondata dato che lui aveva studiato in uno dei Licei Scientifici più prestigiosi della sua città,  era stata presa come buona dalla Segretaria dell'Istituto dove egli lavorava che, un giorno che egli era andato nel suo ufficio per una questione amministrativa, aveva inteso sfotterlo con una battuta allusiva su questi ipotetici studi, ebbene, egli non l'aveva corretta dicendole chi egli era veramente, ma le aveva risposto con un indifferente cenno di assenso tornando a parlare della pratica per cui era andato nell'ufficio dell'idiota, uscendone poi e lasciandola con il suo sorrisetto di scherno sulle labbra. Giulia ammirava suo marito, al quale veniva naturale non considerare affatto i poveretti come la segretaria dell'aneddoto e ciò che di errato avevano in testa, lasciandoli nel loro errore: per lei acquisire questa capacità era stato invece un lungo lavoro.
Questo soprattutto per la sua natura fortemente empatica che, percependo l'anomalia nelle persone affette da idee preconcette su di lei, voleva ristabilire il contatto con loro spiegando come invece stavano le cose. Giacché non può esserci contatto alcuno se non su basi di realtà e verità, rimanendo altrimenti i rapporti umani nella falsità e nell'ipocrisia, elementi alienanti per Giulia.
Ma l'indifferenza verso il prossimo dell'uomo che aveva amato e sposato era tale che egli non aveva in tal senso alcun problema: i rapporti a cui teneva erano ridotti ai suoi stretti familiari, per il resto peggio per loro se avevano in testa idee sbagliate.
Ma alla fine del suo cammino anche Giulia era giunta alla stessa conclusione.
Quante inutili energie mentali aveva sprecato nel tentativo di avere rapporti chiari con chiunque! Chi vuole vedere la realtà la vede. Non aveva fatto così suo marito senza che lei dovesse spiegargli nulla quando gli era stata presentata in quel modo fuorviante dal ganzo di Fabrizia?

