giovedì 16 agosto 2012

Bava Beccaris nel 2012: altro luogo, sempre fame e repressione





Gli arrestati della sommossa vengono condotti in carcere, foto di Luca Comerio 1898
Stato bandiera Italia
Luogo Milano
Obiettivo Cittadini milanesi che protestavano contro le miserabili condizioni di vita
Data 6-9 maggio 1898
Tipo Repressione dell'esercito con cannoni e armi da guerra
Morti Non documentati; fra 88 e oltre 300
Feriti Non documentati; fra un minimo di 400 e un massimo di 800
Responsabili Truppe comandate dal generale Fiorenzo Bava Beccaris su ordine del governo
Motivazione Repressione delle agitazioni

Da: La Stampa.it

Sudafrica, la polizia spara:
strage di minatori in sciopero


I corpi dei minatori abbattuti

Le violenze sono iniziate venerdì, a causa di una disputa legata agli stipendi, secondo la direzione della miniera, che si trova ad una centinaio di chilometri da Johannesburg e appartiene alla Lomlin, un società quotata in Borsa. Domenica, due vigilantes della miniera sono stati uccisi dai manifestanti, e due minatori sono morti poi in una serie di pesanti scontri, lunedì. Oggi, la polizia ha sparato contro i manifestanti, che in tutto erano circa 3 mila, dopo avere tentato di disperderli con gli idranti, i lacrimogeni e le granate non offensive. Dalle immagini diffuse dalla tv all news non è stato possibile capire che cosa ha spinto i responsabili delle forze dell’ordine, armati fino ai denti e protetti dalle tute antisommossa, ad aprire il fuoco. Le immagini diffuse in tutto il mondo hanno fatto vedere ad un certo punto un ufficiale che grida «cessate il fuoco». Subito dopo, in mezzo alla polvere, si notavano diversi corpi stramazzati al suolo, molti dei quali in una maschera di sangue.
==============================

martedì 14 agosto 2012

Gianluca Nicoletti: ti voglio ancora più bene


GIANLUCA NICOLETTI E L’OTTUMAMMA


RIPORTO DA LASTAMPA.IT
Mai in un asilo con disabili. “Mio figlio potrebbe rimanere traumatizzato” A raccontare la vicenda una giornalista indignata dopo aver ascoltato una collega lamentarsi all’ asilo nido
Sono anche io giornalista, anche io padre di un ragazzo con handicap. Riporto senza altri commenti questa lettera  di una mia collega a un’ altra collega…A cui mi piacerebbe tanto presentare mio figlio Tommy. Non ho mai pubblicato una sua foto, lo faccio ora per la prima volta, spero che la veda e si spaventi tanto!!!!  (Gianluca Nicoletti)
———————————————-
“Sai poverini, non ho niente contro di loro, ma non vorrei che mio figlio nel vederli, rimanesse traumatizzato a vita!”. Così una mamma con un piccolo di due anni da mandare al nido e un asilo proprio sotto casa, ma con la “sfortuna” di trovarsi nello stesso istituto per “bambini handicappati”. A raccontare la vicenda, una discussione ascoltata per caso a pochi passi dalla propria postazione di lavoro, è Silvia Gusmano, giornalista e mamma indignata che manda una lettera aperta a quella che chiama “ottumamma”, che si preoccupa dei bambini “in sedia a rotelle” presenti nell’istituto, prima ancora di chiedersi se l’asilo sia valido, del corpo insegnante e della qualità dei servizi. (da Redattore Sociale)
Uno sfogo a denti stretti, per denunciare apertamente la gravità di certe “scelte educative”. Scrive la Gusmano: “Sono a lavoro e sto scrivendo una cosa noiosa seduta alla mia scrivania, con la porta aperta e poca concentrazione. Sento, a pochi metri di distanza, una collega conosciuta solo di vista raccontare l’ennesimo scandalo degli asili italiani: vogliono mettere il suo piccolo di due anni in un nido che ha il pregio di stare davanti casa sua, ma il neo di trovarsi all’interno di un istituto per “bambini handicappati, molti in sedia a rotelle”. “Sai poverini, non ho niente contro di loro – spiega la collega-mamma -, ma non vorrei che mio figlio nel vederli, rimanesse traumatizzato a vita! Bene o male se avesse dieci anni potrei spiegargli che sono meno fortunati di lui, ma così…”.
Così il trauma è garantito… Ma de che?! – penso – ottusissima mamma-collega: se avesse dieci anni e fosse sempre stato tenuto alla larga dalle sedie a rotelle per non scatenare improbabili traumi e ti vedesse lanciarti in voli pindarici per spiegargli i misteri della vita circa fortune e sfortune degli esseri umani, di certo avrebbe la seguente reazione: ‘Ho vissuto senza questi bambini finora, perché cambiare? Se sono meno fortunati – o meglio, dei totali sfigati – non è certo colpa mia: continuiamo a evitarli’.
Ma lo penso e, vigliaccamente non lo dico. Come pure tengo per me il seguente commento: con tutti i problemi che abbiamo per trovare un nido per i nostri figli (ho un bimbo di un anno e inizio a conoscerli sulla mia pelle), un nido che abbia dei buoni maestri, che sia comodo e vicino casa per risparmiare qualche acrobazia alle nostre frenetiche giornate, tu ottusissima mamma-collega ti preoccupi del “trauma da sedie a rotelle”?
Ti sei informata prima, dell’esperienza del corpo insegnante, di come si mangia, di che livello di sicurezza e affidabilità ha la struttura? Di quanti bambini ci sono? Spero per te di sì e spero che i riscontri non siano stati positivi perché, in caso contrario, verresti promossa all’istante da ottusissima a stra-ottusissima mamma”. E conclude : “Tante cattiverie mi verrebbero in mente da sbatterti in faccia, cara ottumamma, per farti capire la gravità delle tue scelte educative. Cattiverie sull’imprevedibilità della vita che, in tanti casi, ci mette un attimo a spedire su una sedia a rotelle noi o quelli che amiamo e sulle ritorsioni a cui andiamo incontro da vecchie (e già partiamo avvantaggiate noi neo mamme che da tempo abbiamo salutato i 30) se non insegniamo ai nostri figli il valore del rispetto per i più deboli.
Ma poi, sulla rabbia prevale la rassegnazione: perché a un’ottumamma del nostro tempo, che probabilmente ha deciso di mettere al mondo il figlio (e quindi di volergli bene) solo dopo tutte le assicurazioni possibili sullo stato di salute del feto, dovrebbe ora importare di insegnare a quel figlio che malattia, handicap di tutti i gradi e livelli, limiti, debolezze e difetti non sono sciagure occasionali, ma sono ingrediente ahimè irrinunciabile della vita stessa? Perché l’ottumamma, anziché proteggere il suo bimbo dalla vista di quelle che – beata lei – ritiene sfighe degli altri, dovrebbe insegnargli un approccio naturale, leggero e paritario alla diversità?”

Dal blog di Antonio Di Pietro


Emilio Riva è il proprietario dell’Ilva, la fabbrica che da anni avvelena Taranto senza che la politica nazionale muova un dito per proteggere i cittadini e far rispettare la legge. Sarà una coincidenza, ma Emilio Riva è anche un grande finanziatore della politica. Uno di quelli che non fanno preferenze e foraggiano un po’ tutti, meno noi dell’Italia dei Valori che non accettiamo finanziamenti dai privati: un miliardo a destra, uno a sinistra e nessuno s’ingrugna”. 





agosto 14th, 2012 alle 17:27 Taranto, dalla parte dei cittadini che chiedono la chiusura dell’Ilva, SOLO la sinistra di Ferrero, i magistrati, la Fiom di Landini, i Comitati civici, il M5S, le Associazioni ambientaliste.

