venerdì 17 ottobre 2025

CASO MEDIATICO GARLASCO

Da circa un anno TUTTI i giornali e le TV ci parlano quotidianamente del "caso Garlasco".
Pochi ormai non sanno cosa sia per forza di cose.
Anche volendolo ignorare, sopraffatti da crimini quotidiani e altra ossessione estera in un mondo senza Pace e Giustizia come Gaza, sei costretto a pensare cosa mai stia accadendo.
Ebbene i fatti sono semplicissimi: un tale, Alberto Stasi, uccise la fidanzata il 13 agosto 2007 e fu indagato, processato e condannato, usufruendo del rito abbreviato se l'è cavata con soltanto 16 anni di carcere.
Come quell'altro caso mediatico, per fortuna non ravvivato da richieste di revisione per presunti errori investigativi, di Cogne, che tenne le pagine dei giornali e delle TV per molto tempo e l'assassina, mai confessa esattamente come Alberto Stasi, fu condannata a 16 anni grazie alle riforme fatte dai nostri legislatori per sfoltire il lavoro dei magistrati e le celle delle carceri.
Garlasco come Cogne senza colpa alcuna, due luoghi smerdati per azioni criminali non dipendenti dagli abitanti. 
Ma mentre l'assassina di Cogne riappare sporadicamente nelle cronache, l'assassino di Garlasco è riapparso prepotentemente prima ancora che il Procuratore di Pavia Napoleone decidesse di accettare la richiesta degli avvocati della madre di Stasi di prendere in considerazione un rivolo delle indagini tralasciato perché dichiarato dal CTU non probante di nulla, mentre si era delineato perfettamente il quadro probante su Stasi con la ricostruzione di come sia avvenuto il delitto.
Qualche anno fa, non ricordo se su un giornale o in un servizio televisivo, apparve la madre di Stasi, elegantemente vestita di un abito azzurro con uno dei suoi avvocati. Il servizio, di cui ricordo l'immagine di lei, verteva sulla possibilità di esplorare un particolare che, rileggendo le carte su sua richiesta, dato che crede suo figlio innocente, gli avvocati avevano trovato: un DNA di un giovane che frequentava la casa dei Poggi.
Lessi poi altri articoli, sporadici, sull'evolversi dell'iniziativa della madre di Stasi: aveva fatto seguire il giovane, che compariva nelle carte come possibile corrispondente al DNA trovato sulle mani di Chiara, da un investigatore privato e costui era riuscito, dopo vari appostamenti, ad impadronirsi di un cucchiaino o bicchierino usato dal giovane in un bar. Questo prelievo però non solo non aveva alcuna possibilità di essere usato legalmente, essendo stato prelevato proditoriamente e da una iniziativa privata, ma era il DNA di una persona che però non corrispondeva a quanto esaminato nelle indagini dal CTU nominato all'epoca dal giudice, essendo una piccola parte di una sequenza genetica definita aplotipo e non un DNA intero. Ma non avendo altro, gli avvocati hanno comunque presentato l'istanza di revisione al Procuratore di Pavia, all'epoca Venditti. Costui d'accordo con un PM ed un'altra magistrata della sua Procura archiviò, sulla base di quanto scritto dal Consulente Tecnico d'Ufficio che aveva periziato, per i suoi colleghi del Processo D'Appello bis, quel reperto non attribuibile ad alcuno e di scarsissima quantità.
Come si è arrivati dunque a Napoleone e alla quotidiana ossessionante grancassa del cosiddetto "caso Garlasco"?
Come ho detto sopra, prima che Napoleone aprisse un'indagine a carico di Andrea Sempio "in concorso con Alberto Stasi e altri" la musica è iniziata in sordina ad opera di un avvocato azzimato, fintamente cerimonioso, fino a lisciare ed incensare ogni interlocutore nelle sue ospitate televisive, pur di accattivare simpatie al suo assistito e all'iniziativa da lui e una sua collega intrapresa: la revisione del processo voluta dalla madre di Stasi e da lei finanziata, pagando gli avvocati e l'investigatore.
Su quali basi visto che la Procura aveva già respinto sulla base di ciò che aveva periziato il CTU?
E qui iniziano informazioni fuorvianti quanto infondate: il lustro avvocato con tono suadente annunciava "nuove tecniche" per ricostruire dall'aplotipo un intero DNA.
Ora di questo sicuramente la maggior parte degli ascoltatori non sa nulla, né può dunque capire niente di ciò che costui annunciava, non avendo gli strumenti culturali per capire fino in fondo cosa ciò potesse voler dire. Quindi, prendendo per buone queste parole, nella maggior parte della gente si creava un dubbio e un'attesa di possibili scenari diversi da quelli accertati dalla Giustizia. Nella cerchia di ascoltatori che abbiano studiato cosa è la molecola del DNA, cerchia ristretta, sorgeva quantomeno una blanda perplessità, sapendo che da un semplice aplotipo non si può certo risalire al quadro genetico completo di un individuo.
Ma l'avvocato dai modi untuosi piace alla gente dalla psicologia più elementare e dalla cultura scientifica pari allo zero e l'effetto iniziato è aumentato di trasmissione in trasmissione, in crescendo rossiniano fino ad assordare la verità nuda e cruda che di novità non ce ne sono nell'inchiesta aperta dal Nuovo Procuratore di Pavia con grande dispendio di energie e di pubblici denari.
L'aplotipo del cromosoma Y, non attribuibile in toto al povero Sempio messo sotto indagine, non è potuto crescere e diventare un DNA, con smarrimento espresso dalla nuova CTU nominata da Napoleone che l'ha espresso nell'udienza del 26 settembre 2025 chiedendo di poter esaminare ancora tale reperto fino al 18 dicembre 2025 per accontentare le aspettativa di Napoleone.
Napoleone che negli annunci di svolte clamorose portate avanti dall'avvocato di Stasi e da una pletora di giornalisti, forse solo per la pagnotta, ha chiesto e doverosamente ottenuto la collaborazione, oltre che dalla CTU per la parte genetica, anche dei Vigili del Fuoco per la ricerca infruttuosa dell'arma in un canale che passa dietro la casa della nonna delle gemelle cugine della povera uccisa. Ovviamente la ferraglia trovata faceva sorridere chi lì vive la vita vera e non quella proposta dagli strilloni dei giornali e televisivi, giacché la semplice ragione fa capire che quel canale in 18 anni, tanti ne sono passati dal 13 agosto 2007, il comune l'ha fatto pulire qualche volta, per elementari ragioni di igiene pubblica dato che passa rasente le case. La parte comica è che si è presentato un operaio che ha consegnato un poco di ferraglia che da quel canale aveva raccolto pochi anni prima che i poveri VV. FF. si affaticassero con mezzi a cercare l'arma del delitto.
Come Napoleone sia arrivato a questo sarebbe lungo spiegarlo. Ma di fola in fola, di suggestione in suggestione di mitomani, sempre presenti nella nostra variegata società, si era ventilata la possibilità, fondata su UN ASSOLUTO NULLA IN FATTI, che lì l'avesse gettata una delle gemelle cugine di Chiara.
Chi è ancorato bene alla REALTA' non si chieda perché. 
Cosa c'entra con l'indagine aperta su Andrea Sempio nell'ipotesi senza prova alcuna che avrebbe ammazzato Chiara in concorso con Stasi e eventuali altri.
Non c'è alcun nesso logico e reale.
Tanta fantasia a cui si è abbandonato però il volgo amante delle fiction abbandonandosi ad ogni congettura fondata sul nulla.
Qualcuno che ha cervello e responsabilità nelle nostre Istituzioni si rende conto di quanto tutto questo sia pericoloso?
Aizzare la folla sul niente come nei tempi medievali del "dalli all'untore"?
Tutti si rifugiano su: "Ma se il Procuratore sta facendo tutto questo chissà che carte avrà in mano!"
L'Uomo logico però fino ad ora NULLA ha visto di concreto.
Arrivata la conferma dai RIS, anch'essi messi in moto dal Procuratore come i VV.FF. e la nuova CTU,  che l'assassino era uno solo, fatto già acclarato dal processo a Stasi, Napoleone non so come abbia ancora potuto sostenere legalmente il suo Decreto di indagine in cui mette Sempio con l'assassino Stasi acclarato dalla legge e altri. 
Di certo si sa solo che al momento, non avendo trovato nulla di utile per una sola prova contro l'indagato, ha inviato un ulteriore atto di indagine contro il suo collega Venditti reo, con altri magistrati e Carabinieri di contorno, di aver archiviato quello che lui invece ha accolto. 
Una situazione istituzionale gravissima che puzza di forzatura della Giustizia da parte di chi esercita l'azione penale.
Si vuole mettere in discussione una sentenza passata in giudicato non con nuove prove sopravvenute bensì con la ricerca accanita di prove che al momento NON CI SONO, né per Sempio né per Venditti, gli altri magistrati della Procura da lui diretta e i Carabinieri in servizio presso detta Procura.
In questo una parte grave l'ha il "Quarto Potere" che sembra impazzito, privo di quella che dovrebbe essere la maggiore qualità del giornalismo: la chiarezza e la veridicità delle notizie.
Assistiamo ad una ridda di "non notizie", di cose buttate in pasto ad un volgo sempre più confuso e pronto a credere ad ogni infamia, di supposizioni e produzioni, per dirla in termini psicologico-psichiatrico, basate su nulla: appunti su foglietti che possono significare cose diverse ma vengono INTERPRETATI e le interpretazioni diventano verità, addirittura prove! 
Napoleone, dopo aver chiesto l'aiuto dei RIS, dei VV.FF. e di un nuovo CTU PER L'INDAGINE SU SEMPIO, ha chiesto l'aiuto del GICO PER L'INDAGINE SUL SUO COLLEGA VENDITTI e i magistrati e Carabinieri in servizio presso la procura con Venditti!
Ora, per capire la gravità di questa richiesta di Napoleone, bisogna dire che GICO è Gruppi di Investigazione sulla Criminalità Organizzata della Guardia di Finanza! Venditti dunque sarebbe in sospetto di essere coinvolto in una vera e propria Organizzazione Criminale! Nel frattempo si fa trapelare alla stampa che l'appunto su un foglietto decifrabile a piacere sarebbe la prova che i poveri Sempio siano stati concussi da Venditti, concussore, che avrebbe archiviato dietro compenso di qualche decina di migliaia di euro.. Però non si parla di Concussione nel Decreto di indagine su Venditti stilato da Napoleone, ma di Corruzione! Nel contempo i Sempio non sarebbero però indagati per corruzione, pur essendo autori della dazione di denaro a Venditti!!! 
"La concussione è un reato previsto dall'articolo 317 del codice penale, commesso da un pubblico ufficiale che, abusando del suo potere, costringe qualcuno a dare o promettere denaro o altre utilità. È un reato grave che punisce la costrizione del privato, il quale si trova privato della sua libertà di scelta e costretto a cedere alle richieste per evitare un danno ingiusto."
A logica, da come la stampa e la TV riportano le clamorose rivelazioni, Venditti avrebbe abusato del suo potere di Pubblico Ufficiale di archiviare o meno la richiesta di revisione del processo Stasi, presentata dai suoi avvocati con "prove" contro Sempio, costringendo i Sempio a dare denaro per decidere di archiviare... Invece Napoleone scrive nell'avviso di garanzia Corruzione, là dove il corrotto sarebbe Venditti che avrebbe preso soldi dai Sempio che però NON sono indagati quali corruttori.
E' evidente a chiunque sia sano di mente, anche senza altre particolari competenze, che tutto questo, anche se fatto da un Procuratore della Repubblica, presenta diverse incongruità che lasciano sgomenti più che perplessi. 
Ma quello che personalmente più mi inquieta, non è l'agire scorretto e non chiaro del Ministro della Giustizia, che dovrebbe esprimere la sua preoccupazione per tali procedure e invece, tracimando dal suo ruolo, si è espresso nel merito dicendo assurdità giuridiche come "se uno è stato assolto 2 volte non può essere poi condannato, va rifatto il processo"!!!!!