domenica 19 novembre 2023

Giulia Cecchettin

 Saggio breve su un fatto che ha sconvolto tutta l'Italia

Da anni in Italia si registrano uccisioni di donne per mano di uomini a loro vicini in forma di amici, fidanzati, amanti, conviventi o mariti.
Ho letto commenti farneticanti sul social facebook sia da parte di un uomo che da parte di una donna:
Mario Giannetti
Spesso le donne ti uccidono con le parole o con il modo di fare
Se la ragazza fosse stata più intelligente da farle capire che non c'era più amore e che si poteva restare amici, forse non sarebbe successo
Ci sono menti come questa che pur avendo ascoltato, come quasi tutta Italia, i resoconti sulla tragica storia di Giulia Cecchettin tendono a giustificare l'ingiustificabile, sorvolando anche sul fatto che la povera ragazza ha fatto proprio quello che lui suggerisce: dare la propria amicizia al suo assassino. Cosa che a mio modesto avviso invece proprio non doveva fare, non avendo con costui più alcuna frequentazione dopo i segnali di anomalia che egli aveva dato.
La prima parte del commento, incredibile ma vero, tende a dare una possibile spiegazione di un omicidio violentissimo e brutale con "le donne ti uccidono con le parole o con il modo di fare ", equiparando l'uccisione fisica con la frustrazione profonda conseguente da parole e modo di fare che può ferire.
Ed è proprio quello il sentimento malato dell'assassino di Giulia.
Persone dall'"Io" fragile, malato, che non sanno sopportare le frustrazioni della vita, fra queste la fine di una storia sentimentale.
La storia della povera Giulia con il suo assassino non era annosa, era una storia come tante fra giovani che avrebbe potuto sfociare in un matrimonio o estinguersi con la maturazione di due persone giovani in evoluzione.
Ma per il suo assassino era una questione di vita o di morte.
E già questo la dice lunga sull'anomalia di questo Filippo Turetta.
Pare che avesse minacciato di uccidersi, che abbia detto alla povera ragazza che lui era solo se lei andava a studiare fuori città durante la settimana (si badi: tornando a casa per i fine settimana)...
E qui è stato l'errore della vittima: cedere al ricatto morale e non avvertirne l'anomalia avendone paura e prendendone le distanze.
Ha assecondato il delirio di questo bruto che piangeva su sé stesso facendo la vittima fino a farlo partecipare alla visita al ristorante dove suo padre già aveva dato l'anticipo per la sua festa di laurea. Dopo i tragici fatti il gestore ha riferito, con sconvolta meraviglia, che questo giovane alto e magrissimo, che accompagnava Giulia, si comportava come se fosse il fidanzato da come parlava e dava suggerimenti e prendeva decisioni sul ricevimento, e che lei lo assecondava annuendo.
A mio modesto avviso questi particolari non sono di secondaria importanza: il soggetto si comportava come se Giulia non l'avesse lasciato da agosto 2023, dimostrando palesemente di recitare una parte che non gli spettava, ma che Giulia purtroppo assecondava...
E' questo il punto: mai assecondare una palese deformazione della realtà dei fatti partecipando a quello che è un comportamento delirante. 
Sotto il commento che ho sopra riportato ce n'è un altro di una donna: 
GIULIA CECCHETTIN E' MORTA
Segue da QUI
Non per nulla nei casi di Pamela Mastropietro e Desiree Mariottini, dove gli assassini erano maschi e africani immigrati (e quindi non bianchi), non s'è sentita volare mosca riguardo la parola femminicidio.
Anzi a sfregio delle vittime sono scesi in piazza "contro il razzismo" e de facto in difesa degli assassini.
Vomitevoli.
I moventi dell'omicidio alla fine sono sempre gli stessi; futili motivi, come conseguenza di altro reato, movente politico, movente economico e movente passonale che include gelosia, vendetta, ira e tutte quelle forme di omicidio non legate ad una motivazione razionale e/o concreta in termini materiali.
Nel 2021 su 303 omicidi in 184 casi le vittime sono uomini e in 119 sono donne (Istat).
Non si può quindi dire che le donne vengano uccise più degli uomini.
A seconda della tipologia di movente sono predominanti le vittime maschili o femminili.
E' innegabile che fra i vari moventi passionali prevalgano le vittime femminili ma nella globalità delle statistiche non si può parlare di un fenomeno o un'emergenza "omicidio di donne" perché i dati ci dicono che muoiono di più gli uomini ma ci pare chiaro che l'omicidio di un uomo non conti nulla, non è meritorio di avere risonanza mediatica e politica
Quindi questa del femminicidio è una pura speculazione politica, diremmo una "speculazione di genere", atta a portare avanti la narrazione dominante sul maschio etero bianco tossico e assassino che va represso, ridimensionato, colpevolizzato e umiliato (ma ricordate, se a uccidere è il maschio immigrato si glissa senza problemi e si fa finta di niente, anzi, rasìsti!).
Ci chiediamo, nel frattempo, come possa essere catalogato il movente dell'omicidio di Saman Abbas, ammazzata da una famiglia veramente retrograda e maschilista ma attenzione, pachistana e immigrata, quindi la parola magica non s'è sentita.