Vergognosamente ”CONTRO” sono il PdR, il PdC, il PdL, il Pd+Sel, UdC, le Associazioni Sindacali, i fedelissimi e disciplinati operai dell’ILVA, cioè quelli del: ”Ave, Riva, morituri te salutant”.
Di Pietro, ambivalente come Giano bifronte: ”L’Ilva non deve chiudere ma deve smettere di ammazzare la gente oggi, non in un futuro lontano”.
Sì, ma se l’ILVA non CHIUDE immediatamente, non smette di AMMAZZARE la gente da OGGI, caro ADP


Risposta di Rita Coltellese al commento di Chiara: 
"Di Pietro, ambivalente come Giano bifronte".... Lei scrive... Questa l'ho già sentita, qualche anno fa dall'allora Presidente di "Libera" regione Lazio... Disse di averlo conosciuto e ne parlò molto male... Io, invece, ancora ci credevo...
Il mio commento non è stato pubblicato, ma è comparsa la scritta:
Identificato un commento duplicato; sembra che tu abbia già scritto questo commento!


Ecco, credo che Antonio Di Pietro sia giunto alla frutta, con tutto il suo esercitino di opportunisti riciclati e con pochi puri che rimangono dentro perché, confidano, "è meglio combattere da dentro". Li ammiro e non farò i nomi, stiano tranquilli.
Comunque quello che avviene nel suo blog è un segnale sintomatico.
Ormai sorrido quando, dopo aver ricevuto le newsletters, ogni tanto vado a leggere cosa scrivono per lui quelli del suo staff. E anche i commenti sono sintomatici... Come anche il tentativo di non far passare quelli più significativi.
Giustamente molti gli fanno notare perché non ha parlato prima e perché si è alleato con Bersani visto che sapeva che aveva preso i soldi da Riva...
Io gli faccio solo notare che proporsi come quello che punta il ditino contro i "cattivi" e dice:"tutti, meno noi dell’Italia dei Valori che non accettiamo finanziamenti dai privati.." è un boomerang!
Antonio che vuol dire "non accettiamo finanziamenti ecc. ecc." come se fosse una virtù? Antonio i milioni di euro che hai nel conto corrente del partito e che non hai speso, perché sono "rimborsi" un poco eccessivi, costituiscono un obbligo a non accettare soldi dai privati: ricordi? Sono la scusa con la quale avete fatto passare questa legge truffa dei rimborsi elettorali sulla testa di un referendum chiarissimo nel suo risultato.

Una riflessione di Eugenio Scalfari su "La Repubblica"


Hegel, il nuovo realismo e il senso della fine. L'opera costruita dal pensatore tedesco cambia il linguaggio della riflessione filosofica. Senza più necessità di assoluto resta la ricerca di una forma che organizzi e interpreti il disordine
di EUGENIO SCALFARI


FRIEDRICH Hegel era assolutamente certo che la sua opera, disseminata nei molti libri da lui scritti a cominciare dal primo sulla Fenomenologia dello Spirito, avesse chiuso l'epoca dei sistemi filosofici. Ne conosceva tre che l'avevano preceduto: Platone, Aristotele, Kant. Forse anche Descartes ma non era certo che potesse esser definito un sistema vero e proprio. Poi era comparso lui nel teatro della mente ed aveva costruito un'architettura completa e definitiva, fondata sullo Spirito e sulla dialettica. Altro non si poteva dire che lui non avesse detto salvo negare tutto senza affermare nulla. Hegel non pronunciò mai la parola "nichilismo" e negò risolutamente la dignità filosofica del relativismo. Il suo principio dell'identità tra il vero e il reale era infatti il pilastro sul quale poggiava l'assolutezza del suo sistema e della dialettica che lo permeava.

Naturalmente i filosofi che vennero dopo di lui continuarono a produrre architetture mentali che descrivevano nuovi teatri e nuovi scenari, ma si trattava piuttosto di rimaneggiamenti, classificazioni, emendamenti e restauri ma la struttura rimase l'hegelismo e la triade dialettica combinata con la filosofia della storia, con lo stato etico e con lo Spirito assoluto che fu il suo modo di insediare la metafisica e la trascendenza. Naturalmente il pensiero continuò a produrre idee, concetti, metodi di ricerca, ma il linguaggio cambiò radicalmente. Cambiò con Leopardi, cambiò con Nietzsche. I prodromi di quel mutamento venivano da lontano; erano cominciati con gli "Essais" di Michel de Montaigne e poi con i "Pensieri" di Pascal; ma fu Nietzsche il punto di svolta: un salto formidabile nel linguaggio e quindi anche nel pensiero che lo crea e ne è a sua volta condizionato.

Da allora il pensiero non può che manifestarsi con narrazioni, aforismi, contraddizioni registrate e volutamente non risolte; la preminenza della ragion pratica sulla ragion pura; lo "Zibaldone", ma anche "Zarathustra", la "Genealogia della morale" ed "Ecce Homo" come testi fondamentali.
La gabbia dei sistemi era saltata e così pure quella dei generi. E saltò anche la gerarchia dei valori. Per lunghissimo tempo la cuspide della filosofia era stata la metafisica. Poi diventò la critica, poi le si affiancò l'estetica. Infine, dalla fine del Novecento a questa prima decade del nuovo secolo, la nuova cuspide è diventata l'etica. Ma queste gerarchie non tengono più e la ragione sta nella scomparsa dell'assoluto e nella contemporanea scomparsa dell'antropomorfismo che per millenni aveva dominato la cultura. Nietzsche aveva decapitato la metafisica e sgominato i valori opponendo a ciascuno di essi un controvalore. Da Platone fino ad Hegel tutta la storia del pensiero era stata contestata; erano stati risparmiati soltanto Eraclito, Montaigne, Spinoza.

Si discute ancora se dopo Nietzsche sia possibile filosofare. Certamente è possibile poiché la storia del pensiero è inarrestabile, ma è cominciato dopo di lui un linguaggio del tutto diverso e il filosofo si è trasformato in un artista che inventa come ogni artista le parole e le forme con le quali esprimersi.

***
La scimmia pensante che noi siamo è in grado di pensare se stessa ma resta comunque radicata alla sua animalità e al coacervo dei suoi istinti. Da quando il nostro lontano antenato si eresse sulle zampe posteriori e poté sollevare la testa verso il cielo stellato, quell'evoluzione coincise con una moltiplicazione prodigiosa delle cellule cerebrali, della rete neuronale che le avvolge e le collega e con la formazione di mappe con funzioni specializzate.

Questa specializzazione ebbe un costo tutt'altro che trascurabile; la comparsa della mente riflessiva comportò infatti l'indebolimento o addirittura l'estinzione di alcune facoltà percettive e anche di alcune forme di socialità che consentirono una maggiore autonomia dell'individuo. Le mappe della memoria acquistarono una funzione primaria declinando in modo del tutto nuovo l'approccio al transito del presente, all'irruenza del futuro e al ricordo continuo ma continuamente cangiante del passato. A questo punto sul nostro schermo mentale apparve la figura della morte e la tremenda necessità che la nostra esistenza avesse un senso.

L'uomo non può vivere neppure un istante senza l'invenzione consolatoria d'un senso, senza una cometa che gli indichi un percorso, senza un tema che organizzi l'affollarsi altrimenti disordinato dei pensieri. Così nacquero i valori, così l'individuo acquistò la sua preminenza, così la cultura, cioè la chiave musicale della mente, è diventata l'elemento coesivo delle comunità. E così è nata la più stupefacente invenzione creativa della nostra specie: gli dei e il concetto stesso del divino, anzi del sacro con tutti i suoi misteri che ci spaventano e ci rassicurano. Così infine l'arte ha interpretato la natura, ne ha raccontato i mutamenti, spesso li ha preceduti guidata dalla necessità di costruire a getto continuo ipotesi consolatorie, riempiendo di senso la nostra esistenza di animali.

***
Prima di procedere oltre in questa rivisitazione del nostro divenire mi preme accennare alla cosiddetta rinascita del realismo, della quale ha scritto di recente Maurizio Ferraris e molti altri autori da lui citati. Il realismo non nega (e come potrebbe?) l'importanza delle interpretazioni attraverso le quali si articolano i giudizi individuali alle prese con un fatto o un soggetto.
L'ermeneutica resta  -  scrive Ferraris  -  un canone cognitivo essenziale anche se gli preferisce l'epistemologia. Ma, aggiungono i realisti, la diversità delle interpretazioni si articola comunque sull'asse della ricerca della verità e questo è il canone al quale l'ermeneutica non può comunque sottrarsi e che tutti i pensatori hanno accettato, da Platone fino a Heidegger.