Qualcuno gli dica che il processo d'Appello è stato rifatto proprio perché la Cassazione ha rilevato anomalie nella procedura della assoluzione nell'Appello che si era limitato a rileggere le carte del proscioglimento del GUP che da solo aveva deciso che non aveva prove sufficienti.
Quello che mi inquieta è l'agire di giornalisti che io stimavo: Pino Rinaldi e Massimo Giannini.
Giannini avevo già notato che non era più così rigoroso con le sue opinioni politiche e che la sua imparzialità si era appannata, indulgendo per pura convenienza verso opinioni di parte non veritiere. 
Ma vederlo su la NOVE, canale TV dove sono capitata girando sui canali, parlare del "caso Garlasco" come se fosse un poveretto qualsiasi incapace di notarne l'anomalia mi ha fatto capire che anche lui indulge a fare cassetta e non giornalismo d'inchiesta.
Pino Rinaldi non è un analista politico fine come Giannini lo era, è un buon giornalista di inchieste di cronaca, ha seguito con onestà intellettuale casi come Carretta con successo, come quello delle povere gemelline Schepp con grande sensibilità... Ma vedere un filmato breve della trasmissione che conduce, in cui illustrava il tentativo allucinante di dimostrare che l'impronta di scarpa Frau dell'assassino di Chiara n. 42 poteva essere pure un 44 come il numero che porta Sempio, mi ha fatto cadere e braccia!
Non è possibile che la sua intelligenza possa credere questo tentativo credibile... Ma forse anche lui lo fa per convenienza, altrimenti avrebbe detto che dell'acquisto di un paio di scarpe Frau n. 42 c'è la ricevuta di pagamento agli Atti del processo ad opera di Stasi il 9 settembre 2006, 11 mesi prima dell'omicidio di Chiara, e che di quell'acquisto e relativo possesso Stasi non ha mai parlato, e quando è stata trovata la ricevuta di pagamento tramite indagine presso il venditore con i dati della carta di credito degli Stasi egli ha dovuto ammettere di averle possedute ma, quantunque ancora nuove, non ha saputo spiegare dove fossero e lui non le aveva più!
Rinaldi lo sa. Come sa che Andrea Sempio non ha mai posseduto scarpe Frau n. 44, anche perché costose e lui non ha i soldi che avevano gli Stasi. Però Rinaldi non lo dice: illustra la ricerca di un collega, Grimaldi, sulla suola 42 che potrebbe diventare un 44.
Onestà giornalistica perduta.

lunedì 8 settembre 2025

ROMANZO "Con il tempo capirai..." SECONDO BIVIO

 SECONDO BIVIO

La vita è fatta di bivi. Uno lo aveva vissuto in quel fiume dove aveva fatto una scelta che in seguito, alla luce di una maggiore esperienza, avrebbe valutata errata. Solo il caso, insieme ad una sua intuizione estrema di salvezza, non avevano trasformato quella scelta nella fine della sua vita e nello strazio dei suoi genitori, già segnati da infelicità, e di cui lei, unica figlia, era l'unica luce di speranza per il futuro.

Scegliere di non porgere la sua mano all'incosciente narcisa esibizionista non sarebbe stato un atto di viltà, non sapendo lei nuotare ed essendosi la sua amica messa in pericolo pur sapendo, come lei, di non saper nuotare. La giovane età e una natura idealista le avevano fatto fare una scelta suicida in piena coscienza, pur di non vedersela morire davanti agli occhi.