Siamo disgustati da questa rivoltante ipocrisia sulla pelle delle vittime, siano esse donne o uomini, italiani o stranieri.
Per tornare alla povera Giulia Cecchettin possiamo solo esprimere il nostro disprezzo per quell'infame omuncolo ma fermamente respingiamo la "propaganda femminicidiaria" che arriverà a valanga nei prossimi giorni con tutta la sua ributtante retorica e tutte le sue mosche cocchiere.
La morte di una donna per mano di un uomo di merda è sempre particolarmente irritante, spregevole e disturbante pure per gli uomini ma rimanendo razionali pensiamo anche che non ci sia un modo più o meno giustificato per essere ammazzati: qualunque siano il movente e la gravità del crimine sempre e comunque viene tolta la vita ad una persona e non c'è una vita che ne vale più di un'altra.
E' infatti offensivo per migliaia di vittime fare distinzioni e considerare più grave un delitto piuttosto che un'altro solo perché questo ha un ritorno politico utile alla narrativa (quella sì, tossica e infame) per la solita fazione moralista, presuntuosa e pretestuosa.
Il cordoglio e la rabbia sono gli stessi che si tratti di Pamela, Giulia, Desiree, De Donno, Monteiro o, sconosciuto alle cronache, Russo (quest'ultimo conosciuto di persona e ucciso dalla moglie per motivi passionali ma ehi, il maschicidio non vale).
Speriamo che l'assassino venga presto preso e condannato duramente.
Alla famiglia di Giulia vanno le condoglianze del canale e (vanamente) la speranza che condor, iene e avvoltoi non pasteggino sul corpo della povera ragazza.
Che la lascino riposare in pace.
SIC SEMPER TYRANNIS
Ecco! Uno sproloquio in cui c'è di tutto e che confonde la realtà del fatto tragico mischiandolo agli omicidi per i motivi più diversi e mischiando le vittime uomini e donne, riportando il numero degli omicidi in cui le vittime sono uomini, che ad avviso di questa donna sono molti di più. Poi misura anche l'indignazione a suo avviso maggiore se gli assassini sono "bianchi" o "neri" e immigrati i quali, secondi, godrebbero di una minore indignazione dell'opinione pubblica e dei media.
Purtroppo, come per fatti di politica e di guerre, ci si imbatte sempre in menti che lasciano esterrefatti per la debolezza dell'analisi della realtà, o per difetto di capacità analitica o per una summa di idee che costituiscono pregiudizio, quindi incapacità ad accettare la semplice nuda realtà.
E la semplice nuda realtà io l'avvertii già anni fa e ne scrissi su questo blog: 
Ora questo ennesimo orrido brutale assassinio che ha colpito più di altri per l'innocenza entusiasta della vita di Giulia Cecchettin nonostante toccata da un recente e profondo dolore, la perdita della mamma dopo sette anni di lotta con un tumore, ha coinvolto le coscienze del Paese scuotendo a livello politico idee di rimedi idioti: il primo è gettare anche questo problema educativo delle menti maschili fragili sulla Scuola!
La Scuola è il capro espiatorio di tutto!
Buttiamo tutto sulla Scuola così avremo qualcosa e qualcuno con cui prendersela!
Non si può continuare a risolvere i guai con l'ipocrisia!
Essa è il contrario della verità e della realtà.
L'educazione, tutta, in particolare quella emotiva, viene dalla famiglia!
Quello che fa male è pensare a come Giulia poteva essere salvata: prima di tutto non accettando di uscire con il suo assassino ma, una volta che l'aveva riaccompagnata a casa perché litigarci? Era a pochi passi da casa sua quando il benemerito signore che ha sentito le voci concitate, soprattutto la sua, ha fatto un atto di grande civiltà: ha chiamato i Carabinieri. 
Perché litigava con il Turetta Giulia? Un litigio animato lo si comprende solo se si è emotivamente coinvolti con la persona con cui si discute. Lei aveva preso le distanze emotive da quel giovane, usciva con lui "da amici" per pietà del suo stato depressivo, non avrebbe dovuto farla arrabbiare, qualsiasi cosa egli avesse detto o fatto. L'auto era ferma, la casa vicina, con un po' di intelligenza poteva prendere la busta dei suoi acquisti, salutarlo con un sorriso gentile ed affrettarsi verso casa dicendo: "E' tardi."
Invece il litigio. Perché? E' uscita in pieno litigio e lui l'ha riacchiappata spingendola in auto e ripartendo allontanandosi dalla casa di lei... I Carabinieri quando sono arrivati non hanno trovato nessuno... La targa non l'avevano, il testimone non era riuscito a prenderla...
Un altro aspetto doloroso nella mia riflessione è perché solo al mattino a casa di Giulia hanno preso coscienza che non era rientrata?
Stessa cosa a casa del Turetta.
Erano usciti per acquisti al Centro Commerciale, una breve cena al fast-food... A mezzanotte nessuna delle due famiglie si è chiesta dove fossero? Non hanno pensato ad un incidente? Se non rispondevano ai cellulari potevano chiedere ai Carabinieri notizie di eventuali incidenti stradali... Di sabato sera è facile pensarlo. Avrebbero fornito informazioni sull'auto... I Carabinieri avrebbero potuto mettere in relazione un mancato rientro con la segnalazione del testimone...