È un'opinione. Pienamente legittima e pienamente contestabile, che deve però superare un ostacolo non da poco: quello che Immanuel Kant chiamò il "noumeno", la cosa in sé e la sua incomunicabilità. Con il noumeno non si comunica dall'esterno ma neppure dall'interno; il noumeno cioè non è conoscibile neppure da se stesso. Leibniz l'aveva chiamato "monade"; poteva comunicare soltanto col Creatore. Ma il Creatore altro non è che un'invenzione degli uomini per dare un senso al loro transito terrestre.

Freud fu molto incerto su questo tema che pose al centro delle sue riflessioni. Oscillò a lungo sulla conoscibilità dell'Es, cioè del mondo dove si agitano gli istinti. Sono conoscibili gli istinti? Chi può entrare nella caverna del profondo da essi abitata? Solo l'Io potrebbe tentarlo, ma che cos'è l'Io se non una creazione artificiale, una sorta di sovrano simbolico che riassume una quantità infinita di organi, di cellule, di gas, di minerali, di liquidi e miliardi di miliardi di atomi e di particelle elementari? 

Noi uomini ci chiamiamo Io, la nostra mente ci ha dato questo nome che nasconde sotto il suo mantello un universo in continuo movimento e in continua mutazione. "Tutto si muove, tutto cambia, si muovono perfino le Piramidi d'Egitto e anch'io mi muovo e cambio ad ogni attimo. Io non racconto di me ma racconto un passaggio". Così scriveva il sere di Montaigne nella prima pagina dei suoi "Essais".

Dov'è dunque l'assoluto? Dov'è l'assolutezza della verità? Forse nell'attimo fuggente. Non a caso Faust voleva fermarlo, ma non ci riuscì. L'attimo fuggente si ferma solo con la morte e la morte è la sola verità che si realizza trasformando un corpo vitale in una spoglia e restituendo alla natura quel tanto di energia che chiamiamo vita.

I fatti esistono attraverso le interpretazioni. Le interpretazioni sono formulate dalla mente. La mente è un'efflorescenza immateriale prodotta da un organo composto da miliardi di cellule ed ha con il cervello lo stesso rapporto che uno strumento musicale ha con la musica. Fate che una corda di quello strumento sia stonata e anche la musica sarà stonata o, se volete, diversamente intonata. Ogni esecuzione musicale dello stesso brano e della stessa orchestra è diversa dalle esecuzioni precedenti e da quelle successive. È un "unicum". Perciò ogni verità è relativa.

Perciò, amici realisti, la verità assoluta non esiste. È soltanto un'ipotesi, non so neppure se consolatoria. Freud intitolò il suo libro fondamentale "Il disagio nella civiltà". Qualcuno cambiò il titolo con "Il disagio della civiltà". Ma l'originale è il primo. Il disagio sta nella civiltà. Noi siamo scimmie pensanti e quello è il disagio: il pensiero. L'animale che non pensa opera soltanto mosso da istinti coatti e non evolutivi. Per lui non esiste l'attimo fuggente perché vive una sequela di attimi che si ripetono. L'animale è innocente. Noi no perché noi pensiamo e sappiamo.

***
Il pensiero è un'immensa architettura mentale e ogni mente ha la propria perché non c'è mente che somigli ad un'altra come non c'è foglia dello stesso albero che sia identica alle foglie che le sono spuntate a fianco. Di più: la stessa foglia cambia man mano che il tempo passa.
Confesso qui che una delle canzoni che mi piace spesso riascoltare si chiama "As Time Goes By". Quel titolo traduce in note musicali una realtà, forse la sola sulla cui interpretazione c'è un accordo pressoché unanime. L'alternativa a quella realtà è l'eternità. Infatti l'abbiamo attribuita a Dio. Dio è eterno, gli dei sono eterni. Ma Odisseo, al quale prima Circe e poi Calipso offrirono l'eternità, la rifiutò. Voleva continuare il suo viaggio e l'eternità glielo avrebbe impedito perché l'eterno è sempre identico a se stesso.

Anche Eros è eterno, ma non è un Dio. È un'immensa forza primigenia che nasce nel momento in cui la luce si separa dalle tenebre. Infatti, stando alla mitologia, Eros è figlio della notte.
Non è un Dio, ma molto di più. Infonde il desiderio negli dei e negli uomini. La nostra infatti è una specie desiderante. Che cosa desidera? Desidera desiderare.
Perfino Hegel lo scrisse anche se non pensava a Eros.

Eros è il nome che la mitologia dette all'amore. E l'amore è il pilastro che sorregge la nostra esistenza, alimenta i nostri desideri, scatena il furore delle passioni e nutre la dolce tenerezza degli affetti. Si tinge  -  l'amore  -  di tutti i colori dell'iride.

Eros ama e infonde amore. Narciso è una sua creatura e anche Afrodite e anche Lucifero lo è perché quasi sempre l'amore desidera il potere e il potere esprime una tensione erotica. L'essere ha una curvatura erotica perché l'istinto di sopravvivere non è altro che amore per sé, amore per gli altri e amore per l'altro.

E dunque il senso. Che cosa è mai il senso? Mi pongo da molti anni questa domanda e alla fine sono arrivato ad una conclusione: il senso è anch'esso una forma di amore, uno specchio in cui guardarti, un'anima che ti conforti e che tu conforti, un corpo che vuoi possedere ed anche l'amore per il comando, il fascino della seduzione, la malinconia dell'abbandono. E l'addio alla vita.
Quello è l'estremo atto d'amore, quando Eros ti chiude gli occhi e ti abbandona insieme al tuo ultimo respiro.
(10 agosto 2012

lunedì 13 agosto 2012

Priebke: giustizia non sarà mai fatta...

Da: La Repubblica.it

Protesta sotto casa di Erich Priebke
"Noi non dimentichiamo il boia nazista"

Manifestanti della comunità ebraica si sono presentati sotto casa dell'ex ufficiale nazista agli arresti domiciliari per un sit-in in ricordo delle vittime delle stragi e delle torture e per protestare contro la libertà di passeggiare per Roma concessa all'ergastolano. Pd: "Verificare pericoli di fuga"

Un presidio per chiedere giustizia, non dimenticare, ma anche per protestare contro le passeggiate romane di Erich Priebke, ex ufficiale nazista agli arresti domiciliari. Ad organizzare la protesta pacifica e silenziosa di fronte all'abitazione romana del gerarca sono stati ragazzi e adulti della comunità ebraica della capitale che, poco prima delle 8, si sono presentati nella piccola strada dietro via di Boccea presidiata giorno e notte dai militari. Duplice lo scopo del sit in: da un lato, ricordare che gli ebrei "non dimenticano e non perdonano" il boia nazista; dall'altro, manifestare il loro sdegno per le libere uscite di Priebke, a passeggio per Roma "come un turista". Una protesta che raccoglie anche il malumore di molti commercianti della zona, che vivono quelle passeggiate come un'offesa, alla memoria della città di Roma. E che ha raccolto anche la solidarietà di Emanuele Fiano, repsonsabile sicurezza del Pd che ha aggiunto: "Il criminale Priebke ha ricevuto una condanna all'ergastolo con l'obbligo degli arresti domiciliari in ragione della sua età avanzata, con deroga per le funzioni religiose in chiesa e per altri bisogni primari. Nei giorni scorsi, però, il suddetto Priebke risulterebbe aver incontrato esponenti di una organizzazione di suoi sostenitori, probabilmente non italiani e quindi simpatizzanti con le gesta assassine di un "boia" per queste condannato  nel nostro Paese. Chiederò sia al ministro dell'Interno e della Difesa di verificare se il comportamento del Priebke sia compatibile
con gli obblighi previsti dalla condanna e anche la verifica delle condizioni di sorveglianza onde scongiurare ogni possibile pericolo di fuga che riporterebbe alla memoria l'infausta vicenda della fuga del comandante SS Kappler".