Fino a quel momento aveva scelto fra i numerosi ragazzi che si erano innamorati di lei: Giuliano lo aveva lasciato perché il suo orgoglio non le aveva permesso di immaginare suo padre, un modesto impiegato dello Stato senza titoli, accanto all'ingegnere padre di quel giovane dolce e fine innamorato di lei. E che dire della madre di Giuliano: una signora anche lei laureata dirigente in un Ministero. Per non parlare della sua modesta casa piccolo borghese a fronte di quella signorile dei genitori di quel ragazzo. Non sapeva se questa sua valutazione interiore di non poter sopportare una possibile umiliazione ad un simile prevedibile incontro le aveva impedito di innamorarsi di Giuliano o se il motivo era imperscrutabilmente legato ad altre alchimie della mente e dei sensi.
La stessa valutazione non le aveva impedito di amare Pietro, figlio di un avvocato... Che però non era fra coloro che si erano innamorati di lei. Poi c'era stato un breve flirt con Luigi, un amico di Giuliano. Luigi non era riuscita ad amarlo. Le aveva toccato il cuore solo per la sua situazione di orfano di padre, di cui parlava con amore pieno di rimpianto: "Mio padre era allegro, suonava la chitarra, era napoletano... Il secondo marito di mia madre è severo.. Mi richiama su piccole cose..."
Vera pensava all'inevitabile gelosia e al sottaciuto sentimento astioso verso quei due ragazzi che quel secondo marito della loro madre doveva provare e di cui le manifestazioni che Luigi lamentava erano una spia.. Oltre lui c'era Lucio, il suo fratello minore.
Dal secondo marito la donna, ancora giovane, piacente, una fine signora bionda, aveva avuto due bambine che Luigi chiamava teneramente "le mie sorelline".
Avevano una bella casa alla Balduina e la madre lavorava in un Ministero con un ruolo di rilievo. Il patrigno era un uomo serio ed incolore.
Anche Luigi ci tenne che Vera andasse a casa sua e mandò Lucio a prenderla alla fermata dell'autobus, dato che lui non poteva lasciare gli ospiti della festa che aveva organizzato.
Cosa non piacque di lui alla giovane volubile Vera? Che Luigi non avesse sogni se non entrare in G.d.F. e un giorno che passeggiavano nel suo quartiere Prati si avvicinò loro un uomo ancora giovane, magro, vestito decentemente ma con la barba incolta, che con voce tremante porse la mano dicendo: "Ho fame, ho fame..." E Luigi tirò dritto dicendo qualcosa che dimostrò a Vera di non aver provato il suo stesso sentimento di dolorosa pietà per quell'uomo, che non appariva come un mendicante abituale, per la persona curata e per la disperazione espressa nel tono della sua voce mista ad una dignità umiliata.
Lo lasciò. Gli presentò una sua amica, certa Flora, non bella, ma con due tette notevoli che sicuramente Luigi apprezzava visto che le aveva parlato di una compagna di liceo, Letizia, di cui tutta la sua classe era infatuata e Vera, conoscendola per aver partecipato ad una festa a casa sua, la valutò carina ma che di notevole aveva solo due belle tette.
Infatti Luigi si consolò con Flora e Vera si sentì così la coscienza a posto dato che il ragazzo le aveva manifestato il suo giusto sconcerto, davanti ad un altro loro amico, per il suo comportamento ondivago e incomprensibile.
Dopo il traumatizzante incontro con Roberto era abbastanza triste dato che sentiva il bisogno di un amore assoluto. 
Quella che considerava la sua migliore amica, una compagna di scuola, la invitò ad uscire con un'allegra compagnia che festeggiava la matricola.
In quel tempo si usava fare ogni anno una simpatica festa goliardica con la scusa di festeggiare i nuovi iscritti all'Università, in realtà la "festa" consisteva nel sottoporre a scherzi anche pesanti le matricole che dovevano accettare con spirito, tollerando e divertendosi anch'esse.
Ci si mascherava anche, i più buontemponi, sfilando per i viali dell'Ateneo, poi si andava in giro a mangiare e bere in locali economici. Ogni Facoltà aveva un cappello a punta del colore che distingueva il Corso di Studi e l'universitario vi appendeva piccoli simboli per ogni esame che dava.
Vera e la sua amica erano all'ultimo anno prima della Maturità e dunque non erano ancora matricole, ma alcuni amici della sua compagna di classe erano un anno avanti e già matricole e da loro Fausta era stata invitata e le era stato detto di portare qualche amica.
Vera le disse di no. Non aveva voglia di uscire. Era di domenica e voleva starsene a casa da sola con sua madre, suo padre era fuori Roma, e lei voleva solo tranquillità. Ma Fausta la travolse con il suo carattere esuberante e, di fatto, le impose di uscire venendola a prendere con un'auto della comitiva condotta da un giovane in cui era un altro ragazzo di cui Fausta le aveva tanto parlato, essendo a lui legata da un complesso rapporto.
Fausta e il suo boy-friend si sedettero dietro e Vera davanti, accanto al guidatore e proprietario dell'utilitaria.
Fu una bella giornata di svago che in fondo fece bene alla protagonista della nostra storia, che fu corteggiata subito dal giovane dell'utilitaria, che si chiamava Giuliano come il ragazzo che aveva lasciato.
Questi le chiese se poteva rivederla. Ma lei mise subito dei paletti: si, ma solo se venivano anche Fausta e il suo Guido, il quale era amico di Giuliano.
Iniziò allora per Vera un'altra storia che crebbe però rapidamente in qualcosa di molto coinvolgente, come non le era mai capitato prima.
Giuliano la andava a prendere a scuola quando non lavorava. Egli le disse del suo lavoro precoce appena finito il Liceo a causa dei bisogni della sua famiglia. Guadagnava bene ma per ragioni di studio, era iscritto al Corso di Laurea in Fisica, aveva chiesto un breve congedo dovendo dare un esame particolarmente impegnativo.
Sicuramente Vera subiva il fascino della maturità di Giuliano rispetto ai ragazzi che fino a quel momento aveva frequentato ma, soprattutto, per lei furono importanti i modi improntati a correttezza e ai valori per lei fondamentali.
Giuliano si presentò a casa sua inopinatamente un giorno che lei era stata poco bene e non aveva potuto uscire.
Grande fu il suo imbarazzo quando, rientrando a casa suo padre, lo trovò lì...
Mai aveva fatto cenno a suo padre che lei potesse avere degli innamorati. Ma andò bene, Giuliano si mostrò molto serio e credibile e suo padre lo accettò.
Superato l'esame di maturità Vera si mise subito alla ricerca di un lavoro. Non ne aveva alcun bisogno economico ma il suo carattere indipendente ed intraprendente le fece scorrere tutti gli annunci economici dei maggiori quotidiani scoprendo che le offerte di lavoro migliori, a quel tempo numerose, riportavano la scritta "escluso primo impiego". Decise allora di togliersi la limitante etichetta accettando un lavoro presso uno Studio Legale Associati dopo essersi presentata, aver passato una selezione di 50 giovani aspiranti segretarie, ed essere stata scelta insieme ad un'altra ragazza.
Suo padre, tornando da uno dei suoi viaggi fuori Roma, e chiedendo alla moglie come al solito: "Dove sta la bambina?" Si sentì rispondere da sua moglie: "Al lavoro." Suo padre ne fu sorpreso e ammirato.
Ma Vera continuava a spulciare gli annunci di lavoro: ad alcuni si doveva presentarsi direttamente, ad altri telefonare, ad altri scrivere. Le rispose la Johnson & Johnson sede di Milano per una assunzione di cui le inviavano già la lettera contrattuale da firmare. Avevano tenuto conto della sua autonomia linguistica per il francese e per l'inglese in ambito commerciale, all'epoca qualità non frequente.
Era l'occasione per andare a vivere lontano dai problemi quotidiani dei suoi genitori, che riversavano su di lei loro recriminazioni e litigi. Una buona scusa e non un abbandono. Ma proprio in quel momento si rese conto di essere incinta. Il suo amore per Giuliano era culminato in quello che è più naturale e lui già aveva voluto una riunione con i quattro genitori per decidere la data del matrimonio. Questo non escludeva per Vera la sua realizzazione lavorativa, dato che riteneva lo studio un naturale sbocco nel mondo del lavoro. Vivere a Milano e lui a Roma era cosa possibile, poi lui avrebbe potuto trovare un lavoro a Milano ed iscriversi alla Statale lì. Ma quella vita dentro di lei cambiava tutto.

sabato 23 agosto 2025

AVVISO PER I LETTORI DEL MIO BLOGSPOT

HO VERIFICATO CHE I LINK CHE NEI MIEI POST RIMANDANO AD ALTRI POST DA ME SCRITTI IN PRECEDENZA NON FUNZIONANO:

IL MOTIVO E' DOVUTO AL FATTO CHE QUEI LINK RIMANDANO A QUEI POST, ANCORA ESISTENTI, CREATI QUANDO QUESTO BLOGSPOT ERA UN BLOG:

VUOL DIRE CHE NON HO PIU' RINNOVATO IL "DOMINIO" DEL BLOG ED ORA E' UN ALTRO TIPO DI CREAZIONE INFORMATICA: UN BLOGSPOT.

VI ASSICURO CHE ANCHE PER ME E' STATO DIFFICILE DA CAPIRE LA DIFFERENZA E ME L'HA SPIEGATA UN ECCEZIONALE SYSTEM MANAGER, Fabrizio Castelli, QUANDO GLI HO CHIESTO AIUTO DATO CHE GOOGLE, CHE GESTISCE LA PIATTAFORMA INFORMATICA DEL MIO BLOG, PRETENDEVA CHE IO LO RINNOVASSI NELLA FORMA BUSINESS. MA IO NON VOGLIO GUADAGNARE NULLA DA QUELLO CHE PUBBLICO PER PURO PIACERE INTELLETTUALE E DUNQUE STAVO CHIUDENDO IL BLOG.

Fabrizio Castelli MI HA SUGGERITO DI TRASFORMARE IL BLOG RINUNCIANDO AL "DOMINIO" E SAREBBE DIVENTATO UN BLOGSPOT, CONSERVANDO MEMORIA DI TUTTO IL LAVORO QUI CONTENUTO (dal 2010) E ANCORA LEGGIBILE, MA I LINK CREATI QUANDO ERA ANCORA UN BLOG NON FUNZIONANO PIU' NON ESISTENDO PIU' IL "DOMINIO".