sabato 11 novembre 2023

La Sig.ra Anteri e altre mille vite - Romanzo - Cap. IV

 La Sig.ra Anteri e altre mille vite

Capitolo IV

Si deve scoprire ciò che non ci appartiene. Quello che abbiamo dentro di noi se lo incontriamo nel nostro cammino non ci suscita meraviglia né ci rimane incomprensibile.
E quello che abbiamo dentro di noi in parte è innato e in parte è frutto di ciò che abbiamo ricevuto dal momento della nascita, quando quello che vediamo è da noi incamerato senza critica, assorbendo tutto come un dato di fatto.
Poi inizia la fase della eleborazione nel nostro cervello e, con l'analisi dei dati fin lì immessi, il pensiero critico.
La signora Anteri era stata una bambina straordinariamente precoce in questo. Ricordava molto bene quando, avrà avuto quattro o cinque anni, dormiva saporitamente in braccio a sua madre quando questa iniziò ad agitarsi nel parlare e la svegliò. Disturbata dall'essere tratta da quel sonno così piacevole Giulia vide accanto a sua madre seduta sua nonna, madre di suo padre, che sedeva a sua volta su una sedia accanto alla nonna e di fronte, con una faccia scura, suo zio Alfio, fratello minore di suo padre. Sua madre fu subito zittita da suo padre con un:"Stai zitta tu!" Che a Giulia non piacque, sembrandole irrispettoso verso la sua mamma. E suo padre continuò a parlare con dura sicurezza a suo zio. Giulia capì che parlavano della fidanzata dello zio Alfio e che suo padre lo stava dissuadendo dallo sposarla. Avvertì che sua nonna era d'accordo dall'espressione del viso chiusa come la sua bocca... L'empatia era in quella bambina una dote innata. Ed ella, così piccola, elaborò questo pensiero: "Ma papà non vede l'espressione dello zio? Quando l'avrà sposata e sarà sua moglie lo odierà per quello che gli sta dicendo."
E così fu.
Pur intelligente, come da tutti ritenuto, suo padre dimostrò sempre una strana cecità nell'intuire i sentimenti altrui e le conseguenze di azioni sue o altrui nei rapporti umani.
Un po' come la sua amica Fabrizia. Anche se suo padre era un uomo molto pragmatico e realista e di animo buono, quindi diverso dalla sua amica, ma ugualmente apparentemente cieco sulle conseguenze delle proprie parole.
Ma anche Giulia, pur avendo questa innata sensibilità, pagava il prezzo della non conoscenza di ciò che non le apparteneva, scoprendo aspetti del cosiddetto prossimo che non immaginava neppure lontanamente. Uno di questi era la malvagità gratuita, quella che colpisce senza motivo, con ferocia, sconfinando, pur di colpire, nella menzogna.
Ne fu traumatizzata quando la scoprì, in tutta la sua violenza, in un posto dove le capitò di abitare e dove non si era resa conto di suscitare interesse ed invidia.
Quando cambiò di casa pensava di aver relegato in quel luogo inquinato dall'ignoranza e dal sottosviluppo culturale un'esperienza unica nella sua anomalia. Invece quella era solo la scoperta della realtà umana che è ovunque e da cui lei non si era saputa difendere perché non le era mai capitato prima, finendo così per essere triturata.
A poco a poco iniziò a capire vedendo altrove invidie e rivalità diverse, stupidità, voglia di prevaricare, e imparò a sapersi difendere meglio...
Così, a poco a poco, tutta la vita. Ora sapeva che l'importanza che dava al suo prossimo era in gran parte mal riposta, immotivata, e che l'umanità è in gran parte miserevole.
Ora sapeva che grandi della Letteratura ne avevano scritto, per averlo scoperto prima di lei, avendolo vissuto... Ne "Il Viaggio al termine della notte" Louis Ferdinand Destouches, che ha pubblicato i suoi libri con lo pseudonimo di Céline, nome di sua nonna materna Céline Guillou, a proposito del suo prossimo scrive :