Quello che non si tollera, è il fatto che l'ex ufficiale delle SS esca sempre più spesso dalla sua abitazione: "Non vogliamo e non possiamo accettare che un assassino, un nazista condannato all'ergastolo, possa girare indisturbato per le vie di Roma. Non possiamo tollerare che lo Stato italiano, il nostro Stato italiano, permetta ad un pluriomicida, assassino, di fare la vita di un vacanziere in pensione, scorrazzando indisturbato nella città, come un normale cittadino". E non manca un riferimento alla fuga di un criminale nazista: "Siamo qui perché non dimentichiamo che il 15 agosto 1977, un altro criminale nazista, Herbert Kappler, fu fatto fuggire indisturbato. Loro malgrado, il popolo ebraico non è svanito nei forni crematori di Auschwitz o nelle fosse Ardeatine. Noi siamo qui, vivi a chiedere giustizia".
(13 agosto 2012) 

//////////////////////////////////////////
Che scoramento leggere certe notizie!
Da quando, dopo il processo arrivato già troppo tardi, ma comunque arrivato, l'avevano rinchiuso in un comodo e pulito convento a Frascati, davanti al quale quando ci passavo vicino mi chiedevo con astio "Che giustizia è questa?", pensando alle vittime di questo mostro orgoglioso che non si è mai pentito, anzi si dichiarava sereno per "aver fatto il suo dovere di soldato", mi domandavo che fine avesse fatto, visto che non era più lì...
Ora lo so. E non la Comunità ebraica deve protestare ma qualsiasi cittadino italiano abbia un minimo senso di Giustizia.
Che avvilimento! Ancora una volta ci si rende conto che chi si comporta male ha sempre la meglio... purtroppo. Le sue vittime sono morte nel terrore: egli sparò in testa personalmente ad alcune delle vittime delle Fosse Ardeatine...
Dio non c'è... mi perdonino i credenti che leggono questo blog, di qualsiasi religione essi siano... Non c'è... E questa è la più semplice spiegazione a tutto...
Questo feroce assassino ha compiuto 99 anni il 29 luglio 2012... E' in ottima salute e non soffre di sensi di colpa che possano togliergli la serenità!
La serenità la toglie a noi una giustizia degli uomini che non rende mai giustizia alle vittime: troppo grave fu il danno! La vita... Non abbiamo che questo, e chi la toglie si erge a "Dio", senza rimorsi... La crudeltà con cui la toglie non merita poi alcuna richiesta di perdono o di pietà.
Invece si osa chiedere anche questo a chi sente il dolore dell'ingiustizia: perdono e pietà. 
Per Kappler ci fu anche la beffa: chiesto il perdono dei parenti delle vittime e non ottenutolo, lo si fece fuggire mettendo su una pagliacciata di sceneggiata a copertura del tutto. 
Su Reder, finto pentito che, appena ottenuta la libertà, dichiarò di non esserlo affatto, ho già scritto su questo blog. Basta cliccare sull'etichetta che appare in fondo al post, in questo caso "Assassini e vittime", se si vuole leggere il mio commento: è del 9 gennaio 2012 e si intitola "Chi se ne frega delle vittime".

domenica 12 agosto 2012

Wind Jet: cittadino soffri, paga e ripaga...

Da: Il Sussidiario.net
WINDJET/ Alitalia e il fallimento di un sistema-Paese

domenica 12 agosto 2012

L’Enac ha attivato un’unità di crisi con Alitalia e altre compagnie aeree per affrontare la situazione che si è creata con il tracollo di WindJet. Il cambio in corsa della società presieduta da Roberto Colaninno, che all’ultimo ha rinunciato all’acquisizione della low cost, rischia di lasciare a terra 300mila passeggeri che proprio la settimana di Ferragosto si stanno dirigendo a trascorrere le vacanze in Sicilia. Il sussidiario.net ha intervistato Ugo Arrigo, professore di Finanza pubblica all’Università Bicocca ed esperto di trasporti aerei.


Professor Arrigo, la situazione sembra ormai giunta a un punto di non ritorno …

L’Enac, l’ente che deve regolare il settore, rischia di ritrovarsi con migliaia di passeggeri che hanno acquistato il biglietto ma sono privi di un volo. In questa vicenda il sistema Paese fa una figura davvero pessima, perché siamo nel punto di massima stagionalità di una stagione turistica che non sta andando per nulla bene, e arriviamo a Ferragosto con la seconda compagnia aerea italiana che chiude. L’effetto sul turismo internazionale è veramente da Paese disorganizzato, cioè che non è in grado di fare funzionare i suoi asset. E’ una tipica storia italiana in cui nessuno degli attori fa la sua parte e risulta all’altezza del copione, e il risultato è sotto gli occhi di tutti.

Qual è il vero motivo di questo tracollo?

Dopo lunghe trattative, Alitalia ha comunicato che non intende più portare avanti l’acquisizione di WindJet. Ufficialmente ha imputato la sua decisione a inadempienze e a informazioni parziali, scaricando la responsabilità sulla stessa low cost. In pochi hanno notato che in realtà Alitalia ha cambiato idea dopo che l’antitrust ha messo una serie di paletti. L’obiettivo dell’ex compagnia di bandiera era comprarsi il monopolio sulle rotte da Catania e dalla Sicilia, e quando è stata messa di fronte al fatto che ciò non era possibile perché avrebbe dovuto cedere slot ha ripensato la sua scelta e si è resa conto che l’acquisizione non le conveniva più di tanto. Il dato di fatto è che inizialmente Alitalia sembrava molto motivata a prendere WindJet, e ultimamente ha invece cambiato opinione.
I vertici di Alitalia si aspettavano che l’antitrust prendesse una decisione differente?
La posizione dell’antitrust, che ha imposto il rilascio di slot sulle rotte principali servite da WindJet, era ampiamente prevedibile. Non sarebbe stato possibile ricorrere a norme approvate appositamente, come quando c’è stata l’acquisizione di Alitalia da parte di AirOne. In quest’ultimo caso l’antitrust non intervenne, a differenza di quando Alitalia acquisì Volare. Anche quest’ultima una low cost che era andata in crisi, e che era stata acquistata da Alitalia soprattutto con l’obiettivo di comprare degli spazi. In quel caso l’antitrust impose il rilascio di slot, e quindi era prevedibile che con Wind Jet avrebbe fatto altrettanto.

Da che cosa nasce il dissesto finanziario di WindJet?


Da un lato dal rincaro del prezzo del petrolio con immediati effetti su quello del carburante, che ovviamente per le compagnie aeree rappresenta una grossa fetta dei costi operativi. Dall’altra dipende dal fatto che ultimamente ci troviamo in una fase di recessione economica, e negli ultimi mesi c’è stato un calo nella domanda di passeggeri sulle rotte italiane. Wind Jet si è ritrovata quindi nell’ultimo anno con aerei più vuoti e con costi di produzione più elevati. Questo ha provocato lo squilibrio economico che ora sta scontando.

Eppure Wind Jet serve il mercato siciliano che è di per sé promettente …

Per un’azienda di dimensioni relativamente piccole come WindJet, il quadro economico è molto facilmente deteriorabile, e quindi basta poco per provocare un tracollo. Si aggiunga il fatto che è aumentata la concorrenza delle low cost internazionali, come Easy Jet e Ryanair, e il quadro del dissesto è completo.

A questo punto che cosa si può fare?

L’accordo con Alitalia era praticamente già chiuso, e il tempo perso in cui si è data per scontata l’acquisizione di Wind Jet ha reso più difficile avviare trattative con altre compagnie. I tempi per trovare una via d’uscita ormai si sono molto ristretti. Il rischio è che WindJet debba interrompere i voli perché non ha più i soldi per fare decollare gli aerei, e questo rende l’acquisizione da parte di altri soggetti ancora più improbabile.