I POST PERO' SONO LEGGIBILI E RAGGIUNGIBILI CON ALTRI METODI DI RICERCA SUL WEB, COMPRESO OVVIAMENTE L'INDICE A DESTRA DI OGNI PAGINA sia nell'elenco per ETICHETTE sia nell'elenco ARCHIVIO.

martedì 29 luglio 2025

ROMANZO "Con il tempo capirai..." INGANNI SENZA RIMORSI

 INGANNI SENZA RIMORSI
La comitiva con cui Caterina l'aveva invitata ad uscire per una gita e nella quale Vera aveva conosciuto Roberto, durante uno dei periodi che Vera era stata con lui fra un riprendi e lascia, aveva organizzato un'altra gita in cui Caterina non venne. Fu ad una villa di campagna dei genitori di uno dei ragazzi che erano stati in classe con Caterina. Era questo un tipo rumoroso e per Vera un po' volgare. Canticchiava canzonette popolari con allusioni sconce.. E Vera conobbe di quel gruppo anche una certa Mariella, una ragazza gradevole con cui parlando scoprì essere amica di una sua compagna di classe, pur avendo frequentato l'Istituto Tecnico per Ragionieri come Roberto e Caterina. Abitavano nello stesso quartiere.
Ad un certo punto della scampagnata molti si ritirarono all'interno della villetta e, con sconcerto di Vera, qualcuno spense le luci del salone e alcune coppie iniziarono a sbaciucchiarsi. Mariella sparì nelle stanze adiacenti con il padrone di casa.
"Mariella e Marcello stavano insieme, - le disse Roberto - ma lui non vuole impegnarsi e lei l'ha lasciato."
Apparve una luce oltre il vetro smerigliato della porta che dal salone dava sulle altre stanze e, attraverso quel vetro, apparve la figura di Mariella che non indossava più il suo vestito ma si aggiustava uno scialle avvolgendolo sul corpo denudato.
Vera ci rimase malissimo.
Roberto, con la sua morale, giustificò l'evidenza dei fatti dicendo a Vera che "Mariella era ancora innamorata di Marcello".
"Che amore è non stare insieme ma fare cose intime in una gita estemporanea... Così..?" Pensò la ragazza, senza nemmeno provare a comunicare la sua riflessione a quel ragazzo con cui si rimproverava di stare ancora dopo quello che di lui andava scoprendo.
Ne parlò con la sua compagna di classe, Stradiotto, si chiamavano per cognome come tutte, tranne quelle poche che, diventando amiche, si chiamavano per nome.
"Ah, è così! - Disse Stradiotto con un sorriso ironico. - Mariella fa molto male a comportarsi così, dato che è fidanzata con un bravo ragazzo che le vuole bene e lei va ancora dietro a quell'ex compagno di scuola che è uno inaffidabile e affatto serio."
Vera rimase colpita da quello che le rivelava la sua compagna di classe con serietà e severità di giudizio nonostante il sorriso ironico.
Pensò a quel ragazzo sconosciuto che la sua compagna di classe mostrava di conoscere bene, abitando nello stesso quartiere, che nulla sapeva di essere ingannato in modo così sleale...
Le tornò in mente un'altra compagna di classe, tale Minnella, che già a quindici anni si truccava con una sapienza che la faceva apparire una ventenne: altrettanto i capelli tinti e accuratamente acconciati e le unghie lunghe laccate di smalto. Era già fidanzata ufficialmente, ma era fra le poche della classe che avevano un filarino che le aspettava fuori dalla scuola alla fine delle lezioni. Ragazzotti sulle cui moto salivano tutte felici. Vera le aveva sentite farsi confidenze su questi loro filarini mentre erano in bagno nell'ora di ricreazione e ne era rimasta inorridita.
" Alessandro devi vedere come schizza!" E giù una risata! Facevano a raccontarsi le prodezze sessuali dei loro amorazzi e fra queste c'era questa Minnella che dicevano fidanzata con uno ricco. Vera una volta l'aveva incontrata per strada nei dintorni della Scuola con entrambi i suoi genitori. Si erano salutati e lei si era chiesta cosa sapessero di quella figlia e di cosa faceva ingannando il promesso sposo... L'altra compagna con cui ridendo si dilettava in simili confidenze era molto bella e di aspetto molto fine. Castana, pettinava i capelli del colore naturale raccolti sulla nuca, in modo semplice, non "cotonati" come li portava ad esempio Minnella secondo la moda del tempo, i tratti del suo viso ricordavano certe bellezze del cinema francese dell'epoca, gli occhi erano di un azzurro-grigio stupendo, le gambe bellissime, perfette.
Eppure questo aspetto fine ed angelico non corrispondeva al suo animo, non soltanto per le prodezze sessuali, di cui si vantava con Minnella, che faceva con un ragazzetto magro, bruttino, dall'aria un poco "hippy", che la veniva a prendere ogni giorno con un vespino, ma anche perché un giorno, durante l'ora di Ragioneria, la Professoressa si interruppe mentre stava facendo lezione e, con viso molto contrariato, si rivolse alla ragazza dicendole perentoriamente di consegnarle il biglietto con il quale si stava distraendo dalla lezione e, ridendo piano, aveva passato ad un'altra compagna.
Vera ricordava l'espressione della Professoressa e il rossore che le si era acceso in viso mentre apriva il foglio che la compagna bella e fine era stata costretta a consegnarle: "Sono mamma e nonna e non ho mai visto niente del genere!" Proferì indignata con la voce che le tremava, mentre la bella e fine cercava penosamente di giustificarsi: "Non deve pensare male... Professoressa.. Non deve pensare male..."
Vera non vide cosa c'era su quel foglio ma chi dai banchi vicini l'aveva sbirciato disse che era un disegno pornografico.
Ecco, l'apprendere di come una ragazza giovane come lei potesse senza vergogna né remore ingannare chi l'amava come Mariella, le aveva fatto ricordare queste altre due figure di donne giovanissime così diverse da come sembravano e volevano apparire.
Finita la scuola un giorno le capitò di incontrare la bella dagli occhi grigio-azzurri alla Standa di Via Cola Di Rienzo: era incinta ed aveva un bel pancione. Si salutarono. Accanto a lei c'era un uomo non bello, sui trenta anni, era il marito, ma non era lo smilzo un poco "hippy" che la veniva a prendere con il vespino. Aveva saputo che la sua famiglia di origine non se la passava bene e per questo forse lei aveva scelto di sistemarsi in fretta con quell'uomo dall'aspetto grigio ed incolore.
Un'altra compagna di classe, bruttina e scialba, con occhiali da forte miope, di fronte al suo tentativo di commentare certe cose sentite in bagno da quelle compagne, lungi dallo scandalizzarsi, la spiazzò confessando che quei rapporti intimi li aveva anche lei con il suo ragazzo. 
Erano ragazzine di quindici, sedici, diciassette anni negli anni sessanta del 1900.

giovedì 24 luglio 2025

ANDREA SEMPIO: UNA VERGOGNOSA PERSECUZIONE

 PRENDO SPUNTO DALLE PAROLE DELL’avvocato David Leggi: “..coloro che, senza avere la certezza del vero e per meri fini di lucro, non esitano a travolgere l’esistenza altrui,..” lette oggi su un giornale per altri casi per riflettere su quello che sta accadendo nella Giustizia Italiana in questi giorni: il governo vuole fare una ennesima Riforma che, come le precedenti, a parte il Decreto Spazzacorrotti di Alfonso Bonafede a cui hanno poi impedito di completare il lavoro, alla gente onesta non hanno portato alcun beneficio. E la Giustizia deve servire la gente onesta e le vittime di reati: nessun altro.

La maggior parte dei cittadini non addetti ai lavori non capisce assolutamente se la separazione delle carriere dei giudici porterà loro vantaggio o beneficio.

 20 MAGGIO 2025

La Repubblica: “Mario Venditti, il magistrato che archiviò l’indagine su Sempio: “Resto a guardare”

di Paolo Berizzi

Mario VendittiMario Venditti 

L’ex procuratore di Pavia che nel 2017 decise di archiviare la prima indagine su Andrea Sempio per il delitto di Chiara Poggi

sei anni dopo è andato in pensione, e dal 15 luglio 2023 è presidente del casinò di Campione

COME AL SOLITO QUELLO CHE E’ INTERESSANTE SONO I COMMENTI DEI LETTORI:

pedro194620 MAGGIO 2025

Tutte le nomine del Casinò di Campione sono mercanteggiate e decise politicamente alla Regione Lombardia. Non ci si arriva lì per meriti ma per appartenenza politica.

 

1538503wRXiG20 MAGGIO 2025

Leggere i giornali e certi articoli serve solo a far crescere la sfiducia in chi rappresenta o ha rappresentato Istituzioni che sono, dovrebbero essere, il fondamento dello Stato di Diritto!


MI FERMO QUI E PENSO SIA SUFFICIENTE.

A QUESTO AGGIUNGASI CHE L’ATTUALE PROCURA DI PAVIA STA PROCESSANDO ELEMENTI DELLA POLIZIA GIUDIZIARIA PRECEDENTEMENTE ATTIVA PRESSO QUELLA PROCURA CHE, PARE, USASSERO DEL LORO POTERE ILLECITAMENTE PER FATTI PRIVATI DI VARIO GENERE.

DUE RIFLESSIONI: 1) Perché gli italiani dovrebbero fidarsi degli attuali uomini dello Stato che occupano oggi i posti che costoro occupavano ieri?

2) Cosa c’entra questo con l’indagine, per ora fondata su niente, su un ragazzo che non aveva alcun rapporto con la fidanzata di Alberto Stasi processato e riconosciuto nel processo assassino della stessa?

PER QUEL CHE FINO AD ORA E’ DATO SAPERE E’ CHE SU DUE MARGINI DELLE UNGHIE DELLA VITTIMA E’ STATA TROVATA UNA MINIMA PARTE DI CROMOSOMA Y IN PARTE SOVRAPPONIBILE A QUELLO DI Andrea Sempio. PENSO CHE ANCHE GLI IGNORANTI AVRANNO CAPITO CHE UNA SIMILE TRACCIA GENETICA PUO’ ESSERE SOVRAPPONIBILE A QUELLA DI MOLTE ALTRE PERSONE.