"Con la mia laurea avrei potuto stabilirmi ovunque, è vero... Ma ovunque sarebbe stata la stessa cosa né più né meno... Un po' migliore il posto agli inizi, per forza, che ci vuol sempre un po' di tempo prima che gli altri riescano a conoscervi, e prima che si decidano e trovino il mezzo di nuocervi. Sinché cercano ancora il lato debole dove è più facile farvi del male, s'ha un po' di tranquillità; ma appena l'hanno trovato allora diventa uguale dappertutto. Insomma, il più piacevole è il breve intervallo in cui s'è ancora sconosciuti in ogni nuovo posto. Dopo iniziano le solite carognate. E' nella loro natura."
Non c'è nulla da fare, in ogni tempo, in ogni luogo, la natura umana è questa.
Giulia non si aspettava più nulla. Per questo era serena.
Céline era un Medico, traumatizzato dalla guerra a cui era voluto andare giovanissimo senza sapere cosa fosse... Di sé non da immagini elegiache, si mostra in tutti i suoi difetti, fra cui l'inaccettabile antisemitismo, ma è grande nella sua scrittura perché coglie verità come questa che Giulia aveva scoperto a poco a poco.
Persino all'interno dei rapporti parentali era stato un continuo constatare meschinità e invidie, miste alla stupidità che sempre le accompagna, per lei motivo di tristezza e incomprensibili per qualsiasi logica di convenienza reciproca. Leggendo Zola aveva scoperto che i sentimenti meschini, il cambiare mutevole della gentarella nei comportamenti verso qualcuno senza autocritica, ritegno e consapevolezza delle conseguenze del proprio agire, era nel tempo da lui vissuto, fine ottocento, uguale a quello che faceva parte della sua esperienza di vita.
I personaggi che Zola ha lasciato sono presi dalla sua esperienza di vita: non importa se si tratta della Parigi della seconda parte dell'ottocento, fatta di operai, artigiani di scarsa cultura... Non erano diversi dagli artigiani di "Cronache di poveri amanti" che Vasco Pratolini descrive nel 1946... Quello che viene fuori è che gli esseri umani sono mossi da passioni basse e miserabili, con ogni tanto un poco di bontà e sprazzi di sentimenti nobili che in parte li riscattano.
Un'altra immagine della fidanzata dello zio Alfio, scolpita nella sua memoria, era sempre collocata nel medesimo luogo: un paesino rurale dove passavano l'estate e dove i suoi genitori, lo zio e la futura zia erano nati. 
Il ricordo in cui suo padre parlava a suo fratello, con l'intento di dissuaderlo dallo sposare Filomena con il silenzioso totale assenso di sua nonna, era collocato fuori dalla loro casa paterna, nel piccolo spazio pianeggiante dopo i tre scalini che portavano all'ingresso. Il gruppetto era seduto su delle semplici sedie, tranne Alfio che, cupo in viso, sedeva su uno scalino.
Il ricordo successivo di poco nel tempo e nel luogo era in una casa che veniva subito dopo quella dei nonni paterni, provvista all'entrata di un ampio cortile chiuso in cui Giulia e un gruppo di bambini scatenati come lei giocavano felici; passò tesa, trionfante e felice la giovanissima Filomena che si rivolse a Giulia: "Guarda cosa mi ha regalato tuo zio!" La chiamò distraendola da quei giochi sfrenati e beati allungando la mano verso di lei e mostrandole un anello con una pietra, poi corse via.
Giulia tornò subito a giocare stupita di quel gesto rivolto ad una bambina piccola come lei.
In seguito sentì sempre in quella zia acquisita tensione e malanimo nei suoi confronti, anche se lei nulla mai le aveva fatto di male.