(Pietro Vernizzi)
/////////////////////////////////////////////////////

Da: La Repubblica.it
Codacons. Durissimo il Codacons contro il supplemento chiesto ai passeggeri Wind Jet per la riprotezione sui voli di altre compagnie aeree. "Si tratta di un balzello assolutamente ingiusto, che viene richiesto a viaggiatori che si trovano in una situazione di necessità e che quindi hanno scarse o nulle possibilità di scelta - afferma il presidente del Codacons, Carlo Rienzi - vista la situazione di emergenza, il dirottamento su altri voli deve avvenire in modo totalmente gratuito per i passeggeri, e le compagnie potranno poi rivalersi su Wind Jet per i costi sostenuti". Il supplemento è stato quantificato dall'associazione in 80-120 euro. Il Codacons sta inoltre studiando la possibilità di una class action da parte dei viaggiatori che in questi giorni hanno subito la cancellazione del volo o pesanti ritardi e infinite attese presso gli aeroporti. "Tutti coloro che hanno subito disagi potranno agire attraverso il Codacons per chiedere i danni non solo alla compagnia aerea, ma anche all'Enac, che non ha saputo prevenire i gravi disservizi e tutelare adeguatamente gli utenti - spiega Rienzi - e se la situazione non tornerà alla normalità, i 300mila possessori di biglietti Wind Jet potranno aderire alla mega class action del Codacons per ottenere il rimborso di quanto pagato e il risarcimento dei danni subiti".

Siamo alle solite: si pensi ai disagi dei viaggiatori, molti con bambini, anche neonati... E debbono ripagare quello che hanno già acquistato...
Perché Wind Jet non ha rimborsato i biglietti o non ne ha garantito il rimborso visto che non poteva dare il servizio? Perché oltre al disagio conseguente al disservizio la gente deve ancora sborsare altri soldi? Anche chiedendo i danni l'incognita di avere giustizia è altissima in questo Paese. Intanto paga due volte... poi si vedrà!
///////////////////////////////////////////////////////////////////////////////

L'Italia non è nuova a truffe e disagi imposti ai turisti:
Si pensi ad esempio alle attività turistiche di Tanzi, uno dei talloni d'Achille del gruppo. Nel corso degli anni '90 la girandola delle acquisizioni realizzate nel segmento turistico sembra infinita: Club Vacanze, Cit (poi ceduta), poi - dopo la nascita di Parmatour - Comitour, Gruppo Ausiliare, Going, Lastminutetour...
Tanzi, si proprio lui, quello della Parmalat, ha fatto piangere anche turisti che si erano affidati ad esempio alla Comitour che, pare, gestisse la figlia...
Una delle tante storie: anno 2000, una futura sposa, ignara di vivere in un mondo di truffe, si reca presso un'agenzia di viaggi e, sotto la guida attenta del gestore, prenota il suo viaggio di nozze in Grecia: varie tappe, vari luoghi, con alberghi e spostamenti prenotati e pagati preventivamente.
Il sogno dei due sposi dura solo fino ad Atene dove l'albergo è di alto livello, con piscina sulla terrazza... All'arrivo alla prima isola si trovano davanti ad una stamberga con doccia costituita da un tubo di gomma. Da quell'isola debbono poi andare a Creta, dove non arriveranno mai! Iniziano telefonate disperate all'agenzia di viaggi che dichiara che l'organizzatore è Comitour. Bloccati sull'isoletta nella stamberga non ottengono nulla dalla corrispondente agenzia di viaggi del luogo. Telefonano ai parenti in Italia i quali sporgono denuncia ai Carabinieri che si recano presso l'Agenzia di Viaggi la quale scarica tutto sul marchio Comitour che, raggiunto dai parenti degli sfortunati sposi telefonicamente, promette un rimborso tramite un Buono Vacanze da spendere presso di loro naturalmente! A nulla serve che la madre dello sposo interessi anche le sedi diplomatiche: parlerà personalmente con il Console delle Cicladi Meridionali il quale parlerà con la nostra Ambasciata ad Atene e, soprattutto, a lungo con la madre dello sposo che apprenderà che la Comitour non paga i corrispondenti Agenti di Viaggio in loco che, anche loro protetti pare dalle autorità locali, truffano i turisti dando un incredibile "servizio" ben diverso da quello prenotato e pagato in Italia.
Fine della triste storia: un viaggio di nozze rovinato, soldi buttati, un aereo per ritornare in Italia da Atene pagato salatissimo!
Gli sposi scelgono di non fare causa, anche se il Console delle Cicladi Meridionali si dice disposto a testimoniare...
Forse hanno fatto bene, forse avrebbero solo speso inutilmente altri soldi per avvocati e registrazioni delle cause presso i Tribunali... Basta leggere su Wikipedia cosa era la matassa Tanzi e con quanti e quali fili era aggomitolata... Se leggete forse decidete che non vale la pena di spendere tempo e carburante (caro!) per andare a votare: ci sono dentro tutti e nessuno è innocente.
Cosa volete che gliene importi di una piccola storia di sposi che volevano vivere il loro sogno... Leggete, leggete, che grandi manovre di soldi ci sono SEMPRE dietro ai disservizi che poi ricadono sulle spalle di quelli che PAGANO, SOLTANTO e SEMPRE.

sabato 11 agosto 2012

Voglio tutto e voglio fare come mi pare: però paghi tu!


Dal sito dell'Associazione 21 luglio

10 agosto 2012 - La Barbuta, ordinato lo "stop" agli ingressi delle famiglie rom. L'azione legale di Associazione 21 luglio e ASGI convince i giudici: il "campo nomadi" La Barbuta, il "campo modello" della giunta Alemanno, ha un carattere discriminatorio

Il Tribunale di Roma ha vagliato nei giorni scorsi l'azione civile contro la discriminazione presentata dall'Associazione 21 luglio e dall'ASGI (Associazione per gli Studi Giuridici sull'Immigrazione) in riferimento al nuovo «villaggio attrezzato» di Roma in località La Barbuta realizzato e organizzato all'interno delle azioni del Piano Nomadi di Roma. Le due organizzazioni, con ricorso presentato in data 20 marzo 2012, hanno chiesto che venisse accertato e dichiarato «il carattere discriminatorio … del comportamento del Comune di Roma che si è concretizzato nella prosecuzione dei lavori di ultimazione e assegnazione del villaggio attrezzato La Barbuta» e conseguentemente ordinato al Comune di Roma la cessazione del «comportamento discriminatorio» e la rimozione degli effetti da esso derivanti.
A seguito dell’ultimazione dei lavori del «villaggio attrezzato» La Barbuta e dell’avvio delle procedure d’assegnazione e d’ingresso al suo interno realizzate dal Comune di Roma a partire dal 18 giugno 2012 l’Associazione 21 luglio e l'ASGI hanno presentato un’ istanza cautelare chiedendo la sospensione di tali misure.
Così, il Tribunale di Roma, con Ordinanza depositata in data 8 agosto 2012, pronunciandosi sull’istanza cautelare, ha ritenuto che le circostanze esposte dalle due organizzazioni «concorrano nel rendere verosimile il carattere discriminatorio delle attività di assegnazione degli alloggi presso il campo denominato Nuova Barbuta» in quanto la realizzazione del nuovo "campo nomadi" esclude di fatto le comunità rom e sinte della capitale «dalla possibilità di accesso a soluzioni abitative propriamente intese con l'effetto di determinarne, ovvero incentivarne, l'isolamento e la separazione dal restante contesto urbano e di comprometterne la pari dignità sociale». All'interno delle azioni del Piano Nomadi di Roma la soluzione di un "campo nomadi" viene prospettata a un solo gruppo etnico che vive un particolare disagio abitativo «e non risulta parimenti predisposta o offerta ad individui presenti sul territorio del Comune di Roma non appartenenti a tali comunità».
Inoltre, anche il «codice comportamentale» imposto agli abitanti del nuovo «villaggio attrezzato» La Barbuta, secondo il Tribunale, «appare lesivo del diritto della libertà personale, alla vita privata e familiare e alla libertà di riunione».
Il Tribunale di Roma ha pertanto accolto la richiesta presentata dall'ASGI e dall'Associazione 21 luglio ordinando «la sospensione delle procedure di assegnazione degli alloggi all'interno del villaggio attrezzato Nuova Barbuta fino alla definizione del procedimento sommario di cognizione».
«E' una notizia storica, perchè per la prima volta in Italia viene riconosciuto il carattere discriminatorio di un mega campo monoetnico - ha commentato Carlo Stasolla, il presidente dell'Associazione 21 luglio - E' la vittoria di una battaglia che la nostra Associazione sta conducendo e continuerà a svolgere per il superamento definitivo dei "campi nomadi", luoghi di discriminazione e di segregazione istituzionale, spazi dove i diritti sono sospesi e la dignità delle persone calpestata».