NONOSTANTE LE RACCOMANDAZIONI TARDIVE DEL DOTT. FABIO NAPOLEONE IL FACCIONE DELL’AVVOCATO DI STASI MI E’ COMPARSO ANCHE OGGI SUL CELLULARE IN UNA PUBBLICAZIONE DI GOOGLE IN CUI DICEVA CHE LA STORIA DELLO SCONTRINO DI SEMPIO “E’ GRAVISSIMA”.

ANDIAMO A VEDERE COSA C’E’ DI GRAVE: I CARABINIERI GLI HANNO CHIESTO COME A TUTTE LE DECINE DI  INTERROGATI DOVE FOSSE NEL GIORNO E NELL’ORA  DEL FATTACCIO, LUI SI E’ RICORDATO DELLO SCONTRINO DEL PARCHEGGIO E LORO GLI HANNO DETTO DI ANDARE A PRENDERLO.

DUNQUE TUTTE LE FAVOLE CHE L’AVESSE PRESENTATO DOPO UN ANNO E PORTATO SPONTANEAMENTE CADONO, CON DISPIACERE DI CHI CI  AVEVA RICAMATO SOPRA.

MA L’AVVOCATO CIARLIERO, NONOSTANTE NAPOLEONE, ESALTA COME GRAVISSIMO IL FATTO PERCHE’ IL VERBALE DEI CARABINIERI DOVEVA ESSERE CHIUSO E RIAPERTO SOLO AL RITORNO DEL RAGAZZO CON LO SCONTRINO, CHE TANTO NON POTEVA ESSERE CONSIDERATO UN ALIBI ESSENDO SENZA TARGA DI RIFERIMENTO.

E SEMPIO COSA C’ENTRA SE I CARABINIERI, SFINITI DAGLI INTERROGATORI DI TUTTI I FREQUENTATORI DI CASA POGGI, HANNO CERCATO DI SEMPLIFICARE CON UN UNICO VERBALE? SARA’ UNA SCORRETTEZZA BUROCRATICO-FORMALE MA NON E’ CERTO PROVA CHE DIMOSTRA CHE ANDREA SEMPIO HA AMMAZZATO CHIARA POGGI.

POI QUESTO DNA CHE, SECONDO LO STESSO AVVOCATO, MIRACOLOSE TECNICHE NUOVE AVREBBERO POTUTO RICOSTRUIRE IL DNA DI SEMPIO PARTENDO DA UN APLOTIPO Y DOVE STA?

INTANTO I GIORNALI SCRIVONO CHE C’E’.

MA NON C’E’. DOVE LO PRENDONO IL CROMOSOMA X DEL DNA DI ANDREA?

LO SCONTRINO CHE NON PROVA, NULLA, IL DNA CHE NON C’E’, LA MADRE CHE “forse” L’HA PROCURATO LEI LO SCONTRINO VEDENDOSI CON UN UOMO AMICO O CONOSCENTE… SI, VABBE’.. MA COSA C’ENTRA TUTTA QUESTA PACCOTTIGLIA CON SEMPIO SULLA SCENA DEL CRIMINE? AH! C’E’ LA FAMOSA IMPRONTA CHE NON SI PUO’ PIU’ ESAMINARE. MA FU ESAMINATA E NON E’ UN’IMPRONTA DIGITALE MA PARTE DEL PALMO DI UNA MANO DI QUALCUNO CHE SI POGGIO’ AL MURO SCENDENDO LE SCALE NON SI SA QUANDO.  MA CI SONO DEI PUNTI UGUALI ALLA MANO DI SEMPIO DICONO. MA QUEI PUNTI POSSONO APPARTENERE ANCHE AD ALTRI NON ESSENDO IMPRONTE DIGITALI. E DI CHIUNQUE SIA QUELL’IMPRONTA, QUALORA FOSSE DELL’ASSASSINO, AVREBBE NECESSARIAMENTE AVUTO LE SCARPE INTRISE DI SANGUE PERCHE’ PER APPOGGIARSI IN QUEL PUNTO, NON VOLANDO, DOVEVA AVERE I PIEDI SUI GRADINI LORDI DEL SANGUE DI CHIARA.

ANDREA SEMPIO PORTA SCARPA N. 44 E L’IMPRONTA LASCIATA SICURAMENTE DALL’ASSASSINO IN BAGNO E’ N. 42.

POI IL MOVENTE CHE CERCANO DI INVENTARSI: ATTRAZIONE DI ANDREA PER LA SORELLA DEL SUO AMICO, PIU’ GRANDE DI LUI E NON CERTO UNA BELLEZZA…

OPPURE UN COMMANDO DI PIU’ PERSONE IMMAGINANDO DAL NULLA CHISSA’ QUALI SEGRETI DOVESSE NASCONDERE CHIARA…

MA E’ UN’INDAGINE O UNA FICTION? COMINCIA AD ESSERE PIUTTOSTO COSTOSA PERO’.

ORA SI CERCANO IMPRONTE DIGITALI SULLA SPAZZATURA NON AVENDO TROVATO DNA DI NESSUNO SE NON QUELLO DEI DUE FIDANZATI.

INTANTO LE CALUNNIE SULLE VITTIME VIVENTI DI QUESTO DELITTO SI SCATENANO PARLANDO DI SOLDI DA RESTITUIRE ALL’ASSASSINO DA PARTE DEI POGGI: LA GENTE CHE DELIRA NON SA CHE L’ASSASSINO HA PRUDENTEMENTE RINUNCIATO ALL’EREDITA’ IN MODO CHE I BENI DEI SUOI GENITORI, NON PASSANDO IN EREDITA’ A LUI, NON POSSONO ESSERE AGGREDITI DAL RISARCIMENTO.

Pensierino mio mentre scrivo: la tastiera del PC è lurida.. Dovrò pulirla, se la dovessero esaminare chissà quanti DNA ci trovano... Ma so che pulirla non è facile: una volta che pulii quella dell'ufficio dopo non funzionava più e il bravissimo e paziente Antonio, tecnico e mio collega, la dovette smontare tutta e metterla ad asciugare sul termosifone...