Ma qualche ricordo dolce da quella coppia di zii le era rimasto nel cuore: in una vigna di famiglia dove la lasciarono fare una scorpacciata di uva i cui grappoli pendenti dalle piante le apparivano nel ricordo giganteschi.. Grappoli di uva nera e bianca... E lei prendeva gli acini direttamente da quel bendidìo, felice in mezzo a quella natura generosa mentre i due giovani zii amoreggiavano dimentichi di lei e di una sua eventuale indigestione...
Un'altra volta la portarono al cinema a vedere un film che le piacque tantissimo: "Arrivano i nostri". 
Cosa fosse accaduto dunque oltre il ricordo del viso scuro dello zio Alfio, che precedeva quelli felici con gli zii, Giulia non lo sapeva.
La predizione che aveva fatto la mente della piccola Giulia non poteva essere l'unico motivo di quell'ostilità durata tutta la vita se, successivamente, gli zii erano stati così affettuosi nel suo ricordo.
Forse c'entrava il carattere di suo padre, a volte autoritario e atteggiantesi a fratello maggiore?
Di certo Alfio fu sempre critico verso suo fratello. Anche quando la pecora nera della famiglia, il vero fratello maggiore, ospite in casa dei genitori di Giulia, rubò dei soldi per poi non ripresentarsi a casa.
"E' andato a cercarlo sotto casa di parenti urlando! - Si lamentò Alfio al telefono con la nipote dodicenne. - Per diecimila lire! Che se le vedi perterra nemmeno ti chini a raccoglierle!"
In quel tempo quella cifra costituiva circa un quinto dello stipendio di suo padre.
Perché suo zio parlasse così di suo fratello alla sua bambina dodicenne Giulia se lo chiedeva.
Certo lo zio Narciso era sempre stato un carattere dedito a tutte le debolezze: nessuna voglia di lavorare, sigarette e vino. Ma che avesse rubato in casa mentre era loro ospite la piccola Giulia non lo avrebbe mai immaginato. Chiusa la telefonata con l'aspro zio Alfio pensò che prima di sparire lo zio Narciso tutto elegante, in completo giacca e cravatta, l'aveva presa per mano e le aveva detto: "Andiamo a fare una passeggiata." Le aveva offerto un'aranciata al bar poi l'aveva condotta sulla Cupola della Basilica di S. Pietro pagando il biglietto. A Giulia quella passeggiata era piaciuta tantissimo: di lassù aveva visto la meraviglia perfetta dei Giardini Vaticani... Suo padre non l'aveva mai condotta lì... Sempre giustamente attento ai soldi.. 
Ma lei capiva suo padre: era l'unico in famiglia che si era tolto dalle spese a soli sedici anni andando via di casa a lavorare nella grande città e sempre aveva mandato soldi alla madre per i suoi fratelli che erano rimasti a vivere nella casa paterna.
Dopo di lui era sceso in città dai monti Alfio e aveva trovato accoglienza nella modesta casa in cui i genitori di Giulia, ormai sposati, abitavano.
Un giorno che egli era in giro a cercare lavoro il fratello aprì indiscretamente la sua valigetta ed ebbe la prova di quello che in cuor suo sospettava: "Guarda, - disse con amarezza alla sua timida consorte - quarantamila Lire!" 
Anche la moglie rimase meravigliata: era davvero una grossa cifra nel 1946.
"Mia madre, - disse subito il futuro padre di Giulia - con i soldi che le mandavo io più altri suoi risparmi ha dato questa cifra al figlio prediletto per le prime spese in città. Proprio come me quando venni qui a sedici anni! - Disse con dolore. - Avevo pochi spiccioli nella valigia di cartone insieme alle maglie di lana e alle calze."
Infatti al primo screzio con il fratello più grande, che pretendeva di dargli consigli sul lavoro, Alfio prese la sua valigia e se ne andò a cercarsi un alloggio a pagamento visto che i soldi, grazie a sua madre, li aveva.