Da: Il Messaggero

Roma, nel primo villaggio rom
tra comfort e case-alveari

A La Barbuta 187 container con tv, cucina e pannelli solari



ROMA - Muoversi sotto il sole a picco, senza un lembo d’ombra o un filo d’erba, in mezzo a centottantasette container in laminato bianco, spostandosi tra le evocazioni sinistre di Nahazif, anziano diun’antica dinastia di nomadi bosniaci, e quelle rassicuranti dei «gagè» Giorgio Piero e Alberto, operatori nel campo attrezzato La Barbuta, è come galleggiare nello spazio. 


Lo spazio ideologico è quello sterminato che separa l’idea di «un campo di concentramento», («né casa, né baracca: galera», tuona Nahazit Halilovich), da quella di «un villaggio turistico attrezzato», («in fondo, a ben guardare, l’idea è quella», afferma Piero Monti, tra gli ideatori del campo La Barbuta di Ciampino). Lo spazio materiale, anch’esso immenso, è quello che concentra all’interno di un’area recintata e videosorvegliata 40 micro container da 24 metri quadri l’uno (per 4 persone), e 137 da 32 metri quadri l’uno (per 8 persone), addossati e allineati in replica perfetta di se stessi, a 30 metri da una pista di atterraggio di Ciampino. 


Ai sinti italiani e ai bosniaci, che già popolavano la zona, si aggiungeranno altre etnie, compresa quella serba. «Gente che sta dall’altra parte», tuona Saltana, 16 figli, leader di una comunità familiare di 250 persone, nonché dell’intero villaggio. «I serbi sappiano- ammonisce- che il capo sono io». «Quelli so’ gentaccia, nun se devono nemmeno avvicinà», ringhia Barbara, fanciulla bosniaco-romanesca. Avvisaglie di turbolenza al villaggio La Barbuta, clone attrezzato dell’insediamento abusivo di baracche tende e roulottes sull’Appia Antica, nell’area degradata dove, sedici mesi fa, morirono in un rogo quattro fratellini rom. Iniziativa combattuta con ardore dal sindaco di Ciampino, che l’ha denunciata al Tar come abusiva, e da tre associazione umanitarie, che l’ hanno segnalata come «inaccettabile segregazione razziale». 


E’ qui che vivranno, volenti o nolenti, 650 nomadi, parte dei quali già in fila all’ingresso per l’assegnazione dell’alloggio, o già alloggiati. Per comprendere il valore di quest’operazione, voluta dal sindaco Alemanno e dal prefetto Pecoraro, bisogna cercare una misura intermedia tra lo sguardo di Nahazif, nolente, il quale parla di deportazione, quello della sua diciannovenne nipote Esmeralda, bella e argentina come l’omonima zingara di Hugo, la quale prevede «una vita videosorvegliata da Grande Fratello», e quella di Piero Monti, del suo collega Alberto Rosi, Ufficio Risorse per Roma, di Giorgio Prosposito, mediatore culturale, i quali la vedono in ben altro modo. 



Guide orgogliose del primo campo nomadi attrezzato della capitale. «Ecco qui, container ludico, container sociale, container sanitario. In ogni casa pannelli solari, boiler, gas, luce, tv, cucina, bagni veri, tutto a norma. Naturalmente, dovranno imparare a pagare le bollette». Per ora si levano fuori dai cancelli le grida Mirella De Loriè, la quale ci trascina davanti a una montagna di rifiuti («non vengono a prenderli da 20 giorni, puzza, malati che rischiano infezioni, bambini che non mangiano), dell’anziana Hassiba, che ci mostra piangendo la grande baracca di legno che sta per lasciare («è casa mia, l’ho pagata 15.000 euro, contiene la mia vita, le mie cose, ora dove le metto?»), e quelle di Scefko, che ci fa sventolare sotto il naso un decreto di espulsione per lui e i suoi 5 figli: «Dicono che non abbiamo le carte in regola, anche se io sto qui da 30 anni, ed i ragazzi sono italiani, nati qui». 



Monitoraggio burocratico: effetto secondario del trasloco. «Scefko farà ricorso e avrà il suo alloggio come gli altri», assicura Giorgio. Gli altri come Slagiana, che misura il numero incongruo dei suoi passi e il minuscolo campo visivo del suoi sguardi nel microscopico living della nuova casa. E’ spaesata. «Il divano lo abbiamo messo fuori, non c’è spazio. E’ bello, qui, ma ci si sente soffocare, ci mancano gli alberi, lo spazio, casa nostra». Casa o baracca? Concetti che si capovolgono in virtù di chi li usa. «Aria condizionata», per esempio, è una parola nuova, prelevata dal gergo dei gagé. A Nicco non dispiace, in una giornata così torrida. «Ma come la pago la bolletta?».
Venerdì 22 Giugno 2012 - 08:53
//////////////////////////////////////////

Al solito: chi la vuole cotta, chi la vuole cruda e chi la vuole così così...
Al solito  manca la capacità, anche al magistrato, di prendere atto della realtà visibile ogni giorno a tutti.
I nomadi sono nomadi, vogliono vivere così perché, come diceva un mio amico americano di mentalità liberal, "è la loro cultura".
Bene. Allora girassero con le loro tende e le loro roulotte il mondo. Perché diventare stanziali e pretendere una casa in un Paese che, se sono serbi o altro, non è il loro?
Mi sembra una pretesa non giusta chiedere, pretendere, volere senza altrettanti doveri, obblighi e, soprattutto, pagamenti.
Non datemi della fascista perché non lo sono. Ragiono, semplicemente in termini di giustizia e di VERA uguaglianza.
Mio padre è venuto a Roma dal natio paesello, localizzato sempre nel Lazio, a 16 anni: non ha preteso nulla e, privo di tutto, si è pagato, lavorando, tutto. Nei 55 anni che ha vissuto ha risparmiato per non pagare sempre l'affitto e ha comperato la sua casa, ha pagato le tasse e nessuno in assoluto gli ha mai regalato nulla.
Perché gente come mio padre e la sua discendenza  dovrebbe pagare (ed ha pagato a quanto pare!) la casa ai nomadi, con l'aria condizionata che mia figlia e mio figlio, che vivono anche loro nel caldo di Roma, non hanno?
Dopo che avremo stabilito in base a quale DIRITTO, disceso da quale DOVERE, chi si è pagato tutto con il lavoro debba pagare ai nomadi la loro scelta stanziale, allora potremo iniziare ad esaminare quello che, in questi milioni di euro dei contribuenti così spesi, NON VA BENE!
Ora, tenendo presente la DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI DELL'UOMO (1948), in cui quasi tutti gli articoli iniziano con: "Ogni individuo ha diritto..." l'articolo 29 però inizia così: " Ogni individuo ha dei doveri verso la comunità..."
Ecco! Volevo ben dire che si parli solo di diritti!
Domando al magistrato e a coloro che parlano di discriminazione: quali sono i doveri di questi nomadi verso la società in cui vivono e che paga questi luoghi discriminatori con "tv, cucina e pannelli solari ed aria condizionata"?
E andiamo alla nostra Costituzione:
articolo 2 - La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'Uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali dove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