martedì 22 luglio 2025

ROMANZO "Con il tempo capirai..." INCONTRO CON LA MORTE

 INCONTRO CON LA MORTE

Fu nei luoghi della casa delle vacanze in montagna che misurò se stessa con la morte.
Scorreva nella valle un fiume a corso torrentizio le cui acque pure e cristalline a tratti sfioravano i sassi e i ciottoli del greto e a tratti formavano anse profonde dove l'acqua era trasparente ma verde cupo o, a seconda del capriccio del fondo, assumeva colori cangianti, dal verde chiarissimo alle tonalità che le piante delle rive, reclinando verso il corso dell'acqua, le donavano. 
Vera con amici dell'estate vi si recava spesso, badando di bagnarsi solo le gambe e i piedi e, camminando con i piedi ben piantati sul fondo, guardando di non fare mai passi azzardati dove l'acqua era più profonda: primo perché non sapeva nuotare, poi perché la corrente variabile del fiume lo rendeva pericoloso anche per i nuotatori esperti e su di esso si raccontavano disgrazie terribili nei borghi che sorgevano intorno sulle colline.
Il desiderio di refrigerio nella calura estiva era forte ma Vera era prudente. Non lo era altrettanto Fiorenza, di poco più grande di lei, un tipo un poco smargiasso che Vera ritrovava tutte le estati nel paesino dove i suoi genitori avevano una casa per le vacanze.
Qualche volta si vedevano anche a Roma, ma raramente, dato che Vera abitava in centro, fatto che destava l'ammirazione senza invidia di Fiorenza, la quale abitava invece in una lontana periferia dove conduceva una vita ben diversa da quella di Vera che studiava, mentre Fiorenza, conseguita la Licenza di Scuola Media Inferiore,  aveva lasciato gli studi e lavorava aiutando i suoi genitori nella conduzione di un bar.
Quel giorno si recarono al fiume loro due e si immersero nelle fresche meravigliose acque: Vera con prudenza rimanendo in piedi con i piedi ben saldi sui ciottoli, ogni tanto piegandosi sulle ginocchia per bagnare parte del corpo, mentre Fiorenza, incosciente e baldanzosa, pur non sapendo affatto nuotare, mimò uno slancio verso l'acqua visibilmente più profonda mettendosi in orizzontale, per poi repentinamente raddrizzarsi in posizione verticale e, in quell'istante, rendendosi conto che i suoi piedi non toccavano il fondo sbiancò in viso e ammutolì. La corrente la trascinava e lei tese un braccio con la mano aperta verso Vera che stava saldamente piantata con i piedi sui sassi del fiume. Il pensiero è più rapido della velocità della luce e Vera in un istante, capendo quello che l'amica le chiedeva, pensò che se avesse afferrato quella mano che le implorava aiuto sarebbe stata trascinata anche lei dalla corrente perdendo il suo sicuro punto di appoggio: si interrogò in un attimo: "Cosa è peggio, vedermela morire davanti o farmi trascinare con lei?" Si rispose che non avrebbe potuto vivere con l'immagine dell'amica morta a cui lei aveva negato la sua mano. Si fece avanti e l'afferrò.
Ma le cose non potevano andare che come andarono: la corrente trascinò le due ragazze che dopo poco, non sapendo nuotare, finirono sotto. Vera riemerse sentendo con stupore la sua gola chiamare aria con una forza e un suono come quello delle foche o i trichechi. Ancora sotto e di nuovo riemerse mentre la corrente, seguendo il capriccioso percorso del fiume, l'aveva portata nel punto in cui a pochi metri da lei riemerse anche Fiorenza che, come lei, emise quel terribile suono automatico di richiamo di aria.. L'ultima volta che riemerse vide Fiorenza che, miracolosamente, era affiorata accanto ad uno scoglio e ad esso si era aggrappata uscendo dall'acqua salva e, recatasi sulla vicinissima riva, aveva afferrato un lunga canna e Vera, prima che la sua testa affiorante rifinire sotto, capì che l'amica voleva tentare di porgergliela affinché lei vi si aggrappasse. Ma lei rifinì sotto: l'acqua, in quel punto poco profonda e trasparentissima, le mostrò un fondo sabbioso che subito risaliva ripido verso l'argine. Pensò che non doveva muovere le gambe perché l'acqua l'avrebbe risollevata e trascinata ancora nel suo sinuoso percorso, fino a che le sarebbe mancato del tutto il respiro e sarebbe morta. I suoi piedi in quel punto toccavano il fondo e lei camminò piano piano sul fondo seguendone la risalita: emerse sfinita piegando il busto fuori dall'acqua sul bordo della riva, mentre il bacino e le gambe erano ancora dentro non avendo la forza di tirarli su.
Si sentiva il collo gonfio, lo percepiva enorme come quello di un toro... Ma era viva. Fiorenza, pallidissima e con i capelli intrisi d'acqua appiccicati al viso, era riemersa sull'altra riva, dove la corrente l'aveva trascinata a quel salvifico scoglio affiorante.
Vera in quel su e giù era stata perfettamente cosciente che stava morendo ma non aveva avuto paura: aveva pensato solo che moriva a diciassette anni, che non avrebbe mai avuto una vita, dei figli, e alla disperazione di suo padre e della sua indifesa madre...
L'indomani Fiorenza volle andare nella fiorente cittadina più vicina, Amatrice, e comperò un cero che volle andare ad accendere nella Chiesa S. Francesco  per ringraziare Dio della loro salvezza. Vera, pur essendo credente, anche se già con i primi dubbi, non era pervasa dal sentimento mistico di Fiorenza che, avendo un animo più semplice e primitivo vedeva in quell'avventura la mano di Dio. 
Non provava alcun risentimento nei riguardi della sua amica, anche se per il suo superficiale voler sempre mettersi in mostra aveva messo in pericolo sé stessa e lei, Vera, rischiando la morte. Pensava che ne erano uscite vive per puro caso e, nel suo, per la sua mente intelligente che aveva saputo ragionare acutamente mentre era sott'acqua, altrimenti difficilmente lei sarebbe riuscita ad afferrare quella lunga canna che Fiorenza voleva porgerle andando su e giù trascinata velocemente dalla corrente, e lei che non si era messa in pericolo per sua volontà, sarebbe morta distruggendo le vite dei suoi genitori per i quali lei era tutto.
Questo pensava mentre assisteva indifferente al fervore emozionato della sua amica mentre accendeva il cero.
Capì che quello era stato un bivio e lei aveva scelto in modo eticamente ideale che però, passato l'attimo della scelta, si era rivelato rovinoso per lei e solo fortuitamente non era finito in una tragedia che avrebbe abbattuto nel dolore peggiore i suoi innocenti genitori.

venerdì 11 luglio 2025

ROMANZO "Con il tempo capirai..." APPARENZA E REALTA'

APPARENZA E REALTA' 

Ma le emozioni che le aveva suscitato Pietro, pur non bello, dai lineamenti irregolari, non riusciva a suscitargliele Giuliano, carino, fine e dolce come era.
Cercò di leggere in sé stessa: forse era per l'età così vicina alla sua? Le piacevano ragazzi più grandi, più maturi.. Ma Pietro aveva solo diciassette anni.. Dunque c'era un "quid", qualcosa di invisibile suscitato dai modi, dall'atteggiamento, dal comportamento che davano alla persona la sua specificità che su un'altra poteva avere effetti diversi... E Giuliano non la faceva innamorare. 
All'ultimo appuntamento venne vestito con un elegantissimo completo bianco ed una scatolina con un dono per lei. Quel giorno era seccata, voleva lasciarlo, ma aperta la scatola del regalo si commosse: una lunga collana di cristallo di Murano brillava di luce nella scatola imbottita.
Quella collana la ebbe per tutta la vita, indossandola fino ad essere ormai vecchia, e la figlia, che ebbe da un uomo con lo stesso nome, le costruì una coppia di orecchini da abbinarci di un cristallo simile ma meno splendente.
Rimasero amici, si sentivano per telefono, e lui, un po' per verificare se in lei ci fosse rimasto un interesse sentimentale per lui e un po' per orgoglio, le raccontò di aver avuto fra le braccia una ragazza molto prosperosa che, scivolandole dalle spalle le spalline del costume da bagno, si era ritrovata con il seno nudo. Vera non provò nessuna gelosia, anzi, fu felice per lui sperando che soffrisse il meno possibile del fatto che lei non era riuscita a contraccambiarlo.
Nella sede dell'Azione Cattolica che frequentava assiduamente dai suoi undici anni aveva diverse amicizie. Quello era uno spazio e un luogo dove poteva muoversi con una certa libertà e che suo padre approvava. Un'amica, Caterina, poco più grande di lei, la invitò ad una gita fuori Roma con i suoi ex compagni di scuola: lei era già diplomata in Ragioneria. A quella gita Vera conobbe Roberto. Aveva vent'anni ed era decisamente bello e, apparentemente, fine. Le dimostrò subito un grande interesse e lei se ne innamorò. Era iscritto all'università, aveva un'auto a sua disposizione e vestiva con maglioncini di cachémire. 
Caterina, appreso da lei che si erano messi insieme, ne fu felice. Era una ragazza schietta, simpatica anche se non bellissima, e condividevano con Vera gli stessi valori morali derivanti dall'insegnamento religioso dell'Associazione di cui facevano parte.
La prima crepa su un mondo a Vera sconosciuto si aprì una sera seduti ad un tavolo all'aperto di un bar in Viale Giulio Cesare: a pochi passi dal palazzo dove abitava Vera. Erano le sette di sera e Vera doveva rientrare come sempre alle otto secondo le imposizioni di suo padre, il quale nulla sapeva del fatto che lei aveva un ragazzo né che avesse mai avuto una qualsivoglia relazione sentimentale.
Roberto era da poco rientrato da una vacanza a Parigi e si era tagliata la breve barba che tanto gli donava.
Vera gli chiese come mai. Lui con naturalezza rispose: "L'ho dovuta tagliare perché una zozza mi aveva attaccato i pidocchi del pube."
La ragazza rimase gelata a guardare il bel viso di quel giovane che ora le appariva come se si fosse trasformato improvvisamente in un mostro deforme. Non capiva come potessero esistere "pidocchi del pube" e come potessero essere finiti sulla sua barba.
Con naturalezza, come se fosse normale, egli spiegò che era andato a letto con una "che non si lavava", brutta e con due "prosciutti" per cosce. 
Le volle mostrare anche una foto in bianco e nero dove la tizia, grassa e brutta, stava nuda con lui ed un'altra coppia, tutti e quattro nudi, in un prato.
Vera così scopriva che, pur di fare sesso, quel tipo con l'aspetto così gradevole, si abbassava ad accoppiarsi con chiunque, in un vero abrutimento.
Lei del sesso aveva un'idea tutt'affatto diversa, legato indissolubilmente ad un rapporto profondo di amore e rispetto reciproco.
Eppure non si alzò tornandosene a casa dandogli un addio.. La deformità morale che pure l'aveva disgustata non fu sufficiente a farle troncare quel rapporto.
Passarono così dieci mesi in cui lei provò a lasciarlo tre volte, ma sempre ricadeva in quel rapporto degradante per il sentimento che suo malgrado provava per lui, inspiegabile anche a sé stessa visto che amava un involucro che le aveva svelato di essere ben altro.
Nonostante le insistenze di lui non volle cedere ad avere con lui rapporti sessuali spiegandogli più volte quali erano le sue idee e i suoi principi. Lui si prendeva qualche libertà quando si baciavano che a lei davano imbarazzo e fastidio. Ma riuscì a non perdere i suoi principi.
Si confidò con Caterina attraverso cui l'aveva conosciuto: come poteva essere amica di una persona senza valori morali? Caterina rimase in grande imbarazzo, non sapeva nulla di certi aspetti del suo ex compagno di classe.. Certo anche lei, avendo gli stessi principi di Vera, era turbata. Cercò però di salvare Roberto mostrandosi comprensiva per l'esigenza di lui di avere qualcosa di più di un bacio da lei.. Si mostrò imbarazzata ma più realista di Vera.
Ma Vera lo lasciò definitivamente e partì per la casa delle vacanze in montagna.
Le giunse lì una lettera di Roberto in cui le confidava che gli era morta la nonna, che tanto si era occupata di lui dato che sua madre aveva sempre lavorato, e lui era caduto in una crisi profonda avendolo lei abbandonato ed ora si sentiva attratto da un ragazzo... Era ricaduto in una omosessualità che aveva vissuto ma che credeva superata.
"Anche questo?!" Pensò orripilata la ragazza. Lui le chiedeva aiuto. Lei pensò:  "Ora capisco perché andava anche con donne brutte e pure sporche, per questo vanno bene anche gli uomini!"  E gli rispose con una lettera in cui gli diceva che era un pervertito senza speranza, un malato. Questo pensava e questo gli scrisse: metterlo davanti a sé stesso fu il suo aiuto. 