Suo fratello, molti anni prima, invece non aveva potuto scegliere, ma era stato ugualmente grato ad una cugina che gli aveva affittato un lettino in un corridoio dove, accanto alla brandina dove dormiva, teneva la sua ordinata valigia di cartone, da cui prendeva quel che gli serviva al buio, per non disturbare i figli della cugina che dormivano nella stanza adiacente, di cui dovevano tenere la porta schiusa per poter respirare dato l'affollamento... 
Alfio fece fortuna e Giulia, come suo padre e sua madre, ne furono felici.
Ma Filomena derideva il lavoro impiegatizio del fratello di suo marito, rivelandosi una donna volgare. Alfio disprezzava la moglie di suo fratello e parlava male dei fratelli di lei definendoli dei pidocchiosi perché svolgevano mestieri umili, come ad esempio l'inserviente negli alberghi, oppure il cameriere di ristorante.
I parenti di Filomena non erano da meno, ma lei se ne circondò dando loro lavoro nell'attività del marito e creandosi così un cuscinetto di parenti grati e servizievoli.
Il suo carattere aspro non smentì il  soprannome che le avevano affibbiato nel comune paesello natìo: la "iena".
Giulia sentiva su di sé con meraviglia quell'asprezza nei rari incontri con quei parenti. Suo zio Alfio non era da meno, ma viveva in lui un residuo del sentimento di consanguineo misto ad un imbarazzo, quasi un senso di colpa.
Ci fu un momentaneo riavvicinamento quando il padre di Giulia morì... Ma durò poco. Giulia sentì, soprattutto nei cugini, un'insanbile frattura.
I casi della vita vollero che abitassero nel medesimo palazzo molto borghese, ad una scala sola, dove abitava un parente del marito di Giulia.
Accadde che per due volte, in visita a questo parente con l'intera sua famiglia, incrociasse una volta la cugina e una volta il cugino: nel piccolo androne non le fu possibile salutarli giacché abbassarono lo sguardo e la testa guardando a terra e sui loro visi avevano un'espressione scostante e dura.
Giulia apprese poi dal parente di suo marito che il cugino era morto prematuramente per un tumore con cui combatteva da tempo e, con grande meraviglia, ricostruì che quando l'aveva incrociato su quel portone già doveva essere malato.
Provò un'immensa pietà per Filomena. La vita l'aveva colpita fortemente. Vedere un figlio morire prima di te madre è il dolore più grande che si possa provare.
Ripensò al suo carattere aspro anche con il figlio maschio quando, bambino irrequieto, si abbandonava in giochi sfrenati d'estate e lei lo richiamava a casa per il pranzo urlando il suo nome  dalle scale, con la voce perforante le orecchie di Giulia che, ragazzina, passava le estati nella casa che suo padre aveva acquistato per le vacanze e che era quasi adiacente a quella natale di Filomena, dove lei tornava con i figli. 
Quando trafelato arrivava Alessio lei continuava a rimproverarlo aspramente e un giorno Giulia la vide stenderlo lì, sulle scale esterne della casa, e picchiarlo selvaggiamente... 
Sua cugina, un po' più grandicella di Alessio, in un raro momento di confidenza le disse che le urla e le scenate fra la madre e il fratello minore avvenivano anche in città... E che lei si vergognava dei vicini che non potevano non sentire quegli strepiti... 
Giulia ora pensava a quella madre così punita dal destino, se mai le tornavano alla mente quei rimproveri che aveva inflitto a quel suo irrequieto figlio maschio... E che sensi di colpa la poveretta poteva avere...

giovedì 26 ottobre 2023

Preghiera per Michele

 Ti prego Michele torna,

sembra che tu dorma...

Dormire ti vediamo,

ma tu sei lontano..

Non vedi le nostre pene,

e ti vogliamo tanto bene...

Il destino in un momento

la tua allegria ha spento.

Attendiamo con pazienza

l 'esito e la sentenza.

Ma ti prego Michele

sii più forte del fato crudele...