I Diritti non possono essere disgiunti dai Doveri. Se non è così si crea una comunità che soltanto pretende e protesta, senza avere il senso del DOVERE; si crea una società NON democratica, sperequata, con cittadini chiamati CONTINUAMENTE  al DOVERE di: pagare le tasse, rispettare le Leggi, e obblighi verso comunità che PRETENDONO sempre, senza porsi alcun altro problema, perché i provvedimenti delle Istituzioni che gestiscono la Cosa Pubblica sono solo di spesa per queste comunità, che vogliono vivere a modo loro ma rifiutano ogni ordine all'interno della Società di cui vogliono, comunque, usufruire: scuole per i loro figli, cure mediche, raccolta dei loro rifiuti...  
Se il cittadino italiano sporca, va multato, le leggi ci sono per questo, e anche il nomade. Il cittadino italiano deve cercarsi un lavoro, anche umile se non trova altro, per la sua sopravvivenza, lo deve fare anche il nomade... Non tutti rubano o chiedono l'elemosina e la fanno chiedere ai loro bambini, ma molti lo fanno. Vanno puniti e vanno applicate le leggi che tutelano i minori. Se il cittadino italiano manda in mezzo alla strada il suo bambino a mendicare gli viene tolta la patria potestà. Debbono toglierla anche ai nomadi.
Insomma, qui è il cittadino italiano, caro il mio magistrato di turno, che si sente discriminato.

venerdì 10 agosto 2012

L'Arte di Enzo Assenza

COMUNE  DI  POZZALLOProvincia di Ragusa
BIBLIOTECA  CIVICA
Enzo Assenza - Biografia

Enzo Assenza

Pozzallo, 8 ottobre 1915
Roma 5 novembre 1981
Enzo apparteneva a una famiglia dove l’arte era di casa: il padre era infatti fotografo, decoratore, pittore, scultore e cartapestista, il canonico Orazio Spadaro, suo zio, materno, era un affermato pittore, i fratelli maggiori Beppe e Valente pittori e lo zio Antonino, fratello del padre, fotografo e decoratore.

Come tanti ragazzini di Pozzallo, durante le vacanze estive Enzo si divertiva ad impastare la creta di Pietre Nere, mostrando fin da allora l’inclinazione per la scultura. Nel 1927, il trasferimento per lavoro del padre a Siracusa offrì ad Enzo ed ai fratelli Beppe e Valente un’occasione straordinaria di arricchimento culturale studiando le opere dell’antichità classica esposte nel locale Museo Archeologico, uno dei più importanti d’Europa.

Nel 1933 decise, assieme al fratello Valente, di lasciare la Sicilia per recarsi a Roma, città certamente più idonea a realizzare le speranze di artisti del tutto sconosciuti.

Fra le tante prevedibili difficoltà anche economiche, adibirono un grande pollaio dismesso, messo a disposizione da amici, ad abitazione-studio, nella quale vivere ed operare, ed iniziarono a frequentare il mondo degli artisti di via Margutta, nella speranza che, a contatto di tante persone autorevoli, sarebbero stati un giorno baciati dalla fortuna. Nel 1933 avevano cominciato a dare maggiore visibilità alle loro creazioni, invitando nel loro studio artisti e critici e, finalmente, la dea bendata si materializzò un giorno in Miss Kempy, un’americana ricca ed estroversa che, nel visitare il loro grande studio, rimase favorevolmente colpita da un grande “Crocifisso” a carboncino, disegnato a quattro mani sulla parete di fondo.

La gentildonna intuì il loro talento e, desiderosa di aiutarli, ne parlò a Lady Ergeton, una nobile inglese sua amica e Dama di compagnia della Regina Elena. La lady inglese, dopo avere constatato personalmente quanto le era stato riferito, fece allestire una mostra esclusiva addirittura nel suo palazzo, inaugurata personalmente dalla Regina  che arrivò in compagnia di personalità vicine agli ambienti di corte, fra cui Pietro Canonica, uno dei maggiori scultori dell’epoca.

Per artisti così giovani fu un evento straordinario, anche perché tutte le opere esposte furono vendute e molte delle quali furono perfino acquistate da Vittorio Emanuele III, che volle aggiungerle alla sua collezione privata: i Sovrani assegnarono fra l’altro ai due fratelli un borsa di studio triennale e, nella via Flaminia, un grande studio di scultura e pittura attrezzato di tutto punto.

Enzo frequentò con successo l’Accademia di Belle Arti e l’Accademia di Francia e si dedicò alla preparazione del materiale espositivo per le mostre alle quali avrebbe presto partecipato: come il concorso “Omaggio agli Eroi”, organizzato nel 1935 dal Quirinale, nel quale vinse il premio per la Scultura, o la personale a Palazzo Torlonia. A soli 20 anni, sempre nel 1935, fu il più giovane espositore della Biennale Internazionale d’Arte di Venezia, presentando la “Signorina Marta”, un’opera in legno che venne acquistata ancora una volta dal Re. Partecipò nel 1938 alla III Quadriennale d’Arte di Roma e si aggiudicò, nel 1939, anche il Concorso per opere monumentali di scultura da collocarsi alla Stazione Termini di Roma.

I premi si susseguivano senza sosta, unitamente alle tante rassegne alle quali veniva ormai invitato: importantissima fu quella organizzata nel 1940 dal Ministero delle Corporazioni, che gli valse il primo premio per “La Meditazione”, un’opera in pietra dal fascino particolare.

Nel 1946 vinse il Concorso internazionale per una monumentale statua in marmo di San Bartolomeo, eseguita per il Duomo di Messina, alla quale seguì, nel 1948, quella di Santa Lucia in legno dorato, per la Chiesa omonima che si trova nel quartiere Italiano di Buenos Aires in Argentina.

Frequentò conterranei del mondo della cultura, come Vitaliano Brancati, Salvatore Quasimodo e Giorgio La Pira e protagonisti della Scultura del Novecento, come Renato Guttuso, Francesco Messina ed Emilio Greco.

Intanto a Roma, nel 1950, alla Mostra della Ricostruzione, due sculture di Enzo Assenza furono acquistate dalla Galleria d’Arte Moderna di Firenze e dal Museo d’Arte Moderna di Stoccolma; nel 1951 con “Il Coro” si aggiudicò il primo premio alla Mostra internazione d’Arte Sacra mentre, nel 1954, la scultura “Il Bue”, esposta a Palazzo Marignoli, fu acquistata dal Museo d’Arte di Roma, guadagnandosi ancora un altro primo premio.

Questi solo alcuni dei tanti riconoscimenti ottenuti sia in Italia che all’Estero, che qui diventa difficile elencare per motivi di spazio.

Al Concorso bandito nel 1961 dall’Istituto Internazionale d’Arte Liturgica, Enzo presentò un bozzetto raffigurante l’Apocalisse, da realizzare in ceramica metallizzata per l’abside della Cattedrale di Saint Joseph di Hartford, capitale del Connecticut, negli USA: un’opera monumentale che richiese tre anni di lavoro e che, per i suoi 320 mq di ampiezza, viene definito ancor oggi il più grande bassorilievo in ceramica esistente al mondo.

In quel periodo continuò intanto a mietere primi premi: nel Concorso Nazionale per il “Monumento della Giustizia” nella Piazza dei Tribunali di Bari, nel 1964 al Concorso di Scultura per la Mostra del Soldato, con una grande statua lignea raffigurante “L’Umanità del Soldato”, di proprietà delle Forze Armate ed esposta a Palazzo Barberini.

Le soddisfazioni continuarono nel 1969, con la vincita del Concorso Internazionale per il “Monumento per l’indipendenza del Congo”, nel 1970 con la statua di Santa Caterina da Siena in terracotta metallizzata (impasto poroso di terracotta che dopo la cottura diventa rossastro per i composti di ferro in essa mescolati), posta nella Chiesa di Santa Maria sopra Minerva a Roma, col “San Carlo Borromeo” e “San Luigi Gonzaga” posti nella Chiesa di San Giovanni Bosco sempre a Roma.