giovedì 10 luglio 2025

ROMANZO "Con il tempo capirai..." SORPRESE E DOMANDE

 SORPRESE E DOMANDE

Giuliano la invitò ad una festa che lui dette a casa sua. Era molto emozionato ed onorato della sua presenza.
Abitava nel quartiere nuovo della Balduina, dove abitavano altri amici di Vera e dove, dati i costi delle case, gli abitanti erano persone con professioni allora ben remunerate: impiegati di banca, professionisti, impiegati pubblici con ruoli apicali.
Il padre di Giuliano era un Ingegnere del Ministero dei Lavori Pubblici ma, come disse lui a Vera, aveva anche una sua attività privata che consisteva in un commercio di ceramiche con gli USA. La madre era una Dirigente del Ministero della Pubblica Istruzione.
La accolse in un ampio ingresso elegantemente arredato e aprì quello che a casa di Vera era "l'attaccapanni dell'ingresso": una piccola stanza foderata di raso verde damascato di cui una parete era costituita in parte da uno specchio; aprendo la porta imbottita di raso si accendeva automaticamente la luce per illuminare l'interno. 
Vera percepiva l'emozione che suscitava in lui la sua presenza, ma lui non poteva percepire le constatazioni che la sua casa suscitava nella ragazzina: ella misurava la differenza abissale con la sua casa, quindi con la sua condizione.
L'ingresso della sua casa, allocata in un palazzo di età umbertina al quartiere Prati, era in una via molto bella e molto nota ma l'ingresso, costituito solo da un vasto corridoio, aveva un semplice attaccapanni in legno massello con al centro un piccolo specchio, una cassettina chiudibile portaguanti  e portaombrelli inserito, sicuramente più costoso di ben altri arredi di case di persone che abitavano in quel palazzo, tutti piccolo borghesi, ma ad una distanza siderale da quello che i suoi occhi vedevano in quella casa.
La sorpresa successiva fu molto più eclatante e suscitò nella acuta Vera molte domande a cui poté dare risposta anni dopo.
"C'è una festa da Antonio, un mio compagno di classe, compie gli anni. Sono invitato con te, la mia ragazza. E' di pomeriggio quindi non devi chiedere permessi ai tuoi genitori."
In realtà il padre di Vera non l'avrebbe mandata a nessuna festa pomeridiana in casa di nessuno se non conosceva in tutto o in parte la famiglia. Sua madre era diversa, più libera, e riponeva fiducia in quello che faceva sua figlia. Ma Vera si prendeva la sua libertà dicendo bugie non volendo rinunciare a vivere. Così suo padre aveva saputo della festa in casa di Maria Letizia approvando l'andarci di Vera, ma nulla sapeva della festa a casa di Giuliano, né tanto meno a casa di Antonio...
Ma come poteva Vera accontentare la pretesa di suo padre di conoscere ogni famiglia dove si ballava la domenica pomeriggio?
Nulla sapeva neppure del suo filarino con Giuliano, con cui si scambiava solo qualche casto bacio stringendosi un po'...
Si recarono dunque a casa di Antonio per la festa di compleanno dei suoi quindici anni.
Egli abitava nello stesso quartiere di Vera, a pochi passi a piedi dal palazzo umbertino dove lei abitava: Via della Conciliazione. Se Vera andava a piedi a Piazza S. Pietro, molto vicina alla sua abitazione, il portone dove abitava Antonio era quasi sulla piazza. Entrarono in un cortile carrabile costituito da un pavé di sampietrini, sovrastato da una balconata classica in marmo bianco sui tre lati. Salirono al piano della balconata e suonarono ad una grande porta in legno massiccio: aprì una cameriera in divisa nera, grembiulino e crestina bianche. Antonio, molto emozionato, mostrava tutta la sua timidezza: era elegantissimo in un abito scuro giacca e pantalone e risaltavano i suoi capelli biondissimi perfettamente pettinati e impomatati.
Ballarono nell'ampio locale delimitato da uno dei lati della balconata classica che dava sul cortile. Aprirono una delle altissime portafinestre per affacciarvisi quando qualcuno disse: "E' arrivata la madre di Antonio!" Nel cortile videro una limousine e l'autista gallonato che, toltosi il berretto, apriva la portiera alla madre di Antonio..
Per tutto il tempo del ballo la camerierina, sui trenta anni in divisa e crestina sui capelli rossicci, servì bevande rigorosamente analcoliche su un vassoio, uscendo da una enorme porta bugnata in fondo a sinistra di quello che era uno spazio che costituiva l'equivalente di un salone doppio di un appartamento alto borghese.
La sorella più grande di Antonio, Maria, li guardava ballare poggiata accanto ad una delle  finestre che davano sulla balconata del cortile. Era sui vent'anni, magra, bionda anche lei. Guardava molto Vera per il suo aspetto sicuramente molto gradevole ed elegante in uno dei suoi vestiti che disegnava lei stessa, per poi farli realizzare da quelle che lei chiamava affettuosamente le "sue sorelle Fontana", due sorelle pugliesi zitelle che lavoravano e abitavano nella stessa scala dove era la sua casa e il cui cognome iniziava per "F" come le ben più famose sarte.. Le stoffe le sceglieva con cura in un negozio-grottino in Via Cola di Rienzo.
In seguito, colpita da tanta magnificenza, chiese a Giuliano: "Ma che lavoro fa il padre di Antonio?"
"E' funzionario di banca." Rispose Giuliano.
Lei pensò ai molti giovani che abitavano alla Balduina e i cui padri erano funzionari di banca e la distanza, sia pure nel benessere, le sembrava inspiegabile.
Poi Giuliano precisò: "Lavora per la Banca del Vaticano."
Nella giovane ed inesperta mente di Vera si affacciò un primo pensiero che spiegava una parte delle sue perplessità: "Ecco perché abitano in un palazzo che affaccia quasi su Piazza S. Pietro..."
In futuro Vera, lavorando ad un libro edito da Lucarini Editore, scoprì fra i collaboratori di quella Casa Editrice Maria, la sorella di Antonio, che curava una edizione letteraria...
Il mondo è piccolo, pensò.



mercoledì 9 luglio 2025

ROMANZO "Con il tempo capirai..." SCOPERTE E PRIME RIFLESSIONI

 SCOPERTE E PRIME RIFLESSIONI

Non vide più Pietro e il suo modo, che a lei piaceva tanto, di chiamarla "Veva" per via della erre moscia e per il quale le piaceva prenderlo in giro un po' per vendicarsi della sua indifferenza, lo ricordò sempre.

Una sua compagna di classe, che aveva fatto con lei anche le elementari e le scuole medie, ora era con lei anche alle superiori; era di carattere mite, precisa nei compiti, quanto lei, Vera, era invece manesca e dispettosa almeno fino alla fine della scuola elementare.

Non si sa come e perché dunque Maria Letizia le fosse diventata comunque amica e perché le consentisse a volte di andare a casa sua a prendere i suoi quaderni per copiarne alcuni compiti da fare a casa, visto che lei in alcune materie era svogliata e discontinua.

Il non reagire di Maria Letizia la indusse a dispetti meschini, come quella volta che, spostandosi un po' per volta nel banco comune, cercò di farla uscire dall'altra parte non avendo più spazio nel sedile. Ricordò poi per sempre lo sguardo ferito di lei e la sua espressione di mite indignazione che stava per sfociare in pianto.

Eppure Maria Letizia continuò ad esserle amica e a prestarle i suoi quaderni perfetti anche nei primi anni delle scuole superiori.

Abitava nel suo stesso quartiere, in Via Germanico, a pochi passi a piedi da casa sua. Una volta arrivò a prendere in prestito uno dei suoi quaderni, dopo averle preventivamente telefonato chiedendole se poteva darglielo e, prima di suonare il campanello, sentì la voce della sua amica gridare istericamente. Sorpresa, attese che quell'inusitato sfogo finisse, poi suonò. La sua amica si mostrò sorridente e gentile come sempre, non fece trasparire niente dell'agitazione che aveva provocato quello sfogo. Vera non le chiese nulla.

Dopo pensò però, perché era riflessiva e, crescendo, i lati aggressivi del suo carattere stavano lasciando il posto sempre più alla sensibilità e all'empatia verso gli altri.