Senza tralasciare un’altra Santa Caterina da Siena, in ceramica metallizzata, donata alla Biblioteca comunale di Pozzallo ed il Monumento a San Giovanni Battista, in bronzo, che domina il Lungomare Raganzino della sua città natale.

La produzione di Enzo Assenza è quasi un fiume in piena, con opere spesso monumentali, come la “Beata Maura Degollado de Maciel” a Messico Cotija, la “terracotta policroma” per la Chiesa di San Paolo della Croce di Atlanta, in Georgia (USA), l’altare delle “Sante Siciliane” – Lucia, Agata e Rosalia – nella Chiesa del Getsemani a Paestum, ed infine la “Via Crucis”, “San Francesco” e “Santa Rita”, tutte in ceramica, per la Chiesa di Santa Rita a Siracusa.

Impossibile, in così poco spazio, elencare tutte le opere di Enzo Assenza, sparse in Italia e in tutto il mondo: la sua è stata certamente la creatività prodigiosa di un artista straordinario, al quale venne assegnato perfino il “Sileno d’oro”, premio conferito annualmente ai siciliani che, ovunque nel mondo, si siano distinti nelle Arti, nella Letteratura, nelle Scienze ed altro: un riconoscimento di prestigio che onora Pozzallo, considerando che lo avevano meritato personaggi illustri, Premi Nobel per la Letteratura, come Luigi Pirandello e Salvatore Quasimodo.

La morte lo raggiunse il 5 novembre 1981, a Roma, ad appena 66 anni, colpito da infarto nel suo studio.

Fonte: Luigi Rogasi, Pozzallesi del XX secolo, cento nomi da non dimenticare.

BIBLIOTECA COMUNALE
Sede:
Villa Marchese Tedeschi - Via Scaro, 79 - 97016 Pozzallo (RG)
 Telefono:
0932.794610 - Fax: 0932.794220 - Email: biblioteca@comune.pozzallo.rg.it

Incendi e pene per i piromani

Gli incendi di vaste dimensioni che si innescano spontaneamente, senza l'intervento della mano dell'uomo, sono rarissimi. Oltre alle statistiche, sciorinate da vari soggetti in televisione, conta la semplice logica che si basa sull'osservazione della realtà.
Avete mai provato ad accendere un fuoco all'aperto per fare un banale barbecue? Con carta ed accendino non si riesce. La fiamma dopo poco si estingue e voi provate e riprovate bruciandovi le dita con la fiamma dell'accendino. La legna, benché secca, non prende...
Come fanno dunque i piromani a far prendere dal rogo alberi  ed arbusti anche verdi? Ma con i combustibili ovviamente: primo fra tutti la benzina.
Il costo dello spegnimento e del successivo ripristino dei luoghi bruciati è ENORME per i contribuenti.
La soluzione dunque è una sola: prevenzione, e questa si fa anche e soprattutto arrestando i piromani. Su centinaia e centinaia di incendi che hanno funestato questa estate ne hanno preso uno, 65 anni, con accendino in tasca e abiti che puzzavano di benzina. Troppo poco: debbono arrestarne di più e per fare questo debbono dedicare più uomini e mezzi a questo scopo.
Il 3 settembre 2011 e il 28 agosto 2011 ho dedicato due post a questo tema e ho riportato la legge che impedisce di costruire nelle aree che hanno subito incendi, togliendo così lo scopo di molti roghi che venivano appiccati al solo fine di speculazione edilizia. Mancando questa lucrosa possibilità grazie a codesta legge e togliendo lo scopo di rinverdire i pascoli da parte di alcuni proprietari di fondi, non rimane che la malvagia follia a spiegare tanto danno.
Quali sono le pene che la Legge impone a chi viene colto nell'atto criminale di accendere un rogo?
Ecco cosa dice il Codice Penale:
Titolo VI: DEI DELITTI CONTRO L'INCOLUMITA' PUBBLICA
Capo I: DEI DELITTI DI COMUNE PERICOLO MEDIANTE VIOLENZA

Art. 422 Strage
Chiunque, fuori dei casi previsti dall’articolo 285, al fine di uccidere, compie atti tali da porre in pericolo la pubblica incolumita’ e’ punito, se dal fatto deriva la morte di piu’ persone, con l’ergastolo (1). Se e’ cagionata la morte di una sola persona si applica l’ergastolo. In ogni altro caso si applica la reclusione non inferiore a quindici anni. (1) Il testo originario comminava la pena di morte. Peccato che l'hanno tolta!
Ovviamente se manca il fine di uccidere il magistrato non applicherà la pena! Ma se io appicco un incendio devo prevedere il rischio possibile che questo possa accadere, non potendo sapere se ci capiteranno in mezzo uno o più esseri umani! Quindi compio il mio atto criminale accettando questa possibilità non tanto remota.  

Art. 423 Incendio
Chiunque cagiona un incendio e’ punito con la reclusione da tre a sette anni. La disposizione precedente si applica anche nel caso d’incendio della cosa propria, se dal fatto deriva pericolo per la incolumita’ pubblica.
Magari glieli dessero 
sette anni! L'esempio serve sempre!

Art. 423-bis Incendio boschivo
Chiunque cagiona un incendio su boschi, selve o foreste ovvero su vivai forestali destinati al rimboschimento, propri o altrui, è punito con la reclusione da quattro a dieci anni. Se l’incendio di cui al primo comma è cagionato per colpa, la pena è della reclusione da uno a cinque anni. Le pene previste dal primo e dal secondo comma sono aumentate della metà, se dall’incendio deriva un danno grave, esteso e persistente all’ambiente.

Art. 424 Danneggiamento seguito da incendio
Chiunque, al solo scopo di danneggiare la cosa altrui, appicca il fuoco a una cosa propria o altrui e’ punito, se del fatto sorge pericolo di un incendio, con la reclusione da sei mesi a due anni. Se segue l’incendio, si applicano le disposizioni dell’articolo precedente, ma la pena e’ ridotta da un terzo alla meta’.

Art. 425 Circostanze aggravanti
Nei casi previsti dai due articoli precedenti, la pena e’ aumentata se il fatto e’ commesso: 1) su edifici pubblici o destinati a uso pubblico, su monumenti, cimiteri e loro dipendenze; 2 su edifici abitati o destinati a uso di abitazione, su impianti industriali o cantieri, o su miniere, cave, sorgenti, o su acquedotti o altri manufatti destinati a raccogliere e condurre le acque; 3 su navi o altri edifici natanti, o su aeromobili; 4 su scali ferroviari o marittimi, o aeroscali, magazzini generali o altri depositi di merci o derrate, o su ammassi o depositi di materie esplodenti, infiammabili o combustibili; 5 su boschi, selve e foreste.


Riporto anche questa ulteriore informazione riguardante l'integrazione del Codice Penale grazie alla Legge del 4 agosto 2000.

I piromani puniti con la reclusione fino a dieci anni 
Incendiare boschi diventa reato 
(Decreto Legge 4.8.2000) 
All'aggiornamento del Codice penale e della Legge di conversione.
L'incendio boschivo diventa un reato punibile applicando il Codice penale. Lo ha deciso il Consiglio dei ministri che, nella seduta del 4 agosto 2000, ha anticipato con un decreto legge un articolo della legge sugli incendi che è in discussione al Senato. Il provvedimento, che entrato in vigore l'8 agosto, il giorno successivo alla sua pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, permette alla magistratura di perseguire penalmente i piromani che compiono atti distruttivi contro la natura, e non solo contro le cose o le persone come invece era previsto sinora. In particolare, il decreto che contiene misure urgenti per la repressione degli incendi stabilisce la pena di reclusione da quattro a dieci anni per i responsabili di incendi su boschi, selve, foreste o vivai forestali. Con un'aggravante: la pena aumenta se l'incendio provoca danni a edifici o ad aree protette. Inoltre, se il danno è definito grave o persistente all'ambiente, la pena viene aumentata della metà. (da La Repubblica dell'8 agosto 2000). 


Capito?!! Fino al 2000, poco più di due lustri fa, la Giustizia era più "tenera" con questi mascalzoni!!!