Maria Letizia aveva un fratello poco più grande di lei, una madre graziosa ed attenta, un padre che girava in mutande per casa anche in presenza di un'amica come lei. Ecco questo fatto l'aveva colpita come una stonatura, perché aveva notato il lieve sorriso di imbarazzo della sua amica quando questo era avvenuto, giacché negli anni '60 del 1900 i costumi erano contenuti e si teneva un certo decoro nell'abbigliamento nelle varie circostanze e nei luoghi. Gli uomini portavano mutande a calzoncino largo, in seguito vennero chiamate boxer ma di taglio più contenuto. Vera pensava che, se suo padre avesse girato per casa davanti ad una sua amica in visita in quella tenuta, lei si sarebbe sentita sprofondare.

Eppure il padre di Maria Letizia aveva sulla targhetta della porta inciso il titolo di Rag. prima del suo nome e, a quell'epoca, insieme a Geom. erano titoli professionali di un certo valore. Il padre di Vera, ad esempio, non aveva nessuno di quei titoli, ed era un semplice impiegato dello Stato. Vera e Maria Letizia, pur abitando entrambe nel medesimo quartiere borghese ed essendo entrambe le loro famiglie proprietarie degli appartamenti che abitavano, l'una abitava in un appartamento più piccolo e meno pregiato rispetto a quello dell'altra.

Di certo Maria Letizia era più sola di Vera, il cui carattere vivace ed intraprendente le consentiva di allacciare amicizie anche al di fuori di quelle della classe e questo la salvava da una situazione familiare in parte infelice per i dissapori fra i suoi genitori, dovuti a fragilità psicologiche di suo padre e psichiatriche di sua madre.

Avvenne così che un giorno che Maria Letizia l'attendeva sul portone ad un'ora che avevano preventivamente concordato per andare insieme al cinema, Vera scese e non ve la trovò. L'attese pensando ad un contrattempo sapendola molto precisa. Ma l'attesa si prolungò fino ad una mezz'ora e Vera risalì in casa e telefonò: le rispose strillando la sempre gentile e sorridente mamma della sua amica dicendo indignata che "Maria Letizia non aveva bisogno della sua amicizia per quello che le aveva detto sua madre scendendo sul portone mentre lei la stava aspettando.. e sua figlia era tornata a casa in lacrime!" La povera Vera riuscì così a capire a stento in quel fiume in piena che sua madre, nei suoi frequenti irrequieti andirivieni a cui lei nemmeno più faceva caso, era uscita non per fare una delle sue rapide passeggiate o visite alla vicina Chiesa, ma vedendo la timida Maria Letizia già in attesa sul portone l'aveva apostrofata dicendole che "Vera non aveva bisogno di amici, aveva sua madre, non c'era bisogno dunque che lei l'aspettasse!" 

Fu Vera a quel punto a scoppiare in lacrime al telefono cercando di rimediare all'ennesimo problema che la patologia di sua madre le provocava. Non fu facile svelare qualcosa che, pur nell'amicizia che durava da tanti anni, era non palesemente visibile, giacché la patologia di sua madre si manifestava in azioni rare ed anomale, quanto imprevedibili, come questa che aveva vissuto Maria Letizia, e che creavano a lei problemi e dolore. Si scusò più volte, disperata, nel tentativo di recuperare quell'amicizia a cui teneva. La signora sembrò capire, certo "non si vedeva" il disturbo di sua madre, sembrando del tutto normale.. Certo sua madre andava ai colloqui con le maestre prima e con i professori poi, non essendoci suo padre mai andato.. Per fortuna la patologia di cui soffriva sua madre non aveva danneggiato totalmente la sua personalità né la sua intelligenza e nemmeno l'affettività, ma c'era e si manifestava in comportamenti immotivati ed incongrui.

Vera soffrì molto, dispiaciuta per la sua amica, per il dispiacere che sua madre le aveva provocato senza senso e senza motivo.. Si sentì umiliata di doversi scusare e di dover dare tutte quelle spiegazioni fra le lacrime al telefono, ma riuscì a recuperare quell'amicizia e quell'amica a cui voleva bene.

Accadde poi che Maria Letizia stesse male con "l'acetone" e Vera l'andò a trovare. Era a letto, la pelle del viso giallina.. La mamma si mostrò gentile, forse aveva capito davvero il dramma dell'amica di sua figlia. Vera era dispiaciuta che la sua amica stesse male: nonostante i temperamenti molto diversi Vera, dopo quell'episodio traumatico, aveva scoperto quanto le volesse bene. 

Fu a casa di Maria Letizia, che dette una festa per il suo compleanno, come si usava allora nelle famiglie della piccola, media ed alta borghesia, che Vera conobbe Giuliano. Fra gli invitati c'era suo cugino, che aveva un cognome buffo, Zampone, e un suo compagno di liceo: appunto Giuliano.

Aveva solo sei mesi più di Vera e rimase colpito dal suo aspetto: indubbiamente era molto carina e fine e piaceva molto ai ragazzi. Anche Giuliano era carino, dai modi molto fini. Lei accettò di rivederlo e fecero qualche passeggiata insieme, né più né meno di quelle che faceva prima con Pietro e Mario.

Ma lui si era innamorato di lei ma lei non di lui. Ciò nonostante accettò quando lui le chiese se "voleva essere la sua ragazza".

Le piaceva la sua dolcezza, i suoi modi educatissimi e lo baciò volentieri apprezzando le sue labbra morbidissime: baci senza lingua, bellissimi.



giovedì 3 luglio 2025

L'amico ritrovato - di Fred Uhlman

Per caso, non conoscendo assolutamente l'Autore, ho scoperto questo gioiellino letterario.
Non compero più da IBS per la stupidità di chi organizza la promozione delle vendite. Dopo almeno tre volte in cui mi mandavano sconti inserendo un codice nell'ordine ed è capitato che tale codice non si capiva con quale sequenza, secondo loro, doveva essere inserito e nei passaggi è capitato che l'ordine sia repentinamente partito senza sconto, né sia stato possibile annullarlo nell'immediato, ho desistito dall'essere uno dei loro clienti più assidui. L'ho anche segnalato al Servizio Clienti spiegando come fosse inutile assegnarmi il top della classifica dei migliori acquirenti, se poi questo beneficio si deve tradurre in sconti ottenibili mediante codici da inserire "non adesso", "non prima", ma solo ad un certo punto dell'ordine, punto mai chiaro nella sequenza.
Ho dunque trovato questo gioiellino in libreria. Una Edicola-Libreria di Sabaudia. Non ho più l'età e la forza di poter girare per le librerie di Roma come un tempo.. Un piacere a cui ho rinunciato anche per l'impraticabilità della mia città, ormai ridotta ad un carnaio di auto, metallo e persone, riservandomi, appunto, l'ordinare on-line ricevendo i libri a casa. IBS-La Feltrinelli ha rovinato questa comodità con i suoi giochetti sugli sconti di cui, peraltro, non sentivo il bisogno, dato che non vado dal parrucchiere se non ogni due anni, dall'estetista sono andata solo una volta in vita mia quando avevo meno di 30 anni, e non mi compero vestiti da molto tempo e quelli che mi compero sono a saldo o del mercatino settimanale. Quindi spendo ogni due, tre mesi, una trentina di euro in libri.
Nello stand della Libreria di Sabaudia ho scelto questo Autore sconosciuto le cui note biografiche sul retro di copertina dicevano che era nato a Stoccarda, ed un altro altrettanto a me sconosciuto nato ad Istanbul: Pamuk.
A casa ho poi scoperto che Uhlman è ebreo e Pamuk ha preso il Nobel per la letteratura.
Ora il Nobel mi spiace ma non garantisce il valore di quel che mi trovo a leggere: l'ho già scritto. Doris Lessing, Yasunari Kawabata ne sono un esempio. Ho letto un loro libro e mai piu'.. Non mi è piaciuta la scrittura, non mi ha trasmesso alcuna emozione, alcuna riflessione profonda.
Mentre questa meravigliosa storia di Uhlman, un'amicizia  fra due adolescenti tedeschi, uno ebreo della buona borghesia e l'altro di antica nobiltà germanica, è un piccolo capolavoro nella descrizione psicologica dei personaggi, nelle loro reazioni che ho sentito personalmente comprensibili in me, per la mia psicologia, come per la descrizione della miseria umana di ieri, di oggi e di sempre, che ho scoperto in giovane età in altri contesti, con altre motivazioni, ma sempre miseria dell'animo umano che cerca solo pretesti per manifestarsi.
Inevitabilmente c'è dell'autobiografismo, anche se la storia di Fred Uhlman ebreo cittadino tedesco di Stoccarda come il protagonista di questo libro, è diversa per vari aspetti, ma non nella sostanza: l'aver dovuto abbandonare la propria Patria per l'insensatezza folle e barbara di leggi inimmaginabili...
Il libro del Nobel Pamuk lo sto leggendo... Ma non so se varrà la pena di parlarne.. Lo saprò alla fine. Per ora, dato che è il primo scrittore turco che leggo, sto immergendomi nella mentalità della società turca degli anni '70, nella sua conoscenza: sono gli anni della mia giovinezza in Italia, vedrò differenze e paragoni...
Fred Uhlman